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Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando · Jul 20, 2026

Perché non riesco (quasi) più a sopportare Instagram e i social network, ma parliamo anche di Zerocalcare, Pecore sotto copertura, Spider-Noir, Umberto Galimberti e Ildegarda di Bingen

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Ermanno Ferretti · Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando

Cari amici, vi scrivo dall’aereo. Sì, sono in viaggio, come in parte vi avevo anticipato, verso New York, e sto rifinendo la newsletter proprio dal mio sedile, forte del mio tablet e delle 9 ore abbondanti di volo previste per arrivare nella città statunitense.

In realtà la newsletter è già pronta: si trattava solo di rileggerla e scrivere l’introduzione. Con un po’ di wifi, dovrei anche riuscire a spedirla – facendo i conti col fuso orario – nei tempi previsti.

Quindi sì, mi prendo qualche giorno di vacanza con la famiglia, desideroso di portare i figli a vedere i bellissimi musei newyorkesi (MoMA, Metropolitan, Natural History…) ma anche i grattacieli, i ponti, le statue e pure qualche negozio (sperando di tornare a casa ancora con qualche soldo nel conto). Magari nella newsletter della prossima settimana, che proverò a scrivere qui dalla Grande Mela, vi racconterò anche qualcosa delle mie visite, a distanza di vent’anni esatti dall’ultima volta in cui sono stato lì.

Intanto, però, dedichiamoci alla nostra solita scaletta. Prima di iniziare, lasciate solo che vi ricordi un paio di appuntamenti importanti che arriveranno ad agosto.

Se abitate dalle mie parti e vi piacciono le feste di paese, sappiate che il 9 agosto sarò ospite del Gruppo giovani di Selva di Crespino (RO), di cui fanno parte anche alcune mie alunne, per una lezione intitolata “Cosa rimane dopo la caduta? Filosofia del mito di Fetonte”. L’incontro si svolgerà all’interno della sagra: segno che filosofia pop, zanzare e buon cibo possono andare anche d’accordo. Appuntamento alle ore 21 nel Circolo parrocchiale di Selva.

Se invece pensate alle vacanze e le fate sull’Adriatico, tenete presente anche il secondo incontro: l’11 agosto sarò infatti all’Isola di Albarella per presentare Neanche Nietzsche era un superuomo, il mio ultimo libro. Attenzione però: l’isola è privata e ci si accede solo se ci si è in vacanza (o perché proprietari di una casa, o perché in affitto lì); ma se siete già in loco, venite a trovarmi. Appuntamento alle 21:45 al Centro Sportivo. E anzi: fatemi sapere che ci sarete, cliccando qui.

E questo per il momento è tutto. Vado a cercare di guardarmi qualche film sullo schermo che ho davanti al mio sedile. Buona lettura!

Iniziamo come sempre dai libri.

  • Visioni sinfoniche di Paola Anna Maria Müller: Ildegarda di Bingen è una figura poco nota dalle nostre parti, eppure estremamente affascinante. Monaca tra le più importanti e stimate dell’Europa medievale, filosofa, musicista: toccò, con le sue riflessioni, vari temi. Questo libro di Paola Müller la rimette al centro dell’attenzione, mostrandone l’originalità. Non è un testo forse per tutti: pensato per un pubblico universitario, è un libro che si muove tra storia, filosofia e testi sacri, seguendo proprio con Ildegarda il filo dell’esegesi biblica, cosa non certo semplice; ma questo non vuol dire che non sia stimolante. Sto procedendo con la lettura con una certa calma: ne riparleremo.

