Chi, come me, lavora per la conservazione delle sottospecie autoctone di Apis mellifera contro l’introduzione incontrollata di sottospecie alloctone e ibridi si sente talvolta accusare di “razzismo” — come se proteggere una popolazione genetica significasse inseguire una qualche “purezza della razza”. È un’accusa che nasce da una confusione concettuale, ed è il momento di chiarirla, spero definitivamente.
Sottospecie, non razze: una differenza tassonomica precisa
Il primo errore è terminologico. Le popolazioni di api autoctone — ligustica, mellifera, carnica, siciliana e le altre — non sono “razze”: sono sottospecie, e la differenza non è una sfumatura semantica.
La razza è il prodotto della selezione artificiale: l’uomo sceglie, isola e accoppia individui in base a caratteri economicamente utili (produttività, docilità, resa). Gli animali di razza dipendono spesso dall’uomo per alimentazione e riproduzione, e presentano un grado di consanguineità elevato, tipico di popolazioni chiuse e controllate.
La sottospecie è invece il prodotto della selezione naturale: decine di migliaia di anni di isolamento geografico e adattamento climatico, senza intervento umano nella formazione del pool genetico. Le sottospecie si accoppiano e si nutrono liberamente in natura.
L’ape, per di più, non è un animale domestico in senso stretto. Anche quando è gestita in arnia, si accoppia in volo, all’aperto, senza alcun controllo umano (l’inseminazione strumentale è una tecnica minoritaria, riservata alla selezione di alcune linee di regine). È più corretto parlare di specie gestita: l’uomo fornisce l’alloggio, non governa la riproduzione. Questo rende l’ibridazione incontrollata con sottospecie alloctone importate un’interferenza umana su un processo che dovrebbe restare naturale — l’esatto contrario della logica con cui si creano le razze da allevamento, dove l’incrocio controllato è la norma.
Il concetto di “razza umana” è un’altra cosa
Il paragone con l’essere umano non regge nemmeno sul piano biologico. Il concetto di “razze umane” come categorie distinte è stato smontato dalla genetica di popolazione: la variabilità genetica all’interno delle popolazioni umane è enormemente maggiore di quella tra le popolazioni, e non esiste nulla di paragonabile all’isolamento riproduttivo che definisce una sottospecie animale. Parlare di sottospecie nelle api è tassonomia scientifica consolidata; parlare di razze umane come categoria biologica è un’operazione che la scienza contemporanea considera priva di fondamento.
Cosa si difende davvero: biodiversità, non purezza
L’obiettivo di chi si oppone all’introduzione incontrollata di sottospecie alloctone non è una “purezza” astratta, ma la conservazione della biodiversità intraspecifica e dell’adattamento locale — lo stesso principio per cui si proteggono le razze autoctone di bestiame, le varietà di sementi antiche, i lupi appenninici dall’ibridazione coi cani, le trote autoctone da quelle alloctone.
I rischi dell’ibridazione incontrollata sono documentati: perdita dell’adattamento climatico costruito in millenni, comportamenti indesiderati (aggressività, sciamatura eccessiva) negli ibridi, erosione genetica delle popolazioni locali (il cosiddetto genetic swamping), introduzione di patogeni a cui le popolazioni autoctone non sono adattate.
Tre obiezioni frequenti, e perché non reggono
A questo punto vale la pena affrontare direttamente anche le altre obiezioni che più spesso vengono mosse a chi difende le sottospecie autoctone.
“Le api autoctone ormai sono poco produttive, si ammalano, non hanno più caratteri interessanti.”
A parte il fatto che il valore fondamentale dell’ape non sta nella resa produttiva ma nel servizio di impollinazione — motivo sufficiente, da solo, per non metterla a rischio — questo argomento contiene una fallacia logica di fondo: scambia l’effetto per la causa. Ciò che si osserva come “debolezza” delle popolazioni autoctone è in larga parte il risultato proprio di decenni di introduzione incontrollata di sottospecie alloctone e ibridi, che accoppiandosi naturalmente in volo con le regine — anche quelle degli apicoltori che cercano di fare conservazione — ha progressivamente eroso l’integrità genetica e l’adattamento locale costruito in millenni.
