È fin troppo facile restare ammaliati dal fascino di Conor Oberst.
Belloccio, talentuoso. Con quell’aura da anima tormentata che, ne sono sicuro, ha fatto strage di cuori. Negli anni ho sviluppato nei suoi confronti una rispettabile e placida venerazione. Una venerazione che puzza moltissimo di invidia. Tutta la sua carriera sembra infatti volermi crudelmente ricordare che al mondo esistono persone nate per fare grandi cose e altre, come me, destinate a vivere una vita inutile senza alcun guizzo. Non potrei davvero vederla in altro modo. Dagli inizi a 12 anni fino ad alcuni dischi che hanno prepotentemente cambiato la mia personale visione della musica, la figura di Conor nel tempo è diventata per me una sorta di punto di riferimento. Un vero e proprio metro di confronto per quelle rare volte in cui ho deciso di avventurarmi in ambienti diversi, più legati a produzioni prettamente cantautoriali. Grazie a lui ho poi avuto l’occasione di addentrarmi, seppur timidamente, in quell’universo di artisti legati a un certo tipo di indie/folk americano. Spulciando tra le sue influenze mi sono imbattuto in Townes Van Zandt, per poi approdare al catalogo della Saddle Creek, l’etichetta fondata dal fratello, casa di Cursive, Rilo Kiley e chi più ne ha più ne metta.
Nell’ultimo mese mi è capitato di riapprocciare un paio di dischi di Bright Eyes, sicuramente il progetto più conosciuto di Conor e quello grazie al quale mi sono avvicinato alla sua musica. Dischi che all’uscita avevo senza motivo liquidato troppo in fretta. Mi è pure ritornato in mente il concerto che vidi a Ferrara nel lontanissimo 2007 (Dio prendimi ora, prima che ricordi quanto sono vecchio). Concerto di cui non ricordo praticamente nulla se non il caldo soffocante. Sono sicuro però di averlo apprezzato, anche grazie al candore dei miei 22 anni. Da lì è partito un tour improvvisato che mi ha portato a riabbracciare dischi vecchi e a dedicare un ascolto più approfondito alle uscite più recenti. Un processo molto utile non solo a ricordarmi il talento mostruoso di Conor, ma anche e soprattutto a rinverdire l’amore per un artista per me importantissimo dal quale mi ero colpevolmente allontanato.
Ho quindi provato a riordinare le idee per mettere insieme i miei cinque dischi preferiti a cui Conor Oberst ha preso parte. Ho cercato di spaziare il più possibile nella sua sconfinata discografia perché, pur mancandomi diversi pezzi del puzzle, non volevo limitarmi al progetto Bright Eyes. Sarebbe stata una scelta fin troppo scontata, senza considerare che la musica targata Bright Eyes è l’unico aspetto della vita dove sono in disaccordo con gli A Wilhelm Scream. Less Bright Eyes, More Deicide è senza dubbio un pezzo della Madonna però… insomma… ascoltateveli voi i Deicide e non rompetemi i coglioni. Considerata l’inevitabile riflessione sulla precocità e la mia ossessione per il tempo che avanza, per ogni disco ho voluto riportare l’età del buon Conor al momento dell’uscita e, in una sorta di gioco con me stesso, la mia canzone preferita.
Va da sé che questa lista (o pseudo-classifica) è stata stilata in chiave strettamente personale. Non parlo dei dischi migliori, ma di quelli che per un motivo o per un altro ho ascoltato di più, che più mi sono rimasti addosso. Non mi stancherò mai di ripeterlo, non ho alcuna competenza in ambito musicale e non ho alcun interesse a improvvisarmi critico. Anzi, che Dio me ne scampi e liberi.
