Varroa destructor è un acaro parassita originariamente associato all’Apis cerana, con la quale ha raggiunto l’equilibrio ospite-parassita e quindi non produce danni. La Varroa fu identificata per la prima volta dall’acarologo olandese Anthonie Cornelis Oudemans, che la descrisse ufficialmente nel 1904. L’acaro fu rinvenuto per la prima volta sull’isola di Giava (allora Indie Orientali Olandesi, oggi Indonesia) sull’ospite originale: l’ape asiatica.
La chiamò Varroa jacobsoni, in onore di Edward Jacobson, il collezionista che gli aveva inviato i campioni per l’analisi. Per quasi un secolo si è ritenuto che esistesse un’unica specie di Varroa. Solo nel 2000, grazie agli studi genetici di Anderson e Trueman, si è scoperto che quella che stava distruggendo l’apicoltura mondiale non era la Varroa jacobsoni (che resta confinata per lo più all’ape asiatica), ma una specie distinta che chiamarono Varroa destructor.
Oudemans scoprì dunque il genere Varroa, ma la specie dannosa per l’Apis mellifera che conosciamo oggi è stata identificata correttamente solo nel 2000.
Il primo contatto con Apis mellifera
Il primo contatto fisico tra Varroa destructor e Apis mellifera è avvenuto quasi certamente nella seconda metà dell’Ottocento grazie all’introduzione dell’ape occidentale nel Territorio del Litorale (Kraj di Primor’e / Primorsky Krai), nell’estremo oriente russo. Furono i coloni russi e ucraini a portare le prime api europee — principalmente le sottospecie Apis mellifera carnica e Apis mellifera mellifera — durante la colonizzazione della regione. Gli alveari compirono un viaggio di migliaia di chilometri su carri trainati da cavalli attraverso la Siberia, molto prima del completamento della ferrovia Transiberiana.
In questa regione l’ape occidentale incontrò per la prima volta l’ape asiatica locale (Apis cerana), che ospitava naturalmente la Varroa. Questo isolamento geografico, durato decenni, ha permesso all’acaro di compiere il “salto” e all’ape russa di sviluppare, per selezione naturale, una parziale resistenza che ancora oggi studiamo.
Aplotipi e diversità genetica
Oggi sappiamo che il genere Varroa comprende più specie, per lo più confinate sull’ape orientale. Sono stati identificati molteplici aplotipi (cioè varianti genetiche) di Varroa destructor. Tuttavia la stragrande maggioranza di questi può parassitizzare esclusivamente l’ospite originale (Apis cerana).
Ad oggi solo due aplotipi di Varroa destructor hanno compiuto con successo il salto di ospite e sono in grado di riprodursi sulle colonie di Apis mellifera:
Aplotipo Coreano (K): il più virulento e diffuso a livello mondiale. È il ceppo responsabile dell’infestazione in Europa (inclusa l’Italia), nelle Americhe e nella maggior parte dell’Africa e dell’Asia.
Aplotipo Giapponese/Tailandese (J): meno virulento del precedente, con distribuzione molto più limitata (principalmente Giappone, Thailandia e alcune aree del Sud America).
Il territorio del Primorsky è considerato la “culla” del ceppo coreano, quello che oggi infesta quasi tutto il mondo. Tuttavia il salto epidemico su Apis mellifera è legato alle massicce importazioni del secolo successivo, in particolare in Giappone, dove l’introduzione dell’ape occidentale è avvenuta in due fasi principali.
Le prime colonie di Apis mellifera (principalmente di ceppo europeo) furono introdotte ufficialmente nel 1876. In questa fase iniziale, l’apicoltura con l’ape occidentale rimase un fenomeno limitato e sperimentale.
Il vero salto di scala avvenne nel secondo dopoguerra, intorno agli anni Cinquanta: il Giappone puntò sull’apicoltura industriale per la produzione di pappa reale e miele. Furono importate massicciamente api della sottospecie italiana (Apis mellifera ligustica), nota per la sua alta produttività e la capacità di formare famiglie molto numerose, ideali per la raccolta di pappa reale.
È proprio tra gli anni Cinquanta e Sessanta che Varroa destructor (ceppo giapponese/Thailandia) è stata segnalata stabilmente su Apis mellifera in Giappone. La compresenza intensiva di apiari di Apis cerana (ospite originale) e grandi allevamenti industriali di Apis mellifera ha creato l’effetto “ponte” perfetto.
Mentre il salto nel Primorsky (ceppo coreano) è avvenuto in un contesto di isolamento rurale, in Giappone è stato accelerato dalla spinta verso l’apicoltura intensiva e professionale.
Diffusione globale e cause
L’ape occidentale non è in grado di contenere lo sviluppo della Varroa principalmente perché in questa specie l’acaro riesce a riprodursi anche nella covata di operaia, mentre in Apis cerana si riproduce quasi esclusivamente in quella di fuco - come documentato da Rath (1999) e Rosenkranz et al. (2010), che hanno osservato una riproduzione limitata anche nella covata di operaia in alcune popolazioni, con successo tuttavia molto inferiore rispetto ad Apis mellifera. Purtroppo gli apicoltori occidentali, non avendo compreso in tempo la pericolosità del parassita, hanno continuato a scambiarsi materiale biologico (soprattutto api regine e nuclei), diffondendo la parassitosi in tutto il mondo. La diffusione globale è oggi quasi totale, con alcune eccezioni significative.
