Probabilmente quando avrò finito queste righe avrò capito cosa mi ha spinto a riaprire Substack dopo un anno e mezzo, in un qualunque sabato pomeriggio di fine giugno, mentre là fuori il mondo va letteralmente a fuoco, per scrivere di colpa e responsabilità.
Ho smesso di scrivere perché sono successe due cose importanti, che hanno avuto un impatto notevole sulla parte più profonda della mia vita. Sapevo quindi che di qualsiasi argomento avessi parlato, avrei finito col girare intorno a questi due eventi e al loro impatto. Dovevo almeno riuscire a rialzare lo sguardo ad altezza occhi (il mio uno e sessantacinque), e ritrovare la stessa strada che sto percorrendo da qualche anno a questa parte, guidato da un profondo senso di responsabilità. Ecco, come suona questa frase? Sembra un po’ un vestito scomodo ma necessario, questo “senso di responsabilità”. Suona così, e questo dipende dal fatto che non sappiamo davvero bene cosa sia, la responsabilità.
Pensiamo alla responsabilità come a una questione morale. A un certo punto della nostra vita, soprattutto se adolescenti irrequieti forse ci è stato detto “devi diventare più responsabile”, come fosse un ruolo da interpretare. E se questo succede, è soprattutto perché abbiamo un rapporto estremamente complesso con la colpa. Soprattutto noi italiani, soprattutto noi Boomer e Gen X, enormemente influenzati dalla cultura di matrice cattolica. Non sappiamo cosa significhi essere responsabili perché siamo cresciuti reagendo — chi più, chi meno — al senso di colpa, motore di un sistema educativo fondato sul controllo morale ed emotivo, fino ad apprendere la responsabilità come un comportamento fondato sulla paralizzante assenza di colpa. E per questo, senza neanche accorgercene abbiamo imparato a tenere gli occhi su di noi: il bambino giudizioso e bloccato, che cerca continuamente conferme, si preoccupa solo di non aver sbagliato (quindi di non essere sbagliato), e reagisce nello stesso modo a colpevolizzazioni, semplici critiche o ancora più semplici richieste (che i bambini degli anni ‘70 e ‘80 non sanno proprio cosa siano, peraltro): chiudendosi a riccio o aggredendo. Ma così, non risponderà mai veramente di qualcosa a qualcuno. E non imparerà mai ad esprimere i suoi bisogni veri.
Colpa e responsabilità ci sembrano parenti, invece guardano in direzioni opposte. La colpa guarda indietro e dentro: “ho sbagliato, sono ancora degno della tua attenzione?” Ed eccola lì: l’attenzione inchiodata su di me, il loop da cui non si esce. La responsabilità invece guarda fuori e avanti, non è un caso che l’etimologia sia respondere → rispondere/rispondere-di: non stiamo più lì a guardarci l’ombelico e a chiederci se siamo ancora brave persone, ma chiediamo sinceramente “cosa ti ho fatto?” E soprattutto: “cosa ti devo?”. Per rispondere a queste domande devo alzare lo sguardo ad altezza occhi, e vederti. Sarà mica per questo che chi è cresciuto nella colpa fatica così tanto a diventare responsabile? O per esprimere un bisogno sceglie la strada dell’accusa o della colpevolizzazione? Forse gli è stato solo insegnato a guardare nel posto sbagliato.
A me è successo di trovarmi di fronte a un bisogno espresso come accusa e non come domanda. E il limite delle accuse è che accoglierle è impossibile. Nella migliore delle ipotesi stai in silenzio, ma a guardarti i piedi. O l’ombelico. No, un’accusa si può solo parare, e alla fine, invece di sentire la richiesta sepolta sotto l’accusa, mi sono messo a difendermi, o, peggio, a cercare di spiegare. Vieni guardato come un problema, tu ti guardi come imputato, nessuno vede nessuno. Questo è ciò che succede quando una richiesta si traveste da colpa, forse l’unico vestito che certi bisogni possono indossare, soprattutto quando non si è mai imparato a esprimerli. E quando nessun genitore ha espresso i suoi.
