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Le cosette di Amenta · Aug 21, 2026

Stan Ridgway, la fessura nel muro

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Daniela Amenta · Le cosette di Amenta

Di lui, e del suo percorso artistico spesso al margine, amo i cosiddetti pezzi minori, quelli oltre il successo di Mexican Radio, Camouflage o Don’t box me in dalla colonna sonora di Rusty il selvaggio di Francis Ford Coppola. Colleziono come diamanti neri scambiati per pezzi di carbone la strabiliante e commovente poetica di Mission in life e Walkin’ home alone, l’amore ai tempi della cucina economica di Denny’s in Knife and Fork, lo scampanio hemingwayano di Mission Bell, l’epica del sole che acceca brava gente e farabutti con equanime, incandescente potenza. Come non invaghirsi perdutamente dei suoi deserti geografici e dell’anima, delle agavi e dei cactus impolverati nelle stazioni di servizio lungo una possibile Mojave Road? Stanard Ridgway è l’America che sappiamo prima di qualunque viaggio, e a memoria, grazie al cinema, alla letteratura e ovviamente alla musica. E’ la terra di frontiera, dei trading post, dei nativi massacrati da un generale “occhi turchini e giacca uguale” e, più in là nel tempo, è la biblioteca di provincia che conserva con religiosa attenzione le collezioni della rivista Black Mask dove esordiva gente come Dashiell Hammett e Raymond Thornton Chandler.

Stanard Ridgway nato nell’high desert di Barstow (California), il 5 aprile del 1945, è l’uomo degli attraversamenti, cresciuto nel crocicchio tra le Routes 66 e 91, l’archetipo degli States gambe in spalla, in viaggio oppure in fuga. E’ il bambino che a 12 anni arriva nella Città degli Angeli e dei demoni caduti su Hollywood, una megalopoli grande quanto una regione, una controversia urbanistica, sociale, un sovrastrato di ceti: dalle mense per disperati delle Soup Kithens ai boulevard con ville faraoniche in collina. La città della metedrina e degli sconfinamenti alcolici, del sangue nei retrobottega o di quello, parimenti nero, degli omicidi eclatanti. A 12 anni Stanard, detto Stan, si nutre di ciambelle, hard boiled, tascabili di Jim Thompson e western, dice di essere stato un perfetto ventriloquo e di essere finito in carcere per il furto di cartelli stradali. E poco dopo, appena teenager, incrocia la musica: si fa regalare un banjo dai genitori, sperimenta e ascolta con ossessiva passione Johnny Cash o Cole Porter, Dylan e Phil Spector, Ennio Morricone ma anche Tennessee Ernie Ford fino a Kurt Weill, Lefty Frizzell e i Genesis di Peter Gabriel.

Ascolta, prova, canta con quella voce leggermente nasale e unica. Il 1977 arriva all’improvviso, come un temporale, e come un fungo allucinogeno dopo la tempesta si aprono le porte del punk. Nascono i Wall of Voodoo, nome imperioso per una storia brevissima e fulminante: un mini Lp e due album appena. Con Stan ci sono i fratelli Marc e Bruce Moreland, chitarra e basso, Chas T. Gray alle tastiere e Joe Nanini alla batteria. E nel marasma di svisate, rullate e grazia sgraziata di quel tempo velocissimo, i Wall of Voodoo servono un cocktail potente, a base di alcol puro e peyote, roba che mescola il mescolabile, ma non somiglia a nulla di preciso. La musica è l’alchimia di tutte le passioni di Stanard ed è veramente difficile da definire quel suono suonatissimo, così denso, ipnotico, sporco, selvaggio, a tratti lisergico. Durerà poco. Ridgway lascia il gruppo che dopo di lui si sfalda come una rosa appassita. Nella tragicità di questa storia ci sono anche le morti premature di Nanini e Marc Moreland, nel 2000 e nel 2002, finché nel 2006 è Ridgway a raccontare la storia del suo gruppo in uno dei pezzi più dolorosi della sua (quasi) fluviale discografia: Il brano si intitola Talkin’ Wall of Voodoo Blues pt. 1. La canzone è proprio un omaggio postumo agli ex compagni d’avventura, è un bilancio sofferto sugli errori commessi per inesperienza e ingenuità ed è un durissimo atto d’accusa contro i rapaci che girano nello show-biz e sfruttano il talento altrui.