  • L’etica del viandante di Umberto Galimberti: torniamo a parlare de L'etica del viandante di Umberto Galimberti, il libro scelto dagli abbonati del canale per la discussione del nostro Club del libro che si terrà tra una quindicina di giorni. Sono giunto ormai oltre la metà del volume, anche se non nascondo che lo sto leggendo con un po’ di fatica. Come già vi accennavo nelle settimane scorse, il problema, secondo me, è soprattutto di metodo, ma a questa problematica ne vorrei aggiungere un'altra: il libro è ripetitivo, fino a diventare stucchevole. C'è infatti una prima introduzione, relativamente breve, in cui di fatto Galimberti dice già tutto quello che ha da dire sulla tecnica, sul mondo in cui viviamo e sulle possibili risposte etiche che si possono offrire. Tutte le centinaia di pagine che vengono dopo questa introduzione servono a sviluppare il discorso, ma non a dimostrare quanto ha asserito, quanto piuttosto a ribadire i concetti e ad apportare le citazioni di altri filosofi che dicono cose simili a quella sostenuta da Galimberti. Il guaio è che, per quanti filosofi Galimberti interroghi, alla fine anche questi si esauriscono, e quindi non è raro trovare citazioni di Nietzsche che si ripetono sempre uguali a distanza di venti o trenta pagine l'una dall'altra, citazioni di Anders che ritornano in capitoli differenti per dire la stessa identica cosa, o riferimenti a Heidegger anch'essi ripetitivi e ridondanti. Capita più volte di trovare interi paragrafi che dicono proprio la stessa cosa in capitoli diversi, tanto che si rimane un po' straniti nel dire "ma io questo l'avevo già letto da qualche parte" e nell'accorgersi che in effetti l'avevi letto solo poche pagine prima. Qualcuno dirà che è un modo per dare enfasi retorica al discorso, per rafforzare il concetto, però un saggio non è una conferenza teatrale e mi piacerebbe che vi si sviluppasse un discorso progressivo, che aggiunge un tassello dopo l'altro, e che alla fine arrivi a una conclusione solida. Senza contare che, come suggeriva qualche giorno fa un abbonato del canale, tutto questo mi dà l'impressione che il libro sia stato costruito mettendo insieme scritti diversi, conferenze, appunti o articoli già usciti, e che questo assemblaggio sia stato fatto un po' alla buona, appunto non tagliando via le parti ripetitive. Cercherò di finirlo in tempo per il Club del libro.

  • La ricreazione è finita di Dario Ferrari: nei giorni scorsi ho portato molto avanti la lettura de La ricreazione è finita, il romanzo di Dario Ferrari di cui vi ho parlato più volte in queste ultime settimane. Ormai sono quasi alla fine, circa ai tre quarti del volume, quindi è probabile che la prossima volta chiuderemo il discorso; ma intanto posso già dirvi che si tratta di un romanzo molto strano, diseguale, ma allo stesso tempo intrigante. Tutta la prima parte ha per protagonista un giovane dottorando di letteratura italiana che vive avventure tra il comico e il paradossale: è sfaticato, inconcludente e si trova a muoversi all'interno della giungla del mondo accademico, raccontando il tutto con un piglio molto ironico. Da un certo punto in poi, però, il romanzo cambia completamente piega, perché nella finzione della storia il protagonista inizia a ricostruire la vita di un fittizio scrittore italiano che in gioventù aveva fatto parte di un gruppo terroristico di estrema sinistra, simile per certi versi alle Brigate Rosse. Così il racconto nel racconto prende sempre più spazio e chiaramente assume toni via via più cupi, lasciando la comicità e il sarcasmo ed entrando nelle dinamiche della lotta armata. Come queste due parti si armonizzino tra loro penso verrà chiarito nel finale; ma in fondo quello che l'autore ci sta mostrando sono due tipi diversi di ingresso nell'età adulta: quello della generazione attuale, leggero e cinico allo stesso tempo, e quello della generazione precedente, estremamente più cupo e ideologico. Ma, nonostante tutte queste differenze, l'età è la stessa, i ragazzi sono gli stessi ed è quasi paradossale che due vite in partenza simili abbiano preso esiti così lontani e diversi tra loro, a seconda del contesto e del periodo storico. Insomma, un libro interessante, che si lascia leggere e che solleva qualche interrogativo. Consigliato.

Passiamo ora ai film e alle serie TV.

