Da questo mese la newsletter di Vibly ha un nome: Tutt'orecchie. Come chi è davvero pronto ad ascoltare qualcosa di pazzesco.
La musica infatti non vive solo nelle tue cuffiette aggrovigliate o nei concerti, ma è bravissima a giocare a nascondino e insinuarsi in posti incredibili: scienza, natura, sport, storie di esseri umani che ne hanno fatto una ragione di vita.
E cosa c'entriamo noi? Beh, noi chiudiamo gli occhi, contiamo fino a 10 e troviamo per te quelle storie incredibili; tutti i mesi. E questo mese, a proposito di posti inaspettati, abbiamo trovato la musica persino tra le radici delle piante. Partiamo!
Se gli alberi in fiore o quel tuo amico che non fa altro che starnutire non te l’avessero reso chiaro abbastanza, è finalmente arrivata la primavera: il periodo in cui tutto germoglia, fiorisce, esplode. E in questo turbine di colori, profumi, fazzoletti e antistaminici, ci siamo chiesti: se gli alberi fioriscono quando il terreno è fertile, piove e arriva il sole, c’è una ricetta segreta anche per far germogliare la musica?
Indagando un po’ ci siamo imbattuti in un dettaglio che non avevamo messo in conto: natura e musica sono più legate di quanto sembri e, così come le piante, anche la creatività musicale nasce solo quando si trova nelle condizioni giuste per farlo. Quali sono queste condizioni? Qui viene il bello: cambiano da persona a persona e spesso sono contrastanti tra di loro, quasi agli antipodi, come ci raccontano queste due storie che abbiamo scovato in giro.
Se adesso ti dicessimo che la musica fa crescere le piante belle, forti e rigogliose, probabilmente ci chiederesti se siamo impazziti. Ed è esattamente quello che pensarono in molti quando nel 1976 Mort Garson pubblicò Mother Earth's Plantasia, un album elettronico tutto strumentale con un sottotitolo molto caratteristico:
"Warm earth music for plants... and the people who love them”.
Mort Garson era un pianista e compositore con formazione alla Juilliard che, giusto per citare un paio di lavori, aveva composto la sonorizzazione dello sbarco sulla luna per la CBS e Our Day Will Come (che probabilmente conosci nella versione di Amy Winehouse). Artista geniale che, tra le altre cose, è stato anche uno dei primi grandi amanti del sintetizzatore Moog, nonché pioniere della musica elettronica.
Ma ritorniamo al ‘76: siamo in piena controcultura, tutti parlano di ambientalismo, ecologia e rispetto per la Madre Terra. Anche il nostro Mort è circondato da verde: in casa la moglie lo sommerge di piante, per caso scopre il bestseller The Secret Life of Plants, e due suoi amici che gestiscono un negozio di piante gli chiedono di comporre un album a tema crescita vegetale da regalare ai clienti.
Così il nostro ispiratissimo Garson si mette al lavoro e produce Mother Earth's Plantasia: un album strumentale, con dieci tracce registrate al Moog, ognuna dedicata a una pianta diversa. Un disco strano che viene distribuito in modo ancora più strano. Non si trova nei negozi di musica, ma si ottiene in soli due modi: comprando una pianta nel negozio, oppure un materasso Simmons in un outlet Sears (i proprietari avevano un accordo commerciale, ma questa è un’altra storia).
Risultato: per quarant'anni l'album rimane nel dimenticatoio, con qualche copia che però fortunatamente sopravvive nei cassoni di qualche negozio di dischi. Tutto cambia nel 2019 quando un'etichetta a caccia di tesori ristampa ufficialmente l’album e lo porta a spopolare su tutte le piattaforme, facendo da colonna sonora a migliaia di plant parent in tutto il mondo.
Anche se quello di Garson è un album concettuale, non supportato da ragionamenti ed esperimenti scientifici, la sua intuizione si è rivelata comunque corretta. Decenni dopo la scienza ha dimostrato che la musica ha effettivamente un potere sulle piante, anche se in un modo un po' diverso da come ce lo immaginiamo noi.
