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Le cosette di Amenta · Jun 27, 2026

Da Yoko a Murgia: l’estetica secondo i maschi alfa

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Daniela Amenta · Le cosette di Amenta

“Prendo atto che il tasso medio di eufemismo, di correttezza politica e di ipocrisia è aumentato. Per cui dire certe cose, chiamare le cose con il proprio nome, può far sì che l’operazione venga percepita come provocatoria, terroristica, esibizionistica, pornografica. Ma gli scrittori che sanno il fatto loro trovano comunque il modo di dire tutto”.

Ipse dixit lo scrittore che “sa il fatto suo”, Michele Mari, in un’intervista a Lucy (31 marzo 2026). Sapere il fatto proprio rende lecito aggredire una persona che non può più difendersi? L’autore, sempre celebratissimo, è altresì professore universitario e filologo, dovrebbe quindi conoscere significante, significato e contesto in cui qualunque forma di espressione può risultare accettabile, non accettabile, o peggio violenta come nel caso delle esternazioni contro Murgia sul pullmino dello Strega. Non c’è nulla di terroristico nel definire “brutta” una donna (ai maschi va sempre meglio. Spesso sono “interessanti” anche da storpi). La valutazione estetica, usata per insultare, è una pratica così vecchia e banale da rasentare le altitudini dei verminai, altro che provocazione, altro che pornografia. Semmai, citando Egli, è un caso di Crux desperationis, la linea definitiva che appongono i filologi rivedendo un testo e segnalando i passaggi peggiori, quelli “non emendabili”. Né appare tollerabile la solfa della privacy considerato il fatto che Mari viaggiava in un van con colleghi e colleghi in gara, sottoposti/e a costanti interviste e colloqui. Un abitacolo pubblico, insomma. Mari non è stato escluso dal Premio, con buona pace di chi solo all’idea aveva già dissotterrato l’ascia della censura. E, probabilmente, vincerà. La domanda semmai è se sia sufficiente il brillante esercizio narrativo a rendere migliore, aka intoccabile, un autore. Credo che la discrasia tra mestiere e la struttura comportamentale dell’artista inizi ad essere una coazione a ripetere fin troppo giustificativa. Il professore è oggi un uomo di 70 anni che ha vissuto la propria maturità testosteronica durante l’era del filler berlusconiano, quel ventennio “smeraldo” alla Drive In. Tempi di immaginario binario, figli del solito patriarcato, e che hanno decretato il trionfo della gnocca rallegrante. Merkel culona versus festini con la “nipote” Ruby, igieniste dentali o mignotte a pagamento.

Sempre nell’intervista a Lucy, Mari dice inoltre che non va richiesto agli intellettuali un parere politico sui grandi temi, come se definire una scrittrice “brutta e quindi rancorosa” non sia un gesto politico. Lo è, invece. È frutto di un pensiero basso che non ha recepito i cambiamenti, le trasformazioni della società, le emancipazioni, le battaglie, perfino i conflitti. E se un autore non vede né sente il mondo che lo circonda e naviga solo nel compiacimento elegante del proprio ego interiore, resterà per sempre sulla soglia della superficie a discapito dell’etica. Basta? No, non basta. Non basta più perché ora più che mai servono parole dritte, pensieri dritti almeno sulle grandi, ineludibili questioni: guerre, parità, diritti, violenze, fascismi. Servono bussole in questi anni affollati “di idiomi, di idioti, di guerrieri e di matti”, come cantava Giorgio Gaber. Altrimenti il ruolo dell’intellettuale si riduce a passerella e avanzano gli influencer sgraditi ai colti maîtres à penser come Mari.

Inutile sottolineare che sono sempre gli uomini a dare giudizi assai personali sull’aspetto delle donne. Difficilmente troveremo commenti sulla pancia da alcolista di Hemingway, sul doppio mento di David Foster Wallace o sulla crapa pelada di Dos Passos. Gli artisti ce li teniamo per quelli che sono: belli impresentabili zoppi gobbi tossici con il fiato pesante o le poche diottrie. Dunque, nessun atto di terrorismo culturale, professor Mari. Lei ha usato, ribadito, un vecchio, vecchissimo luogo comune.

Basti questo esempio. Enciclopedia della Musica Arcana Anni 70, diretta da Riccardo Bertoncelli, pubblicata nel 1989, prezzo dell’epoca 45mila lire. Nella scheda che riguarda John Lennon viene citata Yoko Ono definita - testuale - “brutta come la notte”. A parte il paragone idiota, c’è da riflettere. Non incapace, non inaccettabile, non stonata, non esasperante o dissonante: brutta.

Descrizione fornita da un’Enciclopedia quando tomi del genere avevano un costo e un valore. “Brutta” una che veniva dall’esperienza Fluxus, che frequentava le avanguardie, con un curriculum da fare impallidire i manipoli col pisello che hanno segnato la lunga stagione dell’Arcana. Sempre quelli, il cerchio magico di sapienti critici rock che per anni hanno impazzato (e impazzano) sulle gerenze delle riviste specializzate musicali, androcei per lo più. Come se il rock fosse la riserva dei maschi alfa. L’autore della scheda, insieme a Bertoncelli che l’ha firmata in qualità di guru, forse dovrebbe rivedere Lennon NYC, il documentario di Michael Epstein. John, nel film, è così magro e consapevole, credo felice a cercare di fare il padre di Sean, cosa che non era accaduta con Julian. Ci sono fotogrammi durante le registrazioni di Double Fantasy di infinita tenerezza: lui che guarda Yoko, le cerca la mano, loro che si parlano di continuo, vicinissimi. Penso che una storia d’amore così sia l’invidia del mondo.

Yoko Ono Lennon non è brutta, è semplicemente, dolorosamente la più maltrattata, rimasta vedova con un figlio di cinque anni a fare i conti con il più grande, il più privato dei dolori che il mondo le ha perfino scippato.

Murgia non è brutta, è una autrice tradotta in tutto il mondo, che se n’è andata a soli 51 anni. E che meriterebbe rispetto.
Che noia doverlo ancora ribadire.

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Read the original on danielaamenta.substack.com

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