  • Pecore sotto copertura (2026), di Kyle Balda, con Hugh Jackman, Nicholas Braun, Nicholas Galitzine: qualche sera fa volevo vedere con i miei figli un film impegnato: avevo preparato tutta una lista di pellicole vecchie, risalenti agli anni ‘50, ‘60 o ‘70, che non vedevo da tempo e che avrei voluto riprendere in mano. Giunto alla prova dei fatti, ho però ceduto e mi sono lasciato convincere da loro a guardare Pecore sotto copertura, pellicola invece nuovissima e che temevo un po’ stupida, ma che quantomeno presentava nel cast Hugh Jackman. Alla prova dei fatti, però, il film si è rivelato migliore di quanto mi aspettassi. È vero che è pensato principalmente per un pubblico giovane e che si muove su toni leggeri, ma c’è qualcosa che lo nobilita e lo rende più interessante del previsto. Ve ne racconto brevemente l’inizio: il personaggio principale è un pastore, credo irlandese o inglese, dal carattere scorbutico, che si trova bene solo con le proprie pecore, che accudisce e a cui legge perfino dei romanzi gialli. Questo pastore però improvvisamente muore, e nel giro di poco tempo si capisce che è stato ucciso. A quel punto scattano le indagini, anche se il poliziotto del villaggio è un giovane imbranato e apparentemente inadeguato a scovare il colpevole. Per sua fortuna, a un certo punto entrano in gioco le pecore: questi animali infatti non sono stupidi come sembrano, ma anzi sanno comunicare tra loro e ragionare in modo abbastanza arguto. Essendo animali, però, hanno anche dei difetti: in primo luogo non hanno del tutto il concetto della morte, e quindi devono scoprirlo un po’ per volta durante le indagini; in secondo luogo sono pure un po’ razziste, perché l’appartenenza o meno al gregge tende a essere un fatto innato. Ma tutte queste dimensioni vengono in parte superate dalle indagini, che finiscono perfino per toccare temi legati al consumo di carne animale, all’amicizia e al senso della vita. Da quanto leggo online, pare che il libro da cui è stata tratta questa storia fosse ancora più filosofico di quanto il film lo lasci sospettare. Carino. Lo trovate su Prime Video.

  • Due spicci episodi 1.05-1.06 (2026), di Zerocalcare: a colpi di due episodi alla volta, sto portando avanti l’ultima serie realizzata da Zerocalcare per Netflix. E non so ancora dire se questo cartone mi stia veramente piacendo. Certo, Zerocalcare è bravissimo a raccontare e a prendersi in giro, e qui le cose funzionano come funzionavano molto bene anche nelle serie precedenti; però c’è un retrogusto un po’ amaro che monta man mano che vedo le varie puntate, e non so dire se sia io a essere cambiato, o se sia Zerocalcare a essere un po’ mutato, oppure ancora se non sia vera nessuna delle due ipotesi e il problema sia proprio non essere cambiati per nulla. Mi spiego meglio: Zerocalcare è poco più giovane di me, credo sia nato nel 1983, quindi ha più di quarant’anni. Eppure, a ben pensarci, i temi che affronta nelle sue storie sono più o meno gli stessi da 15 anni a questa parte: da quando aveva trent’anni a oggi ha sempre raccontato problemi della crescita, rapporti strani con i genitori, questa coscienza che lo percula continuamente, e amici più o meno strampalati. In 15 anni nulla è cambiato, e la cosa un po’ stride, pensando che i suoi lavori tendono a essere estremamente autobiografici. In effetti l’unico personaggio che ha avuto un’evoluzione, paradossalmente, è forse Secco, quello che sembrava sempre il più vacuo, il più bambinesco, il più immaturo: in realtà è l’unico che ha messo su famiglia e che si sottrae, almeno per un po’, alle logiche della storia. Il che mi fa dire: ma non è che forse ci siamo sbagliati? Non è che forse il personaggio più interessante è proprio Secco, e gli altri che gli girano attorno sono degli eterni bambinoni che credono di essere adulti e in realtà non lo sono? In quest’ottica tutta la trama di questa miniserie finisce per essere, in fondo, un po’ deludente, perché anche la vicenda di Cinghiale francamente non sta in piedi. C’è insomma qualcosa che non torna, anche se potrei essere semplicemente io che sto diventando vecchio. Ad ogni modo mi mancano gli ultimi due episodi, e sono anche curioso di sapere come la storia andrà a finire. Ne riparleremo.

  • Spider-Noir episodi 1.05-1.06 (2026), di Oren Uziel e Steve Lightfoot, con Nicolas Cage, Lamorne Morris, Li Jun Li: a proposito di serie che porto avanti a colpi di due episodi alla volta, questa settimana ho visto anche due nuove puntate di Spider-Noir, la miniserie in cui Nicolas Cage interpreta una sorta di Spider-Man degli anni ‘30 del Novecento. L’idea di partenza è molto carina e le atmosfere sono efficaci, così come la scelta di offrire lo stesso show in due versioni: una a colori, e comunque dei colori volutamente démodé, e una in bianco e nero. L’unico problema è la trama, forse un po’ troppo ingarbugliata; qualche puntata in meno avrebbe giovato maggiormente allo show. Nicolas Cage è un bravo Spider-Man, è tormentato al punto giusto anche se, per una serie di supereroi, combatte davvero molto poco, quasi mai. Discreto.

