Il caso Spin Time è il lato più doloroso e feroce della medaglia: 400 persone finite in strada (moltissimi i minori e i fragili) a partire dallo scorso 29 luglio e un’esperienza di socialità resistente, l’unica di questa portata in Italia, che rischia la disgregazione dopo 14 anni di lavoro, mobilitazioni, infinite attività e accoglienza. Quattrocento persone in strada, con 40 gradi, per un incendio subito circoscritto, usato più come un pretesto che per ragioni di sicurezza. Accanto alla gente di Spin Time è scesa in campo una gigantesca fetta della città solidale, poi sono arrivati uomini e donne dello spettacolo e della cultura. E soprattutto si è aperta immediatamente una trattativa tra il Campidoglio, che avrebbe voluto acquisire l’edificio, e la proprietà dello stabile. Il sindaco Gualtieri si è speso in prima persona ma “con amarezza e una certa rabbia” ha dovuto incassare il no dei titolari dell’edificio. Che hanno ben altri progetti. Al posto di Spin Time dovrebbe sorgere, infatti, l’ennesimo hotel di lusso, oltre quattordici strutture nate come funghi nell’ultimo biennio nella Capitale. Anche questo dovrebbe per lo meno aprire una riflessione sul turistificio che si allarga lungo i Sette Colli. Ma troppo è stato concesso ai capitali privati e oggi inevitabilmente pagano i più deboli.
InvestiRe è il board che controlla l’immobile di via Santa Croce Gerusalemme, location molto ghiotta, tra San Giovanni e il Colosseo, non distante dalla Stazione Termini. Dietro InvestiRe, che è una delle grandi Sgr italiane, c’è Banca Finnat della famiglia Nattino, con svariati affari anche oltre Tevere. Ci fu a suo tempo un’inchiesta del Fatto Quotidiano che denunciava conti correnti opachi. Concetto ribadito nel saggio di Gianluca Nuzzi, “Vaticano Spa”, che parlava di clienti molto attenzionati, gente cioè connessa con la malavita organizzata. Il presidente Gianpietro Nattino fu indagato dalla Procura di Roma (su segnalazione dell’Autorità di Informazione Finanziaria vaticana) in merito a presunte operazioni di compravendita di titoli e transazioni finanziarie ritenute anomale risalenti al periodo 2007-2009. La Guardia di Finanza eseguì un sequestro preventivo di 2,5 milioni di euro: l’ipotesi era quella di manipolazione del mercato connesse alla gestione azionaria dell’istituto. Sia detto che Nattino ne uscì pulito.
InvestiRe controlla decine di Fondi Immobiliari, che operano in tutta Italia. E i Fondi, le potentissime “black rocks” che si stanno comprando a peso il nostro Paese, acquisiscono ma difficilmente vendono. Di mezzo, nel caso Spin Time, c’è pure il Viminale che dovrebbe pagare ben 21 milioni alla proprietà per i mancati sgomberi. Anche per questa ragione, e per i motivi politici facilmente ipotizzabili, il Ministero dell’Interno è fortemente contrario a far rientrare le famiglie. Sulla vicenda Spin Time la maggioranza dei media italiani si è svegliata tardi e male, dando più spazio alle passerelle benefiche dei Vips che alla sostanza del problema. E il più grande problema che Roma oggi sta affrontando sono, appunto, i Fondi Immobiliari piombati sulla Capitale dopo il lauto banchetto milanese.
Oggi il sindaco piddino Gualtieri contesta la gestione di InvestiRe, ma non più tardi del mese di maggio 2026 patrocinava con squilli di trombe e dichiarazioni festose la Fondazione Re-Generation . Accanto al primo cittadino, con lo stesso allegro tenore, il presidente di destra della Regione Lazio, Francesco Rocca. Nel direttivo della Fondazione siedono, per l’appunto, tre dei principali attori/Fondi e Società di Gestione del risparmio che stanno cambiando la mappa urbanistica, dunque sociale, della Capitale: InvestiRe Sgr, Dea Capital Real Estate e Fabrica Immobiliare Sgr.