Eccezioni geografiche
L’Australia è stata per anni il baluardo dell’allevamento delle api in assenza di Varroa. Tuttavia, nel giugno 2022 la situazione è cambiata drasticamente: l’acaro è stato rilevato nel porto di Newcastle (Nuovo Galles del Sud). Nel settembre 2023, dopo oltre un anno di tentativi di eradicazione — con l’abbattimento di migliaia di alveari — il governo australiano ha dichiarato che la Varroa non è più eradicabile. L’Australia è così passata dalla fase di “eradicazione” a quella di “gestione”, segnando la fine di un’era.
Attualmente la Varroa è assente solo in territori geograficamente isolati e con controlli severissimi sulle importazioni:
Isola di Terranova (Canada): mentre il resto del Canada è infestato, Terranova rimane libera ed è usata per importanti studi comparativi.
Alcune isole della Polinesia e del Pacifico: molte piccole nazioni insulari mantengono ancora lo status di zona Varroa-free.
In Europa la Varroa si è diffusa negli anni Sessanta e Settanta, spostandosi dall’estremo oriente verso ovest attraverso l’Unione Sovietica e l’Europa orientale, a causa del commercio e degli spostamenti di colonie di api.
In Italia il suo ingresso è avvenuto ufficialmente nei primi anni Ottanta, con la prima segnalazione registrata nel 1981 in Friuli-Venezia Giulia, precisamente al confine con la Slovenia (allora Jugoslavia).
Il parassita si è diffuso seguendo un percorso transfrontaliero: è penetrato nel territorio nazionale attraverso il passaggio naturale tra apiari vicini lungo il confine italo-sloveno e tramite il nomadismo. La diffusione è stata rapidissima: in pochi anni l’acaro ha colonizzato l’intera penisola, diventando la principale minaccia per l’apicoltura italiana, causando il collasso di migliaia di alveari non trattati e distruggendo la quasi totalità delle colonie selvatiche. Molto probabile, anche se non certificato ufficialmente, che la diffusione in Italia della Varroa abbia avuto un secondo ingresso (se non più) direttamente in Italia centrale, nella provincia di Viterbo/Roma. In quegli anni ero già apicoltore e operavo dalle parti di Roma sud e andai a visitare delle colonie al confine tra la provincia di Roma nord e Viterbo trovandole infestate mentre quelle del mio territorio erano ancora immuni. Era l’anno della prima denuncia
L’arrivo della Varroa, oltre alla morte di numerosissime colonie gestite, ha comportato luna significativa riduzione della diversità genetica delle popolazioni di api selvatiche.
Carta d’identità: Varroa destructor
Nome scientifico: Varroa destructor (Anderson & Trueman, 2000).
Classe: Arachnida (ordine Parasitiformes, famiglia Varroidae).
Ospite naturale originale: Apis cerana (ape asiatica).
Ospite attuale prevalente: Apis mellifera (ape europea/occidentale).
Caratteristiche fisiche
Forma: ellittica e schiacciata in senso dorso-ventrale.
Questa morfologia le consente di scivolare facilmente tra i segmenti addominali dell’ape, rendendola quasi invisibile a occhio nudo durante l’ispezione dell’alveare: quando la presenza degli acari è visibile a colpo d’occhio sulle api adulte, la colonia è già prossima al collasso. La forma compressa facilita inoltre il trasporto passivo da un alveare all’altro sulle api bottinatrici in volo.
Dimensioni (femmina adulta): circa 1,1 mm di lunghezza × 1,5 mm di larghezza. Visibile a occhio nudo; colore bruno-rossastro.
Dimorfismo sessuale: i maschi sono più piccoli, sferici e di colore biancastro; vivono esclusivamente all’interno della cella opercolata e muoiono subito dopo lo sfarfallamento dell’ape, una volta esaurita la loro funzione riproduttiva.
Apparato boccale: pungente-succhiante, adattato per perforare la cuticola delle larve e la membrana intersegmentale delle api adulte.
Alimentazione
Al contrario di quanto si riteneva fino a qualche anno fa, la Varroa si nutre principalmente del corpo grasso (tessuto adiposo) delle api, e non di emolinfa. Questo spiega la sua elevata pericolosità: il corpo grasso è essenziale per il sistema immunitario, per la sintesi della vitellogenina (proteina della longevità) e per la detossificazione dai pesticidi.
La Varroa e la “Stabilità del Nido” (Omeostasi Termica)
La Varroa è un parassita che si è evoluto per sfruttare un microclima straordinariamente stabile. L’ape mellifera investe enormi risorse energetiche per mantenere la covata tra i 34,5°C e i 35,5°C. Poiché l’ape garantisce una temperatura costante, la Varroa ha potuto eliminare molti meccanismi di adattamento allo stress ambientale che altri acari devono avere.