Il mio lavoro, a casa, ha dei momenti molto ripetitivi. Certo, spesso registro video o podcast, preparo lezioni, mi metto a scrivere libri o a preparare conferenze, ma ci sono anche i momenti in cui pare di essere quasi – passatemi il termine – in una catena di montaggio: correggo compiti uno dopo l’altro; monto video o podcast, facendo sempre le stesse azioni; carico file, sistemo l’archivio e così via.

Quando faccio questa parte del lavoro, tendo ad annoiarmi, come credo sia normale. E così cerco delle distrazioni: dopo 30 minuti passati a montare un video mi viene così naturale prendermi una pausa e magari aprire un giornale online o, più spesso, un social network.

I social hanno questo pregio: ci permettono, se usati con parsimonia, di staccare un attimo, spegnere il cervello per qualche minuto e vedere – quando va bene – belle cose in giro per il mondo. Cose sempre diverse, sempre differenti: non ci si annoia mai.

Un tempo – e parlo di 15 o 20 anni fa – tutto questo lo facevo con Twitter: era una piattaforma, agli inizi, in cui la gente scriveva cose intelligenti o ironiche in pochissimo spazio. Ci stavano in pochi, all’epoca, su quel social, ma abbastanza persone da offrirti la varietà di cui avevi bisogno. Ti distraevi 10 minuti e poi tornavi al tuo lavoro, più allegro e leggero, oppure a volte anche più informato su qualche fatto degno di attenzione.

Poi Twitter è peggiorato: è diventato di massa, ci sono arrivate tantissime persone e hanno iniziato a farlo diventare qualcos’altro. Dal 2012 o 2013 in poi ha iniziato a cambiare faccia: sempre più litigi, sempre più polemiche, bot, troll, fake news. Non offriva più uno svago valido: anzi, ogni volta che ci entravo ne uscivo arrabbiato o infastidito. A un certo punto ho smesso di leggerlo e usarlo davvero, e oggi lo trovo sinceramente una cloaca: sicuramente ci sono anche persone interessanti che ci scrivono, ma perlopiù è una schifezza.

Facebook ha fatto, in parallelo, la stessa fine, anche se lì le dinamiche sono un po’ diverse: l’età media è più alta e comunque il feed è costituito perlopiù da persone che si conoscono. Ma pure lì, di tanto in tanto, l’ignoranza emerge potente. E quindi anche Facebook lo uso pochissimo, mai per scrollare.

Negli ultimi anni, quindi, il mio rifugio è diventato Instagram. È un social che ha molti difetti, ben noti, ma che almeno non alimentava il fenomeno dei troll o delle fake news come gli altri già citati. In fondo, vedevi gente in vacanza, al limite anche qualche reel interessante. Poi, certo, per un giovane può essere complicato vedere continuamente immagini di persone che si vantano dei loro successi, del loro fisico o dei loro viaggi, ma a me questo non ha mai fatto chissà quale effetto. Insomma Instagram, per 10 o 20 minuti al giorno, non era male.

Negli ultimi mesi, però, qualcosa ha cominciato a cambiare anche su quel versante. Via via, anche lì ho cominciato a provare fastidio, quasi una sorta di insofferenza davanti ai contenuti della piattaforma. Non parlo delle persone che seguo, delle solite foto o delle solite storie, ma di tutto quello che Instagram sempre più spesso decide di propormi “in più”: un video di un nutrizionista che smonta punto per punto il video di un collega, un influencer che racconta la propria giornata con un tono iper-emotivo, un altro che rincorre la polemica del giorno.

Sono contenuti che non ho scelto: non arrivano infatti da persone che seguo, ma Instagram me li propone comunque. E quando, per errore, mi soffermo qualche secondo di più su un video di questo tipo – perché magari sono incuriosito da quello che quello strano tizio sta dicendo – poi non ne esco più vivo: per giorni il social continua a ripropormi video di quel creator o di altri creator simili a lui.

Così si entra rapidamente in vortici da cui non si esce più. Una volta ho guardato il video di un tizio in palestra (argomento che di per sé mi può interessare giusto una volta all’anno) e poi per due settimane non ho visto altro che muscoli, esercizi e gente che sotto sotto mi rimproverava perché ho la pancetta; un’altra volta ho guardato un video di commento a un altro video (una reaction, come si dice nel gergo) e poi per tre settimane non potevo evitare di vedere altri video di creator che attaccavano i loro colleghi.

