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Uno e Sessantacinque · Feb 16, 2025

Essere come Lucio Corsi

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Fabrizio Ulisse · Uno e Sessantacinque

Sono le 23:34 di sabato 15 febbraio. Sono seduto sul divano di casa mia a Ravenna. Ho un gran mal di testa, sono ancora un po’ raffreddato, e mi sono un po’ stancato aiutando con grande piacere un amico a fare un trasloco. Ho preso un Brufen, tra un po’ andrò a dormire. Sono anche un po’ triste e un po’ malinconico, per tante ragioni. Non avevo voglia di guardare Sanremo, e ho rivisto Gran Torino, il film di Clint Eastwood del 2008. Mi sono commosso sulla scena finale, come la prima volta che lo vidi 17 anni fa.

Dopo il film, ho ascoltato qualche canzone di Lucio Corsi, che non conoscevo, e che ho scoperto durante questo Sanremo. Ho guardato anche qualche spezzone delle tante interviste che gli sono state fatte questi giorni. Mi piace, questo ragazzo, tanto. Mi piacciono le canzoni che scrive, mi piacciono l’assoluta sincerità, genuinità, e candore, con cui si presenta al mondo. E penso mamma mia quanto è difficile essere come lui, sereno nel suo essere semplicemente se stesso, soprattutto per chi è cresciuto reagendo al sentirsi “sbagliato”. Quante volte molte e molti di noi da piccoli o giovanissimi, abbiamo ricevuto un rimprovero per degli errori commessi, e quante volte questo rimprovero è andato oltre la cosa in sé, l’errore commesso, e ha superato quel muro che separa l’errore commesso dalla persona che lo ha commesso, colpevolizzandola. E quante e quanti di noi siamo cresciuti vergognandoci dei nostri errori, al punto di nasconderli, negarli, reagendo ad essi e a chi ce li fa notare, con orgoglio, silenzio, fuga, rancore.

Io non lo so se Lucio Corsi nella sua vita privata prende a calci le porte degli armadi per frustrazioni che non conosciamo. So che è difficile presentarsi al mondo con la spontaneità che un po’ tutte e tutti gli stiamo riconoscendo, forse perché Lucio, in qualche modo, è uno specchio che ci mette a nudo. Io so che mi impegno ogni giorno per essere semplicemente me stesso, completamente trasparente. Sento di esserlo, ma so di non essere interamente percepito così, e credo ormai di sapere anche il perché. E non so se ci sto riuscendo come spero, ogni giorno un po’ di più. Ma una cosa so per certo al 100%: ogni volta che riprendo o rimprovero mio figlio perché fa qualcosa che non dovrebbe fare, cerco di essere fermo ma senza arrabbiarmi e qualche volta ci casco e alzo la voce, ma ogni volta, ogni santa volta che lo rimprovero per qualcosa, dopo lo abbraccio e gli dico che gli voglio bene. Perché una cosa mi preme sopra ogni altra: che capisca, ben più di quanto l’abbia capito io, che sbagliare non c’entra nulla con l’essere sbagliati. Anzi. È una piccola cosa, ma ho il sospetto che se fosse stata fatta molto di più, saremmo un’umanità molto migliore. I maschi, soprattutto.

Sono le 23:57, ho finito di scrivere quel che volevo dire, mi accorgo solo ora che è la seconda volta che qui parlo di errori, e va bene così. Vado a dormire. Buonanotte.

C'è un mistero in ogni giorno che comincia
Dopo una notte che finisce
Io non ho mai capito
Di che cosa sono fatte le conchiglie
E come fanno ad arrivare
Lungo le spiagge affollate
Se dal cielo non scendono scale
Se dal mare non arrivano strade

Probabilmente sono state fatte a mano
Da un uomo sull'Isola d'Elba
C'ha lavorato una vita e poi
S'è stufato e le ha tirate per terra

Buttando nel vento il lavoro di anni
Perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi
Buttando nel vento il lavoro di anni
Perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi

C'è un mistero in ogni giorno che comincia
Dopo una notte che finisce
Io non ho mai capito
Chi ha colorato le conchiglie
E come fanno a viaggiare
Per queste grandi distanze
Se vado al porto lo chiedo alle barche
Che prendono il sole, ma restano bianche

Probabilmente le ha dipinte una donna
Sull'Isola del Giglio
Senza nemmeno festeggiare la fine
Ha deciso di tornare all'inizio

Buttando nel vento il lavoro di anni
Perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi
Buttando nel vento il lavoro di anni
Perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi

Batti il cinque e ripartono le mani trasparenti delle onde
Che ci lasciano conchiglie e si prendono le orme

Buttando nel vento il lavoro di anni
Perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi
Buttando nel vento il lavoro di anni
Perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi

le illustrazioni delle newsletter di Uno e Sessantacinque vengono dal repository di illustrazioni open source undraw

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