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Letter from Sonia · Jun 5, 2026

3 Cose A Cui Penso Quando Sono In Difficoltà

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Sonia Grispo · Letter from Sonia

Non subito, mi ci vuole un po’ per carburare, ma quando sono in difficoltà queste sono tre cose a cui penso per scollarmi dal divano, come in quelle scene dei film, dove il fantasma esce dal corpo del protagonista e guarda se stesso senza vita.

  1. Quando ero molto piccola non sapevo pronunciare il mio nome e cognome, dicevo di chiamarmi "Oia Ippo" e quello è diventato il mio soprannome in famiglia. Avevo sviluppato un vero e proprio linguaggio di parole che risuonavano come alcune vere ma erano tutte mie.

Solo i miei sapevano tradurmi, soprattutto mia sorella, senza bisogno di portarsi dietro un voluminoso IS (Italiano-Sonia) Castiglioni - Mariotti.

[Ah sì, questa newsletter è piena di riferimenti per quelli che hanno fatto il classico, ma non sentitevi esclusi se avete studiato altro, perché stento e ricordare persino l’intera declinazione di rosa-rosae. La cultura del liceo classico mi è scivolata via, come un post-it a cui si è seccata la colla, appena mi sono alzata dalla sedia dell’orale alla maturità.

Mi è rimasto il metodo, il modo di ragionare, il pensiero… Insomma quello che ci diciamo tutti per giustificare 5 anni di inferno e la scoliosi per i vocabolari trascinati ogni mattina. Noi del classico sappiamo essere anche molto simpatici e antipatici allo stesso trempo, ma lo dice meglio di me @edorighini in questo video].

Non parlavo bene, dicevo, ho parlato in modo comprensibile a tutti più tardi di quanto avrei voluto, ma posso in tutta certezza dire di essermi rifatta. E oggi le parole sono il mio mestiere, in più forme, formati e figure.

  1. La prima volta che qualcuno usò la parola "stress" per descrivere un mio sintomo avevo 3 anni, frequentavo l'asilo e le attenzioni e aspettative esasperate di una bambina che mi voleva tutta per sé, mi avevano causato un disagio che si manifestava a partire dai miei capelli, che per un anno ho portato con un'acconciatura che era un incrocio fra quelle di Mafalda e Fantaghirò.

Non sono mai stata una bambina timida, ero espansiva e socievole, ma mi vergognavo a chiedere informazioni o un bicchiere d'acqua al bar. Ho avuto paura del buio per più anni di quel che vorrei ammettere e sono corsa a rifugiarmi nel letto dei miei tantissime volte. Da adolescente nonostante il mio carattere aperto e delle esperienze di studio all'estero (alzi la mano chi è andato in college in Inghilterra in estate. Siamo come quelli che hanno fatto gli Scout, con un bagaglio di ricordi che ci accomunano, ma senza latrina scavata nella terra ed entrambi senza bidè) ed esperienze che mi hanno fatto superare alcuni limiti, mi è successo di non sperimentare o di abbandonare alcune novità che mi incuriosivano (corso di teatro, di spagnolo, di disegno…), perché mi imbarazzava l'idea di non essere "già brava", di fare brutta figura.

Flashforward: oggi faccio un lavoro che mi porta a interagire con persone in tutto il mondo, tengo speech e corsi di fronte a centinaia di persone, rilascio interviste, organizzo eventi per la mia community di Italyane a Londra, mi espongo quotidianamente di fronte a migliaia e vivo all’estero, ben lontana dal letto dei miei (che comunque è sempre più fresco, più comodo e più tutto del mio). E i capelli? Mi chiedono che prodotti uso, come faccio la piega e le mie onde sono il 40% della mia personalità. Fanc*lo allo stress dell’asilo.

Quella bambina con i capelli a piramide e che camminava di notte con le spalle incollate al muro per andare in bagno, non l’avrebbe mai creduto possibile.

Tutti abbiamo fatto dei miglioramenti, superato degli ostacoli nella nostra vita, affrontato situazioni difficili e ne siamo usciti senza rendercene conto. Ogni tanto è un sano esercizio fermarsi a pensare a come eravamo e a come siamo, ed essere noi le nostre muse, ispirare noi stessi con i nostri successi, prima di cercare negli altri l'ispirazione. E non fermarci solo a quello che abbiamo fatto, raggiunto e superato, ma tenerlo a mente anche mentre stiamo vivendo un momento difficile: “ho fatto, superato, raggiunto, migliorato quelle cose, posso farlo anche con questo momento, perché sono io quella persona”.

“Non smettere mai di cercare di farmi vedere come mi vedi tu”. Devo imparare a pensare a me come mi vedrebbe la mia 13enne. Onestamente? direbbe “che figa!”.

Ognuno di noi sceglie un percorso, cammina con dei tempi; qualcuno accanto a noi corre più in fretta, salta ostacoli, raggiunge i suoi obiettivi, ma cosa succede se intanto tu cammini senza guardare avanti ma focalizzandoti sugli altri? Inciampi, sbagli strada, ti distrai e qualche volta ti fai male, magari non arrivi da nessuna parte e qualche volta dai la colpa agli altri perché con il loro cammino ti hanno intralciata. E invece quanto fa la differenza quando guardi avanti, cammini, corri, inciampi, ti sbucci le ginocchia, ti fermi a guardare il paesaggio, se vuoi, e poi torni a camminare, lungo la tua strada, il tuo cammino. Qualunque questo sia.

  1. Ho letto una cosa tanti anni fa, che mi è rimasta impressa, il concetto almeno, perché di ingegneria meccanica ne capisco quanto di pasticceria:

Perché i lacci delle scarpe si slacciano mentre camminiamo?

Lo ha scoperto un gruppo di ingegneri meccanici dell’Università di Berkeley e lo ha pubblicato sulla rivista Proceedings of the Royal Society, dove si legge che il “cedimento catastrofico del nodo” avviene per via di due fattori collegati tra di loro: l’impatto del piede sul suolo e la torsione della caviglia, che hanno l’effetto di liquefare le forze d’attrito che tengono in posizione un nodo.

Alcune cose “succedono e basta”, molto spesso sei tu che fai in modo che accadano. Alla fine il risultato è solo uno: allacciati le scarpe e cammina.

Lascio qui un appunto per una prossima newsletter, una cosa che mi è venuta in mente pensando alla piccola Sonia (semi cit.): Se la Sonia 13enne si fosse svegliata nella mia vita di oggi, avrebbe avuto parecchie domande.

30 anni in 1 secondo (13 going on 30)

Read the original on soniagrispo.substack.com

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