Ma non è solo la frequenza di certi temi a disturbarmi; è il tono. Di Twitter, da un certo punto in poi, ho cominciato a non sopportare più la rabbia, il populismo, il tentativo di emergere perculando gli altri, il giocare sempre con le emozioni del pubblico e non con la testa, l’approfittarsi dei follower; e su Instagram adesso ritrovo cose simili. Perché, capite, si può certo fare buona informazione sul cibo e l’alimentazione, sulla politica o la società; ma se spettacolarizzi tutto questo, se cerchi sempre e solo l’indignazione del tuo pubblico, se non aspetti altro che un utente faccia un errore per poi farci sopra un video e umiliarlo guadagnando views e like, allora il tuo scopo non è (solo) fare buona informazione, ma anche trarne profitto facile e immediato.

E così anche Instagram non è più un luogo in cui posso svagarmi con leggerezza, ma un social sempre più da evitare. Di fianco al mio computer, in questi giorni, ho messo una pila di copie de La Settimana Enigmistica: eventualmente, quando ho voglia di distrazione, adesso mi butto su un cruciverba.

Ma questo mi porta a una riflessione un po’ più ampia. Cosa non va, nei social network? Perché a un certo punto io non ne posso più (nonostante abbiano anche dei lati positivi)? E perché altre persone invece ci rimangono immerse fin troppo?

La prima risposta, quella immediata, è la più semplice: la gente è stupida, cattiva, competitiva e si approfitta della credulità altrui. Certo, questo è vero; ma è in parte vero sempre, in ogni epoca: non solo adesso e non solo su Instagram.

In realtà credo che il meccanismo sia un po’ più tecnico. In primo luogo, da un paio d’anni anche Instagram ha affinato il suo algoritmo e ha cominciato a promuovere contenuti che generano più engagement. In secondo luogo, i creator hanno cominciato, sempre più negli ultimi mesi, a sfruttare smaccatamente quell’algoritmo.

Se analizzate questi reel, vi accorgete che in molti casi seguono uno schema tipico: attivazione emotiva, spesso legata all’indignazione o al disprezzo; risposta del creator, spesso banale e prevedibile, che dà ad alcuni utenti esattamente quello che quegli utenti vogliono sentirsi dire; tentativo di generare una reazione, sia essa un commento (anche cattivo, anche di protesta) o una condivisione.

È chiaro che l’obiettivo non è più (se mai lo è stato) spiegare qualcosa, problematizzare una questione: è generare una reazione rapida, misurabile, che l’algoritmo possa registrare e ricompensare con altra visibilità. I nutrizionisti che si smontano a vicenda, i divulgatori che cavalcano ogni polemica del giorno con la stessa energia indignata, gli influencer che ti dicono che tu e il resto del mondo state sbagliando tutto: non sono fenomeni casuali, sono tentativi di sfruttare l’algoritmo.

Se poi si cerca di approfondire, non è difficile scovare dei dati scientifici al riguardo, alcuni anche piuttosto noti. C’è ad esempio una ricerca di pochi anni fa di un gruppo di ricercatori di Yale (Brady, McLoughlin, Doan e Crockett) che è uscita su Science Advances: la trovate qui. Il titolo dell’articolo è emblematico: How social learning amplifies moral outrage expression in online social networks. Ovvero: Come l’apprendimento sociale amplifica l’indignazione morale sui social network.

Quei ricercatori di Yale hanno analizzato milioni di messaggi su Twitter, misurando quanto ogni utente esprimesse indignazione nei propri post e quanto feedback positivo (ovvero like, condivisioni ecc.) riceveva quando lo faceva; poi hanno replicato il meccanismo in laboratorio, con esperimenti controllati, per essere sicuri di non aver individuato una semplice correlazione.

Il risultato è che il feedback positivo davanti a una espressione indignata – che arriva invariabilmente – aumenta la probabilità che quella stessa persona si indigni in futuro: lo chiamano “apprendimento per rinforzo” ed è lo stesso principio con cui si addestrano gli animali. Sapete come funziona, credo: quando un cane fa l’azione per cui lo abbiamo addestrato, gli diamo una carezza, così siamo sicuri che tenderà a obbedire di nuovo in futuro. Così avviene nei social: quella volta in cui ti indigni noti che i like aumentano, che l’algoritmo risponde bene; e così, anche inconsapevolmente, inizi a indignarti ogni santo giorno.

Insomma, non è che le persone diventino improvvisamente cattive, competitive, indignate o così via; è che vengono quasi addestrate a esprimersi in quel modo, post dopo post, like dopo like, a volte senza nemmeno rendersene conto.

