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la pagina bianca · May 30, 2025

Cosa smuove i libri

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Valentina Pinzuti · la pagina bianca

Su internet, i giorni post-Salone del Libro1 sono sempre uno show quasi al pari del Salone stesso: ci sono le polemichette e i caroselli di foto sotto alla Torre dei Libri, ci sono le pile dei book haul accanto alle notizie sul mercato in flessione, e poi le lamentele sui troppi libri, e le poche vendite, e il numero record di visitatori, e gli immancabili allarmi sulla cultura che non è più cultura - o che forse sta solo cambiando forma, mentre noi siamo troppo impegnatə a guardare solo alle bolle in cui ci rinchiudiamo invece che al quadro generale, forse ormai talmente ampio e complesso che chissà se può essere guardato per davvero.

Sicuramente, i libri pubblicati sono tanti. Mentre giravamo tra gli stand, Marito - che è solo un lettore, un beato profano del mondo editoriale, e che, bless him, è il tipo di visitatore che al Salone saprebbe farsi abbindolare pure dal manuale di amigurumi della Pincopallo Edizioni senza aver mai avuto il minimo interesse a sferruzzare in vita sua -, insomma, mentre facciamo i nostri giretti Marito mi chiede: “Senti, lo so che è brutto da dire, ma… C’è davvero bisogno di tutti questi libri? Ma chi li compra? Ma come fanno a vendere?”

Eh, Marito. Ce lo chiediamo un po’ tuttə qua, tutte e tre le cose.

Lei, l’immancabile Torre dei Libri

Lasciando un attimo da parte la questione necessità e quella del chi compra e chi no, che meriterebbero una disamina più ampia e forse un po’ a cavallo tra la statistica e la filosofia, per chi pubblica libri oggi quella del come fare a vendere è una faccenda sempre più spinosa.

Come autrice io ci penso spesso, e sono certa di non essere l’unica: in un mare che non è mai stato così ricco e caotico, come fare a ritagliarsi un proprio spazio? Come si riesce ad afferrare un lembo di quella moneta corrente sempre più fuggevole e scarsa chiamata attenzione? Soprattutto quando sei italiana e scrivi fantasy, un genere dove la quota nostrana, rispetto a quella straniera, fa un po’ a gara con quelle delle specie in via di estinzione.

È una delle varie domande che, proprio nei giorni del Salone, ci siamo poste anche durante l’evento di lancio di Dracones, la neonata associazione dedicata alla scrittura fantasy italiana.

Prima di arrivarci però, e di capire se una risposta esiste, voglio fare un salto indietro, anzi, oltreoceano, con un caso editoriale che più o meno negli stessi giorni ha fatto parlare di sé nel bookmondo fantasy e fantasy romantico anglofono, e che ho trovato molto interessante per la discussione che ne è nata: quello di Dani Francis e di Silver Elite.

Per chi non ne fosse a conoscenza, Silver Elite è un romanzo “distopico-romantico” di recentissima uscita pubblicato da Del Rey - imprint di Penguin Random House, e quindi parte dei cosiddetti Big 5 - che è andato in breve tempo virale sul booktok. È stato presentato come “Hunger Games per adulti”, dove, sia chiaro, la dicitura “per adulti” non è da interpretare nel senso di “affronta tematiche difficili in un modo complesso e stratificato” (questo comunque lo faceva già Hunger Games), ma più o meno con lo stesso significato che assume quando la vediamo accostata al sostantivo “filmini”. Detta senza mezzi termini: è “per adulti” nel senso che scopano (pardon, che è spicy).

Questo romanzo distopico-romance-enemies-to-lovers-aggiungete-voi-i-tropes-che-volete ha fatto chiacchierare per diversi motivi. Intanto, in un momento socialmente drammatico come quello attuale, come digerire l’idea che uno dei generi più politici e attuali di sempre - la distopia - sia stato svuotato del contenuto e strumentalizzato per la sola “estetica”? È questa la deriva ultima a cui ha portato la ricerca spasmodica del nuovo successo tiktokiano?

Il punto emblematico, però, è un altro. Perché l’autrice, tale Dani Francis, nessuno sa chi sia. Le uniche informazioni disponibili su di lei sono una bio genericissima e vaga, alcuni post dedicati al romanzo altrettanto generici e vaghi (con tanto di immagini AI, tanto per non farci mancare niente), e la diceria, mai confermata, che si tratti di un’autrice NYT bestseller sotto pseudonimo. Come potete immaginare le congetture si sono sprecate, da chi sospetta che si tratti di Sarah J. Maas o J. K. Rowling sotto copertura per smarcarsi da un’immagine diventata troppo problematica, a chi ha avanzato l’ipotesi che si tratti del primo tentativo da parte degli editori di testare la reazione del pubblico davanti a un romanzo “senza autore”, per poi spalancare le porte ai libri scritti dall’AI.

