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C'è Pizza · May 8, 2026

La "Taipei Cinese" che non mi va a genio

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Giuseppe A. D'Angelo · C'è Pizza

Nell’ultima newsletter ho raccontato una storia incentrata su un’azienda di caffè che solo alla fine è sconfinata in un suo legame diretto con la pizza. Nessuna sorpresa: se segui questa newsletter da tempo sai che qui si parla di pizza, ma che quasi sempre è solo un appiglio, un elemento sullo sfondo o di passaggio per parlare di argomenti molto più ampi.

D’altronde pizza e caffè non rappresentano solo la cultura italiana, ma sono parte di quell’ecosistema di cibi e bevande che hanno avuto una diffusione globale e sono trasversali a tantissimi se non a tutti i paesi del mondo. In particolar modo il caffè segue delle rotte assurde: grossa parte della produzione mondiale avviene nei paesi dell’America Latina, poi ci pensiamo noi italiani a dargli quella tostatura così scura di cui ci vantiamo e lo rivendiamo ad altri paesi con quell’indistinguibile aroma che ci contraddistingue. Il caffè italiano va fortissimo in paesi come la Corea e il Giappone, nonostante nei vicini paesi asiatici la produzione sia rinomata (Vietnam, Thailandia, Indonesia tra i principali produttori).

È un po’ la stessa cosa che è successa col tè: la produzione è tutta localizzata in diversi stati africani e asiatici. Ma la massificazione passa per gli storici marchi inglesi che hanno dominato le rotte commerciali per secoli e oggi sono strettamente associati con la bevanda: Whittard, Tetley, Twinings (orrore!) e Lipton (triplo orrore!). È un po’ come il fatto che nell’immaginario globale la pizza sia associata principalmente a marchi come Domino’s e Pizza Hut, alla faccia delle nostre pretese di artigianalità.

Proprio a dimostrazione che certi alimenti sono globali e viaggiano spesso assieme, te li ritrovi in compagnia quando meno te lo aspetti. Il SIGEP di Rimini, nata come fiera dolciaria, si è nel tempo allargato ospitando i campionati mondiali del caffè e della panificazione, e dedicando a partire dall’anno scorso un’intera area alla pizza, che fino agli anni precedenti faceva capolino solo come ospite. Fino a che siamo in Italia, però, tutto regolare. Ma io che qualche anno fa mi sono ritrovato a mangiare pizza napoletana in una fiera del tè e del caffè a Taipei mi sto ancora chiedendo il perché.

Una delle pizzerie visitate nel mio giro a Taiwan

Sono passati tre anni, e già allora raccontai la bellissima esperienza che avevo vissuto in quel paese tra pizzerie, piantagioni di tè e coffee shop in questa newsletter. A Taiwan ci ero andato proprio spinto dalla mia curiosità di indagare sul mondo della pizza artigianale napoletana in quel paese, particolarmente in fermento, ma meno chiacchierato rispetto ai più ingombranti vicini coreani e giapponesi. A dirla tutta, la stessa isola-stato rimane ancora un puntino abbastanza ignorato dalle rotte dei turisti verso i paesi asiatici.

Ci tengo a sottolineare l’espressione che ho utilizzato: isola-stato. Per quanto ufficialmente Taiwan sia riconosciuta come indipendente solo da 12 nazioni nel mondo, quasi tutte microstati - tra cui Città del Vaticano, l’unico europeo - nei fatti parliamo di un’entità con una sua sovranità, un parlamento, una capitale e un modello di democrazia difficilmente riscontrabile in altri paesi asiatici. Non ci sono ambasciate, ma vari paesi come l’Italia hanno degli uffici di rappresentanza commerciale e culturale che svolgono un ruolo simile.