Apis mellifera mellifera
La letteratura scientifica conferma che questo processo non è episodico ma strutturale: il commercio di regine ha causato in tutta Europa una sostituzione genetica su larga scala tra popolazioni native e commerciali, con conseguente perdita delle combinazioni alleliche che l’adattamento locale aveva selezionato nel tempo. In altre parole: si presenta come “difetto intrinseco” della sottospecie ciò che è invece la conseguenza diretta dell’interferenza umana che si vorrebbe continuare a giustificare.
“Non è vero che si stiano perdendo le sottospecie autoctone, sono solo impressioni.”
Non è così: l’introgressione lascia tracce osservabili anche a occhio nudo, prima ancora che nei marcatori genetici. Nella ligustica, l’omogeneità delle bande arancioni sull’addome delle operaie è un carattere filogeneticamente informativo — è tipico del lignaggio a cui la ligustica appartiene, distinto da quello (nero) delle sottospecie del nord e ovest Europa. La comparsa di operaie nere all’interno di una colonia a base ligustica è un segnale concreto che fuchi non autoctoni si sono accoppiati con la regina. Studi condotti sul fenomeno speculare nell’ape nera europea confermano il principio: la comparsa di bande di colore “estraneo” nelle colonie è statisticamente associata a introgressione rilevata tramite marcatori genetici. Io stesso, quando sono andato a lavorare in Albania in un progetto con degli apicoltori locali, ho osservato che l’omogeneità nel colore nero/grigio della loro ape di sottospecie carnica/macedonica era interrotta da numerose api giallo aranciate derivanti da “sangue” di ligustica.
Apis mellifera carnica
Va detto, per rigore, che la correlazione tra colore e purezza genetica è utile come segnale d’allarme visivo per l’apicoltore, ma non è così forte da sostituire un’analisi genetica quando serve una diagnosi certa.
“Se le sottospecie autoctone sono così importanti, perché non sono meglio tutelate a livello europeo?”
Qui il problema è proprio normativo, ed è un punto su cui vale la pena insistere con le istituzioni. In assenza di una norma specifica, l’ape mellifera viene di fatto trattata come un animale domestico, sebbene — come argomentato sopra — non lo sia biologicamente. Questo ha una conseguenza pratica rilevante: gli animali domestici sono equiparati a merci ai fini del mercato interno dell’Unione Europea, e circolano quindi in regime di libera movimentazione (con deroghe solo per motivi sanitari), mentre la fauna selvatica rientra nella competenza dei singoli Stati membri, che possono adottare misure di protezione specifiche. Se l’ape venisse formalmente riconosciuta come fauna selvatica a livello europeo, i singoli Stati membri potrebbero limitare l’introduzione di sottospecie alloctone e ibridi sul proprio territorio, così come già fanno per altre specie selvatiche minacciate da inquinamento genetico. Non è un’idea isolata: è precisamente quanto richiede la Carta di San Michele all’Adige (discussa più avanti), che dichiara esplicitamente le sottospecie autoctone di Apis mellifera, nei rispettivi areali di origine, insetti selvatici a tutti gli effetti. Un argomento scientifico indipendente rafforza questa richiesta: nel 2025-2026 la IUCN ha aggiornato lo stato di conservazione delle popolazioni selvatiche di Apis mellifera nell’Unione Europea da “dati insufficienti” a “in pericolo” in tutti i 27 Stati membri, confermando che le popolazioni selvatiche restano parte integrante della biodiversità autoctona europea, e non semplicemente una specie gestita o domestica. Ovviamente questa proposta di riclassificazione non è condivisa in modo unanime all’interno del mondo apistico: c’è chi teme che possa avere ricadute sulla libertà di allevamento e sul commercio di regine selezionate.
Un’osservazione, e un limite da riconoscerle
C’è un’ultima riflessione, più tagliente, che nasce spontanea di fronte a chi muove l’accusa di razzismo a chi vorrebbe proteggere le sottospecie autoctone: spesso le stesse persone che rivendicano la libertà assoluta di mescolare sottospecie e ibridi animali sono, paradossalmente, tra le più propense a voler limitare — nella storia o nell’attualità — le unioni tra esseri umani di provenienza, colore della pelle o religione diversa. Storicamente, infatti, il controllo degli accoppiamenti umani è stato uno strumento centrale del razzismo concreto: le leggi di Norimberga, le leggi anti-miscegenation statunitensi in vigore fino al 1967, l’Immorality Act del Sudafrica dell’apartheid. In questi casi il controllo riproduttivo non era un dettaglio, ma lo strumento con cui si manteneva nel tempo una gerarchia percepita come biologica: se i gruppi si mescolano liberamente, la categoria su cui si fonda la gerarchia svanisce in poche generazioni.
