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Spento · Apr 17, 2026

Ascolto sempre gli stessi gruppi e un po' me ne vergogno

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Marco Macchini · Spento

Non è stato un inizio d’anno brillante.
Tant’è, ormai sono talmente abituato a queste stucchevoli repliche del medesimo sceneggiato che mi ritrovo ad affrontarle con il solito, partecipato, disincanto. Sono arrivato alla conclusione che il problema non sono tanto i quarant’anni in sé, quanto il modo in cui ci sono arrivato. Se vent’anni fa qualcuno mi avesse detto che sarei entrato negli “anta” in una condizione socio-psico-fisica così penosa, probabilmente lo avrei pregato di finirmi all’istante, senza alcuna esitazione e nel modo più efferato possibile. Tra gli infiniti e sconfortanti fallimenti e le estenuanti analisi di tutto quello che ho sbagliato in 40 merdosissimi anni di miserabile esistenza, sono riuscito a ritagliare un piccolo spazio per qualcosa di positivo. Ho finalmente ripreso in mano il mio rapporto con la musica, rapporto che negli ultimi anni si era senza dubbio sfilacciato e deteriorato. Una sorta di allontanamento fisiologico, probabilmente inevitabile, in una relazione che per almeno quindici anni si è mantenuta su livelli vicini all’ossessione. Da fedele compagna di viaggio la musica era diventata un semplice sottofondo, da sentire distrattamente facendo altro. Non c’era più alcuna curiosità e senza questa sono andati affievolendosi anche trasporto e coinvolgimento. Proprio da questa consapevolezza è nata la volontà di cambiare un po’ le mie abitudini e, perché no, di provare a mettermi un po’ in gioco.
Insomma, lo ammetto. Ascolto sempre gli stessi gruppi e un po’ me ne vergogno.

Le cause di questa situazione di stallo sono diverse ma facilmente individuabili. Innanzitutto, l’età. Senza alcuna velleità di autocommiserazione, il tempo da dedicare interamente alla musica è sempre meno. A questo bisogna aggiungere inoltre la ricomparsa di altri hobby/passatempi. Coltivo la mia deprimente solitudine guardando molti film e, cosa ancora peggiore, negli ultimi anni sono tornato a frequentare assiduamente lo stadio. Forse non consideravo sufficientemente schifosa la mia vita, tanto da volerla imbastardire con la familiare dose di sconforto calcistico patavino.
Sono tutti aspetti che inevitabilmente hanno tolto spazio vitale alla musica. Oltre a questo, va considerato il mio modo di approcciare un disco, perché cerco sempre di evitare superficialità e distrazione. Quando posso e quando riesco, mi piace dedicargli almeno cinque, sei ascolti interi, senza skip o interruzioni precoci, prima di delineare un qualsivoglia tipo di giudizio personale.
Ovviamente questo processo arriva dopo un’attenta selezione. Solitamente il disco in questione ha delle determinate caratteristiche che ben si sposano ai miei gusti tutt’altro che eclettici. Talvolta capita di dedicarmi a esperienze più estemporanee e distratte, ma solo in caso di band dedite a generi che, in un modo o nell’altro, si allontanano dai miei ascolti tipo. Va da sé che se da una parte la volontà di dedicare tempo e attenzione a un disco rimane una pratica da lodare e sempre più in disuso (chi ha parlato delle classifiche di fine anno con 100 dischi?), dall’altra comporta dei rischi che influiscono pesantemente sull’ampliamento dei miei orizzonti. Il pericolo di infognarsi in un disco incapace di toccare determinate corde esiste, inutile negarlo, e questo mi porta, come ho sempre fatto nella vita del resto, a giocare quasi sempre sul sicuro. Nel tentativo di invertire questa rotta mi sono imposto una sorta di quota rosa degli ascolti, ossia l’obbligo morale dell’ascolto di dischi che non rientrano più di tanto nelle mie abitudini sonore. Per farlo, da qualche tempo mi appoggio a un paio di profili Instagram. Un tizio francese con dei bei baffi e una ragazza americana che fino a poco tempo fa vantava una bizzarra quanto simpatica capigliatura bicolore. Condivido con entrambi un certo tipo di background riconducibile al punk/hardcore, ma le esperienze con i loro video sono diametralmente opposte. Al primo mi rivolgo per avere dritte su band dedite a sonorità decisamente più pesanti, ma anche su gruppi post-rock più o meno strumentali, mondo con cui avevo nettamente tagliato ogni legame. BRUIT ≤ e Caroline sono state le scoperte più piacevoli, rivelatesi fondamentali per farmi vagamente riconciliare con un genere che consideravo ormai lontanissimo. Con la yankee la faccenda si fa decisamente più impegnativa. Un po’ per la natura dei video, dove le raccomandazioni sono forse addirittura troppe, scelta che rende abbastanza faticoso tenere il passo, un po’ proprio per la natura di questi consigli. Gruppi indie solitamente molto di nicchia, lo-fi e spesso fin troppo sperimentali per i miei gusti. La devo però ringraziare per avermi introdotto ai Bonny Light Horseman. Keep Me on Your Mind/See You Free è senza dubbio uno dei dischi che ho ascoltato con più piacere negli ultimi due anni.