Se un comune cittadino come me può avere una sua opinione personale e dire “Taiwan esiste come paese indipendente e merita un posto di rappresentanza nelle Nazioni Unite” (organizzazione di cui tra l’altro è stato fondatore quando era Repubblica di Cina, ma da dove poi è stato estromesso nel 1971), la maggior parte dei governi non si arrischia a fare lo stesso per paura di farsi nemici il partner commerciale più importante che ci sia al mondo: la Cina. È lei che proprio non riesce ad accettare che quella piccola isoletta nel Pacifico le sia sfuggita di mano, che non sia un’estensione del suo dominio ma che sia un popolo separato non solo da uno stretto, ma da una cultura totalmente differente. Anzi, svariate culture, vista la presenza di numerose popolazioni indigene dell’isola che parlano lingue differenti (il governo taiwanese ne riconosce 22 ufficiali).

Più volte abbiamo visto la Cina offendersi e fare la voce grossa quando qualche organizzazione o leader fa o dice qualcosa che implichi il riconoscimento di Taiwan come nazione sovrana. In tempi recenti abbiamo visto vari diplomatici in viaggio a Taiwan richiamati in patria per evitare controversie con la Cina1. E l’anno scorso, all’Expo di Osaka, una manifestazione culturale taiwanese ha scatenato le ire di funzionari cinesi per il semplice fatto che sullo sfondo si intravedesse una minuscola bandiera di Taiwan, che è stata coperta all’ultimo momento con conseguenze sull’esibizione stessa.2

Taiwan non può nemmeno partecipare alle Olimpiadi con il suo nome, ma sotto il nomignolo di “Chinese Taipei”. Chevvordì? È il risultato di un compromesso conseguito nel 1981 in seguito a una disputa diplomatica protrattasi negli anni che in realtà ha più a che vedere all’origine con le dispute sul nome storico dell’isola - Repubblica di Cina - opposto a quello della Repubblica Popolare Cinese - con capitale Pechino (è un guazzabuglio storico di cui anche io faccio fatica a mettere insieme i pezzi, quindi se vuoi saperne di più ti consiglio di fare quello che cerco di fare io: studia3). Taiwan non può né esporre la propria bandiera - sostituendola con quella del fiore di pruno - né suonare l’inno nazionale.

Nel corso degli ultimi decenni, però, l’identità taiwanese come popolo indipendente si è formata, ed è col nome di Taiwan che vogliono presentarsi al mondo. Ogni tentativo di non riconoscimento che venga dalla Cina o per sua influenza è un atto di umiliazione al quale il paese si trova a sottostare. E uno di questi è avvenuto proprio di recente, e si collega al tema con cui ho aperto questa newsletter.

La Specialty Coffee Association, l’associazione internazionale che assegna i punteggi di qualità ai vari caffè prodotti nel mondo e che organizza diversi campionati per baristi, ha recentemente dichiarato che i partecipanti ai World Coffee Championship provenienti da Taiwan verranno etichettati come rappresentanti di “Chinese Taipei”, esattamente come alle Olimpiadi o nelle competizioni calcistiche della FIFA. Questo, nonostante Taiwan partecipi alle gare dei WCC dal 2007, vincendo anche il premio di miglior barista nel 2016.4

È un colpo duro per tutti i gareggianti taiwanesi, che per l’ennesima volta vedono la propria cultura svalorizzata agli occhi della comunità internazionale e ridotta a mera provincia della Cina. Una nazione con la quale il popolo taiwanese non si riconosce e non si identifica. A peggiorare il tutto, la decisione della SCA ha valore retroattivo, e i vincitori delle passate edizioni, come il barista Berg Wu nel 2016 e il campione di latte art di quest’anno Lin Shao-Sing, si troveranno a rappresentare un’entità che sentono estranea.

Di fronte a imposizioni di questo tipo i taiwanesi non possono che ingoiare il boccone amaro, perché l’alternativa purtroppo sarebbe quella di non partecipare alle competizioni internazionali, facendo mancare la rappresentanza del proprio paese.

