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Bee Fly Zone · Aug 3, 2026

La Sfinge testa di morto: la falena che sfida gli alveari e attraversa i continenti

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C’è un’enorme ed enigmatica falena che spesso finisce i suoi giorni all’interno di un alveare.

C’è un’enorme ed enigmatica falena che spesso finisce i suoi giorni all’interno di un alveare. Il suo nome è Acherontia atropos, nota come Sfinge testa di morto, ed è interessante parlarne per la sua biologia assolutamente affascinante.

Alcune sue caratteristiche — un vistoso mimetismo sul torace dalla forma di teschio, la capacità di emettere suoni simili a un lamento e le sue abitudini notturne — le hanno fatto guadagnare una pessima reputazione. La sua dieta golosa di miele, invece, è ciò che l’ha portata alla ribalta nel mondo dell’apicoltura.

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Nelle campagne italiane ed europee, prima dello sviluppo della scienza moderna, l’incontro con questa falena era considerato un evento nefasto. Nelle tradizioni contadine di molte regioni italiane, se una Sfinge testa di morto entrava in una casa volando intorno a una candela, si credeva che annunciasse la morte imminente di un membro della famiglia. Nel Lazio e in Toscana si pensava che il suo verso (lo stridio) fosse il lamento di un’anima dannata.

Esisteva anche la credenza diffusa che le squame che ricoprono le sue ali (la “polvere” che lascia sulle dita se toccata) potessero rendere ciechi gli uomini o gli animali qualora fossero entrate a contatto con gli occhi. In realtà, è bene ricordarlo, è una polvere del tutto innocua.

Lo stesso Linneo, quando le diede il nome scientifico nel 1758, attinse a piene mani dal mondo dell’oltretomba greco. Acherontia deriva da Acheronte, il fiume infernale che le anime dovevano attraversare, mentre atropos deriva da Atropo, la più anziana delle tre Moire, colei che nella mitologia recideva il filo della vita umana con le sue forbici.

Morfologia

Della sua morfologia, sicuramente il disegno toracico è quello che più salta agli occhi: una vistosa macchia chiara sul dorso che ricorda un teschio umano.

Le sue dimensioni sono notevoli, con un’apertura alare che può raggiungere, nelle femmine, i 13-15 centimetri. Le ali anteriori sono di colore scuro e mimetiche; le posteriori sono gialle con bande nere. L’addome è robusto e mostra strisce trasversali nere e gialle, simili a quelle di un calabrone.

Per le nostre latitudini questo lepidottero detiene dei primati importanti: grazie a un corpo incredibilmente robusto, compatto e muscoloso, è considerato a tutti gli effetti l’insetto più pesante e massiccio dell’intera fauna europea, mentre è al secondo posto in Europa per apertura alare, superata soltanto dalla Saturnia del pero (Saturnia pyri), che può raggiungere i 15-16 cm. Ciò ha un enorme impatto visivo, che aumenta la sua fama sinistra e la paura dell’apicoltore quando la nota — di solito ormai morta — tra i favi dell’alveare.

Il ciclo vitale

Questo splendido insetto ha un ciclo vitale tipico dei lepidotteri, ma con delle varianti dovute alla sua mole. Pur potendo deporre più di 150 uova durante la sua vita, la femmina di Acherontia atropos depone un solo uovo per volta nella pagina inferiore di una foglia della pianta prescelta, principalmente della famiglia delle solanacee, come patate, pomodori e tabacco.

Vivendo da alcuni anni in Valtiberina toscana, patria del tabacco (Nicotiana tabacum) della cultivar Kentucky con la quale vengono prodotti i sigari toscani, mi trovo in una delle terre in cui questa falena ha avuto per anni un vero e proprio “paradiso riproduttivo”.

La scelta di deporre un solo uovo deriva dalla sua mole: il bruco arriva alla ragguardevole lunghezza di 12-13 cm, per cui la presenza di più uova sulla stessa pianta farebbe entrare presto i bruchi neonati in competizione alimentare tra loro, esaurendo la pianta in pochissimo tempo.