Menzioni Speciali:
Bright Eyes - The People’s Key / Down In The Weeds, Where The World Once Was
Età di C.O.: 31 / 40
Canzone preferita: Hailee Selassie / Calais To Dover
Sono partito da qui. Da un disco che avevo classificato molto velocemente come noioso e da un disco che non avevo mai ascoltato. Mi sembrava giusto riprendere da dove avevo malamente mollato, ammettendo la mia superficialità e la scarsa pazienza. Sono due dischi piuttosto diversi tra loro, con alcuni spunti che ho trovato parecchio interessanti. Ci sono tante chitarre elettriche, una batteria più presente e decisa. Se si possono apprezzare le solite belle e solide melodie, fa un certo effetto notare come sia cambiato l’apparato sonoro che le sostiene. The People’s Key ha un approccio prettamente rock, anche se una frase così banale mi fa sentire un dj di Virgin Radio. Non mancano episodi addirittura spigolosi come Jejune Stars, così come un uso abbastanza marcato dei synth. La doppietta Beginner’s Mind e Ladder Song rimanda invece al Bright Eyes più classico, e resta probabilmente il mio momento preferito del disco. Ennesimo inciampo che mette in mostra tutta la mia incapacità di cambiare, il mio preferire sempre e comunque la strada già battuta, anche quando questa non ha più niente da offrire. Nonostante non sia questo il caso, sono due bellissime canzoni, per non sentirmi in colpa ho deciso di scegliere un pezzo diverso da inserire nei preferiti.
Down In The Weeds suona più come un ponte tra la voglia di elettrico e le sensazioni dei dischi più datati. Alcuni episodi, come Calais To Dover, brillano per la solita elegante malinconia e riescono ad aggiungere alla classica formula delle sensazioni quasi orchestrali, con strings che vanno a riempire melodie e struttura delle canzoni. Posso inserire questi due album tra i miei preferiti di Conor? No, lo ammetto senza problemi. Si tratta però di due dischi che sono riusciti in qualche modo a sorprendermi e, cosa ancora più importante, a regalarmi una discreta manciata di canzoni estremamente piacevoli.
Better Oblivion Community Center – S/T
Età di C.O.: 39
Canzone preferita: Exception To The Rule
Un disco inutile che mi è piaciuto molto. Potrei anche chiuderla qui, limitando le figure di merda. Questa collaborazione su lunga distanza con Phoebe Bridgers ci dona un Conor smaccatamente pop, impegnato in quello che probabilmente è il suo ultimo tentativo di entrare nel mainstream più puro e, immagino, remunerativo. Forse è proprio per questo che l’identità del disco sembra appartenere soprattutto alla bella Phoebe. Arrangiamenti, melodie, stile dei testi e mood generale rimandano in maniera piuttosto evidente alla produzione della cantautrice americana. Conor a mio avviso si inserisce con grande grazia all’interno di questa struttura, andando ad aggiungerci un tocco personale capace di caratterizzare in maniera evidente i dieci pezzi del disco. Riuscendo, soprattutto, ad evitare quel fastidioso effetto compilation che mi ha sempre tenuto a debita distanza dal progetto Boygenius.
In fin dei conti, io sono una persona tutt’altro che complicata. Adoro Conor e Phoebe, apprezzo i Better Oblivion Community Center. Mi piacciono ananas e prosciutto cotto, non vedo perché non dovrei mangiare la pizza hawaiana.
Top 5:
5. Bright Eyes - Fevers And Mirrors
Età di C.O.: 20
Canzone preferita: Something Vague
Per quanto mi imponga di non farlo mai, di tanto in tanto mi capita di ripensare ai miei vent’anni e ogni volta che casco in questo tranello sto sinceramente male. Perché, oltre a un paralizzante senso di nostalgia, mi rendo conto di non essere riuscito a tirarne fuori nulla di positivo. Non mi sono mai impegnato negli studi, sono sempre stato un’inesauribile fonte di delusioni per i miei genitori e già a vent’anni mi ero reso conto che la mia vita sarebbe stata mediocre e irrilevante.