La notizia mi ha colpito particolarmente e mi ha fatto tornare con la mente proprio a quel bellissimo viaggio nel 2023 quando, trovandomi a Taipei e scoprendo che proprio in quei giorni c’era una mega fiera del tè e del caffè decisi di andare e ci passai tutta la giornata. Lì ritrovai Isabella, taiwanese che avevo conosciuto a Napoli e che ora produce tè nella regione del Nantou commerciandolo con nomi italiani. Lì incontrai inaspettatamente dei pizzaioli in due differenti stand, che sfornavano pizze in un contesto in cui tutti non facevano altro che bere bevande calde. E lì, per la prima volta, assistetti a una competizione dei WCC, il Coffee in Good Spirit, dove baristi da tutto il mondo sottoponevano i loro mix di caffè e alcolici al palato dei giurati taiwanesi.

Il mio viaggio a Taiwan mi ha lasciato tantissimo dentro, soprattutto la voglia di continuare ad approfondire la cultura del paese. Da allora seguo sempre i profili social di Taiwan Plus5, l’emittente nazionale che comunica al mondo in lingua inglese, per continuare a tenermi informato su luoghi, politica, economia. Ma la relazione principale con l’isola la mantengo con molti dei pizzaioli che ho conosciuto lungo il mio viaggio, e che sono stati proprio il motivo principale con cui lo intrapresi.

Negli ultimi anni ho rivisto molti di loro a Napoli, ovviamente sempre di fronte a una pizza. Uno di loro, Giuseppe Tsai, mi ha reso anche l’onore di appendere una foto scattata insieme nella sua pizzeria Bassotto di recente aperta a Kaohsiung. Una particolarità: ho conosciuto Giuseppe prima come barista, che come pizzaiolo, in quanto ha un’attività di bar nella stessa città in cui serve principalmente espresso italiano. Ovviamente a marchio napoletano Passalacqua.

Con vari pizzaioli taiwanesi in visita a Napoli

Caputo, uno dei maggiori fornitori di farine per pizza in Italia e all’estero, organizza vari tornei per pizzaioli in giro per il mondo per promuovere i suoi prodotti, e un’edizione della Caputo Cup si svolge proprio a Taiwan. La competizione mondiale che si tiene ogni anno al Pizza Village di Napoli vede la partecipazione di vari pizzaioli taiwanesi. In entrambi i casi non mi risulta che Taiwan venga etichettata come Taipei cinese.

Forse è nella pizza che troviamo la vera rappresentazione di un mondo senza ingerenze politiche?

ALTRO DA ME
  • Se ti interessa ripercorrere il mio giro delle pizzerie a Taiwan, c’è il resoconto sul mio blog.

  • È uscito l’ultimo numero di Pepita, dove trovi un mio articolo in cui parlo del paradosso della street pizza, che ha più successo all’estero che in Italia. Puoi leggere l’ultimo numero della rivista anche online su Issuu: il mio pezzo è a pagina 72.

TUTTI I LINK AL MIO PROGETTO PIZZA
  • Pizza DIXIT: il blog da cui nasce tutto, in cui parlo di pizzerie napoletane all’estero.

  • Pagina Facebook: qui parlo di pizza mangiata un po’ ovunque, faccio riflessioni varie, e condivido articoli scritti da me pubblicati anche su altre testate.

  • Profilo Instagram: qui puoi seguire nelle storie i luoghi e le pizzerie che visito, e avere qualche narrazione più variegata tramite i reel.

  • Gruppo Facebook Pizza Social: spazio di discussione con altri amanti della pizza, in cui parlo di temi come quelli di questa newsletter, ma in cui chiunque può lanciare una discussione.

  • Che Pizza - Il Podcast: il podcast creato da Simon Cittati di cui sono stato co-host per tre anni e che è poi stato lasciato interamente nelle mie mani. Ha anche un profilo Instagram dedicato e un suo canale Telegram con gruppo annesso.

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Mi chiamo Giuseppe A. D’Angelo, ma puoi chiamarmi Peppe: scrivo di pizza dal 2015 sul mio blog Pizza DIXIT e anche altrove. Non faccio talk, non pubblico libri, non offro consulenze, non insegno in nessuna accademia: insomma, LinkedIn mi odierebbe.

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Un riassuntino facile facile è qui.

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