Apis mellifera ligustica
Chi applica un doppio standard così netto — permissivo per gli animali, restrittivo per gli esseri umani — sta probabilmente usando l’argomento “conservazionista” come pretesto, non come principio coerente: un principio coerente varrebbe allo stesso modo in entrambi i casi.
Detto questo, è bene essere onesti: il controllo riproduttivo è uno strumento tipico del razzismo, ma non ne è l’unica definizione. Si può discriminare, negare diritti, deumanizzare un gruppo anche senza toccare il tema degli accoppiamenti e purtroppo in questi ultimi anni ne abbiamo degli esempi drammatici. È quindi un indicatore forte, non un test esaustivo.
In sintesi
Difendere le sottospecie autoctone di api dall’ibridazione con sottospecie alloctone introdotte artificialmente dall’uomo è un atto di conservazione della biodiversità, fondato su una distinzione tassonomica precisa tra sottospecie (naturale) e razza (artificiale). Non ha nulla a che vedere con il concetto — biologicamente infondato quando applicato agli esseri umani — di “razza”, e tantomeno con l’ideologia che a quel concetto si è storicamente accompagnata, il cui tratto distintivo è semmai il tentativo di controllare gli accoppiamenti tra le persone, non quello di proteggere popolazioni animali dall’interferenza umana.
La Carta di San Michele all’Adige
Questa posizione non nasce da un’intuizione isolata: dal 2018 esiste in Italia un documento scientifico e collettivo che formalizza esattamente questi argomenti, la Carta di San Michele all’Adige — Appello per la tutela della biodiversità delle sottospecie autoctone di Apis mellifera Linnaeus, 1758 in Italia.
Apis mellifera siciliana
Promossa dal naturalista ed entomologo Paolo Fontana (Fondazione Edmund Mach), l’idea nacque nel 2016 durante il Congresso Internazionale di Entomologia in Florida, dove emerse con chiarezza la gravità dell’impoverimento genetico della specie a livello globale. Il documento fu redatto e sottoscritto il 12 giugno 2018 a San Michele all’Adige (TN), con la firma di esponenti della ricerca scientifica, personalità di rilievo del mondo apistico e dell’ambientalismo, italiani e internazionali. Questo documento è stato poi pubblicato anche in inglese da un’importante rivista scientifica (Appeal for biodiversity protection of native honey bee subspecies of Apis mellifera in Italy (San Michele all’Adige declaration) - November 2018, Bulletin of Insectology 71(2):257-271). Il lavoro è ampiamente riconosciuto anche dalla comunità scientifica mondiale come riferimento normativo e biologico per la tutela delle sottospecie autoctone, sostenendo la necessità di preservare l’integrità genetica delle popolazioni locali contro l’ibridazione.
Il cuore dell’appello è precisamente la distinzione discussa in questo articolo: la Carta ribadisce che l’ape mellifica, pur gestita dall’uomo da millenni, non può essere considerata un animale domestico, e in quanto insetto impollinatore selvatico svolge un ruolo insostituibile per la conservazione della biodiversità vegetale e degli equilibri naturali, oltre che per le produzioni agricole. Chiede quindi alle amministrazioni politiche di riconoscere alle sottospecie autoctone — in particolare le due endemiche italiane, A. m. ligustica e A. m. siciliana — un’adeguata protezione faunistica, come già avviene per altre componenti della fauna selvatica minacciate da inquinamento genetico.
Un punto rilevante per il dibattito qui trattato: la Carta chiarisce esplicitamente che questa tutela non si pone in contrapposizione al lavoro di selezione degli apicoltori, ma in armonia con esso: proteggere il patrimonio genetico delle sottospecie come bene faunistico non impedisce alle aziende che allevano regine di queste sottospecie di continuare la loro attività — anzi, operando in un territorio geneticamente protetto, i selezionatori potrebbero lavorare con maggiore efficacia su linee mirate a produttività e salute.