Conor Oberst, dal canto suo, a vent’anni ha pubblicato Fevers and Mirrors, il perfetto vademecum del ventenne depresso e incazzato, ma anche fragile, sensibile e poetico. Trovo che sia un disco incredibilmente ambizioso, anarchico e ricco di imperfezioni, come dovrebbe essere un disco scritto da un ragazzino. Ben vengano quindi gli eccessi, gli arrangiamenti talvolta strampalati e anche le stonature. Tutti elementi che oggi mi fanno amare questi dodici brani ancor più di vent’anni fa.
Forse perché non sono mai stato realmente capace di crescere e maturare. Sicuramente perché mi piacerebbe avere la possibilità di tornare indietro e rimediare a tutti gli errori e le decisioni sbagliate.
Però, se così fosse, che gusto ci sarebbe ad ascoltare Fevers and Mirrors?
4. Desaparecidos – Read Music/Speak Spanish
Età di C.O.: 22
Canzone preferita: Man And Wife, The Former (Financial Planning)
Circa un anno fa ero in macchina con l’altro Marco. Eravamo diretti a Milano per un concerto della nostra disgraziata band. Questa volta avremmo dovuto “esibirci” in un bel teatro, dove solo il giorno prima i Karate avevano suonato un concerto andato agevolmente sold out. Approfittando della situazione, ci eravamo lanciati in un discorso piuttosto spinoso, uno di quei discorsi in cui è fin troppo facile inciampare e collezionare figuracce: “Come porsi nei confronti dei mostri sacri?”. I Karate sono uno di quei gruppi universalmente riconosciuti come fondamentali ed estremamente influenti. Una di quelle band che, pur riconoscendone importanza e qualità, non ascolto mai. Un po’ come i Fugazi. Mi piacciono i Fugazi, li rispetto e li ammiro, però non entrano mai nei miei ascolti. Trovo non sia mai il momento giusto. Questo è sicuramente un mio limite, però, se devo essere completamente onesto, non lo vedo come uno dei miei peggiori difetti. Non mi sembra così criminale, alla fine della fiera, preferire altri gruppi in qualche modo a loro riconducibili. Purtroppo a volte è necessario definire la realtà, accettarla e agire di conseguenza. Grazie a questa illuminante auto-analisi, posso ascoltare a cadenza periodica i Desaparecidos senza sentirmi in colpa. In fondo un Conor in versione post-hardcore che urla contro il capitalismo e che si dimena tra chitarroni e una batteria bella cicciona mi fa sentire bene.
3. Bright Eyes – Lifted or The Story Is in the Soil, Keep Your Ear to the Ground
Età di C.O.: 22
Canzone preferita: You Will. You? Will. You? Will. You? Will.
L’argomento età è diventato per me fonte di grande angoscia. Il tempo mi sembra inarrestabile, e mi trovo incastrato tra la consapevolezza di non essermi goduto appieno la mia giovinezza e il rimpianto di non essere stato in grado di costruirmi un futuro dignitoso. Con il passare degli anni ho sempre più paura di ammalarmi gravemente o, ancora peggio, di morire. Il mio disturbo, indubbiamente clinico, trova enormi riscontri in Lifted. Un disco eccessivo e lunghissimo. Un disco che parla per più di un’ora senza mai fermarsi. Un disco logorroico, estremo. Un disco dove Conor sputa fuori paure, rabbia, dubbi e domande. Ogni canzone è una specie di accumulo progressivo di parole, come se il problema non fosse dire qualcosa, ma impedire al silenzio di prendere il sopravvento. Questo flusso di coscienza riesce ogni volta a rapirmi, a tenermi incollato ai suoi 75 minuti in una specie di trip lisergico dove mi trovo faccia a faccia con tutti i miei timori e i miei errori. Un disco senza dubbio folle nella sua disarmante autenticità. Affascinante, ossessivo e spaventosamente totalizzante.