Ma c’è un dato, nella ricerca, ancora più interessante: questo meccanismo funziona meglio nelle reti “moderate”, in quelle cioè non ancora radicalizzate. Tra chi è già estremista di suo, l’algoritmo funziona relativamente poco; il suo effetto è invece molto più potente tra le persone che, di per sé, non si indignerebbero o arrabbierebbero tutti i giorni. È lì che ha le ricadute più nette, e quindi anche più preoccupanti.

Tutto questo non può non far pensare alla famosa Legge di Goodhart: può darsi non l’abbiate mai sentita chiamare in questo modo, ma probabilmente l’avete già sentita nella sua sostanza. Sostiene che quando una misura diventa un obiettivo, smette di essere una buona misura.

Goodhart era un economista, ma la legge la si può applicare a ogni ambito. Vi faccio degli esempi. Il primo è un aneddoto spesso usato proprio in questo caso: racconta che in una fabbrica sovietica di chiodi gli operai venivano pagati in base al numero di chiodi prodotti; ma, proprio per questo, a un certo punto iniziarono a produrre milioni di chiodini minuscoli e inutili, per essere pagati di più. La norma – vi pago per quanti chiodi producete – nata per stimolare la produzione aveva finito per danneggiare il sistema. Come diceva Goodhart: quando una misura (il numero di chiodi prodotti) diventa un obiettivo da raggiungere, smette di essere una buona misura.

Tra l’altro, l’aneddoto sulla fabbrica sovietica prosegue: quando i dirigenti del partito si accorsero di cosa stava accadendo, cambiarono la regola, dicendo che avrebbero pagato gli operai in base non più al numero di chiodi ma al peso complessivo del prodotto. A quel punto però gli operai cominciarono a produrre chiodi enormi e pesantissimi, altrettanto inutili.

Lo stesso però si può verificare anche a scuola. Voi sapete, credo, che esistono le prove Invalsi, che misurano il livello degli studenti. Ma cosa può accadere, anche in questo caso? Che gli insegnanti preparino i ragazzi per superare le prove Invalsi più che per apprendere davvero, e quindi l’efficacia della misura di quelle prove risulti danneggiata (i ragazzi rischiano di diventare bravi nei quiz, non nel leggere o nello scrivere).

Ecco, l’engagement sui social funziona proprio così: è una “misura tradita”. In origine, il tentativo di misurare il coinvolgimento degli utenti poteva sembrare un buon indicatore, perché la reazione del pubblico davanti a un contenuto ti dice, almeno in teoria, quanto quel contenuto valga. Ma nel momento in cui tutti (piattaforme, creator ecc.) cominciano a ottimizzare il loro contenuto solo per l’engagement, il numero smette di misurare il valore reale del contenuto. Non è un incidente di percorso: è così che funziona.

Qui qualcuno potrebbe obiettarmi che non c’è niente di nuovo sotto il sole: anche i giornali hanno sempre saputo che la prima pagina con il delitto macabro e irrisolto vende più di quella con l’analisi economica, anche le radio degli anni Settanta selezionavano i dischi da mettere per orecchiabilità e non per valore intrinseco. L’engagement, in un certo senso, è sempre esistito, anche se veniva misurato in modo più spartano.

È vero, verissimo; ma c’è una differenza importante, a mio avviso. Sui giornali, alla radio, perfino in TV c’era e c’è ancora gente che seleziona il materiale; esseri umani che, in base al loro giudizio (anche fallibile, ovviamente), scelgono a cosa dare spazio, cosa mandare in onda, cosa farti ascoltare. E gli esseri umani non seguono sempre e solo gli algoritmi.

Il disc jokey degli anni '70 ovviamente sapeva che se metteva il pezzo “facile” poteva tenere incollati un po’ di più i suoi ascoltatori alla radio; ma ogni tanto il suo gusto personale prevaleva sugli interessi dell’emittente, e quindi infilava in scaletta un disco più difficile e complesso ma che lui riteneva valido. Il quotidiano doveva vendere copie e quindi magari “sbatteva il mostro in prima pagina”; ma nelle pagine interne trovava spazio anche per articoli più riflessivi, intelligenti, arguti.

