Nonostante non sia così vecchia, devo aver comprato la mia fidata macchina probabilmente il giorno prima che inventassero il bluetooth, o che comunque lo rendessero una dotazione scontata in tutte le auto. La tecnologia più avanzata dell’impianto stereo presente a bordo era l’USB, di cui riusciva a leggere dimensioni fino ai 4gb. Ho comprato 6 chiavette, ci ho suddiviso la musica per generi. Un giorno l’ho portata all’autolavaggio, e quando me l’hanno ridata le chiavette non c’erano più. Per quanto sia confortante pensare che qualche benzinaio si stia ascoltando la mia libreria musicale, è verosimile che le mie chiavette siano state aspirate.
Non lo sapevo all’epoca, ma quello fu il momento in cui smisi di ascoltare la musica su un supporto fisico offline, perché nel frattempo avevo già iniziato a usare lo streaming, e pochi giorno dopo scoprii che la porta USB della mia auto era anche un’interfaccia audio che leggeva il mio iPhone, e quindi qualunque app di musica vi fosse installata.
Sono un patito di due cose: la musica e l’ordine tra le mie cose. Faccio schifo in entrambi i campi. Per anni ho smesso di tenere in ordine la mia libreria musicale, perché il paradigma era cambiato: non mi serviva più tenerla in ordine, mi bastava digitare quello che volevo ascoltare, e si materializzava. Avevo sognato tante volte da bambino questa possibilità, questo superpotere. Questa è la storia di quando, perché e come ho deciso che mi stava rovinando la vita, e di rinunciarvi.
Mettetevi comodi perché è lunga, qui c’è una pratica guida:
Dove mi sono perso
La prima mossa: mollare Spotify
Addio Spotify, benvenuto YouTube Music
Apple Music, la fine di tutto
Come ho scelto il mio lettore mp3
Recuperare 13 anni di streaming
E quindi insomma come sta andando?
La conclusione
Ho usato 3 piattaforme: Spotify, YouTube Music e Apple Music, per tre motivi diversi.
Spotify: è stata la prima, mi ci sono iscritto il giorno stesso in cui è arrivata in Italia, il 12 febbraio 2013. Perché mi ricordo la data? Non lo so, ho certe doti di memoria sconosciute pure a me, per cui posso dimenticare nomi, episodi, canzoni, ma mi ricordo esattamente com’ero vestito il giorno in cui è successa una determinata cosa, anche insignificante, mica l’11 settembre. Fatto sta che Spotify è stato un po’ l’11 settembre del modo di ascoltare la musica che conoscevo, ed è arrivato in concomitanza con il momento in cui ho iniziato ad avere un reddito, quindi avevo dei soldi e potevo decidere come spenderli. Ho concluso che dieci euro per avere tutta la musica che volevo in ogni momento era senz’altro un affare, una spesa giustificata dal mio amarla così tanto, la musica. Era un cambio di paradigma che, per quanto fosse stato nell’aria da qualche anno, era dirompente, e tutti i suoi lati oscuri già presenti si vedevano molto meno, schiacciati dall’euforia dell’internet che ti schiude tutta la musica del mondo, pagando lo stesso prezzo una sola volta al mese.1
Ho scaricato mp3 sin dai primi momenti in cui il formato si è diffuso: ho avuto Napster, Vitaminic, KaZaa, eMule, Morpheus, Soulseek, uTorrent, li ho provati tutti uno dopo l’altro, era un po’ come andare a pesca: a volte scaricavi quello che avevi cercato, a volte dei falsi clamorosi, a volte delle demo non ufficiali. Però per quanto fosse un mondo di cui oggi ho una certa nostalgia, la verità è che stavo rubando, ero un “pirata”, e scaricavo musica perché la amavo molto più di quanto potessi permettermela. Se da adolescente, quando compravo i dischi e scaricare la musica era ancora molto complesso e costoso (si pagava la bolletta per collegarsi a internet), avessi dovuto ascoltare solo dischi che mi ero comprato in supporto fisico, ne conoscerei molti meno oggi: non solo perché avrei potuto comprarne di meno, ma proprio perché mi sarebbe stato difficile trovarla, ascoltarla, definire il mio gusto.2
Quindi mi pareva che il compromesso fosse giusto: pagare una cifra molto sostenibile per me, in cambio di tutta la musica del mondo. Uscire dall’illegalità, ma guadagnare in scelta e portabilità. Cosa poteva andare storto?
