Ora li chiamano “pezzenti” quelli che hanno l’ardire di chiedere la chiave per usare il gabinetto in uno stabilimento balneare. Pezzenti difesi da Josi Gerardo della Ragione, sindaco di Bacoli (Napoli), che nonostante il cognome nobile, ha deciso di prendere le parti di ultimi e penultimi che – pensa te - vorrebbero passare una giornata sulla battigia. Ai “padroncini” del territorio di sua competenza, Josi ha replicato con parole di fuoco: “È finito il tempo in cui frugavate nelle borse per vietare alle mamme di portare in spiaggia l’omogenizzato ai propri figli. O ad un papà di portare una bottiglia d’acqua. È finita l’epoca in cui chiedevate soldi pure per riscaldare una bottiglia di latte. È finito lo scempio dell’occupazione del nostro litorale con il titolo di abusivo storico”. La battaglia del sindaco di Bacoli resterà isolata o finalmente si allargherà? Per esempio, a Vieste, dove una madre ha nascosto nel borsone con gli asciugamani i panini dei propri figli (”vietato consumare alimenti se non nel ristorante o nel bar del Lido”), come se fossero panetti di roba. Tanto che il caso è stato ripreso dal Guardian che ci rammenta che le più belle spiagge di Saint Tropez e della Costa Azzurra sono libere, e la stessa cosa accade in Grecia, nelle Canarie, nelle Baleari, e in tutte le altre zone europee celebri per il turismo balneare.
Ci sono posti “davanti al mare” in Italia dove il mare appena si intravede. File e file di stabilimenti a pagamento, da Ostia a Livorno, per non dire della Puglia dove la vecchia sdraio è stata sostituita da baldacchini e una frisella costa quanto un piatto di ostriche. La maggioranza delle coste italiane risulta privatizzato, ben il 70% tra Emilia, Liguria e Toscana. Parafrasando, ma al contrario Pino Daniele, “chi tene ‘o mare tene tutto”.
Il “fagotto” a Roma è il cibo che si porta(va) in spiaggia, le sporte, le teglie, le bevande. E prima di dover pagare per allungare un fazzoletto sulla battigia siamo stati tutti e tutte fagottari, o pezzenti. Per molte donne del Novecento, come mia madre, le mie zie, il fagotto è stata anche una piccola emancipazione. Perché i viveri per la giornata al mare erano quelli avanzati dalla sera prima, avanzato e trasformato: frittate di pasta, arancini e supplì con il riso in eccedenza, insalate di pollo con la lattuga e certi pezzi di peperoni lunghi e rossi come una specie di metafora, sfilatini lunghi tre chilometri con quanto c’era in frigo. Preparato tutto la sera, tutto organizzato come un catering de ‘noantri perché il giorno libero di madre e zie doveva essere proprio libero. Quindi si partiva, l’ombrellone lo piazzavamo noi praticamente sul mare, lo piazzavano queste donne casalinghe, ma ingegnere nell’anima. Tipo mamma mia che anche dove la sabbia era farina trovava massi giganteschi da usare come contrappeso antivento e attaccava ovunque corde, asciugamani, costumi, cappellini, salvagenti, foulard per fare ombra. Noi pipinara eravamo subito in acqua controllati a vista e spesso imbruttiti dalla tostissima compagine femminile. Mia ma sul bagnasciuga ogni minuto minacciava ritorsioni tremende, schiaffoni se non fossi uscita subito, ora, immediatamente dall’acqua. “Fammi vedere le mani, c’hai le labbra viola”, strillava assieme ad altre centinaia di madri con l’asciugamano già pronto ad accogliermi. Le mani, appunto, raggrinzite dal sale, come il telo che odorava un po’ di naftalina, secco e duro, i brividini sulla pelle, la rosetta con la cotoletta, la festa dei ragazzini attorno al chioschetto che vendeva i ghiaccioli. Mia madre che mi metteva il cappello anche all’ombra, mi spalmava tonnellate di crema Nivea sulle spalle, la crema Nivea che io una volta ho mangiato, così giusto una ditata che pareva panna tanto era bianca. Nivea e sabbia, altro che Masterchef, altro che la banalità a pagamento di questa modernità presunta.