Nel 2017 il botanico Stefano Mancuso, dell'Università di Firenze, ha esposto delle piante a un suono costante di 200 Hz per due settimane e ha osservato che le radici crescevano tutte nella direzione dell'altoparlante: un fenomeno chiamato fonototropismo. A livello cellulare funziona così: le vibrazioni acustiche aprono dei canali sensibili alla pressione sulla superficie delle cellule, fanno entrare calcio e attivano una cascata di segnali che guida la crescita. In pratica le piante sentono con tutto il corpo, e decidono dove andare.
E non finisce qui. Altri studi hanno mostrato che le radici della pianta di pisello si orientano verso il suono dell'acqua corrente anche quando l'acqua non c'è davvero, e che certe frequenze rallentano la maturazione dei pomodori. Le piante, insomma, non "ascoltano" la musica come facciamo noi, ma reagiscono alle vibrazioni acustiche con vere e proprie risposte biologiche.
Quindi sì, ascoltare musica gli fa bene davvero, basta sceglierla con un minimo di criterio: lo sweet spot, a quanto pare, sta su frequenze specifiche, meglio se basse.
Se sei un proud plant parent e hai in casa una giungla di monstere, pothos e calathee, il consiglio è semplice: metti Plantasia in sottofondo per qualche giorno. Non sappiamo come staranno le tue piante, ma almeno il mood sarà sicuramente quello giusto.
E se ci vuole il contesto giusto per far crescere le piante, lo stesso vale per le buone idee. Soltanto che il buon contesto non è sempre quello che abbiamo in mente, anzi a volte sono proprio i peggiori contesti a farci venire le idee migliori.
È quello che è successo nel 2006 a un ragazzo del Wisconsin, un certo Justin Vernon: la sua band DeYarmond Edison si era appena sciolta, si era lasciato con la sua ragazza e come ciliegina sulla torta aveva pure preso la mononucleosi. Così, visto che peggio non poteva andare, ha deciso di provarci lo stesso: ha preso chitarra e laptop, è salito in macchina e si è chiuso nella capanna da caccia di suo padre, nel mezzo dei boschi del Wisconsin settentrionale. Ci è rimasto tre mesi, da novembre a febbraio, in pieno inverno del Midwest, a temperature che noi non vogliamo nemmeno immaginare. All'inizio passava le giornate guardando tv, tagliando legna, e bevendo birra, senza nessuna intenzione di mettersi a fare musica.
Poi, quasi per caso, ha iniziato a cantare sopra qualche accordo di chitarra registrato con il suo laptop e un microfono da pochi dollari. Il risultato è quello che conosciamo: For Emma, Forever Ago, un album interamente scritto, cantato e registrato in questa capanna.
Comunque torniamo a noi: Vernon chiamò il progetto Bon Iver, storpiatura del francese bon hiver (buon inverno) presa da un episodio di una vecchia serie TV americana, Northern Exposure. All'epoca dietro al nome c'era soltanto lui, ma quando l'album uscì in modo quasi casalingo nel 2007 le cose iniziarono a muoversi in fretta: lo intercettò un'etichetta indipendente, la Jagjaguwar, e dal 2008 in poi Bon Iver finì ovunque, dai blog musicali ai film indie fino ai Grammy. Per portarlo dal vivo Vernon iniziò a circondarsi di musicisti fissi e quello che era nato come progetto di una persona sola si trasformò in una band a tutti gli effetti.
La cosa interessante, in ogni caso, è che Vernon non si era isolato con l'obiettivo di fare un album. Era andato lì per stare fermo. L'inverno, il freddo, il silenzio, la noia hanno fatto il loro lavoro in background, creando le condizioni giuste perché qualcosa potesse emergere. Un contesto un po' estremo, che non ci sentiamo di consigliare in giro, ma che ha senza dubbio portato a risultati stupefacenti.
Hey, ci siamo sempre chiesti quali commenti avessi. Da ora puoi lasciarli qui sotto e fare due chiacchiere con gli altri lettori. Siamo tutt'orecchie!
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