Il 7 agosto del 1990 Roma era vuota ed era bellissima. Zero traffico, rari i turisti, tutta nostra la città per chi rimaneva. I pochi negozi aperti iniziavano ad abbassare le saracinesche, bisognava fare la scorta di sigarette o percorrere chilometri per trovare un bar aperto. Roma era vuota ed era bellissima. Il caldo era diverso, sopportabile, il mare di Ostia a un passo, sembrava il Paese della Cuccagna quella città deserta in cui all’improvviso, di notte, si sentiva il suono delle fontanelle. Come una sinfonia da intercalare al frusciare quieto del Tevere. Erano i tempi delle vacche grasse, quando si andava in vacanza in massa. Pochi a lavoro. Tra i pochi lei, Simonetta Cesaroni. Era andata a sbrigare un po’ di pratiche, le ultime prime delle ferie, nello studio dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù, in via Poma 2, terzo piano dell’edifico 1B. Fu trovata morta ammazzata, seminuda, ai piedi i calzini bianchi, le scarpe da ginnastica fuori dalla porta dell’ufficio.
Via Poma 2, quartiere Prati, o meglio la parte più nobile dell’unico rione di Roma disegnato secondo i dettami del Primo Piano Regolatore. Un caseggiato per ricchi, con il giardino interno: le palme, la Bouganville rigogliosa, i vialetti curati. Zona di avvocati, di notai, di commercialisti, zona Rai, zona di bar dove la tartina con il salmone accompagna da sempre chiacchiere e preliminari di contratti. Nel 1984 in via Poma 2 c’era già stato un omicidio irrisolto, quello di Renata Moscatelli, anziana signorina tutta Chiesa e opere di carità.
Ma quel 7 agosto la notizia del secondo delitto interrompe per sempre la quiete estiva. Troppo sangue, troppa efferatezza, troppi misteri.
Lei, la vittima, di un giallo diventato quasi letteratura si chiama Simonetta Cesaroni, 21 anni. L’esame autoptico rivela: sul corpo 29 ferite, probabilmente inferte con un tagliacarte: sei al viso, otto tra le spalle, le braccia, sul seno; quattordici dal basso ventre al pube, ai lati dei genitali, sopra e sotto. Anche un morso, su una mammella. Viene ritrovata senza vita dalla sorella Paola alle 23.30 di quel 7 di agosto, dopo una giornata di attesa, di ricerche, di ansia crescente. È Paola a rintracciare il datore di lavoro di Simonetta, si chiama Salvatore Volponi. Ad aprire la porta dello studio, terzo piano dell’edificio 1B, sarà Giuseppa De Luca, moglie di Pierino Vanacore, il portiere di quel condominio elegante, color biscotto.
Io lavoravo da poco all’Unità, ricordo le prime foto arrivate in redazione, allora la scena del crimine non veniva neppure interdetta, c’era un sacco di gente, troppa, a inquinare le prove. Foto in bianco e nero dove il sangue non era rosso ma si intravedeva lo stesso: macchie scure, buie, macchie come voragini, come incubi, una scia di sangue.
Proprio Vanacore è il primo ad essere accusato, poi sarà il turno di Volponi, poi ancora di Federico Valle, figlio di un avvocato e nipote dell’urbanista che progettò l’edificio e che lì abitava, proprio al piano di sopra dell’ufficio dove avvenne il delitto. E infine di Raniero Busco, l’ex fidanzato della ragazza. Tutte piste investigative che si concludono con un nulla di fatto, tutti buchi nell’acqua, tutti gli indagati saranno scagionati.
E allora chi è stato? Chi è stato ad entrare in quello studio, a prendere Simonetta a schiaffi fino a tramortirla, a inseguirla nelle stanze dell’Associazione, a placcarla, farla cadere in terra, e poi a immobilizzarla premendole le ginocchia sui fianchi così forte da provocarle ematomi? E il sangue?. Chi pulì il sangue di Simonetta da quell’appartamento usando addirittura la candeggina? E gli abiti della ragazza, i pochi gioielli che aveva addosso che fine fecero? E l’arma? Che arma fu usata? Dov’è? Mistero. Oggi il caso è stato di nuovo riaperto, la Procura di Roma sta valutando 15 diversi profili genetici di uomini e donne passati, a vario titolo, sulla scena del delitto e in quel comprensorio. Tracce su un bicchiere di plastica contenente acqua, sul bordo di una tazzina di caffè. Materiale da sottoporre a comparazione con le impronte mortali sul reggiseno e il corpetto della ragazza. Paola Cesaroni, la sorella della vittima, affida agli esiti del Dna le sue ultime speranze. Dice che forse c’è una traccia inedita, dice: “Speriamo”.
