Scrivere un romanzo è difficile.
Non penso che per moltə questa sia una novità, anzi, già vi vedo, tra chi mi legge, scuotere la testa e dire: “Ma va? E tu davvero l’hai capito solo ora?”
No, certo che no. Anzi, forse sì. Che differenza fa?
Se già lo sapevo, l’ho imparato di nuovo nell’ultimo mese. Se invece me ne sono resa conto solo adesso, tra qualche mese me ne sarò scordata e dovrò re-impararlo da capo.
Le ultime settimane di stesura di COR - aka la Creaturina Oscura e Riluttante, che non è né un titolo provvisorio né un’indicazione riguardo al contenuto, ma solo il nomignolo con cui mi piace chiamare il romanzo che sto scrivendo perché è una storia stronzetta, che si nasconde e fa le bizze - sono state un calvario.
La carica di ispirazione, motivazione ed energie che mi aveva sostenuto dall’inizio dell’anno è diventata un naturale momento di stanca, la storia è arrivata alla temuta parte centrale e i dubbi hanno cominciato a strisciare e insinuarsi, come serpi, da tutte le parti. Perché sto scrivendo questo romanzo? Vale davvero la pena, è una buona storia? Certi giorni, non ne sono stata affatto sicura.
È stato così anche per i due romanzi che sono venuti prima? Ovvio che no, mi sono detta. Guardali lì, come sono belli e compiuti. Certo, magari avrò avuto dei momenti di frustrazione, ma sicuramente non fino a questo punto? Se mi sento così sfiduciata, vorrà dire per forza che qualcosa in questa storia non va.
Poi un pomeriggio, mentre mettevo in ordine il mio studio - incredibile quante scuse si trovano per procrastinare - mi è capitato tra le mani il mio journal del 2021, l’anno in cui ho scritto Di Spiriti e Polvere, che tra i due romanzi è personalmente il mio preferito. In quel periodo avevo l’abitudine di annotarmi pensieri sparsi sul romanzo e sul processo di scrittura, e li ho ritrovati in mezzo alle liste di cose da fare, alle scadenze e agli appuntamenti come una sorta di frammentato diario di bordo.
Ecco cosa scrivevo: “Mi sembra che tutto faccia schifo. Bleah”. “Sono stanchissima, ho la voglia di scrivere sotto le scarpe.” “Oggi niente. Non ho testa, non ho testa, non ho testa.” “Sono così indietro rispetto a dove vorrei essere, è troppo e non lo so gestire.” “Sono così stanca di questa storia, stanca che ogni capitolo sia una tale fatica, stanca del caldo, stanca di questa storia.”
Ma anche: “Questo mese ho scritto più di quanto abbia mai fatto, che bel risultato.” “Non volevo scrivere, ma l’ho fatto comunque e sono… soddisfatta??” “La scena [redacted] mi ha gasato tantissimo, non vedo l’ora di continuare.” “Che bellezza, come tutto sta prendendo forma.” “Ho finito due capitoli. Yay! Emotivamente devastata, ma dai!”
E avanti così, per dieci mesi. Ecco la dimostrazione, se ne serviva una, di quanto può essere infido il nostro cervello. Tutto ciò che sto provando adesso, nei confronti di questo romanzo, l’ho già vissuto e provato in passato. Solo che me ne ero completamente scordata.
Riformulo la frase, allora: scrivere un romanzo è difficile, eppure ogni volta finisci per dimenticarlo. Arrivi alla sudata parola fine, sputi sangue per tornare indietro e aggiustare, rimaneggiare, buttare all’aria e rimettere insieme, sistemare i dettagli e dare le tinteggiature finali, e poi arrivano la copertina, le reazioni del pubblico, e con loro quel sussulto di orgoglio perché ehi, questa cosa prima non c’era e tu l’hai creata, e va bene, magari avrà i suoi difetti, ma ti sembra comunque così bella, lì sullo quello scaffale, che subito ti viene da pensare: “Ora lo faccio di nuovo.”