Ciò non è affatto scontato tra i parassiti degli insetti. Moltissimi apoidei, ovvero insetti dello stesso gruppo tassonomico dell’ape da miele, sono solitari (Osmia, Xylocopa, Megachile, ecc.) e il loro ciclo di sviluppo rallenta o velocizza in modo eclatante a seconda della temperatura esterna. Allo stesso modo anche i loro parassiti adeguano il ciclo di sviluppo alle variazioni termiche dell’ospite. Se dovessero esserci delle situazioni di caldo o freddo estremo, potrebbero anche morire cosicché le condizioni climatiche possono diventare un motivo di diminuzione della popolazione dei parassiti. La Varroa, al contrario, si è adattata a un ospite capace di mantenere la temperatura del nido tra 34 e 36 °C, con un optimum attorno ai 35 °C (Stabentheiner et al., 2010). Questa precisione termica è determinante per il corretto sviluppo del sistema nervoso delle larve (Bujok et al., 2002). Durante la stagione fredda la temperatura del nido scende (15–18 °C nella diapausa autunno-invernale), ma l’isolamento del glomere protegge comunque la Varroa dagli estremi esterni. Tutto ciò le permette di vivere in una sorta di «bolla di benessere» creata dall’ape. Il parassita sfrutta l’omeostasi termica dell’ospite non solo per nutrirsi, ma per garantire lo sviluppo rapido della prole, che sarebbe impossibile in un ambiente esterno variabile.
Il nido dell’ape da miele può essere paragonato ad un “Atollo Tropicale” costante in un mondo (quello a clima temperato) particolarmente mutevole. La Varroa si è così abituata a questo stato di cose tanto da diventare “schiava” di questa precisione. Se la temperatura scende a 33°C, la sua riproduzione rallenta drasticamente; se sale a 38°C, diventa sterile (Rosenkranz et al., 1997).
Spesso gli apicoltori si stupiscono del fatto che a fine stagione sono proprio le loro colonie più forti ad avere i maggiori danni dalla Varroa. Oltre al fatto che le colonie forti hanno allevato più covata, esse riescono a termoregolare il nido meglio di quelle più deboli e questo paradossalmente favorisce la riproduzione della Varroa.
Ciclo vitale e riproduzione
Il ciclo si divide in due fasi:
Fase foretica (dispersione)
L’acaro si sposta nell’alveare aggrappandosi alle api adulte, che utilizza come mezzo di trasporto. In questa fase può diffondersi tra gli alveari per deriva — quando api bottinatrici entrano per errore in un alveare diverso dal proprio — o per saccheggio — quando api di colonie forti entrano in alveari indeboliti e le varroe presenti si trasferiscono su di loro al rientro. La durata media (Rosenkranz et al., 2010; Mondet et al., 2018) è di 4–13 giorni (media circa 7 giorni).
Fase riproduttiva
Avviene esclusivamente all’interno della cella opercolata di operaia o di fuco. La femmina fondatrice depone il primo uovo - di norma maschile (aploide) - tra 60 e 72 ore dopo l’opercolatura, e le successive uova femminili (diploidi) a intervalli di circa 30 ore.
In una cella di ape operaia nascono mediamente 1,3 nuove femmine fecondate; in quella di fuco circa 2,3–2,5.
Strategie r/K: Il paradosso dell’Ape e della Varroa
In ecologia, le strategie r e K descrivono i due modi opposti che le specie usano per sopravvivere e riprodursi.
Strategia r (Quantità)
Il nome deriva da “r”, che indica il tasso di crescita riproduttiva. L’obiettivo è produrre il maggior numero possibile di discendenti in poco tempo, sperando che almeno qualcuno sopravviva. Sono specie di piccola taglia, con vita breve (es. insetti, batteri, erbacce). La loro caratteristica principale è di raggiungere la maturità sessuale prestissimo. Hanno una cura della prole limitata o assente (figli abbandonati a se stessi). Vivono in un ambiente instabile sfruttando le risorse finché ci sono.
La Varroa è una tipica “r-stratega”: depone uova a ritmi serrati per saturare ogni cella disponibile in pochissimo tempo.
Strategia K (Qualità)
Il nome deriva da “K”, che indica la “capacità portante” (il limite massimo di individui che un ambiente può sostenere). L’obiettivo è fare pochi figli e investire molto su di loro per farli arrivare all’età adulta. Sono specie di taglia grande, con vita lunga (es. elefanti, balene, esseri umani). La loro caratteristica principale è quella di raggiungere la maturità sessuale piuttosto tardi. Le cure parentali sono intense (molto tempo dedicato a proteggere e nutrire i figli).
Ambiente stabile: riescono a interagire perfettamente con l’ambiente a volte addirittura mutandolo e competono per le risorse nel lungo periodo.
L’ape da miele tende più alla strategia K. Anche se una regina può deporre fino a 2000 uova al giorno (comportamento tipico di un animale che adotta la strategia r), le operaie sono sterili e quindi l’alveare nel suo insieme, come superorganismo, si comporta come un organismo K. Ha una generazione ogni 1 o 2 anni e cura meticolosamente la covata, la nutre e ne controlla la temperatura.
Nel suo libro Honeybee Ecology (1985) Seeley descrive proprio come l’alveare sia l’esempio perfetto di strategia K in un insetto.
Per capire meglio questo concetto possiamo usare un esempio con animali che conosciamo meglio il coniglio e l’elefante.
L’alveare è come un elefante (Strategia K). Infatti nonostante le migliaia di api, esso si comporta come un grande mammifero. L’elefante fa un solo figlio dopo una lunghissima gestazione e lo cura per anni. L’alveare produce “un solo figlio” (lo sciame) dopo un anno di cure immense, investendo tantissima energia (miele e cera) per garantirne la sopravvivenza. È una strategia basata sulla qualità e stabilità.
La Varroa è come un coniglio (Strategia r): il coniglio punta tutto sulla quantità. Fa tantissimi cuccioli, molto velocemente, sperando che qualcuno sopravviva. La Varroa come il coniglio fa molti figli ma ha rispetto a lui un “vantaggio sleale”. È come un coniglio che riesce a partorire all’interno della pancia dell’elefante, sfruttando il suo calore e il suo nutrimento senza dover faticare per cercarli.