Al di là della ragionevole valanga di disagio che una simile operazione si porta dietro, in moltə hanno iniziato a chiedersi: come è possibile che, nell’era in cui a ogni autorə viene richiesto di lavorare sulla propria personalità pubblica e di sapersi vendere come persona, nell’era delle relazioni parasociali e della vita consumata in diretta, un romanzo vada virale in poco tempo senza che vi sia associato volto o anche solo un qualsiasi, minimo straccio di identità2?

La risposta, se ancora non ve la siete data, è semplice: con i soldi. Con un investimento di marketing più che massiccio da parte della casa editrice.

È stato un po’ sconfortante vedere autrici e autori, magari anche loro pubblicati da uno dei Big 5, prendere la parola e riportare testimonianze di book tour e campagne di pre-order pagati di tasca propria; di esaurimenti fisici e mentali dovuti all’attività continua sui social; di anticipi evaporati interamente in gadget, eventi, agenzie stampa; di sforzi continui e titanici per poter smuovere, sì e no, qualche centinaio di copie, che sono gocce nel mare rispetto a quello che ha fatto in poco tempo Silver Elite, un romanzo che un’autrice neanche ce l’ha. Il quadro è ancora più tetro se parliamo di categorie marginalizzate, che a netto del triplo dello sforzo restano sempre le più penalizzate in termini di privilegio e visibilità.

Non c’era amarezza, in simili testimonianze. Più una sorta di stupita e rassegnata meraviglia: ma come, sembravano dire, non lo sapevate che questa è la realtà?

Il caso Dani Francis è stato interessante non perché ha portato alla luce cose che non sapessimo già, ma perché ha, almeno per un po’, tirato via il velo dalla balla che per tutti gli ultimi anni ha investito qualsiasi produzione creativa e culturale e che, dall’avvento dei social, ha spostato la larga parte della responsabilità promozionale sulle spalle della parte più debole, quella che realisticamente può fare di meno, soprattutto se lasciata da sola: l’autorə.

(Internet ha la memoria breve e il velo è già tornato saldamente al suo posto, non vi preoccupate).

Ancora oggi, la portata dell’investimento in marketing e visibilità resta il fattore più determinante per decretare il successo o l’oblio di un libro. Ancora oggi, la maggior parte dei casi “virali”, che tanto ci piace credere spontanei e partiti dal basso, sono basilari operazioni economiche. E il pubblico si accoda, illudendosi di avere controllo su ciò che qualcun altro ha già deciso.

Arriviamo a noi, al fantastico italiano.

Nei primi mesi di vita dell’associazione Dracones, quando ancora molto del lavoro era dietro le quinte, le domande attorno alle quali abbiamo costruito il progetto erano chiare: perché, se il genere fantasy cresce in popolarità, chi scrive fantasy in Italia ha ancora molte difficoltà a farsi prendere sul serio, o anche solo a farsi notare dal pubblico? Perché continua ad avere così poco spazio, rispetto alla sua controparte anglofona? Soprattutto: cosa possiamo fare per smuovere le cose?

Adesso che il progetto è stato a tutti gli effetti lanciato, abbiamo approfittato dei giorni del Salone per sondare il terreno e porre la domanda anche a professionistə del settore - agenti letterari, editor, responsabili di case editrici. Le risposte sono state varie nelle loro sfumature, ma da alcune è emerso un denominatore comune: “perché il fantasy italiano non vende (abbastanza).”

Che è un po’ come dire: il fantasy italiano non vende perché il fantasy italiano non vende. Un cortocircuito. Visto che non c’è offerta - o comunque ce ne è poca e, rispetto alla controparte, piuttosto limitata in termini di quantità, visibilità e canali di distribuzione - la domanda non si crea; visto che la domanda non si crea, l’offerta resta poca. Il budget si investe su ciò che si ritiene sicuro, si percorre la strada che altri hanno già aperto, e se un tentativo viene fatto sarà sempre con risorse ridotte; se poi quel tentativo vende pochino, se l’autorə non riesce da solə a intercettare il pubblico, be’ che ci vogliamo fare? La logica conclusione è che un pubblico per quel tipo di libro non c’è, quindi non si pubblica più quel tipo di libro; e il cortocircuito si autoalimenta.

Buffo, quando pensi alle Dani Francis fantasma, che smuovono decine di migliaia di vendite in una settimana grazie al potere magico delle campagne a sei zeri.

E quindi, a noi che di questa risposta non ci accontentiamo, a noi che nonostante tutto crediamo che gli spazi e il pubblico ci siano, che cosa resta?