Il documento è oggi considerato uno dei primi appelli organici, su base scientifica, per la salvaguardia delle api autoctone in Italia, e ha dato origine a un percorso editoriale e divulgativo successivo, culminato nel volume collettivo Api e biodiversità: tutela delle sottospecie autoctone di Apis mellifera Linnaeus, 1758 (Fontana P. e Zanotelli L., a cura di, Fondazione Edmund Mach, 2021).
Il testo integrale della Carta è disponibile in PDF (anche in versione inglese, San Michele all’Adige Declaration), ed è tuttora possibile aderire all’appello firmandolo online.
Riferimenti
Sulle sottospecie di api e l’introgressione genetica
Conservation of Honeybee (Apis mellifera) Intraspecific Diversity Through Reproductive Science and Technology, Springer Nature, 2025.
Genetic diversity assessment of Italian honey bee populations for conservation of Apis mellifera ligustica biodiversity, Tandfonline, 2026.
Reduced SNP Panels for Genetic Identification and Introgression Analysis in the Dark Honey Bee (Apis mellifera mellifera), PLOS ONE, 2015.
Conservation of the dark bee (Apis mellifera mellifera): Estimating C-lineage introgression in Nordic breeding stocks, Acta Agriculturae Scandinavica, 2020.
When One’s Not Enough: Colony Pool-Seq Outperforms Individual-Based Methods for Assessing Introgression in Apis mellifera mellifera, PMC, 2023.
Whole genome analyses of introgression in British and Irish Apis mellifera mellifera, Tandfonline, 2024.
Genetic diversity and population structure of the Saharan honey bee Apis mellifera sahariensis from southeastern Morocco, Apidologie, 2023.
Introgressive hybridisation puts the distinctive population of Apis mellifera mellifera in Ireland at risk: evidence from a multidisciplinary approach, Tandfonline, 2024 — sul valore e i limiti del colore come marcatore di introgressione.
Can introgression in M-lineage honey bees be detected by abdominal colour patterns?, Apidologie, 2020.
Sulla genetica delle popolazioni umane e il concetto di “razza”
Lewontin R.C., The Apportionment of Human Diversity, 1972 — lo studio fondativo: l’85,4% della variazione genetica umana si trova all’interno delle popolazioni, solo il 6,3% è attribuibile alla classificazione razziale.
Edwards A.W.F., Human Genetic Diversity: Lewontin’s Fallacy, BioEssays, 2003 — critica statistica al valore tassonomico della conclusione di Lewontin, senza contestarne il dato empirico di fondo.
Polygenic risk, population structure and ongoing difficulties with race in human genetics, PMC — conferma che la maggior parte della diversità genetica umana resta interna alle popolazioni, pur discutendo l’uso residuo della classificazione in campo biomedico.
Forensic genetics through the lens of Lewontin: population structure, ancestry and race, Philosophical Transactions of the Royal Society B, 2022.
Sullo status giuridico dell’ape e la conservazione delle popolazioni selvatiche
Regolamento (UE) 2016/429 del Parlamento europeo e del Consiglio, 9 marzo 2016 (”Animal Health Law”), su sanità animale e movimentazione di animali detenuti nel mercato interno.
Direttiva 92/43/CEE del Consiglio, 21 maggio 1992 (”Direttiva Habitat”), sulla conservazione degli habitat naturali e della fauna selvatica, di competenza degli Stati membri.
IUCN / Honey Bee Watch, aggiornamento 2025-2026 dello stato di conservazione delle popolazioni selvatiche di Apis mellifera nell’Unione Europea, da “Data Deficient” a “Endangered” (In Pericolo).
La Carta di San Michele all’Adige
Carta di San Michele all’Adige — Appello per la tutela della biodiversità delle sottospecie autoctone di Apis mellifera Linnaeus, 1758 in Italia, Fondazione Edmund Mach, San Michele all’Adige, 12 giugno 2018. Testo integrale in PDF — pagina di riferimento: World Biodiversity Association.
Fontana P., Zanotelli L. (a cura di), Api e biodiversità: tutela delle sottospecie autoctone di Apis mellifera Linnaeus, 1758, Fondazione Edmund Mach, San Michele all’Adige, 2021, ISBN 978-88-7843-055-6.
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