La Varroa (strategia r) ha vinto la lotteria evolutiva perché è riuscita a infilare la sua velocità riproduttiva dentro la cassaforte termica e protetta dell’ape (strategia K).
Pericolosità
Oltre ai danni diretti - api nascenti meno vitali, con aspettativa di vita ridotta e, nei casi più gravi, con ali e zampe malformate - la Varroa agisce come vettore di numerosi virus. È il principale vettore del Deformed Wing Virus (DWV, Virus delle Ali Deformi) e di molti altri agenti virali. La puntura dell’acaro inietta i virus direttamente nell’emolinfa dell’ape, aggirando le sue difese naturali.
Resistenza agli acaricidi
Nel tempo la Varroa ha sviluppato resistenza ad alcuni principi attivi, tra cui i piretroidi (fluvalinate) e il coumafos (oggi non più utilizzato). Studi recenti segnalano una crescente preoccupazione per la resistenza all’amitraz in diverse regioni europee.
Vi sono segnalazioni sempre più frequenti di popolazioni di Apis mellifera in grado di sopravvivere all’infestazione senza trattamenti. In tutto il mondo esistono popolazioni - incluse le api africane e africanizzate e le colonie cubane - che riescono a convivere con la Varroa senza alcun intervento esterno.
Impatto sulla salute e ruolo vettoriale
Nuove evidenze scientifiche chiariscono come la Varroa non sia solo un parassita diretto, ma un amplificatore di altri rischi:
Virus: l’acaro ha modificato radicalmente il panorama globale dei virus delle api, agendo come un vero e proprio ago ipodermico che inietta patogeni direttamente nell’emolinfa.
Stress ambientale: ricerche recenti dimostrano come la Varroa amplifichi gli effetti negativi del freddo, riducendo drasticamente le probabilità di sopravvivenza invernale delle colonie.
Il difficile rapporto tra ape e varroa
Sono molti anni che ho a che fare con la Varroa. Quando ho iniziato con l’apicoltura, nel 1979, in Italia ancora non c’era. L’apicoltura era, paragonata a quella di oggi, di una semplicità imbarazzante. I corsi di apicoltura non servivano e l’unica vera difficoltà risiedeva nel fatto che le api pungono: ci si avvicinava con un certo timore reverenziale, e se non lo superavi non potevi fare l’apicoltore.
Proprio per questo esistevano modalità di fare apicoltura incredibilmente varie. Malgrado fossero già trascorsi circa 130 anni dalla scoperta dello spazio d’ape da parte di Langstroth e dall’inizio dell’apicoltura industrializzata con l’arnia a favo mobile, e più di 50 dalla scelta dell’arnia più adatta alle esigenze produttive degli apicoltori italiani, esistevano ancora i cacciatori di api: persone che si infilavano nei boschi alla ricerca di nidi selvatici per depredarli. Ne ho conosciuti personalmente e mi sono fatto raccontare come facessero a scovarli. C’erano poi ancora centinaia di migliaia di bugni rustici dei modelli più svariati: dai nidi in sughero della Sardegna (bunju) a quelli in ferula siciliani (fasceddi) alle scatole di legno usate a Firenze per commerciare il sapone, che a fine vita diventavano arnie con cerniere. Tutta questa diversità fu spazzata via nel giro di soli tre o quattro anni.
In quel periodo morirono praticamente tutte le colonie selvatiche, ma anche centinaia di migliaia di alveari di apicoltori professionali — e questo malgrado i giornali specializzati e le assemblee delle associazioni apistiche, negli anni precedenti all’arrivo della Varroa, non facessero altro che annunciare l’imminente sciagura, stando alle voci che giungevano dai paesi dell’Europa orientale che l’avevano conosciuta qualche anno prima.
In quel periodo lavoravo per la Federazione Apicoltori Italiani e ho vissuto personalmente questo calvario.
Tutto ciò la dice lunga sulla complessità del problema: salvare le api dalla Varroa non è una questione risolvibile cambiando il modello d’arnia o ricorrendo a rimedi omeopatici o a erbe nell’alveare. Non è così, e se lo fosse stato avremmo avuto molti meno problemi. E poi, se fosse stato un problema legato al tipo di nido, quale miglior nido di un tronco d’albero in un bosco?
Sia chiaro fin dall’inizio: senza trattamenti ben eseguiti, quasi la totalità degli alveari muore. A confermarlo non è solo la mia esperienza diretta, ma anche la scienza. Nel 1999 è iniziata una ricerca durata sette anni (Fries et al., 2006): 150 alveari di Apis mellifera furono lasciati sull’isola di Gotland, in Svezia, senza alcun trattamento né pratica apistica, se non il recupero degli sciami. Al termine dell’esperimento erano sopravvissute 9 colonie originarie e 13 considerando gli sciami recuperati. Da quell’esperimento si è sviluppata una popolazione stabile che è ulteriormente cresciuta nel tempo, ma la percentuale di mortalità iniziale fu del 94%.
Questo significa che un apicoltore che decidesse di non trattare potrebbe sì, alla lunga, selezionare una popolazione di api capace di sopravvivere — ma a quali condizioni? In un contesto isolato come quello di un’isola, forse. In un territorio normale, circondato da altri alveari trattati e soggetto a continua reinfestazione, è molto più difficile. È un lavoro da ricercatori, supportato da risorse istituzionali e governative, non da singoli apicoltori mossi da buone intenzioni.