In trentasei anni questa storia, questo femminicidio efferato e inspiegabile, è stato coperto da segreti, silenzi e piste sbagliate sullo sfondo di un condominio chiuso su sé stesso come una conchiglia dove l’appartamento incriminato è stato prima affittato a un notaio, poi è diventato un bed and breakfast di lusso con grandi cuori in cartongesso a delimitare il perimetro delle stanze. Segreti e colpi di scena: esami fuori tempo massimo, l’ombra dei Servizi segreti, a un certo punto spuntò anche un super testimone – tal Roland Voller - che di fatto depistò l’inchiesta. Tutti indagati ma nessun colpevole: l’ex fidanzato di Simonetta tirato in ballo a forza quando era evidente che non c’entrasse, che si sarebbe potuto risparmiare la gogna e un processo. Eppure, questa storia è ancora un rivolo di sangue nero, rappreso, sotto il sole di un giorno d’agosto. Chi è entrato e uscito dal giallo di via Poma porta ancora i segni. Pietrino Vanacore, il portiere, il primo sospettato come complice del delitto, si è tolto la vita il 9 marzo del 2010, si è ucciso gettandosi in mare, vicino a Torricella, lungo il litorale Tarantino dove viveva da anni, lasciando una scritta su un cartello: “20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio”. Un suicidio in 50 centimetri d’acqua. Strano, vero? Valle ha invece cambiato cognome, oggi è un anonimo signore che forse vive lontano dall’Italia. Busco sta ancora cercando ancora di dimenticare. Ma di stranezze è piena questa vicenda oscura e terribile.
L’omicidio di Simonetta Cesaroni è diventato, appunto, quasi un genere letterario, tra inchieste e thriller. La ragazza per sempre ragazza col costume bianco, in una foto al mare, la ragazza senza ombre che abitava in periferia, quartiere Don Bosco, figlia di un tramviere e una casalinga. Vite semplici distrutte da 29 colpi inferti con una violenza disumana.
Piste, libri, indagini parallele. Nel 2020 esce “Giallo di Via Poma”, sorta di romanzo scritto dal giornalista di Repubblica Massimo Lugli e dall’ex dirigente dell’Omicidi, Antonio del Greco. Del Greco riceve una “soffiata” capace di fare traballare l’alibi di un personaggio già coinvolto nelle indagini all’epoca dei fatti: l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, ex presidente regionale degli Ostelli della gioventù. L’inchiesta viene riaperta dalla Procura di Roma. Sempre Di Sarno viene chiamato in causa in un altro testo-inchiesta uscito a gennaio 2023. L’ha scritto la giornalista Raffaella Fanelli per Ponte alle Grazie. Si intitola “Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni?”, e l’autrice che non ha dubbi su chi sia stato l’assassino.
Alla luce di questa pista si può ipotizzare che il libro più attendibile scritto su via Poma fosse già nelle carte di 36 anni fa, in un verbale redatto da un poliziotto e inviato a un dirigente della Digos e chissà perché finito nel dimenticatoio. In due paginette l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno è descritto come “noto fra gli amici per la dubbia moralità e le reiterate molestie arrecate a giovani ragazze, episodi che seppure a conoscenza di molti non sarebbero mai stati denunciati grazie anche alle ‘amicizie influenti’ dallo stesso vantate”. E poco oltre: “Il giorno del delitto, pressappoco nell’ora riportata dai media come quella presunta dell’omicidio, l’avvocato sarebbe rientrato affannato e con un pacco mal avvolto presso la propria abitazione”, distante poco meno di 100 metri da via Poma, uscendo poco dopo con una “grossa borsa”. L’uomo, sentito anche a processo nel 2010, snocciolò una sequenza di “non ricordo e non so”. Francesco Caracciolo di Sarno è morto il 22 agosto del 2016
Chissà se Simonetta avrà mai giustizia.
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