Non sono caduto dal pero quando si è iniziato a capire quali fossero i dividendi che Spotify pagava agli artisti: non mi immaginavo nulla di diverso, ma il mercato stava cambiando e mi ero detto che pazienza, forse i concerti alla fine sarebbero costati di più. Avevo ragione, ma non immaginavo quanto e per quali altri motivi (e soprattutto, non immaginavo una pandemia mondiale che avrebbe sconvolto per sempre questi costi al rialzo).
Ho comunque chiuso un occhio. Lo streaming era troppo comodo, e Spotify aveva anche quel meccanismo che mi aveva reso dipendente da tutte le altre piattaforme social: gli amici. Lì vedevo chi ascoltava cosa, lì costruivo playlist con gli altri, lì potevo soprattutto mostrare cosa ascoltavo io, era in sostanza un luogo in cui apparire e ritenevo che nulla definisse la mia personalità meglio della musica che ascolto, perciò pazienza per i dividendi.
Mentre ignoravo i problemi esterni, anche quelli interni si facevano strada nel mio organismo. Cominciavo ad avere strane sensazioni che non riuscivo a verbalizzare. Avevo una sensazione di atrofizzazione del muscolo della curiosità: in parole povere, ascoltavo sempre le stesse robe, mi sedevo sempre sugli stessi dischi.
Ci ho messo più di quello che ci metterebbe una persona sveglia a capire che la UX di Spotify aveva un ruolo centrale in questo. Mi proponeva musica solo in 2 direzioni: o il suo algoritmo paid (perlopiù roba del tutto estranea ai miei gusti), o quello che stavo ascoltando in quel momento. Era così che un momento finiva per durare mesi.
Per carità, io sono proprio quel tipo di ascoltatore, quello che va in fissa con un disco e lo ascolta ogni giorno per settimane. Non sono uno che si stanca in fretta, i dischi che amo li voglio sezionare, i dischi che non mi dispiacciono li mollo dopo un pochino, i dischi che non mi piacciono non li finisco nemmeno. Però sentivo che la cosa stava peggiorando, e per quanto potessi credere che dipendeva anche dal fatto che stavo invecchiando, sempre più indaffarato e sempre più pigro, non mi sentivo a posto con me stesso nel modo in cui mi rapportavo alla musica.
È stato un processo lento, ma un giorno mi sono svegliato e il piatto era cucinato: Spotify era il male assoluto. Odiavo le playlist di cui ero prigioniero. Odiavo vedere i miei contatti anche se volevo bene alle persone. Odiavo le mie abitudini di ascolto, lo Spotify Wrapped.
Odiavo che la cosa più importante della mia vita, cioè ascoltare la musica, fosse finita per coincidere con un logo e un brand. Quindi un giorno ho preso il coraggio a due mani e ho staccato la spina.
Ho disdetto l’abbonamento, ho pagato 16€ un tool per trasferire tutte le mie playlist e ho chiuso la baracca. Subito dopo averlo fatto mi sono sentito leggermente meglio, ma anche di fronte a una voragine, chiuso fuori dalla socialità. E adesso?
Avevo chiuso con un servizio streaming, il più “di massa”, ma non credevo ancora che chiudere con lo streaming fosse la strada. Più semplicemente, credevo che la UX di Spotify, e in generale tutta la sua legacy, fossero incompatibili col modo in cui ascoltavo la musica. Ma forse dovevo solo trovare un servizio di streaming più adatto a me. E forse ce l’avevo in casa.
Sono un freak di YouTube. Pago YouTube Premium (18€ al mese, mortacci sua) e anche se a volte mi sento pure lì in un loop algoritmico di contenuti tutti uguali e tutti scadenti, da YouTube ho tratto del vero valore. Banalmente, YouTube mi ha insegnato tutto ciò che so sulla fotografia e sul fotografare. È anche, va detto, responsabile di una marea di acquisti compulsivi che ho fatto, ma non voglio aprire questa parentesi. Però YouTube Premium ha incluso nel prezzo YouTube Music, che non avevo mai usato, e quindi mi sono spostato lì.
Come prima, anche lì i primi mesi sono stati idilliaci; soprattutto mi pareva di aver ammortizzato un costo guadagnando anche una particolare attenzione alla musica live: su YTM ci sono Npr, Kexp, Tiny Desk a volontà, e una quantità enorme di concerti ripresi e mixati in modo professionale dietro cui perdere la vita. Figata.