Perché la Varroa è così letale su Apis mellifera?
In Apis cerana, esistono meccanismi co-evoluti di difesa: l’acaro si riproduce quasi esclusivamente nella covata di fuco, e quando l’infestazione diventa eccessiva le api riducono l’allevamento dei fuchi, limitando naturalmente la crescita della popolazione dell’acaro.
Quando è passata su Apis mellifera in clima temperato, la Varroa ha “scoperto” di poter colonizzare anche le celle di operaia. Questo freno naturale viene meno, scatenando la crescita esponenziale della popolazione.
Il meccanismo autunnale del collasso
Nelle zone temperate si verifica un fenomeno particolarmente distruttivo. In autunno, la regina riduce drasticamente la deposizione in preparazione all’inverno. La popolazione di Varroa, cresciuta per tutta l’estate, si ritrova con pochissime celle disponibili e le femmine si concentrano nelle ultime celle rimaste — anche 5-10 acari per cella. Le api che emergono da queste celle nascono gravemente compromesse: sono quelle che dovrebbero garantire la sopravvivenza del glomere fino alla primavera. Se muoiono prematuramente, l’alveare collassa, e con lui, la Varroa stessa.
Questo accade perché la Varroa non ha ancora sviluppato un meccanismo per “leggere” l’arrivo dell’inverno e sincronizzare la propria riproduzione con quella dell’ospite europeo. In Apis cerana, se l’infestazione diventa eccessiva le api riducono l’allevamento dei fuchi, limitando naturalmente la crescita dell’acaro. In Apis mellifera, le api continuano ad allevare operaie finché possono, e la Varroa ne approfitta senza “rendersi conto” di stare distruggendo la propria unica fonte di nutrimento per i mesi freddi.
Quello che osserviamo in Europa è, in sintesi, un parassitismo imperfetto: un acaro tropicale che si comporta ancora come se la covata non finisse mai, ignorando che il freddo ucciderà qualsiasi colonia priva di api invernali sufficientemente sane.
Perché dopo tanti anni non si è raggiunto l’equilibrio ospite parassita?
Quando un parassita colonizza un nuovo territorio — di norma, anche se non sempre — dopo un periodo più o meno lungo (generalmente inferiore a quello che la Varroa ha trascorso in Europa), riesce a trovare un “accordo” con l’ospite e a instaurare un rapporto di equilibrio che in fondo è utile anche al parassita. I motivi per i quali questo non è accaduto per la Varroa sono molteplici. Intanto perché non esiste un nemico naturale specifico (predatore o patogeno) che può essere “lanciato” in un territorio e che sia capace di regolare la popolazione di Varroa come accade in altri sistemi biologici e come è stato per la Metcalfa pruinosa o per il cinipide del castagno (Dryocosmus kuriphilus) che dopo il lancio degli antagonisti hanno visto la loro popolazione diminuire sotto la soglia del danno.
Probabilmente l’Apis cerana è così capace di tenere sotto controllo la Varroa con meccanismi biologici e comportamentali che non servono altri sistemi per così dire “esterni”. In tutte le prove fatte, i ricercatori hanno utilizzato specie opportunistiche e generaliste (Pseudoscorpioni, acari predatori e funghi come la Beauveria) non specifiche per la Varroa e i risultati sono stati più o meno deludenti.
Quello che più stupisce è che non ci siano o almeno non sono ancora stati evidenziati dei virus che siano capaci di tenere la Varroa sotto il limite del danno all’ospite. Di norma ci sono sempre, quando qualche specie si riproduce troppo, dei microrganismi (soprattutto virus) che lo parassitano e ne riducono la popolazione. Spesso derivano da microrganismi già presenti nell’ospite e che per qualche mutazione riescono a moltiplicarsi anche nel parassita. E dire che nelle colonie di Apis mellifera ne esistono di diverse specie e ceppi.
Probabilmente questo deriva da molti fattori. Ad esempio il fatto che i virus delle api utilizzano la varroa come “serbatoio” o siringa biologica: trasporta il virus ma non ne subisce i danni patologici diretti che invece distruggono il sistema immunitario e i tessuti delle api. Dal punto di vista evolutivo, un virus che uccide rapidamente il suo vettore (l’acaro) finirebbe per auto-eliminarsi, poiché perderebbe il mezzo per diffondersi da un’ape all’altra. È anche probabile che la Varroa abbia un sistema immunitario diverso da quello dell’ape tanto da permetterle di gestire in maniera più efficace la carica virale senza sviluppare sintomi letali.