Di InvestiRe abbiamo detto. Dea Capital invece gestisce 12 miliardi di patrimonio in oltre 50 fondi immobiliari ed è controllata al 100% dal Gruppo De Agostini, che fa capo alle famiglie Boroli e Drago. Possiede di fatto il Deposito Ama Montagnola, ex periferia e oggi quasi centro con vista sull’Eur: sono due ettari di suolo pubblico che per tre quarti saranno invasi dal cemento di nuovi palazzi in una zona pesantemente urbanizzata. Tanto che i residenti - chi scrive fa parte del direttivo del Comitato in lotta - pur di fermare il progetto stanno ricorrendo al Tar e raccogliendo i soldi per l’azione legale con un crowdfunding popolare (qui il link per chi volesse fare una donazione ). Per inciso, i vertici di Dea Capital sono stati azzerati da Bankitalia per rischio riciclaggio, ma il Campidoglio invece di usare prudenza, lascia alla Sgr il maquillage della centralissima Piazza San Silvestro dove l’immobiliare si occuperà anche della riconversione di Palazzo Marino in un hotel di lusso della catena Four Seasons di Bill Gates.
Come scrivono i ricercatori Luca Tricarico e Giorgio De Ambrogio, il terzo attore in campo della Fondazione è Fabrica Immobiliare SGR “controllata dal Gruppo Caltagirone — (Il Messaggero, Il Mattino e la Municipalizzata Acea) uno dei gruppi industriali privati più radicati nella storia economica e politica romana. Una storia che non si racconta senza menzionare l’intreccio strutturale con la politica locale e nazionale: dai rapporti con il centrodestra romano degli anni del boom immobiliare, alle partecipazioni incrociate con il sistema bancario e assicurativo, fino alla presenza editoriale che garantisce al gruppo una voce diretta nel dibattito pubblico sulla città che i suoi fondi contribuiscono a trasformare” (qui l’interessantissimo articolo nella sua interezza ).
Su Roma, tra Giubileo e Pnrr, è piombata come manna dal cielo una montagna di soldi, seguirne la scia – follow the money – aiuta a capire cosa sta accadendo. Si chiama gentrificazione e azzera luoghi, vissuti, consuetudini. È un processo accelerato, radicale che non prevede prigionieri: le fasce economicamente più fragili vengono espulse per far posto a ceti solvibili e abbienti, ricchi turisti o nomadi digitali. Sono nel versante sud della città, il popolare Ottavo Municipio da sempre “roccaforte rossa”, le trasformazioni rischiano di cancellare non solo la geografia dei quartieri ma la loro stessa storia. Il caso più eclatante e dibattuto è quello degli Ex Mercati Generali, 9 ettari su via Ostiense. Qui in nome della “rigenerazione urbana” dovrebbe nascere uno studentato di lusso ceduto dal Comune al Fondo americano Hines. Operazione speculativa da 380 milioni che prevede non solo il restauro massiccio degli antichi padiglioni del vecchio mercato ma la costruzione di altri dieci edifici. Sette ospiteranno uno studentato privato da 2.056 posti e duemila parcheggi, alcuni interrati e a pagamento. Una stanza singola costerà fino a 1.050 euro al mese. Cifre impensabili per chi vorrebbe semplicemente concedersi il diritto a studiare. Palazzi anche nell’ex Fiera di Roma (Fondo Orchidea) sulla Colombo e poco oltre il grattacielo per milionari firmato dall’architetto Cucinella in piazza dei Navigatori: 50 mq in vendita a 540mila euro.
Ieri era il sacco dei vecchi palazzinari, oggi impazzano le holding a capitale straniero. I Ceo, i Cda dei Fondi conoscono dell’Urbe a malapena il Colosseo, hanno però idee grandiose pari alle previsioni di profitto o, meglio, il “Cash Flow Statement”. La logica del greenwashing ha modificato per sempre l’anima di San Lorenzo, tra hotel, residence e studentati luxury. Vedi il famoso The Social Hub nell’area dell’ex Dogana, 24mila metri quadri di proprietà del ministero dell’Economia e delle Finanze ceduti per 28 milioni di euro – una cifra irrisoria rispetto ai prezzi di mercato – a Tsh Rome Propco Srl, sussidiaria del colosso olandese The Social Hub, sostenuto da fondi pubblici. A nulla sono valse le proteste dei cittadini. Né qui, né davanti all’inceneritore di Santa Palomba, né in Prati dove il Tribunale di Roma si mangerà un pezzo della collina di Monte Mario, né a Borgo Pio dove è previsto un gigantesco garage sotterraneo, né a Pietralata dove non solo nascerà lo stadio della A.S.Roma con bandiera Usa, ma un intero territorio verrà cambiato nel profondo. Ben 7500 metri quadri saranno occupati dal polo tecnologico Rome Technopole, Ferrovie Italiane punta invece, a ridosso della Stazione Tiburtina, a un nuovo centro direzionale e residenziale con torri, edifici e spazi commerciali.