Madre leggeva Rakam su una seggiolina arancione, faceva l’uncinetto e chiacchierava con le zie di parenti morti, vicini morti, noi pipinara morta se non avessimo rispettato 6/7 ore tra pasto e bagno. Non so come facessimo ma avevamo sempre acqua fresca Idrolitina, pure granitine al limone e l’immancabile cocomero piazzato a riva che ogni tanto un’onda malandrina se lo portava via. Quindi urla, accorruomo, poi salvataggio in extremis di queste nostre mamme che si facevano il bagno pure loro, e sorpresa - sapevano nuotare - pur di riacchiappare l’anguria che viaggiava dritta verso il centro del Mediterraneo. Eravamo luccicanti anche se in bianco e nero, nell’Italia del boom che ci faceva scoppiare la testa pure a noi. Tornavamo a casa al tramonto, mia madre ci teneva a vederlo che diceva che l’ultimo raggio del sole era verde, me lo indicava. Non l’ho mai visto con esattezza, ma urlavo per farla contenta. “Eccolo, eccolo”.
Ho avuto un’infanzia bellissima. Mia ma mi portava ai concerti sulla Rotonda a San Benedetto del Tronto che avevo cinque anni, sono cresciuta salendo sui jukebox dell’Italia fagottara, senza divieti, senza gabelle, tutto libero. E liberi noi. Ho odorato fino a drogarmi lacche di capelli, gelsomini, telline, salsedine, l’amalgama magnetico di pile di mangiadischi dimenticati in auto. All’asilo al posto delle mutande ho indossato - fiera - costumi di cartone intrisi di mare, ho avuto una papera per salvagente, ho rubato dal mobiletto dei medicinali asprissimi Cebion C che mi squagliavo in bocca, senza acqua. Ho bevuto tutti i Brioschi del mondo. E i Vov, e i Petrus, e cose che manco esistono più. E non esiste più neanche il mio lido preferito. La spiaggia era a un passo da Roma, al limite tra Campo Ascolano e l’inizio di Torvajanica, dove per una bizzarria geoclimatica resistono le dune di una sabbia bianca, farinosa, c’è odore di elicriso selvatico, di piscio, mescolato ai peggiori oli abbronzanti al cocco, al lime, alla nitroglicerina. Lo frequentai da adulta, e a lungo, quel lido anarchico e pasoliniano. Potevi portarti il tuo ombrellone e nessuno ti diceva nulla, anzi, aho benvenuta riccia. A capo di questo lembo di litorale romano c’era il Divino, che già allora, almeno 30 anni fa sembrava un centenario di una tribù Apache. Magrissimo, la pelle letteralmente cotta da sole e sale, capelli biondo platino. Con la famiglia aveva messo su un baracchino con un frigo perennemente rotto. Il menu per l’affezionata clientela prevedeva: biretta calda con ciriola al tonno, ciriola al pomodoro, ciriola al tonno e pomodoro. Fine.
Eppure, che fascino ‘ste Maldive impreviste a mezz’ora da casa dove per fare un tuffo c’era chi si portava la scala e la piazzava in acqua, dove famiglie de fagottari t’offrivano pezzetti di melone, famiglie con mille pupi sistemate con ardore democratico e orizzontale accanto a vitelloni ‘co la panza che se rollavano canne gigantesche commentando con voce stentorea la bontà delle fanciulle bagnanti: “’Anvedi che zinne, tacci tua ciai le chiappe scorpite, mado’ che te farebbe”.
Sui lettini c’erano i nomi degli stabilimenti più improbabili - Lido dei sogni, Sapore di mare, La bella estate, La tua vacanza - sicuramente frutto de furti notturni, ma che il nostro animatore del cuore diceva di aver comprato a un’asta a Fiumicino. Alle 14 in punto, col sole al suo Zenith, mentre partiva l’abbiocco collettivo il Divino scendeva in pista, che era una pedana di legno proprio sul bagnasciuga con sopra due vecchie casse arrugginite ma rombanti. E lì aveva inizio lo sbrocco: musica a palla de cannone e il Divino con perizoma a dimenarsi, daje, sveja, abballamo. Techno coi bpm al minimo, mixata con pezzi di Bertè, Patty Pravo, all’abbisogna anche i Vianella con il must: “Semo gente de Borgata” cantata in coro. Ma soprattutto quel pezzo degli Ace of Base che era la sigla di apertura e chiusura della forsennata danza collettiva, da Torva ai Cancelli di Capocotta. Tramonto e “All That She Wants” strillata fortissimo, come se fosse un inno da tributare al famoso raggio verde del sole che andava a scomparire dentro al Tirreno.
In un giorno di agosto di un anno fa il Divino - che si chiamava Felice Giannotti e abitava a Dragoncello - ha deciso di spegnere la musica e andare a fare casino altrove, unico vero figlio delle stelle di un’estate romana che non esiste più. Perché il mare nostro, degli orgogliosi pezzenti fagottari, ce l’hanno portato via.
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