Per quanto mi riguarda, Lifted è il disco più oscuro di Conor. Quello che, purtroppo, più di tutti ammicca verso di me con ostinata decisione.
2. Conor Oberst – Ruminations
Età di C.O.: 36
Canzone preferita: Gossamer Thin
Non mi piacciono i dischi difficili. Quelli che richiedono attenzione, pazienza e, perché no, magari anche un briciolo di cultura musicale. Non mi piacciono perché non sono in possesso di nessuna di queste qualità. Mi piacciono ancora meno quei dischi apparentemente semplici che, a causa di ciò che ci prende a schiaffi nella vita, finiscono per diventare molto più complessi. Dischi che assorbono ricordi e momenti tutt’altro che brillanti e che hanno il potere di riportarli a galla, rendendo l’ascolto oltremodo complicato. Mi sono innamorato di Ruminations al primo ascolto. Un disco immediato, senza alcuna sovrastruttura. Solo piano, armonica e una chitarra acustica. Sono però i testi a rendere questo disco davvero speciale. Scuri, disperati ed estremamente introspettivi. Gli anni passano per tutti, Conor compreso, e allora ecco comparire quel senso asfissiante di solitudine, i problemi di salute, le dipendenze e l’inevitabile paura della morte. Ruminations è un racconto cupo, ma anche disperatamente sincero. Un racconto che rende questo disco qualcosa da cui è davvero difficile scappare.
Ascoltare Ruminations è per me faticoso, forse addirittura doloroso. Ci sono immagini poco piacevoli racchiuse in questo disco, che ritornano con arroganza ogni volta che lo faccio partire. Immagini che si nutrono dei testi di Conor fino a trasformare l’intera esperienza in qualcosa di fin troppo personale. Presenze ingombranti che però, fortunatamente, non riescono ad averla vinta su alcune delle mie canzoni preferite dell’intera produzione del belloccio di Omaha.
1. Bright Eyes – I’m Wide Awake, It’s Morning
Età di C.O.: 25
Canzone preferita: Poison Oak
Mi manca Maurizio Mosca. Al netto dei suoi eccessi, del suo essere fin troppo spesso sopra le righe, l’ho sempre trovato un personaggio simpatico ed estremamente divertente. Dai litigi più o meno preparati fino alle uscite fuori luogo, per un appassionato di calcio come me Maurizio ha rappresentato una figura centrale della mia infanzia. Negli anni di gloria di Del Piero, Mosca amava esaltarlo con il tormentone “aaahh come gioca Del Piero!”. Mi concedo quindi la libertà di parafrasare l’indimenticabile ritornello: “aaahhh come suona I’m Wide Awake!”.
Il disco della definitiva maturità artistica di Conor è probabilmente il Bright Eyes più bello. Un disco coerente e profondo. Ricercato, ma mai privo di spontaneità. Se Pitchfork avesse interesse a intervistarmi, sceglierei senza esitazioni questo disco come il mio Perfect 10/10. I’m Wide Awake offre alcuni dei testi più interessanti scritti da Conor. Malinconici, disillusi, tristi ma sempre lucidi. Mai come in questo disco, i testi riescono persino a suggerire un’idea di speranza. Non c’è traccia che una volta iniziato il disco mi venga voglia di saltare, evidenza che ha reso la scelta della canzone preferita un’operazione molto complessa.
A mio avviso, l’importanza di un disco la si valuta in base a quante volte lo abbiamo scelto per accompagnare determinati momenti di merda, nel tentativo di smorzare la tristezza, la solitudine e le paure. Se qualcuno me lo dovesse chiedere, non saprei quantificare il numero di volte in cui I’m Wide Awake, It’s Morning ha fatto da sottofondo a pensieri cupi, ricordi dolorosi e notti insonni.
Ho smesso da un pezzo di considerarlo soltanto un disco bello, è ormai diventato un disco necessario.
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