TikTok è una strana bestia. Certo, lo sta dicendo un boomer, uno che non lo usa, non lo vive, non lo “abita” come si dice oggi, e quindi non riesce a capirlo fino in fondo (ma in realtà manco in superficie). Già non sono stato capace di sfruttare Instagram al massimo per crearmi uno straccio di visibilità social, figuriamoci una piattaforma gggiovane.
Quello che sicuramente Instagram ha, rispetto a TikTok, è la capacità di creare community. O forse dovremmo dire “aveva”, perché il social network ha smesso di essere social da un bel po’ di tempo per stessa ammissione di papà Zuckerberg1, ed è diventato un mondezzaio su cui si scarica ogni tipo di pattume. Ma sarebbe una visione troppo limitante: la realtà è che se si è bravi, capaci, belli (che mai guasta), con qualcosa di interessante da dire e con un piano giusto per dirlo si possono ancora aggregare tante persone con gli stessi interessi attorno a sé. Il fatto che io non abbia nessuna di quelle caratteristiche non mi dà il diritto di lamentarmene, anche perché nonostante il mio scarso impegno avere qualche migliaio di seguitore, oggi come oggi, è comunque un traguardo (soprattutto considerato che si tratta di un secondo profilo rifatto da zero, dopo l’hackeraggio del primo). Sicuramente, nella mia nicchia non si verificano più le conversazioni interessanti di un tempo, e l’algoritmo non aiuta a farsi trovare.
È qui invece che TikTok dimostra di giocare in un altro campionato, bizzarro e senza regole. Perché lì qualsiasi scarsone - incluso il sottoscritto - ogni tanto può finire nelle grazie dell’algoritmo e intercettare la nicchia giusta. E non lo capisci dalle visualizzazioni (calcolate a pochi secondi), né dai cuoricini (per qualche strano motivo su Instagram si è tirchi di amore, su TikTok invece lo si elargisce senza problemi), ma dalle interazioni: a un certo punto ti ritrovi un video pieno di commenti e non capisci che è successo.
No, non sei improvvisamente diventato un creator superstar: l’ubriacatura dura al massimo un paio di video, con qualche residuo positivo in termini di views su quelli circostanti. Ma, anche se vedi il numero dei follower aumentare, si tratta di persone di passaggio, che non ti cercheranno attivamente, forse non rivedranno altri tuoi contenuti, e che seguono te come seguiranno il profilo di un San Bernardo che fa tip tap. Ma, in quel breve momento di partecipazione attiva, puoi capire tante cose, o almeno una piccola cosa di una piccola fetta di mondo.
A me è successo due volte. La seconda, di recente: dopo un breve viaggio in alcuni paesi dei Balcani (Albania, Macedonia del Nord, Kosovo) ho fatto la mia usuale rassegna di pizzerie visitate. Se i video registrati nei primi due paesi hanno raccolto una manciata di views, è al mio arrivo in Kosovo che la situazione mi è esplosa tra le mani: ripeto, non per le decine di migliaia di visualizzazioni raccolte, ma per l’enorme quantità di commenti. I quali si sono divisi principalmente in tre categorie:
Valutazioni generali sulle pizzerie da me visitate, con consigli per andare a provarne altre quando addirittura non inviti: un classico dei commenti che ricevevo ai tempi belli di Facebook, ed esattamente quelli che mi aspetterei sotto un profilo come il mio.
Ringraziamenti per aver visitato il loro paese e aver diffuso la loro cultura: la qual cosa mi ha fatto da un lato sentire orgoglioso (in effetti, quanto si parla del Kosovo?), dall’altro imbarazzato (parlo di pizza, io, mica sono Alberto Angela), ma comunque nel complesso felice.
Qualche cazziata per aver definito le pizze che ho provato “cheap”, economiche, quando non lo sono per niente per la gente del posto.
Ecco, qui si entra nel campo delle prospettive, della semantica ma soprattutto nella capacità di condensare un pensiero in pochi secondi di video (soprattutto nel mio caso in cui, non solo parlo a braccio, ma lo faccio anche in inglese, che per quanto pensi di parlarlo bene non è certo la mia lingua madre).
L’equivoco è molto semplice: per noi italiani il Kosovo, come gli altri paesi dei Balcani, è davvero una destinazione economica. E questo anche agli occhi di noi terroni, che negli ultimi anni abbiamo visto nelle nostre città i prezzi aumentare in maniera assurda a causa di inflazione, caro vita e overtourism, ma che nonostante tutto continuiamo a ringraziare di non vivere a Milano.