Per questo mi impegno così tanto a guidare Gabriele nella linea sottile fra le due facce della stessa medaglia: “esprimere i propri bisogni” e “accorgersi che esiste un fuori”. Un fuori che non è una scenografia interiore ma persone vere, in carne e ossa, con la loro sensibilità. Colpevolizzarlo o accusarlo quando sbaglia è sempre la cosa più facile e automatica, soprattutto per chiunque non abbia conosciuto altro. E se poi dopo averlo colpevolizzato gli ricordi che gli vuoi bene lo stesso, stai pure facendo peggio, chiudendo il quadretto paternalistico di colpa ed espiazione che ha segnato tanti adulti di oggi. Maschi, soprattutto. No, bisogna spostare l’attenzione sul gesto: non “sei” ma “hai fatto”. Azioni e conseguenze. Causa ed effetto. E riparazione (e in questo, le culture protestanti e orientali sono molto più avanti). Sembra poco, ma è tutto quel che serve per crescere sapendo che gli altri esistono. A maggior ragione a lui, che ha il suo modo di imparare, che a mia volta devo imparare. E torniamo al vedersi: lui può vedermi solo se io vedo lui per primo, per come è, veramente.
Comincio a capire perché sto parlando di colpa e responsabilità mentre il mondo là fuori va a fuoco. Perché quando si percepisce l’altro da sé come una minaccia e per di più ci si sente accusati di questo, troppo spesso si reagisce aggredendo. È sempre l'ombelico, sempre lo stesso non vedere l'altro, solo che invece di chiuderti, ti armi. E a proposito di letteralità di “mondo a fuoco”, basta pensare al modo in cui in tanti reagiscono così veementemente alla semplice constatazione di un evidente disastro climatico in corso: vengono richiamati a una richiesta di responsabilizzazione collettiva, reagiscono come se li si stesse accusando di qualcosa. E quindi negano.
Razzismi, guerre, intolleranze, femminicidi, negazionismi: sotto c’è quasi sempre qualcuno che non vede l’altro come altro, ma come accusa o come minaccia (ancora la scenografia interiore), e risponde annientando l'altro. Una cultura che cresce le persone nella colpa, le addestra a una cosa sola: ad assicurarsi narcisisticamente della propria innocenza e perfezione. A chiedersi ansiosamente “io sono a posto?” invece di “tu come stai? “. E un mondo pieno di gente che si guarda l'ombelico è un mondo distratto dall'unica cosa che conta: che gli altri esistono, e sono veri.
Io ci provo. E alzo lo sguardo, ad altezza occhi.
PS: Ho riaperto il blog, come quelli di una volta.
Blame it on the Tetons. Yeah, I need a scapegoat now.
No my dog won’t bite you, though it had the right to.
You oughta give her credit ‘cause she knows I would’ve let it happen.
Blame it on the weekends. God I need a cola now.
Oh we mumble loudly, wear our shame so proudly.
Wore our blank expressions, trying to look interesting.
Blame it all on me ‘cause God I need a cold one now.
All them eager actors gladly taking credit
For the lines created by the people tucked away from sight
Is just a window from the room we’re bound to.
If you find a way out, oh would you just let me know how?
Would you just let me know how?
Blame it on the web but the spider’s your problem now.
Language is for liquid that we’re all dissolved in.
Great for solving problems, after it creates a problem.
Blame it on the Tetons. God, I need a scapegoat now.
Everyone’s a building burning
With no one to put the fire out.
Standing at the window looking out,
Waiting for time to burn us down.
Everyone’s an ocean drowning
With no one really to show how.
They might get a little better air
If they turned themselves into a cloud.
le illustrazioni delle newsletter di Uno e Sessantacinque vengono dal repository di illustrazioni open source undraw
Le canzoni che accompagnano ogni uscita vengono raccolte in una playlist su Spotify
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