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Le cosette di Amenta · Jul 3, 2026

Giorgio Gaber, l’assoluto necessario

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Daniela Amenta · Le cosette di Amenta

“Come se tenesse conto del coraggio, la storia”

Dell’intera stagione dei cantautori soprattutto Gaber mi è rimasto dentro. Mi manca, mi manca più di tutti quelli che ho avuto la fortuna di incontrare. Gaber lo ascolto ancora con sorpresa e continui soprassalti. Sempre lui, il Giorgio, come dicono al Nord. Lo leggo come se fosse un libro, mi strapazza, mi fa ridere, mi riempie di amarezza. Perché io mi sento parte della generazione che ha perso, e non ha più appigli, scuse, solo anni affollati dietro di sé, non troppi altri - ma solo per una questione anagrafica - davanti a sé. Certo, ci sono artisti che ricordo con nostalgia. Ma lui, invece, mi manca proprio. Mai frequentato, eppure è come se fosse uno della comitiva mia, quella dei penultimi, sempre senza certezze, controversi, indomiti, privi di alternative e abbastanza falliti nel ribadire che democrazia sul vocabolario vuol dire potere al popolo, ma poi non è spiegata la strategia per “mangiare” l’idea e renderla praticabile. Lo ascolto spesso, ancora, con un misto di meraviglia e ipocondria, con commozione talvolta per le ferite che provoca e non si rimarginano. Lo vidi che ero ragazzina al Teatro Brancaccio, mi accompagnò mia mamma. Era il tour di Far finta di essere sani. Io cantai tutte le canzoni a memoria, ero emozionatissima, il disco me l’aveva regalato Andrea, il mio primo fidanzatino, e lo avevo consumato all’inizio per amore, poi per amore di Gaber.

Con madre, intimidite ma decise, facemmo la fila per salutarlo nel camerino. Era stanco, sudato, però non si sottrasse. Sorrise, ringraziò, mi tese una mano che mi parve gigantesca, io la strinsi. Forse sono divenuta grande allora, con quel gesto da adulta.

Davanti a quello stesso teatro, in via Merulana a Roma, mesi dopo arrivarono gli autoriduttori, frange sparse a metà tra la sinistra estrema e la galassia del freakettonismo (di)organizzato. Ogni occasione era buona per entrare gratis ai concerti e insieme “processare” l’artista non esattamente ortodosso secondo la rigida prassi del dogma. Molti subirono, qualcuno si ritirò, c’è chi da allora è ancora in cura dallo strizzacervelli e oggi, in nome dell’altitudine artistica, spiega che è meglio non sbilanciarsi neppure su Gaza, che l’impegno è roba vecchia, per vecchi.

Il Giorgio invece non si sottrasse neanche allora, in quegli anni di piombo e di pongo. Scese in strada, la strada romana più amata da Gadda, iniziò la trattativa tra l’impresario in gramaglie e i giovani arrabbiati. Li fece entrare, disse: “Garantisco io”.

Ma è proprio vero: difficilmente la storia tiene conto del coraggio. Se così fosse Gaber andrebbe studiato nelle scuole. Studiato, ascoltato, decifrato. È così tanta la parabola del Giorgio, dagli anni Cinquanta in poi, che ci vorrebbe un’intera enciclopedia. La chitarra usata inizialmente per esercitare una mano troppo debole a causa di una doppia poliomielite, e a seguire la scelta di dedicarsi alla musica non come terapia riabilitativa, ma per esprimersi. Fa di tutto, con tutti: suona proprio agli esordi con grandi jazzisti (Franco Cerri e Gianni Basso), inventa con Jannacci I Due Corsari, sorta di Blues Brothers intelligentissimi e ante litteram, frequenta con profitto il mondo della canzone, della tv e dei Caroselli, collabora con lo scrittore Umberto Simonetta e a teatro con Mina, stringe un sodalizio con quel gran genio di Virgilio Savona del Quartetto Cetra, partecipa a Sanremo, interpreta il mezzosangue Idaho Martin in

Non cantare spara, il musical più amato dai boomers (qui un mio piccolo omaggio). E racconta Milano - come è bella la città - come se già fosse una nostalgia: la geografia dei luoghi, dei bar, dei biliardi, dei tic, dei personaggi, la modernità comprata a rate mentre le ragazze arrossivano. Perché - sia detto - Gaber ha avuto sempre questa capacità di narrare il suo tempo e il nostro. Dapprima con tenerezza, poi senza fare sconti.