Il bruco, oltre alla mole, è riconoscibile per un cornetto posteriore a forma di “S”. Può avere tre varianti cromatiche: verde, gialla o marrone scuro. Alla fine del ciclo larvale va a incrisalidarsi nel terreno, in una cella d’argilla costruita a diversi centimetri di profondità. Il periodo di metamorfosi, nel quale la crisalide si trasforma in adulto, dura — nel periodo caldo — dalle 3 alle 4 settimane.

Assetata di miele

Come spesso capita tra i lepidotteri, lo stile di vita tra forma larvale e adulta differisce molto. All’adulto di Acherontia atropos piace nutrirsi del miele stoccato dalle api nel loro nido, ma non solo. Per riuscire in questa difficile impresa, l’evoluzione l’ha munita di un particolare comportamento: il mimetismo chimico. Per non farsi attaccare, riesce a emettere odori (idrocarburi cuticolari) identici a quelli delle api.

Tuttavia, vittima spesso della sua ingordigia (almeno così si legge su molti testi), non riesce più a uscire dall’alveare, e le api — che per la sua mole non riescono a trascinarla fuori — una volta uccisa la rivestono interamente di propoli per “mummificarla” ed evitare che marcisca nell’arnia, dopo averne eliminato le interiora. Chissà che non sia il ritrovamento di qualche Acherontia atropos negli alveari egiziani ad aver spinto la popolazione a farsi mummificare.

La sua spirotromba (l’apparato boccale) è corta e rigida, adatta a perforare i favi di cera. Un’altra caratteristica particolare è il suono che riesce a emettere quando è disturbata o minacciata (stridulazione), che serve a spaventare i predatori.

Un viaggio di migliaia di chilometri

Ma la caratteristica che più affascina di questo insetto è il comportamento migratorio. Questo enorme lepidottero compie ogni anno viaggi fino a 4.000 chilometri, spostandosi tra l’Africa subsahariana, il bacino del Mediterraneo e il Nord Europa. Uno studio scientifico pubblicato sulla rivista Science ha tracciato le falene installando sul loro dorso dei micro-trasmettitori radio da 0,2 grammi e seguendole di notte a bordo di piccoli aerei. I risultati hanno svelato dinamiche di volo sorprendenti:

  • Navigazione in linea retta: a differenza di molti insetti che si fanno semplicemente trasportare dal vento in modo casuale, la Sfinge testa di morto vola mantenendo una traiettoria perfettamente rettilinea. Per orientarsi al buio utilizza una sofisticata bussola interna, sensibile al campo magnetico terrestre e ai segnali visivi.

  • Adattamento aerodinamico e gestione del vento: le falene non subiscono le correnti d’aria, ma modificano attivamente la loro strategia di volo in base alle condizioni meteorologiche incontrate. Con vento a favore volano più in alto, per farsi spingere e risparmiare energie preziose. Con vento contrario o trasversale scendono a bassa quota, vicino al suolo, e “sfondano” la corrente usando la forza dei loro muscoli per non farsi deviare dalla rotta prestabilita.

La sua è una migrazione multi-generazionale. Gli adulti partono dall’Africa in primavera, risalgono verso il Mediterraneo e l’Europa deponendo le uova. I bruchi crescono, si impupano nel terreno e sfarfallano. Sarà la generazione successiva (i figli o i nipoti) a compiere in autunno il viaggio di ritorno verso il sud, guidata unicamente da un istinto genetico ereditato, senza aver mai visto la rotta prima — a differenza di quanto capita agli uccelli migratori, in cui il singolo individuo impara la rotta e compie il viaggio di andata e ritorno più volte nella vita.

Con il riscaldamento globale e gli inverni europei sempre più miti, molti individui riescono ormai a svernare con successo direttamente nel Sud Italia (come in Sicilia e Sardegna), senza dover necessariamente rientrare in Africa.