Gli algoritmi non lavorano così: ottimizzano sempre, senza avere gusti personali. Direi: non scoprono talenti o novità, ripetono all’infinito quello che già funziona. E lo fanno perché li abbiamo programmati noi così, ovviamente. Il paradosso, così, è che neppure Zuckerberg, il proprietario di Instagram, sa cosa la piattaforma gli proporrà quando entrerà; certo potrà provare a “educare l’algoritmo” mettendo like a certi contenuti e non ad altri, seguendo di più certi creator e non altri; ma capite bene che per fare qualcosa del genere bisogna avere già in partenza una consapevolezza che molti utenti non hanno. La stragrande maggioranza delle persone usa i social network così come sono, senza metterci davvero le mani e lasciando quindi fare alla piattaforma.

E il guaio è che in questo modo chi crea contenuti diversi fa di solito più fatica (salvo qualche rara ma importante eccezione). In un sistema che premia strutturalmente le emozioni forti, un contenuto che richiede tempo, che sospende il giudizio, che non promette una vittoria su un avversario ma un ragionamento più articolato, parte già svantaggiato in partenza. Non è impossibile che emerga; è però più difficile, e richiede una pazienza che il sistema non premia.

Devo però aggiungere un’ultima cosa. Sarebbe facile dire, a questo punto, che questo avviene perché siamo tutti più stupidi di un tempo; e però non so se sia questo il vero problema. Piuttosto, i social network hanno trovato la scorciatoia più efficiente per trattenere l’attenzione, e quella scorciatoia coincide quasi sempre con l’indignazione, il conflitto, l’identità di gruppo. E, si badi bene, questi in realtà non sono gli unici contenuti che le persone desiderano: sono quelli su cui il cervello reagisce più in fretta, prima ancora che intervenga la riflessione. Un contenuto serio non viene disprezzato a priori; è che ha bisogno di più tempo.

Questo vale anche per me e, probabilmente, per voi: dopo 5 secondi sono indignato; dopo 2 minuti comincio a pensare. Il guaio dei contenuti sui social più rapidi è che, appunto, sono brevi, brevissimi: non ti danno il tempo di pensare e quindi giocano solo sulla tua reazione immediata, emotiva. YouTube, solo per fare un controesempio, funziona invece in maniera diversa, se la gioca su tempi un po’ più lenti, e infatti lì a emergere sono video e contenuti diversi.

Potremmo dirla anche così: sui social network c’è una sorta di selezione naturale darwiniana, per cui non sopravvive il contenuto migliore in senso assoluto, ma quello più adatto a quell’habitat. È la sopravvivenza del più adatto, non del più forte; di quello che meglio risponde alla struttura della piattaforma.

Per completezza, bisogna anche dire che ci sono delle eccezioni a questo discorso. Non tutti i contenuti, infatti, crescono grazie a sentimenti “negativi” (rabbiosi, indignati ecc.): ci sono anche contenuti leggeri, divertenti e simpatici che vengono premiati dall’algoritmo. Sono soprattutto quelli dei comici, dove, per la verità, c’è ancora una certa inventiva e originalità.

Potrei fare molti nomi, in questo senso, ma ne cito solo due che – proprio perché originalissimi – smentiscono quello che stavo dicendo. Il primo è l’italiano TurboPaolo, che a volte fa delle cose pazzesche, completamente estranee alle logiche algoritmiche, ma che funzionano comunque molto bene perché vengono promosse dagli utenti; il secondo è l’islandese Greipur Hjaltason, che fa dei video pieni di nonsense, che non dovrebbero affatto andare bene su Instagram eppure hanno successo.

Ecco: perché la comicità sembra sfuggire, almeno in parte, al meccanismo che ho descritto? Credo che dipenda dal fatto che la comicità ha regole sue (sorpresa, tempismo, anche gusto dell’assurdo) che producono comunque un’attivazione emotiva forte e immediata, anche al di là e prima dei social. È che la comicità era già adatta ai social prima che i social inventassero l’algoritmo. Ma in tutti gli altri casi, in tutti gli altri settori, quelli più “seri”, il meccanismo non funziona altrettanto bene.

Le vie d’uscita che si possono immaginare davanti a questa situazione, pensandoci bene, non credo siano molte. E soprattutto, non credo siano rapide. Sicuramente un ruolo può averlo l’educazione dell’utente: spiegare alle persone come funzionano gli algoritmi può aiutarle a non cadere troppo facilmente in certe trappole. Ma questa è una soluzione diseguale: funziona solo con chi ha già qualche strumento concettuale nella propria “cassetta degli attrezzi”, e lascia invece esposto e indifeso chi pensa poco, chi è più vulnerabile.