Abbiamo due possibilità. La prima è sperare nel “caso Zerocalcare”, o “caso Licia Troisi primi anni 2000”, detto anche “la botta di culo”. Ovvero un singolo romanzo che, per qualche congiuntura astrale perfetta e irripetibile, riesce a intercettare un certo sentimento e a spalancare le porte per tutta una nuova generazione di romanzi sulla stessa onda. (In questo scenario, il “caso Zerocalcare” è un modello decisamente preferibile, perché ha saputo cavalcare l’onda puntando sulla qualità, la varietà e il lungo periodo, e ad aprire in questo modo spazi importanti per il graphic novel italiano; il caso “Licia Troisi primi anni 2000”, invece, in cui al successo iniziale sono seguite scelte poco oculate che hanno inondato il mercato di romanzi copiaticci e poco curati, il cui successivo crollo ha poi portato a richiudere quelle porte con il chiavistello, è ahimè ancora oggi considerato una delle cause della situazione attuale del fantastico italiano).

L’altra possibilità è quella guardarsi allo specchio, rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare. Scardinare quelle porte a poco a poco, con testardaggine e costanza; così, magari, quando infine la congiuntura astrale perfetta e irripetibile arriverà, c'è già un terreno solido sul quale può contare (come ho il sospetto che sia stato per il “caso Zerocalcare”).

Visto l’entusiasmo e il calore di pubblico con cui è stato accolto l’evento Hic Sunt Dracones - Celebriamo il fantasy italiano, con cui Dracones ha lanciato le sue attività, credo non solo che la seconda strada sia possibile, ma che sia già in atto.

Prendo in prestito le parole di Luca Tarenzi, durante il panel che abbiamo fatto insieme (spero mi perdonerà se sto parafrasando): “Il problema è che l’Italia è un paese di garantisti, dove la responsabilità non è mai di nessuno. Non è degli editori, perché loro devono fatturare. Non è degli autori, perché loro cosa possono farci? Non è del pubblico, che legge quello che viene proposto e va per la maggiore. Ma responsabili siamo tutti.”

C'è della verità in questo. Ognuno, in questo cortocircuito, ha le sue responsabilità: gli editori di dove scelgono di mettere i soldi; lə autorə di chiudersi nelle proprie zone comfort, di lamentarsi ma non osare; e il pubblico di leggere sempre più in base a un sentimento di appartenenza e apparenza algoritmica, invece che di genuina curiosità.

Può sembrare una cosa da poco, accettare le proprie responsabilità. Ma, anche partendo da poco, chissà dove si può arrivare.

Chi era già qui la scorsa estate, e si ricorda dell’esperimento chiamato “Un’estate di scrittura”? Per chi non c’era, o per chi non ricorda, rinfresco la memoria: lo scorso anno, nei mesi di luglio, agosto e settembre, che tanto sono sempre un po’ mosci in termini di notizie e cose da raccontare, avevo dedicato diversi articoli interamente alla scrittura, alla sua pratica e alle sue sfide, dal mio personale punto di vista, sulla base di domande e curiosità poste da chi mi segue.

Aveva avuto una bella accoglienza, come esperimento mi era piaciuto. Perciò, da un po’ di settimane a questa parte, mi è venuta l’idea malsana di ripeterlo.

L’elemento bello però era stato proprio raccogliere i vari spunti per poter scegliere i temi, quindi via libera a dubbi, curiosità, pruriti vari: parliamo di worldbuilding? Di personaggi, di processo, di stile? Potete scrivermelo nei commenti, nei dm su instagram, o anche per email in risposta a questo post. Sono curiosa di vedere cosa ne esce fuori.

I post dello scorso anno, li trovate raccolti qui.

I miei romanzi sono in promo sulle piattaforme digitali, oppure lo saranno a breve.

  • Il primo volume, Di Cenere e Ombra, è ancora in promo per un paio di giorni, fino al 31 maggio.

  • Il secondo volume, Di Spiriti e Polvere, lo sarà a partire da lunedì 2 giugno, e a seguire per circa una decina di giorni.

Prima di andare

Grazie di essere qui, di dedicare un po’ del tuo tempo a leggere i miei pensieri. Se ti va di lasciare un cuoricino, lo apprezzo. Se vuoi commentare il tema del giorno o scambiare due chiacchiere, mi fa sempre piacere.

Questo spazio sarà sempre gratuito, ma se vuoi supportami ci sono modi facilissimi:

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-Vale ✨

1

In realtà il Salone è stato ben - legasp! - dieci giorni fa, un’era geologica in termini internettiani, tanto che lo show sopracitato è già finito: ma se vogliamo resistere a certe logiche, e ritrovare un modo più slow di fare contenuti e riflessioni, dieci giorni sono niente, quindi mi accollo la responsabilità di tenere l’apertura della newsletter così come è, anche a rischio di apparire già vecchia e datata.

2

C'è il precedente di Elena Ferrante, vero. Ma è evidente che stiamo parlando di due tipi di narrativa, e soprattutto due tipi di consumo, completamente diversi.

Read the original on valepinzuti.substack.com

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