“Poi sono arrivati ​​gli squali e ci hanno circondato
Un grande manager di Sting
Ha detto firmate qui, ragazzi, diventerete tutti delle star
Il contratto era come un libro
Duecento pagine
Abbiamo firmato lì su quella linea tratteggiata
Solo un dollaro per ogni canzone
Solo uno
Abbiamo fatto un concerto per quarantamila dollari
E il manager si è preso ogni centesimo
Ogni maledetto centesimo
Quindi, se vuoi formare una band
Preparati per un bel viaggio
Non lasciare che donnole, squali, demoni e viscidi
Ti costringano a scendere a compromessi”.

Il grande manager citato è Miles Copeland III, fratello di Stewart batterista dei Police, e fondatore della I.R.S., l’etichetta che mise sotto contratto i WOV. Probabilmente memore di tutte le fregature prese, Ridgway nel tempo è diventato molto più attento. Come accadde al Piper di Roma, 20 giugno 1989, primo show in assoluto del californiano nella Caput, grandissimo entusiasmo di noi seguaci. In questo caso volle i soldi in anticipo: prima pagare, poi musica. Per questo il concerto iniziò con un discreto ritardo. Faceva già caldo e la folla rumoreggiava. E io che in quel locale avevo fatto la cameriera e l’ufficio stampa pur di vedere la musica gratis, mi intrufolai dietro le quinte, fino ai camerini, tanto conoscevo pure i buttafuori che mi avrebbero fatta passare. Bussai, nessuno rispose, aprii uno spicchio di porta. Stan aveva un leggero impermeabile scuro, era seduto su una poltroncina e scuoteva la testa ripetendo qualcosa che somigliava a “money first”.

Seguì un lungo dibattito tra lui e il tour manager italiano a botte di “facciamo i conti dopo”, “intanto hai già preso un buon anticipo”, “avrai il tuo cachet, qui non scappa nessuno”. Niente da fare, Ridgway aveva visto la sala piena zeppa e pretendeva il saldo. Mi intromisi perché mai e poi mai avrei perso lo show. Dissi solo: “Please mister, you got a mission in life”. Mosquitos era appena uscito e io ero rimasta folgorata da quell’ultima traccia dell’album, a tutt’oggi una delle mie canzoni da isola deserta. Mi guardò di traverso, mentre la trattativa economica andava avanti. Lui e l’organizzatore del tour raggiunsero un accordo. E finalmente Stanard, tra urla e applausi si decise: suonò, cantò, scacciò con la mano le zanzare, fece salire sul palco i suoi personaggi usciti da un film di serie B, prese per mano Carole e Peg, e Sue e Pete, li riportò davanti al bancone dove vengono serviti oceani di alcolici per poter naufragare anche senza tempeste, ci lasciò sentire la compressione dell’aria quando The Big Heat cresce come una fitta sulla pelle e alla fine ci fece ritornare a casa da soli, con mille pensieri nella testa.

Di Ridgway comprendo anche le scelte più estreme: svincolarsi dalle manipolazioni dell’industria discografica e formare i Drywall con la moglie Pietra Wexstun, un progetto ostico, apocalittico, non sempre centrato ma necessario per recuperare spazi di totale autonomia, ovvero: farsi espellere dal Circo Barnum sonoro pur di respirare scampoli di libertà. Così come, in questa ottica, sono giustificabili i dischi distribuiti poco e male, la collezione di colonne sonore già archiviate nel retrobottega mnemonico dei più, le collaborazioni anche autorevoli ma che per la Legge di Murphy poi si perdono nel marasma delle troppe miniature nella credenza del salotto liso.

Eppure come non amare questo eterno outsider dal talento esagerato? Questo “honest man e” insieme “mister trouble” che ha creato un suono, uno stile, imparagonabile con tutto quello che c’è stato prima o dopo? Nel 2016 senza neanche capire bene cosa stesse accadendo si prese il Premio Tenco alla carriera, omaggio a un ex ragazzino che voleva “cantare cose terribili e coltivare una passione per gli strumenti strani”. Capace di frequentare Hal Wilner ma anche di suonare con artisti italiani orgogliosamente a latere come Luca Faggella e Giorgio Baldi, quest’ultimo chitarrista in due “tributi” alle strade di Roma pubblicati su Badcamp, piattaforma alternativa a ogni multinazionale, con tanto di citazioni felliniane nei video.

Perché poi, forse, il cinema muove perfino più della letteratura l’ispirazione di Ridgway, un cavaliere elettrico perfetto per le pellicole di David Lynch, soprattutto in quelle scene di velluti blu o tende rosso sangue, lì dove il mistero gioca a nascondino con la verità più crudele e un signore di Barstow continua a ripetersi “Play it again”.

And again and again.

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