Nel mio caso specifico, poi, negli ultimi anni di blogging ho imparato a utilizzare la pizza come metro supremo di paragone del costo della vita nelle varie città del mondo, per comprendere quanto quel piatto venga percepito o meno come un bene di lusso oppure una commodity, e come si configura rispetto ai prezzi dei ristoranti locali e ai salari medi. Fermo restando che il più delle volte io mangio pizza napoletana, che negli altri paesi si pone come un prodotto di cucina "etnica2”, con tutti i costi correlati di reputazione e di materie prime certificate.
In Kosovo ho mangiato ottime pizze napoletane a Pristina, Gjakova, e Prizren: neanche a farlo apposta, il prezzo di una Margherita è aumentato di città in città per vari motivi, ma si tratta di una differenza a prima vista risibile: da 5.90€ a 6.50€. Oggi come oggi una pizza a Napoli costa in media 6€ (la si trova ancora anche a 5€, ma è rarissimo), a cui si deve aggiungere il costo del coperto (che viaggia tra 1 e 2.50 euro) e l’acqua (1.50-2€ per una bottiglia da 500ml). Il coperto è una stortura tutta italiana, e anche per quanto riguarda l’acqua raramente in altri paesi mi è capitato di vedermi rifiutata quella gratuita del rubinetto: il Kosovo si pone tra le fila di quelli virtuosi.
Se a tutto questo aggiungo che in tutte le occasioni ho mangiato un ottimo prodotto artigianale con ingredienti importati dall’Italia - la qual cosa incide ulteriormente sul prezzo - mi sembra chiaro che, dal mio punto di vista, una pizza che nel complesso pago anche meno di quanto pagherei nella mia stessa Napoli risulta molto economica. Figuramioci se il mio punto di vista fosse quello di un milanese.
Ma non è quello di un Kosovaro. E sono in molti di loro ad avermi fatto notare che 6€ per una pizza, per una persona che guadagna al mese dai 300-350 € (minimo sindacale) ai 500-600 € (stipendio medio) è “fucking expensive!”. Hai voglia a spiegare nei commenti che la mia è la prospettiva di uno straniero, che i miei video non sono mirati esclusivamente ai locals ma ad altri turisti come me, ecc.
Il punto è che, a conti fatti, spiegarlo non raddrizzerebbe il mio torto. Perché, anche se nelle mie intenzioni non volevo mancare di rispetto a nessuno, di base ho commesso l’ingenuità di valutare un elemento di una cultura locale secondo i miei parametri di giudizio stranieri. E ti rendi conto di quanto certe parole che tu ritieni siano neutre assumano in realtà un carico di significato diverso a seconda del tuo interlocutore.
Ci sono già passato più volte tempo addietro e avrei dovuto imparare. “Never assume a person’s income”, mi disse l’autista di un bus una delle prime volte che accompagnai un gruppo di turisti americani quando vivevo a Londra, nel sentirmi utilizzare parole come “cheap” o “affordable” per consigliare posti dove mangiare. Per lo stesso motivo ci misi molto anche a capire perché i miei colleghi inglesi - e quindi madrelingua - utilizzavano invece la più appropriata espressione “value for money” per dire che una cosa fosse economica senza offendere nessuno.
Ma nascondermi dietro la competenza linguistica è solo una scusa per non ammettere che in realtà sono sempre intrappolato in alcuni costrutti mentali che mi impediscono di vedere oltre le mie necessità: una pizza a 6€ può essere economica per me che ho una certa capacità di spesa, ma cosa ne direbbe magari un giovane studente della mia stessa città? Non devo per forza riferirmi alle capacità di spesa di un residente in un altro paese per capire che viaggiamo con parametri totalmente differenti.
Certo, io non me la prendo quando i turisti dal nord Italia vengono a Napoli e sono felici perché “qui si mangia bene ed è tutto così economico”, facendogli notare che forse lo è per loro ma non per moltissimi napoletani che tirano a campare. Perché non vedo un intento malvagio nelle loro parole, perché credo sia normale godere dei vantaggi del geoarbitraggio quando si viaggia, e perché io stesso mi rendo conto del privilegio di vivere in una città caratterizzata dal costo della vita più basso.