Piano piano però, anche lì sono apparse delle crepe, seppur molto minori di quelle comparse con Spotify. Prima di tutto non esiste un’app desktop. E le app mobile, sia per iPhone che per iPad e Apple Watch sono fatte abbastanza male. Inoltre non amavo molto che la musica che ascoltavo su YouTube Music “sporcasse” il mio feed su YouTube, volevo tenere le cose separate. Per finire, YTM è di Google, e io sono dentro l’ecosistema Apple, e spesso le due cose facevano a cazzotti.
Il punto di rottura è arrivato quando ho deciso di privarmi dell’abbonamento a YouTube, perdendo quindi anche YouTube Music. Mi sono inventato un bisogno in quel momento: “forse dovrei usare per lo streaming il sistema più compatibile coi miei dispositivi, privilegiando l’integrazione”.
Insomma, in pochi mesi ero pronto alla seconda migrazione, stavolta verso Apple Music.
Apple ti regala due mesi prima di farti pagare 10€ al mese per usare Apple Music. Mi è sembrato un compromesso ragionevole e ho fatto il passo. Qui la soddisfazione è durata davvero poco.
Per me Apple non ci ha mai capito un cazzo di musica. iTunes è sempre stato un programma fatto male, il suo erede Musica non è molto migliorato in questo. È macchinoso il collegamento tra i computer e l’iPhone, è macchinoso il modo in cui funziona l’app musica, è macchinoso il modo in cui sceglie cosa tenere sul cloud e cosa no. A volte provavo a far partire dischi e mancavano delle canzoni, perché non erano scaricate. A volte succedeva con interi dischi.
L’integrazione in iCloud delle cose è sempre molto molto opaca, comunicata male, con pochissima possibilità di decisione, e troppa delega lasciata all’ottimizzazione del sistema. Ma a quel punto (stiamo parlando dell’inizio di quest’anno, quindi tempi recentissimi) io ero ormai cotto, agli ultimi metri di un percorso che mi aveva portato a voler staccare totalmente con lo streaming.
In parallelo, ormai da mesi stavo cercando di rendere il mio telefono il meno attraente possibile: ho cancellato e reinstallato decine di volte le app social per usarlo meno. Ho reso le app più addictive meno raggiungibili e più nascoste. Ho provato a spostare sull’iPad molte delle attività che mi rendevano non presente sul momento o distratto al lavoro, in modo da tenerle, ma quantomeno non averle sempre in tasca.
Il fatto che ascoltare la musica mi portasse a dover sbloccare il telefono mi dava molto fastidio, anche perché implicava anche dovercelo avere vicino al comodino, o sempre nei pantaloni, sempre lì.
Avevo ormai maturato la decisione che no, stavolta non toccava a Tidal, stavolta dovevo fare un salto ancora più grande di quando avevo mollato Spotify: dovevo tornare a possedere offline la mia libreria musicale. Dovevo comprarmi un lettore mp3.
Lo so che vivo su Marte, ma mi ha sorpreso scoprire un mercato dell’usato degli iPod floridissimo. La gente compra quelli vecchi, li risistema, ne aggiorna l’hardware, potenzia le batterie, li trasforma in delle macchine adatte al dato del 2026, mantenendone design e idea del 2006. Purtroppo anche i prezzi sono quelli del 2026. Non mi sono fidato di comprare su Vinted a 250€ un iPod pimpato, era già abbastanza doloroso il passo che stavo per fare, non sapendo dove mi avrebbe portato.
Perciò ho iniziato a leggere un po’ in giro, ho scoperto che un lettore mp3 non è così accessibile ed economico come pensavo fosse diventato, almeno se vogliamo un certo standard qualitativo.
I miei criteri erano:
- Una memoria di almeno 50GB per poterci mettere una quantità importante di musica senza dover fare troppe scelte dolorose
- Un menu navigabile in modo facile
- Un volume senza senso
- La presa jack per le cuffie ma anche il Bluetooth perché in fondo le cuffie senza fili sono una comodità moderna, ma anche innocua
- Doveva essere carino
- Doveva avere un’alternativa al touch screen per essere manovrabile anche coi guanti addosso
- Doveva costare meno di 150€ perché casomai un upgrade lo faccio dopo aver testato il sistema.
Alla fine la mia scelta è caduta sul Fiio Snowsky Echo mini, un finto walkman con tanto di vano batterie fasullo e senza touchscreen, basato interamente su dei TASTI, con un’interfaccia macchinosa ma tutto sommato decente, e soprattutto un audio di tutto rispetto, in grado di leggere tutti i formati lossless moderni.