Il ciclo italiano

In Italia l’Acherontia atropos non compie una sola generazione, ma si comporta come una specie multivoltina, arrivando a compiere da 1 a 3 generazioni all’anno, a seconda delle temperature e della zona geografica.

Gli esemplari che qualche apicoltore trova morti a fine estate o inizio autunno (tra settembre e ottobre) nei propri alveari non sono i migranti arrivati dall’Africa in primavera, ma sono i loro figli o nipoti: si tratta della generazione nata in Italia durante la stagione calda.

Una volta arrivata in Africa, la falena migrante, giunta ormai alla fine del suo ciclo vitale, compie un ultimo ciclo riproduttivo. Depone le uova, dalle quali nasceranno i bruchi africani che cresceranno durante il nostro inverno. Saranno i loro discendenti diretti a sfarfallare in primavera e a intraprendere la migrazione inversa verso l’Italia e l’Europa, perpetuando questo ciclo continuo e infinito tra i due continenti.

In primavera (maggio-giugno), le grandi falene svernanti o nate in Africa volano verso nord e arrivano in Italia. Depongono le uova sulle solanacee (o su piante spontanee) e poi muoiono di vecchiaia in natura. Da quelle uova si sviluppano i bruchi giganti estivi, che poi si impupano nel terreno. Gli adulti che sfarfallano a fine estate sono i giovani nati sul nostro territorio.

In quel periodo è possibile trovarli negli alveari degli apicoltori che hanno dimenticato di inserire la porticina dentellata, o che hanno dei fori come entrata dell’alveare, per fare il loro rifornimento energetico. I giovani adulti appena nati hanno bisogno di fare un massiccio pieno di zuccheri e carboidrati per accumulare i grassi necessari a sostenere il volo migratorio di ritorno verso il sud. L’alveare è il “fast food” perfetto.

La loro golosità spesso sarà fatale: a volte mangiano così tanto miele da appesantirsi troppo. Spesso si gonfiano a tal punto da rimanere incastrate tra i telaini o da non riuscire più a superare agevolmente l’uscita.

Coloro che sopravvivono alle api, magari perché non hanno trovato un alveare utile per rifornirsi, intraprendono la migrazione autunnale verso il Sud Italia o l’Africa, per sfuggire al freddo invernale.

Non solo miele

Fortunatamente l’adulto di Acherontia atropos non si nutre esclusivamente di miele. Il miele rappresenta semplicemente la sua fonte di energia preferita, una sorta di “super-alimento” concentrato. Quando l’accesso agli alveari è bloccato dalle porticine degli apicoltori o dalla carenza di colonie selvatiche, la Sfinge testa di morto integra o sostituisce la sua dieta con il nettare dei fiori, la linfa zuccherina e il succo di frutta matura o in fermentazione caduta a terra (come fichi o uva).

Sebbene l’uso massiccio di pesticidi in agricoltura intensiva ne colpisca le popolazioni, e gli avvistamenti in natura restino affascinanti ed episodici, la specie non è a rischio immediato di estinzione. La sua salvezza risiede nella straordinaria capacità di volare per migliaia di chilometri e nel fatto che l’Africa subsahariana funge da immenso “serbatoio” naturale. Da lì, ogni anno, milioni di nuovi individui migrano verso l’Europa, garantendo il ricambio generazionale indipendentemente dalle barriere che trovano negli apiari antropizzati.

Tuttavia è certo che in passato il rapporto tra l’umanità e la sfinge era molto più frequente, e ce ne sono notevoli testimonianze. C’è addirittura un dipinto in cui un uomo cerca di fare colpo su una ragazza mostrandole l’Acherontia atropos, dimostrando quantomeno il coraggio di tenere in mano un insetto così grande e spaventoso.

Malgrado non sia più così giovane, nella mia vita l’ho vista esclusivamente negli alveari, morta e mai altrove. Certo, le sue abitudini notturne la nascondono agli occhi dei più, ma certamente non ce ne sono più moltissime.