È modernità questa? È rigenerazione o speculazione? E che città sta nascendo, per chi? Affitti brevi, B&B, housing sociale azzerato stanno producendo una marginalità estrema, una rabbia sociale che chiede risposte. Spin Time ne è la prova, una comunità espulsa che presidia il proprio spazio vitale perfino dormendo sull’asfalto bollente davanti a quella che ieri era un’incredibile esperienza di attivismo dal basso e oggi è un cancello chiuso presidiato dalla Polizia. Non hanno scelte, così come non le hanno i ragazzi che hanno tirato su le tende davanti all’Università La Sapienza.
Perché qui, nel Luna Park all’amatriciana si assiste impotenti alla metastasi di hotel (o pseudo studentati) sotto l’egida soprattutto di Camplus, provider con 10mila posti letto in 17 città italiane e che a Roma si estende da San Pietro fino a Pietralata con prezzi da residence per ricchi. E tutto questo accade nella Capitale, la città che più soffre di una strutturale, irrisolta emergenza abitativa tra sfratti e alloggi temporanei. Come a Bastogi, nella periferia nord-ovest, set del film “Come un gatto in Tangenziale”. Costruito negli anni ’80 per i dipendenti Alitalia e mai utilizzato per questo scopo, è stato acquistato nel 1989 dal Comune di Roma per ospitare temporaneamente le famiglie senza un tetto. La temporaneità da allora è diventata permanente nonostante manchi quasi tutto: assegnazioni certe, ristrutturazioni e manutenzione basica, illuminazione delle strade e infrastrutture.
Spiega a Reti Solidali Enrico Puccini, architetto e ricercatore esperto di politiche abitativa: «Secondo i dati di Roma Capitale, le famiglie in attesa sono circa 17mila, mentre gli alloggi di edilizia residenziale pubblica disponibili sono circa 70mila. È ancora un patrimonio consistente, ma il vero problema è il tasso di ricambio. Il Comune assegna mediamente 350 alloggi l’anno: significa circa lo 0,5% dell’intero patrimonio. È un tasso molto basso, dovuto a diversi fattori: la scarsità di nuove costruzioni, la mancanza di politiche post-assegnazione, il blocco dell’ascensore sociale e, in alcuni casi, anche l’abusivismo, che sottrae alloggi alla disponibilità collettiva. Accanto alla domanda esplicita di famiglie di ceto medio impoverite dalla crisi economica, c’’è poi una domanda potenziale, spesso invisibile: giovani coppie, lavoratori stranieri, anziani soli, studenti fuori sede, lavoratori discontinui. Sono persone che non sempre rientrano nelle categorie tradizionali del disagio abitativo, ma che di fatto, con gli attuali prezzi di Roma, sono escluse dall’accesso alla casa. E con la crescita del costo degli affitti questa fascia rischia di allargarsi ulteriormente». (qui il link dell’articolo )
Un dato confermato dall’ultimo report di Immobiliare.it Insights, che ha analizzato i prezzi del canone delle stanze singole nelle principali città italiane. A Milano i costi si sono ridotti del 4%. A Bologna, invece, del 7.5% (585 euro). Nella Capitale accade il contrario: +7% anno su anno. Oggi per affittare una cameretta ci vogliono in media 615 euro al mese. Sono necessarie politiche serie a livello di governo centrale ma anche un controllo locale rigoroso su Fondi e Holding perché la città pubblica sopravviva a quella privata, pensata per pochi. Una città che non deporti altrove, che non cancelli storie ma sostenga il “diritto a rimanere”. Perché siamo figli e figlie dei luoghi in cui viviamo.La foto in bianco e nero scattata allo Spin Time è di Laura Crialesi per RomaReport
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