Pagato nuovo 70 dollari, è arrivato in una settimana. Ci ho accoppiato degli auricolari Apple con filo e jack, le classiche earpods, pagate nuove 15€. Non credo di aver mai pagato nessun prodotto Apple così poco, ho dovuto più volte controllare che non fossero false. Ho comprato anche una microsd da 128gb su cui ho caricato tutta la musica, spendendoci 29€. Spesa totale: 56+15+29=100€ tondi tondi.
A distanza di un mese, quante volte l’ho usato da quando è arrivato e ci ho caricato la musica?
Ho dovuto riabituarmi ad averlo sempre con me, problema che con l’iPhone non si poneva. Ma quando andavo a scuola il mio Creative Zen veniva sempre con me, e quindi avevo un precedente su cui basarmi. Alla fine lo sto usando tutti i giorni. Come sta andando?
L’ostacolo più grande di tutta questa operazione era affrontare un buco nero nella mia libreria di oltre 13 anni. Ho avuto la lucidità di non cancellare mai la mia cartella musica dal computer, e di non perderla mai (è in cloud, quindi per fortuna è un pericolo molto relativo). Era un misto di musica piratata, cd rip e musica scaricata pagandola da bandcamp. Ma era comunque una libreria non aggiornata dal 2013, con molti file a un livello di qualità obsoleto.
Lì è cominciata un’operazione un po’ lunga e dolorosa, ma non esiste un modo di automatizzarla: ho scaricato con soulseek tutti i dischi che mi venivano in mente, che avevo amato negli anni, ma che nella mia libreria non c’erano. Li ho cercati un po’ guardando tra le mie playlist recenti, un po’ leggendo le cose che ho scritto negli anni sui miei dischi dell’anno, un po’ guardando tra i vinili che comprato in questi anni, un po’ facendo come si fa su wikipedia, saltando da una cosa all’altra. Ci ho messo circa 3 settimane in cui ho scaricato una ventina di dischi al giorno, ogni giorno. In molti casi, sono dischi che ho comprato in vinile. La mia sorpresa è che pensavo di metterci molto di più, ma in fondo questo conferma la mia tesi iniziale, e cioè che lo streaming mi avesse reso un ascoltatore molto più pigro, molto meno curioso e molto meno colto.
Oggi Soulseek per scaricare un disco in FLAC con la fibra ci mette 5 secondi: significa che non faccio in tempo a uscire dalla finestra “search” in cui cerco la cartella da scaricare, ed entrare nella finestra “transfers” che li trovo già completati. È stato, anche questo, uno shock temporale importante.
Ne ho anche approfittato per cancellare musica che nemmeno allora avevo ascoltato tanto e che avevo scaricato più per posa, perché qualcuno aveva detto che era musica figa. Roba come gli A Static Lullaby, i Pygmy Lush, gli Anathallo, i Manrae, i Cerberus Shoal. In molti casi è colpa di Emotional Breakdown e di Punknews.org.
Man mano che scaricavo, aggiungevo alla libreria di Musica di Apple, il software che nonostante tutto usavo per organizzare i metatag. Ho rinominato tutti i generi, cercando di restare entro una decina al massimo. Ho uniformato tutti i modi di scrivere l’artista.
Più o meno quando mi è arrivato il lettore mp3, ho finito l’intera operazione di aggiornamento della libreria. Era tutto pronto. Poi ho scoperto che Apple Musica non legge i Flac, perché li chiama ALAC. Vaffanculo. Ho usato Claude Cowork per convertire tutti i file. Un’altra intrusione violenta della contemporaneità in questa operazione nostalgia. In poche ore ero davvero pronto. Così ho staccato la spina ad Apple Music, e nel giro di pochi giorni non ero più abbonato a nessun servizio di streaming musicale.
Nelle prime ore mi è sembrato un cambiamento epocale, e un netto peggioramento in termini di praticità. Non nego che lo sia effettivamente: in termini assoluti avere un solo device che fa più cose, tramite reti wireless, senza occupare memoria, senza richiedere interventi da parte tua è molto più efficiente del sistema a cui sono tornato io, e non voglio convincere nessuno del contrario. Ma in pochi giorni in cui riprogrammi il tuo cervello a dire “voglio ascoltare musica, dunque devo prendere il lettore mp3” invece che andare in automatico al tuo smartphone, hai di nuovo reimparato una grammatica che meno di vent’anni fa era l’unica possibile. E come sempre, fare qualcosa che facevi vent’anni fa porta con sé anche un senso di piacere nostalgico e al contempo di ringiovanimento molto forte, difficile da rendere a parole.