Il problema principale resta però un altro, senza dubbio la ragione che più di tutte ha raffreddato la mia passione per la musica.
Non vado più a vedere concerti.
Non vado più a vedere concerti a causa di tre semplicissimi motivi:

  • Costano troppo per le mie tasche. Il prezzo dei biglietti, anche per i concerti in locali piccoli, ormai rasenta la follia. Tra il vedere un concerto in un posto orrendo dove il più delle volte non si capisce un cazzo e una partita dove il Padova perde per la decima volta consecutiva contro il Mantova, continuo a preferire quest’ultima.

  • Per vedere un concerto in Italia, 99 volte su 100 dovrei andare a Milano. Inutile sottolineare quanto a una certa età diventi impossibile farsi 6 ore di macchina in un martedì sera di febbraio.

  • Mi sono rotto le palle di andare a vedere i concerti da solo. Anzi, ormai mi sono rotto le palle di fare qualsiasi cosa da solo. Nonostante chi di dovere insista nel ricordarmi che le attività in solitaria potrebbero farmi bene e arricchirmi, magari con la conoscenza di nuove persone. Continuo a nutrire seri dubbi a riguardo.

Il quasi totale abbandono dei live è senza dubbio un grosso problema, triste e frustrante allo stesso tempo. L’unico modo che ho per vedere un concerto è ormai quello di espatriare, per sfruttare da buon parassita alloggi di amici che a differenza mia sono riusciti a mollare questo schifo di città. Così facendo miglioro il calendario eventi e costringo qualcuno ad accompagnarmi, obbligandolo a sorbirsi la mia deleteria compagnia. L’anno scorso sono finito, per bizzarri motivi non inerenti al racconto, a Colonia per il ventennale di Something To Write Home About dei Get Up Kids. Esperienza che non fa altro che porre l’accento sulla mia totale mancanza di fantasia. I Get Up Kids infatti li avevo già visti tre volte. Ascoltando sempre gli stessi gruppi è inevitabile vedere sempre gli stessi concerti. Poco importa se il concerto è stato clamoroso, con band in forma invidiabile e scaletta pressoché perfetta. Peccato solo non abbiano suonato No Love, presente nella setlist di altri concerti del tour. Forse il mio pezzo preferito dei ragazzi.
A Colonia è però successo un fatto inaspettato, manifestatosi sotto forma di gruppo spalla. Solitamente da me bellamente ignorati, questa volta sono riuscito a restare fedele ai miei buoni propositi, prestando attenzione a tutto il set. Bollati semplicemente come “non male”, in uno spocchioso rigurgito pre-GUK, li avevo temporaneamente accantonati, giusto per donare loro la meritata attenzione un paio di settimane dopo. Lì è successo l’imponderabile, perché Electric Sleep dei Between Bodies mi ha letteralmente devastato. Non riesco nemmeno a ricordare l’ultima volta in cui un disco è stato capace di colpirmi così profondamente a un primo ascolto. Talmente preso dall’entusiasmo ho provato a trasmetterlo agli amici presenti con me al concerto dei GUK. Una volta ricevuto il loro freddo riscontro ho deciso immediatamente di chiudere qualsiasi rapporto di amicizia, perché evidentemente incapaci di intendere e di volere. Il mio livello di ossessione ha raggiunto picchi persino ridicoli. Ho comprato immediatamente il disco, perché lo desideravo più di qualsiasi altra cosa. Volevo tenerlo tra le mani, leggere e analizzare i testi mentre lo ascoltavo. Sono addirittura arrivato a scrivere un messaggio di complimenti alla band, emozionandomi come un quattordicenne qualsiasi una volta ricevuta risposta. Tra un mesetto uscirà il loro nuovo disco (Electric Sleep è del 2022), e l’ho già preordinato. Credo si tratti del primo pre-order di tutta la mia vita e qualcosa dovrà pur significare. Electric Sleep non fa altro che confermare la mia vecchissima tesi, quella che decanta la fondamentale importanza del tempismo. Ci sono dischi che diventano enormi non tanto perché lo sono, quanto più perché hanno la fortuna di incontrarti nel momento perfetto, abilmente capaci di coccolarti e di curare con grande tenerezza qualche nervo scoperto.

Non dubito che lì fuori ci siano centinaia di band più coraggiose e tecnicamente preparate dei Between Bodies, ma non è affar mio. Ed è inutile sottolineare come i Between Bodies non siano certo una band innovativa dalle sonorità sperimentali, le strutture jazz-core e influenze psichedeliche. I Between Bodies fanno quell’emo-punk che tanto mi piace e che sempre mi piacerà. Tre voci a intrecciarsi con gran gusto, belle chitarre, melodie da canticchiare e testi in cui è fin troppo facile ritrovarsi.
Sono molto contento di aver dato una piccola spinta alla mia esperienza musicale.
Sono molto contento di essere tornato ad ascoltare dischi con passione e curiosità.
Sono molto contento di aver sempre avuto ragione nel credere che per stare veramente bene sia necessario tornare a casa.
Ascolto sempre gli stessi gruppi e va benissimo così.

Oh, all I wish I'd done.
Is to get beyond the guilt and pain,
To take the punch.
And all I ever did
is spend the nights
Talking myself to meaninglessness.

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