Ho la sensazione, poi, che la parte difficile non sia neanche quella che ti verrebbe da pensare, e ciò il fatto di gestire una trama, dividerla in tre, quattro, sette atti, oppure muovere i personaggi, i conflitti, l’arco di trasformazione e così via. Quello si impara. Quello si aggiusta. Invece…
È difficile mettersi ogni giorno davanti alla pagina, e davanti alla pagina mettersi in discussione.
È difficile dover ragionare di continuo, se qualcosa funziona oppure no, e se non funziona allora perché non funziona, e se invece funziona in che modo funziona, così puoi farla funzionare anche più avanti, e farla funzionare un po’ di più.
È difficile arrancare tra i momenti morti, quelli in cui ti abbandonano le energie, le certezze, la voglia, le idee e perfino il senso della realtà, quando non sai più se tutto questo ha senso, o se stai solo buttando via il tuo tempo e la tua sanità mentale.
È difficile chiudere fuori, anche solo momentaneamente, una realtà che bussa con sempre più insistenza, e ritirarsi in quella bolla egoista e un po’ narcisista dove il resto cessa di esistere, e ci siete solo tu e quei personaggi fittizi e quell’ambiente fittizio, e chissà quali parti sepolte di te e del mondo attorno, che solo in questo modo puoi osservare, raccontare e restituire.
È difficile fare il lavoro difficile.
Ma senza il lavoro difficile, cosa rimane? È allora forse è lì che il lavoro di scrittura trova il suo senso, quello che dopo puoi ammirare, con un pizzico di orgoglio, quando sarai finalmente giunta dall’altra parte, libera di tirare il fiato.
Io, in ogni caso, ho ripreso a tenere un journal per documentare a me stessa il processo, con le sue frustrazioni e le sue piccole vittorie. Ho il sospetto che quando arriverò a scrivere il romanzo numero quattro, sarà un promemoria di cui avrò tremendamente bisogno.
Io l’estate l’ho sempre un po’ detestata. Ero una bambina che si scottava troppo facilmente, che odiava la sensazione granulosa e appiccicaticcia della sabbia intrisa di crema solare e sudore incollata addosso, e il cui massimo desiderio era avere almeno un paio di libri in cui infilare il naso e poche scocciature attorno (pure da adulta, a ben vedere, le cose non sono cambiate molto). Da alcuni anni, però, sto cercando di riappropriarmi di questo periodo caldo e indolente, di ripensarlo come un momento da dedicare il più possibile a un lavoro creativo, immersivo e di ispirazione.
Un’estate di scrittura credo sia nata da qui, dalla voglia di condividere questo diverso tipo di energia. E visto che, per l’appunto, scrivere è difficile, ma comunque io amo sia farlo che parlarne, per i prossimi due-tre mesi questa newsletter torna a concentrarsi su quello.
Grazie ai vostri input e alle vostre domande, quest’anno parleremo di worldbuilding, di stesura e revisione, di bilanciamento del ritmo e di stile personale. Robetta facile, eh? Mi avete messo sul piatto delle belle sfide, e non vedo l’ora di addentrarmici.
Non penso che avranno una cadenza super-regolarissima, perché avrò bisogno di un po’ di spazi di manovra per dedicarmi anche ad altre cose (tra le quali, appunto, la Creaturina di cui parlavo sopra), ma più o meno l’appuntamento sarà ogni due-tre settimane. Si inizia con il worldbuilding, verso metà luglio.
🎙️ Sono stata ospite del podcast StorySeekers (qua su Spotify o su Apple Podcast), in rappresentanza di Dracones, per parlare un po’ di fantasy italiano, dei retaggi che ci portiamo dietro e di cosa si potrebbe fare per smuovere le cose. Noi autorə abbiamo davanti la sfida più grande, quella di mettere da parte il nostro ego - che è sempre un po’ spropositato - e lavorare a un obiettivo comune. Ma se sei una lettrice o un lettore che ama il fantasy, ecco una piccola cosa che puoi fare già subito, oggi stesso: dare un po’ di fiducia e acquistare un romanzo fantasy di autorə italianə, come tua prossima lettura.
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-Vale

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