Non è vero, ce l’ho. Compro ancora dischi, li ho sempre comprati e finché potrò permettermelo continuerò a destinare un budget alla musica, che torna ad essere inferiore a prima in termini di potere d’acquisto, visto che un disco fisico costa come 4 mesi di streaming. Però appunto, sono miei. Non sono affatto un fan accanito del concetto di proprietà in senso assoluto, ma la musica è una manifestazione concreta, fisica del mio gusto. I dischi che possiedo sono un frammento esistente di una mia personalità e di miei ricordi altrimenti confinati alla mia testa. I dischi riempiono le case. Dovrei davvero lasciarli solo in un cloud, per di più pagandolo?
Questo è esattamente il punto per cui ho fatto tutto questo. Non so dirvi quanti dischi ho riscoperto in questo mese, per il solo fatto che il mio dispositivo non mi fa cercare la musica digitando il nome dell’artista, ma mi costringe a scorrere una lista selezionata e precaricata da me. Questo mi rende più consapevole di cosa sto facendo, di quanto è estesa la mia libreria, di quanto tempo ho passato dietro a questi dischi. In questi anni non mi è venuto in mente di ascoltare spesso i Rancid, e perciò non li ho cercati digitandoli sulla barra di ricerca di Spotify o Apple Music. Sul mio Snowsky li leggo ogni volta che passo per la lettera R, e mi evocano in automatico dei ricordi che per me sono stati importanti, premo play e mi ricordo del perché. E non c’è nessun’altra finestra da aprire su quella schermata.
Una cosa che mi sono trovato a voler fare alcune volte e che non posso più fare? Condividere una canzone che sto ascoltando su Instagram Stories, per farmi vedere, fare uno statement, apparire tramite la musica che ascolto e darmi un tono. Suona patetico e ci ironizzo sopra, ma è stato anche questo un forte deterrente dal mollare le piattaforme nel mio processo; ma non mi ha sorpreso accorgermi che, sia che io lo faccia sia che non lo faccia, non frega un cazzo a nessuno, e ha finito per non fregarne più nulla neppure a me.
Vengo alla conclusione più dolorosa di tutto questo. Sono entrato nel sistema dello streaming quasi senza accorgermene, e con ancora meno consapevolezza questo sistema si è portato via tutto il controllo che volevo avere sui miei dischi. È successo raramente che questi sistemi togliessero dei dischi dal cloud, ma quando è successo che potevo fare? Scaricarli, comprarli certo, ma il mio SISTEMA di ascolto della musica era quello, e li avrei comunque chiusi fuori. Il punto poi è che mi piacerebbe pensare che sì, per 13 anni della mia vita ho delegato totalmente il controllo della mia libreria musicale a una società statunitense che finanzia droni da guerra invece che retribuire gli artisti, ok, però magari per una parte di questo tempo per me è stato un valore lo streaming, mi ha dato valore, è stato un sistema giusto per me.
Invece no. Più ci penso più mi convinco che non lo è stato, mai. È stata solo pigrizia, cecità, un’adesione acritica a un sistema nuovo. Con la promessa di avere tutta la musica del mondo, che è una promessa falsa, perché nessuno può avere tutta la musica del mondo, nessuno ha abbastanza tempo per ascoltarla e apprezzarla tutta, e se anche potesse non gliene interesserebbe che una minima parte. Questa pigrizia l’ho pagata circa 1500€ in 13 anni, e cosa mi è rimasto? Sull’altare della comodità e del risparmio ho sacrificato una parte essenziale dell’amare la musica, e cioè possederla. Non per avidità, ma per dimostrazione di apprezzamento. C’è una bella differenza tra l’accogliere un disco nella propria libreria e aggiornare un contatore di ascolti singoli tenuto da non si sa chi.