Un’altra soluzione, più concreta, è quella di lavorare sui creator stessi, con una specie di codice deontologico o qualcosa del genere. E però anche qui mi rendo conto che è una soluzione abbastanza debole: sotto sotto credo che i creator sappiano quello che fanno, sappiano di sfruttare un meccanismo che non migliora il pubblico ma lo peggiora; e, nonostante questo, lo cavalcano comunque. L’idea di arrivare al successo spesso annebbia ogni altra pretesa.

C’è, infine, la possibilità di una regolazione più strutturale, che agisca sulle piattaforme invece che sul comportamento dei singoli, ed è forse l’unica cosa che potrebbe funzionare davvero: gli Stati dovrebbero cominciare a premere sulle piattaforme per incidere sugli algoritmi. Tutte le norme che dicono di vietare i social ai ragazzi a me paiono controproducenti, quando sarebbe molto più utile imporre alcuni paletti entro cui gli algoritmi si debbano muovere.

In ogni caso è materiale difficile, complicato; e non è detto che siamo pronti ad affrontare davvero questa discussione. Servirebbe una generazione di legislatori capace di gestire i problemi in modo un po’ più maturo dei ragazzini, non inseguendo sempre indignazione, like e rabbia popolare. Servirebbe, insomma, una classe politica meno simile ai creator che dominano i social: e, al momento, almeno in Italia, mi sembra che non la abbiamo.

Facciamo ora anche il punto sui video e sui podcast che ho pubblicato in questa settimana:

  • Storia delle guerre puniche: continua il nostro percorso di storia romana, con una pagina particolarmente famosa

  • “L’interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud - audiolibro spiegato parte 17: nuovo capitolo e nuovi sogni analizzati da Freud per sostenere le sue tesi

  • L’eticità tra famiglia e società civile in Hegel (per il podcast “Dentro alla filosofia”)

  • La visione dello Stato per Hegel (per il podcast “Dentro alla filosofia”)

  • La rivoluzione iraniana del 1979 (per il podcast “Dentro alla storia”)

  • L’Iran khomeinista degli anni ‘80 (per il podcast “Dentro alla storia”)

  • Erasmo da Rotterdam scrive a Erdoğan [Email dall’Oltretomba]

  • La nostalgia per i periodi brutti

Ah, prima di dimenticarci vi lascio anche un promemoria di dove e come mi potete trovare sui social:

Il canale YouTube | Instagram | Facebook | Twitter/X | TikTok | Threads

Se poi quello che faccio vi piace e volete darmi una mano a farlo sempre meglio, potete sfruttare alcune modalità di sostegno.

  • Un primo modo per sostenere il progetto è quello dell’abbonamento. Sotto ai video di YouTube, di fianco al classico pulsante “Iscriviti”, ce n’è uno chiamato “Abbonati”. Cliccando lì potete consultare tutte le varie proposte e cosa viene dato in cambio: da video-dirette in esclusiva a un vero e proprio manuale di filosofia a puntate, passando anche per il Club del Libro, il Club del Film e il Simposio. Ulteriori informazioni le trovate qui.

  • Inoltre in tutte le librerie trovate qualche libro da me firmato o co-firmato. Il più importante al momento è Neanche Nietzsche era un superuomo (Cairo Editore), sequel di Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; se invece cercate un buon manuale di storia, c’è parecchio mio materiale anche in La storia in scena (Garzanti/Deascuola) per il triennio delle superiori e in Le origini del presente (Petrini/Deascuola) per il biennio. E altri volumi sono in arrivo!

Chiudiamo anche con qualche anticipazione su quello che – wifi americano permettendo – dovrebbe uscire questa settimana sul canale:

  • domani si parte intanto con un video sulla storia del G8 di Genova, visto che ci stiamo avvicinando al venticinquesimo anniversario di quell’evento;

  • mercoledì aspettatevi il secondo e ultimo video sulla filosofia di Derrida;

  • giovedì arriverà poi un video sulla storia della Corea del Nord;

  • venerdì e sabato torneranno i podcast, con lo Stato hegeliano e l’Iran degli anni '90;

  • domenica nuova puntata de L’interpretazione dei sogni di Freud;

  • lunedì prossimo, infine, vi proporrò un video su Pedro Almodovar e il suo cinema.

E questo è tutto. Se non lo fate già, seguitemi sui social per qualche foto (non indignata né retorica) in questi giorni da New York e altrimenti appuntamento qui tra sette giorni per un necessario aggiornamento.

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