Nel cinema e nella letteratura

La Sfinge testa di morto è anche la protagonista assoluta di uno dei film più famosi della storia del cinema, Il silenzio degli innocenti (1991). La falena compare in modo inquietante sulla famosissima locandina del film, posizionata proprio sulla bocca dell’attrice Jodie Foster. Nella trama, il serial killer “Buffalo Bill” inserisce la crisalide di questo lepidottero nella gola delle sue vittime, come macabro simbolo di trasformazione e rinascita.

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The Hireling Shepherd, di William Holman Hunt, 1851.
da: https://www.lepidoptera.life/2023/10/01/rubrica-metamorfosi-40-acherontia-atropos/

Un dettaglio affascinante che molti non conoscono riguarda il teschio sulla locandina: guardando molto da vicino il torace della falena nel poster, si scopre che il teschio è in realtà un’illusione ottica. È composto da sette donne nude disposte ad arte, una riproduzione della celebre opera fotografica “In Voluptas Mors“, realizzata da Salvador Dalí e Philippe Halsman.

Prima di questo ruolo cinematografico, la sua fama sinistra era già tale che persino Bram Stoker la citò nel suo celebre romanzo Dracula (1897), dove viene inviata dal conte per tormentare i protagonisti.

Un ospite da proteggere

Oggi, a causa dell’agricoltura intensiva e dell’uso di pesticidi che hanno decimato i bruchi nei campi, la Sfinge testa di morto è diventata rara. Essendo un insetto strettamente notturno e a bassa densità, l’uomo comune non la incontra quasi mai. Gli apicoltori sono rimasti gli unici veri testimoni della presenza di questa meravigliosa creatura.

Il messaggio fondamentale per ogni apicoltore moderno è uno solo: la Sfinge testa di morto non fa danni e va preservata. Il quantitativo di miele che consuma un singolo individuo è del tutto irrisorio e non mette mai a rischio la sopravvivenza o la produzione di una colonia. Non devasta i favi e non attacca le api.

Si tratta di un ospite affascinante, un antico viaggiatore che chiede solo un piccolo tributo zuccherino per poter continuare il suo incredibile viaggio transcontinentale. Proteggere o semplicemente tollerare la sua presenza è un atto di rispetto verso la biodiversità e verso uno dei miracoli più straordinari della natura.

Bibliografia scientifica

  1. Linnaeus, C. (1758). Systema Naturae per regna tria naturae, secundum classes, ordines, genera, species, cum characteribus, differentiis, synonymis, locis, 10ª ed. Stoccolma: Laurentius Salvius. (Descrizione originale della specie, allora Sphinx atropos).

  2. Moritz, R.F.A., Kirchner, W.H., Crewe, R.M. (1991). “Chemical camouflage of the death’s head hawkmoth (Acherontia atropos L.) in honeybee colonies.” Naturwissenschaften, 78, 179–182. https://doi.org/10.1007/BF01136209

  3. Kitching, I.J. (2003). “Phylogeny of the death’s head hawkmoths, Acherontia [Laspeyres], and related genera (Lepidoptera: Sphingidae: Sphinginae: Acherontiini).” Systematic Entomology, 28(2), 71–88. https://doi.org/10.1046/j.1365-3113.2003.00199.x

  4. Brehm, G., Fischer, M., Gorb, S., Kleinteich, T., Kühn, B., Neubert, D., Pohl, H., Wipfler, B., Wurdinger, S. (2015). “The unique sound production of the Death’s-head hawkmoth (Acherontia atropos (Linnaeus, 1758)) revisited.” The Science of Nature, 102, 43. https://doi.org/10.1007/s00114-015-1292-5

  5. Menz, M.H.M., Scacco, M., Bürki-Spycher, H.-M., Williams, H.J., Reynolds, D.R., Chapman, J.W., Wikelski, M. (2022). “Individual tracking reveals long-distance flight-path control in a nocturnally migrating moth.” Science, 377(6607), 764–768. https://doi.org/10.1126/science.abn1663

  6. Pittaway, A.R. (1993). The Hawkmoths of the Western Palaearctic. Colchester: Harley Books.

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