Non sono qui a fare la morale, volevo solo raccontare il percorso che ho fatto io, cosa mi ha spinto a questa retromarcia e come mi ha fatto sentire. Si adatta molto al modo in cui ascolto io la musica, e non è detto che sia né l’unico né il più diffuso. Io ragiono per album, per dischi, questo è il mio formato. Ho fatto delle playlist negli anni, ma erano anche quelle un modo pigro di vivermela. A me piacciono i dischi, e non importa se ci sono dentro dei filler o delle canzoni che non mi piacciono tanto. Se questo è anche il tuo modo di ascoltare la musica, allora avere un controllo sulla tua libreria è forse incompatibile con l’esperienza miserabile che offrono le piattaforme, o comunque ti viene richiesto uno sforzo in più. Se invece ragioni più per canzoni singole, se non ti interessa un certo “ordine” nella tua libreria forse il sistema contemporaneo è più adatto a te di tutto questo calvario che ho fatto io. Lo vediamo anche dalla tanto annunciata e mai davvero celebrata morte dell’album in favore del singolo, del disco corto. Le piattaforme si misurano in ascolti, soglie di attenzione, ritornello entro un minuto, titolo in maiuscolo, “FUORI ORA”. Un’uscita oggi dura due giorni, poi si passa ad altro, perché c’è troppa roba a cui stare attenti e il mercato è uno solo, perché le piattaforme si contendono la stessa fetta di umanità.
Checché ne dica Laura Pausini, la musica è politica, come lo è ogni manifestazione del pensiero umano. Allo stesso modo è politico l’atto di ascoltare musica, come lo facciamo, cosa accettiamo per farlo, cosa diamo in cambio. Non sto dicendo che ho fatto una scelta etica migliore o superiore, sto dicendo che chiudermi fuori dal sistema dello streaming è stata per me una dichiarazione politica, seppur generata più che altro da una scelta di cuore e di esperienza d’uso. Sto dicendo a me stesso: esiste un’alternativa più scomoda ma più consapevole al modo in cui mi rapporto all’industria musicale. È un’alternativa imperfetta, perché passa sempre per il download illegale, perché si serve allo stesso modo delle stesse multinazionali e big tech per altri modi e con altri mezzi, e perché si innesta su un mercato che ormai è profondamente cambiato rispetto a quello di vent’anni fa. Ma per me è stato importante sottrarmi al contatore di ascolti di cui parlavo prima: smettere di essere un dato non parlante (cosa stavo facendo mentre ho fatto registrare quell’ascolto di Mirrors di Justin Timberlake? stavo ascoltando? stavo cagando? stavo lavorando? stavo dormendo? quell’ascolto finito sul contatore vale come il fatto che mi sono procurato, in un modo o nell’altro, il disco? mi sembra evidente di no).
Nel 2007 mi sono innamorato di un disco che ancora oggi è, direi, tra i 50 dischi più importanti della mia vita finché non cambierò idea. Si intitola Anytown Graffiti, di una band che si chiama Pela. È un disco, direi, alternative rock? C’è un po’ di emo, un po’ di country, è molto più semplice del modo in cui lo definisco. Questo disco su Spotify e sulle altre piattaforme non c’è mai stato, e non è mica l’unico, ma si unisce alle pochissime informazioni oggi reperibili su quella band e quel disco. Anche su YouTube c’è quasi nulla. Mi sembra un caso di una band che esercita il proprio diritto all’oblio, che tenta di scomparire perché per qualche motivo ritiene che un disco che ha inciso e pubblicato debba scomparire dalla memoria delle persone. Suono, ho fatto dischi di cui mi vergogno, ne so qualcosa anch’io e ho roba mia nell’hard disk che non diffonderei nemmeno sotto ricatto. Eppure è bello che un ascoltatore possa sottrarsi a questa logica, possa custodire un disco che ama anche contro la band che l’ha fatto e poi l’ha tolto dalla circolazione. Se non esistesse un’alternativa allo streaming, se non avessi scaricato quel disco, non potrei più ascoltarlo. C’è qualcosa del nostro ascoltare la musica che ci rende i custodi dei dischi che amiamo, quando vengono a mancare case discografiche e band. Se avessi dovuto chiedere il permesso a una società esterna per ascoltare Anytown Graffiti, se fossi dipeso dal loro averlo in catalogo o no, che custode sarei?
Grazie mille per aver letto. Spento è gratis e lo rimarrà, però almeno puoi condividere o commentare.
Mi rendo conto di quanto oggi al modello della subscription ci siamo assuefatti, e mi sono sentito ridicolo a spiegarvelo in queste righe, ma dovrebbe dare un’idea di quanto al tempo sembrasse una soluzione definitiva.
E quando mi chiedo perché la generazione che oggi ha tra i 60 e gli 80 anni suoni quasi solo Pink Floyd e Led Zeppelin mi devo rispondere che la massa aveva questo tipo di accesso alla musica, e molto restava sommerso, se non finiva nelle riviste o non girava per i club vicini.
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