Negli anni Sessanta è una star assoluta, potrebbe bastare così, ma decide di assumersi il rischio e reinventarsi. L’Italia sta cambiando, il Maggio francese è un vento ribelle che non fa prigionieri. Frequenta Dario Fo e soprattutto conosce Sandro Luporini, pittore e scrittore viareggino. Formano una coppia solida, tosta, duratura, intransigente. Nasce il “Signor G.” che è ovviamente Gaber, ma siamo anche tutti noi che fingiamo di essere sani, siamo i ragazzini sulla collina divisi per ceto, per ruolo: i disperati, gli arroganti, i figli “del mio papà” e soprattutto polli da allevamento senza consapevolezza.

Ma c’è un’altra peculiarità nell’opera del Giorgio e di Sandro, oltre la vivisezione della discrasia tra noi dentro i Movimenti, nelle coppie, nei letti, nei cessi, nelle strade e nelle case in cui ci nascondiamo. E’ l’analisi delle nostre nevrosi e dello stigma lacerante della malattia mentale. Per farlo usano i registri più vari, dal comico al drammatico, con canzoni come Il Narciso, L’Elastico, La Marcia dei Colitici, I mostri che abbiamo dentro e la disperante Dall’altra parte dal cancello. Ho scelto di laurearmi in Psicologia per quest’ultimo pezzo, un capolavoro quasi basagliano. E non a caso Gaber è tra i primi ad esibirsi in un manicomio, a Voghera. Ecco, questa parte dell’opera dei due avrebbe meritato almeno un saggio, un approfondimento da università. Tuttavia negli atenei, nel mondo della cultura “alto”, tutto ciò che è bollato come “pop” è ritenuto superfluo, meglio le coazioni a ripetere dei troppi terapeuti alla moda, dei filosofi un tanto al chilo.

Quindi mi manca Gaber, la preveggenza crudele, quella faccia di gomma, il corpo snodato, la voce così profonda eppure nitida, il teatro che si fa canzone e la canzone che diventa teatro. Mi mancano anche le prese di posizione controcorrente, quel nuotare in direzione opposta come i salmoni, il difendere l’indifendibile. E, per esempio, le cantonate sul femminismo, che credo oggi rivedrebbe per ciò che è: spinta necessaria e propulsiva in un mondo di violenze perpetrate ancora, sempre, contro le donne. Gaber l’ateo che ascoltava i cattolici cercando disperatamente Dio, quel suo sguardo libero, anarchico, trasversale, le illogiche allegrie, la narrazione dei nostri privati e collettivi fantasmi. Gaber che ci ha costretti a ragionare ben oltre la politica. E la stessa a politica ha raccontato al pari di un metodo per superare più le solitudini di noialtri, puntini nella massa, che come indeteriorabile ideologia. Vedi Qualcuno era comunista, ma perfino Io non mi sento italiano e quel gioiello insuperato - Anni Affollati -, in cui ogni presunto ideale si sgretola come una meringa sotto i colpi di piccone della realtà. La mia generazione ha perso, quanto hanno perso quelle che ci hanno preceduto. E dunque cosa (non) insegneremo ai bambini di oggi, adulti di domani?

Il Giorgio è stato più di tutti, meglio di chiunque altro il vero unico eretico nell’Italia dello slalom tra “stucchevoli bontà e mani sentenziose che maltrattano le chitarre”. E’ stato il cantore del dubbio. I suoi, i nostri. Forse per questo ho poco apprezzato la pellicola di Riccardo Milani (Io, noi e Gaber) che invece attutisce le perplessità, taglia molto le canzoni e gli interventi del protagonista a favore di una esagerata sequenza di ospiti - l’unico necessario è Luporini - e con un finale paradossale pacifica il non pacificato. Nella sua lunga parabola Gaber ha cambiato i ruoli e ci ha costretto a inseguirlo col fiatone. Spiazzante nei tanti passaggi: l’ironia che diventa sarcasmo, il sarcasmo che si trasforma in una sorta di nichilismo. Non c’era solo il disincanto ma la presa d’atto che anche per oggi non si vola, né si volerà domani. Gaber si assume per intero, non si diluisce, non si ammortizza. E’ l’artista feroce, definitivo, contestato e contestante ma così necessario nell’autocoscienza dolorosa e collettiva.

Ci sbiadiranno gli anni che sbiadiscono ogni cosa. Ogni cosa, ma non il Giorgio.

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Read the original on danielaamenta.substack.com

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