Ciò non toglie che le rimostranze di quei commenti da parte di molti kosovari fossero più che giustificate; che spiegare il mio punto di vista fosse legittimo ma allo stesso tempo fosse anche giusto chiedere scusa per il termine inappropriato; e che forse scrivendo questa newsletter riuscirò finalmente a imprimermi nelle cervella che certe parole vanno usate con cautela.
Con tutto il limite dei pochi secondi a disposizione. La vita algoritmica di un TikTok spesso dura meno del TikTok stesso, ma in casi come questi mi porto a casa un insegnamento di lunga durata. Almeno, speriamo, stavolta.
ALTRO DA ME
Dopo un anno di assenza, sono ritornato al Campionato Mondiale della Pizza di Parma. C’è una battuta ricorrente tra noi addetti al settore per cui ogni settimana si tiene un campionato mondiale di pizza (leggi questa mia newsletter, in proposito), ma torno a ribadire che quello di Parma è il più vecchio, il più grande e il più importante. Per lo meno, come competizione atletica: la cornice è infatti più piccola rispetto ad altri campionati che si tengono in manifestazioni fieristiche più imponenti come il Pizza Expo di Las Vegas o il Pizza Village di Napoli. Per l’appunto, però, qui tutto ruota attorno alla competizione, e per numeri e organizzazione l’impatto è decisamente più immediato.
Ma, rispetto agli altri anni, quest’anno mi sono ritrovato come collega del team editoriale della storica rivista Pizza & Pasta Italiana, che per l’occasione si è presentata in una veste del tutto rinnovata: un naming che gioca sull’acronimo (PEPITA); un’estetica più pop; un ridimensionamento e l’aumento del numero di pagine (e gli inserzionisti sono felici); ma soprattutto il fatto che viene ora presentata in doppia lingua, italiano e inglese, rendendosi pronta a tutti gli effetti per la distribuzione sul mercato internazionale.
Ho passato mezz’ora con Manuel, uno dei responsabili del team grafico, ad approfondire tutte le scelte che hanno portato a questo rinnovamento, la cronistoria dell’evoluzione e addirittura aneddoti simpatici quali l’acquisto di due licenze per font a tema pizza appositamente per la rivista: sono quei particolari che raccontati così sanno tanto di nerdismo, ma quando te li comunica chi ha passione per il proprio lavoro non puoi fare a meno di galvanizzarti per l’entusiasmo e la soddisfazione di un prodotto ben fatto.
Purtroppo questo numero di aprile che vede la transizione non gode della presenza di un mio articolo, ma non potevo non parlarne, visto l’enorme piacere che ho di poter finalmente collaborare con questa testata. Ma, già che ci sono, raccomando invece la newsletter di una firma della rivista di lunga durata: Capricciosa, di Giusy Ferraina, che al Campionato di Parma ci ha dedicato il numero di aprile.
TUTTI I LINK AL MIO PROGETTO PIZZA
Pizza DIXIT: il blog da cui nasce tutto, in cui parlo di pizzerie napoletane all’estero.
Pagina Facebook: qui parlo di pizza mangiata un po’ ovunque, faccio riflessioni varie, e condivido articoli scritti da me pubblicati anche su altre testate.
Profilo Instagram: qui puoi seguire nelle storie i luoghi e le pizzerie che visito, e avere qualche narrazione più variegata tramite i reel.
Gruppo Facebook Pizza Social: spazio di discussione con altri amanti della pizza, in cui parlo di temi come quelli di questa newsletter, ma in cui chiunque può lanciare una discussione.
Che Pizza - Il Podcast: il podcast creato da Simon Cittati di cui sono stato co-host per tre anni e che è poi stato lasciato interamente nelle mie mani. Ha anche un profilo Instagram dedicato e un suo canale Telegram con gruppo annesso.
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Mi chiamo Giuseppe A. D’Angelo, ma puoi chiamarmi Peppe: scrivo di pizza dal 2015 sul mio blog Pizza DIXIT e anche altrove. Non faccio talk, non pubblico libri, non offro consulenze, non insegno in nessuna accademia: insomma, LinkedIn mi odierebbe.
L’ho messa tra virgolette, ma la definizione non sarebbe impropria: certo, noi napoletani non siamo un’etnia - e anche la definizione stessa di cucina etnica è stata più volte bollata come colonialista - ma di fatto alla nostra pizza è legato tutto un sostrato culturale fatto di folklore e tradizioni spesso rappresentato nelle pizzerie all’estero, che potrebbero classificare il piatto come etnico.
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