Ma il motivo più importante è senz’altro quello dei trattamenti chimici che la Varroa subisce fin dalla sua comparsa negli alveari dell’Europa. Il trattamento non è selettivo, uccide una percentuale alta di acari ma non tutti. Quindi semmai una colonia riuscisse per qualche motivo a trovare l’equilibrio ospite-parassita tanto desiderato, subirebbe da parte dell’apicoltore lo stesso trattamento di tutti gli altri alveari. L’unico sistema che ha la natura per giungere all’equilibrio ospite-parassita è la selezione naturale. Chi si adatta sopravvive, chi no perisce. La colonia che sopravvive fa sopravvivere al suo interno la Varroa meno aggressiva e microrganismi, se ce ne fossero, che aiutano l’equilibrio. Con le colonie che non riescono ad adattarsi, muoiono anche le varroe troppo aggressive e microrganismi non idonei. Allo stesso modo, le colonie non potranno più rilasciare nell’ambiente materiale genetico (fuchi e regine) non idoneo a trovare quell’equilibrio tanto desiderato. Il trattamento porta le colonie fuori dalla selezione naturale. Il trattamento “fa credere” alle api che ci sia qualcosa di esterno che le salva, ma non essendo efficace al 100%, questo è solo un’illusione momentanea. Inoltre ha l’effetto opposto, come ben dimostrato dall’escalation di mezzi di controllo che è stata necessaria mettere in atto dall’inizio dell’infestazione ad oggi. Ai primi degli anni ’80 per salvare una colonia bastava fare un solo trattamento in autunno, oggi ne servono due (uno estivo ed uno invernale) ed anche delle pratiche apistiche di complemento ad aumentare l’efficacia dei trattamenti.
In molti casi in cui per vari motivi, soprattutto economici, gli apicoltori non hanno percorso o non hanno potuto percorrere la strada della chimica, api e Varroa hanno trovato un compromesso. Il primo caso di popolazione che si è adattata alla convivenza con Varroa destructor è la prima venuta in contatto con essa: l’ape Primosky. In America centrale e parte del sud l’apicoltura, per via dell’ape africanizzata, è stata per anni praticamente abbandonata ed ora quest’ape è resistente. La stessa cosa è successa in Africa e qui è ancora meglio documentata. L’acaro Varroa destructor è arrivato ufficialmente in Africa, partendo dal Sudafrica, verso la fine degli anni Novanta. Inizialmente rilevato nella regione del Capo Occidentale, il parassita si è diffuso rapidamente in tutto il paese e nei territori vicini nei primi anni 2000. Inizialmente ci sono state delle mortalità anche molto importanti. In seguito le api africane (come Apis mellifera scutellata e Apis mellifera capensis) hanno mostrato una sorprendente capacità di adattamento in tempi brevi (circa 3-7 anni - Strauss et al., 2015; Dietemann et al., 2009) ed ora convivono serenamente con mortalità degli alveari che sono paragonabili a quelle delle colonie europee trattate ogni anno con acaricidi. Il fatto che molti apicoltori africani non abbiano usato acaricidi ha permesso alla selezione naturale di favorire le colonie più resistenti o meglio quelle in cui nel ecosistema alveare (Ape, Varroa, microrganismi) si sono create le premesse per un rapporto ospite parassita di equilibrio, rendendo oggi la varroa un parassita “incidentale” e non letale in gran parte del continente.
A Cuba, negli anni Sessanta fu introdotto il divieto di importazione di api mellifere e questo ha contrastato la diffusione dell’ape africanizzata, il che ha permesso alla popolazione di api europee (principalmente delle sottospecie ligustica e carnica) di prosperare (Rodriguez A. et al., 2022). La Varroa fu individuata nel 1996 e arrivò a causa di importazioni illegali di regine. Nel 1997 morirono di Varroa circa 8000 colonie e in seguito si verificarono ulteriori perdite prima della comparsa di api resistenti. Per decisione politica, non furono effettuati trattamenti. Questa decisione ha permesso alla selezione naturale di svolgere il suo compito, sviluppando l’equilibrio ospite parassita che oggi è un caso di studio mondiale. Questo risultato è stato raggiunto malgrado l’aplotipo di Varroa sia quello coreano e sia presente anche il virus delle ali deformi. A Cuba, grazie anche alle vaste aree fiorite e alle foreste di palma reale cubana (Roystonea regia) che coprono circa il 25% del territorio, si è ristabilita una vasta popolazione di api selvatiche non gestite (Rodriguez A. et al., 2022).
Questi sono solo i casi più eclatanti. Ma nel mondo esistono anche altre piccole popolazioni di Apis mellifera, molte delle quali anche a contatto con popolazioni trattate: le già citate Api di Gotland (Svezia), le Api della Foresta di Arnot (USA), colonie selvatiche di origine europea che coesistono con la Varroa senza trattamenti. A Swindon, (Inghilterra), un apicoltore (Ron Hoskins) ha avviato un programma di allevamento chiuso da colonie sopravvissute. In Norvegia (Østlandet) sopravvive da molti anni una popolazione gestita di api mellifere senza alcun trattamento. In Francia, negli anni ’90, delle api selvatiche e provenienti da apiari abbandonati, furono poste in due località distanti, ad Avignone e Le Mans. Condividono stesso ambiente con api gestite riuscendo a mantenere la loro resistenza. Stessa mortalità, ma con produzione più bassa.
Anche in Italia abbiamo popolazioni di api sopravviventi. C’è una popolazioni di api di sottospecie siciliana e un’altra di ape nera del Ponente ligure in provincia di Imperia. Poi abbiamo l’associazione Resilient Bee che monitora le colonie che sopravvivono per più anni come ad esempio quelle di San Galgano (Si) dove alcune colonie vivono da anni nella vecchia cattedrale.
I risultati che si sono avuti quando la ricerca ha voluto testare la selezione artificiale di colonie che sopravvivono all’assenza di trattamenti (come l’Ape di Primorsky portata negli Stati Uniti e sottoposta a selezione artificiale dalla quale è scaturita la Russian bee) sono molto meno positivi. Tanti anni sono passati dai primi studi pionieristici di Harbo e Harris (Harbo, J. R., & Harris, J. W. , 1995) e Marla Spivak (Spivak, M., 1996) senza che qualcuno sia riuscito a raggiungere un risultato paragonabile a quello raggiunto dalla selezione naturale. Non esistono popolazioni di api non trattate derivanti direttamente da questi studi, al massimo si può parlare per gli apicoltori che le utilizzano, di diminuzione nel numero dei trattamenti.
Alcuni ricercatori affermano che in Africa e nelle Americhe le api hanno mostrato una sorprendente capacità di adattamento in tempi brevi in quanto di sottospecie di origine africana. Personalmente non sono d’accordo perché, sebbene sia probabile che le sottospecie africane abbiano un comportamento che faciliti la loro adattabilità al parassita (come ad esempio un periodo di opercolazione della covata femminile più corto), ciò che è successo in Africa o nelle Americhe non è paragonabile con la situazione in Europa dove da subito si è deciso di usare un metodo di controllo di tipo chimico e quindi le colonie sono state portate fuori dalla selezione naturale. In Africa e nelle Americhe, da subito si è deciso di non trattare. Basta vedere cosa è successo all’apicoltura cubana per capire che l’adattamento sarebbe stato possibile anche in Europa se non avessimo utilizzato subito i pesticidi.
Non sto dicendo questo per indurre a non trattare le colonie perché ora siamo ad un livello di aggressività della Varroa ben maggiore rispetto agli anni ’80 anche perché ora veicola dei virus che fanno arrivare al collasso della colonia in un tempo minore. Il risultato potrebbe non essere lo stesso. Nel frattempo la selezione naturale che non abbiamo stimolato per l’ape, l’abbiamo fatta subire, con l’uso dei pesticidi, alla Varroa. Tutte le varroe che provavano ad essere più docili le abbiamo sterminate: abbiamo operato una selezione inversa che ha creato una super Varroa.
Nella situazione attuale credo che, con le conoscenze attuali, la cosa da fare sarebbe quella di sperimentare in un territorio, come un’area di un parco nazionale, cosa succederebbe lasciando alla selezione naturale le colonie che vi si trovano. Creare prima una popolazione selvatica monitorata e poi, con le colonie che sciamano, permettere un modello di apicoltura che non preveda l’uso di molecole chimiche o spostamento di materiale biologico, comprese le regine.
In tutto ciò non dobbiamo dimenticare che la strategia di sopravvivenza dell’ape è legata indissolubilmente all’abbondanza a partire da quella genetica. Se una regina rischia la vita per accoppiarsi con 15-20 maschi diversi, è perché la Natura ha stabilito che la variabilità genetica intercoloniale è l’unica vera assicurazione sulla vita della specie. La mortalità che si può avere non trattando le colonie può raggiungere e superare il 90%. Lasciar morire le colonie significa perdere migliaia di tratti genetici potenzialmente vitali per sfide future (nuove malattie, cambiamenti climatici, ecc.). Erosione genetica che si avrebbe anche in misura maggiore qualora si volesse perseguire la selezione artificiale di solo poche linee “resistenti”. Questo è il motivo per il quale dico che la cosa migliore da fare sarebbe cominciare a sperimentare su un areale ristretto per poi semmai estenderlo a territori maggiori.
Il ciclo riproduttivo in dettaglio
Il ciclo riproduttivo di Varroa destructor è sincronizzato con precisione sul ciclo dell’ape. Si svolge interamente all’interno della cella opercolata, dove l’acaro è protetto dai trattamenti esterni e dall’azione delle api pulitrici.
1. L’ingresso (invasione)
La femmina fecondata (fondatrice), dopo la fase foretica, si cala nella celletta contenente una larva di circa 5 giorni e mezzo - poco prima dell’opercolatura - e si immerge nel cibo larvale sul fondo della cella per evitare di essere individuata e rimossa dalle api nutrici. La Varroa riesce a riconoscere il momento dell’opercolatura grazie ai segnali feromonici che la larva emette per indurre le operaie a chiudere l’opercolo.
2. L’opercolatura e la prima deposizione
Una volta sigillata la cella e consumato il cibo larvale, la Varroa sale sulla larva e inizia a nutrirsi del suo corpo grasso.
Primo uovo (60–72 ore dopo l’opercolatura): quasi sempre maschio (aploide). Se è l’unico uovo deposto, oppure se la femmina non riesce ad accoppiarsi, la riproduzione fallisce.
Uova successive: deposte ogni circa 30 ore, femminili (diploidi). In una cella di operaia ne vengono deposte in media 5; in quella di fuco fino a 6.
Quando l’ape adulta emerge dalla cella, la fondatrice e le figlie adulte e fecondate escono con lei, attaccandosi al suo corpo. In una cella di operaia sfarfallano mediamente 1,3–1,4 figlie mature; in una cella di fuco il successo riproduttivo sale a 2,3–2,5 figlie.
3. Il sito di alimentazione e l’accoppiamento
La fondatrice crea un foro fisso nella cuticola della pupa. Tutte le giovani varroe nate useranno quel singolo sito per nutrirsi, minimizzando il danno alla pupa e mantenendola in vita il più a lungo possibile.
Le giovani femmine passano attraverso gli stadi di protoninfa e deutoninfa prima di raggiungere la maturità. L’accoppiamento avviene all’interno della cella: il maschio feconda le sorelle man mano che completano lo sviluppo, di norma intorno al decimo-undicesimo giorno dall’opercolatura. Poiché il periodo di metamorfosi dell’operaia dura circa 12 giorni, l’accoppiamento avviene a poche ore dallo sfarfallamento.
Questo è un dato biologicamente rilevante: alcune sottospecie di api - come quelle africane e africanizzate - hanno un periodo di opercolatura più breve, cosicché molte varroe entrano nelle celle di operaia senza riuscire a completare la riproduzione. Recentemente è stato evidenziato in Apis mellifera il comportamento detto recapping (riapertura e richiusura artificiale delle celle) che può interrompere il ciclo e impedire l’accoppiamento.
Il maschio, il cui apparato boccale è modificato per il trasferimento dello sperma e non per la nutrizione, muore all’interno della cella subito dopo lo sfarfallamento dell’ape.
Dinamica di popolazione: la Varroa raddoppia ogni mese?
Si sente spesso affermare che, senza intervento, la popolazione di Varroa raddoppia ogni mese durante la stagione di covata. È un’approssimazione utile, ma la realtà è più articolata.
La dinamica della popolazione di Varroa destructor non è né costante né lineare. Il “raddoppio mensile” è una semplificazione comune nella gestione apistica pratica, ma la letteratura scientifica descrive una crescita esponenziale fortemente influenzata dalla stagionalità e dalla disponibilità di covata.
Il concetto è supportato da modelli classici: Fries et al. (1994) descrivono come, in presenza di covata continua e in climi temperati, la popolazione possa aumentare di circa 10–12 volte in una stagione, il che equivale matematicamente a un raddoppio ogni 25–30 giorni. Randy Oliver (Scientific Beekeeping) conferma che, in colonie con api commerciali comuni, la popolazione raddoppia effettivamente ogni mese se non controllata.
Le fasi della dinamica della popolazione
Fase di ripresa (fine inverno): la regina riprende a deporre e gli acari iniziano a entrare nelle celle. Tuttavia, dopo il lungo periodo foretico invernale, le varroe necessitano di più di un ciclo di covata prima di recuperare la piena spinta riproduttiva.
Fase esponenziale (primavera/estate): con la deposizione al massimo, la crescita è più che proporzionale. Gli acari trovano abbondante covata — molta di fuco — per riprodursi senza sosta.
Effetto diluizione (picco di fioritura): paradossalmente, durante i grandi raccolti la percentuale di infestazione sulle api adulte può sembrare diminuire, perché il numero di api cresce più velocemente di quello degli acari. Questo “effetto diluizione” non riduce però il numero assoluto di parassiti nell’alveare.
Fase esplosiva di fine estate inizio autunno: la crescita supera spesso quella prevista dai modelli riproduttivi interni, a causa della reinfestazione esterna (saccheggio, deriva dei fuchi) che aggiunge acari “esogeni” alla popolazione già presente (DeGrandi-Hoffman, 2016).
Fase di declino (inverno): in assenza di covata, la popolazione diminuisce progressivamente per la mortalità naturale degli acari foretici.
Ne consegue un principio pratico importante: a parità di acari svernanti, più tardi termina il periodo senza covata, maggiore sarà il numero di acari presenti al momento del primo intervento estivo. I cambiamenti climatici, con inverni sempre più miti e brevi periodi senza covata, aggravano ulteriormente questo quadro.
Temperatura, umidità e dinamica della popolazione
La Varroa è sensibile ai parametri ambientali di temperatura e umidità, che possono favorire o inibire significativamente la sua capacità riproduttiva.
1. L’umidità relativa
Studi classici (Kraus e Velthuis, 1997) hanno evidenziato che l’umidità elevata all’interno della cella opercolata inibisce la riproduzione:
Umidità ottimale (59–68%): circa il 53% delle femmine riesce a riprodursi con successo.
Alta umidità (79–85%): solo il 2% degli acari produce prole.
Si ipotizza che l’eccesso di vapore acqueo interferisca con gli scambi gassosi dell’acaro o con i segnali chimici necessari all’accoppiamento. Questo spiega perché in climi molto umidi, o in colonie che gestiscono meglio l’umidità interna, l’infestazione cresca più lentamente.
2. La temperatura
La Varroa predilige la temperatura costante della covata (circa 32–35 °C). Variazioni anche minime hanno effetti significativi:
Ipertermia: sopra i 38 °C gli acari subiscono stress termico; a 40 °C molti muoiono o diventano sterili. Su questo principio si basano i trattamenti termici (termoterapia). Tuttavia la colonia tende a contrastare l’innalzamento di temperatura tramite ventilazione, rendendo difficile il raggiungimento delle temperature letali in condizioni pratiche.
Freddo e stress invernale: ricerche recenti mostrano che il freddo esterno, combinato con l’infestazione, riduce la capacità delle api di termoregolare l’alveare. La Varroa, nutrendosi del corpo grasso delle api invernali, compromette la loro capacità di produrre calore, contribuendo al collasso invernale.
3. Pioggia e siccità (effetti indiretti)
Siccità prolungata: riduce l’apporto di polline e nettare, inducendo la regina a ridurre la deposizione e interrompendo indirettamente il ciclo riproduttivo della Varroa. Paradossalmente, una forte siccità può rallentare la crescita dell’acaro, ma indebolisce contemporaneamente la colonia.
Pioggia e umidità esterna: le api bottinatrici restano in arnia, aumentando la densità interna e favorendo il passaggio degli acari da un’ape all’altra durante la fase foretica.
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