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Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando · Jul 27, 2026

Cosa ho capito tornando a New York dopo vent'anni, ma parliamo anche di Project Hail Mary, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Umberto Galimberti, Super Market e l'intelligenza

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Ermanno Ferretti · Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando

Se la settimana scorsa vi scrivevo dall’aereo per New York, questa volta riprendo il filo addirittura dalla mia camera d’albergo. Sono arrivato nella città nordamericana lunedì scorso e vi rimarrò fino a giovedì.

Se volete sapere come sta andando la vacanza, ma soprattutto cosa mi ha suscitato, di interessante, dal punto di vista storico-filosofico vi consiglio di leggere più avanti, nella sezione Quello che ho pensato, dove ho riservato ampio spazio a tutta la faccenda. In questa introduzione posso dirvi che la città è immensa e sempre nuova, capace di superarsi di continuo e di rinnovarsi rapidamente: c’ero già stato vent’anni fa, ma l’ho trovata diversa da allora.

Prima di cominciare coi libri e coi film, lasciate però che vi racconti velocemente di un paio di appuntamenti italiani: in primo luogo, il 9 agosto alle 21 sarò a Selva di Crespino – paesello in provincia di Rovigo – per parlare del mito di Fetonte e di come si leghi al tema delle cadute (anche filosofiche); in secondo luogo, l’11 agosto sarò invece all’Isola di Albarella per presentare Neanche Nietzsche era un superuomo. In quest’ultimo caso l’appuntamento è per le 21:45 e, se siete nell’isola, siete caldamente invitati a partecipare (ma attenzione: all’isola si accede solo se si è residenti o in vacanza lì). Se volete farmi sapere se ci sarete, cliccate qui.

E adesso cominciamo con la newsletter vera e propria.

E partiamo come sempre dai libri.

  • Quando persone intelligenti hanno idee stupide di Steven Nadler e Lawrence Shapiro: oltre al libro di Galimberti di cui vi parlo altrove, questa settimana ho finito anche questo saggio (poco noto ma molto interessante) firmato da Steven Nadler, già apprezzato biografo di Spinoza, e da Lawrence Shapiro. Il libro è un’analisi di come mai a volte persone anche istruite finiscono per ragionare male e cedere a tesi complottiste; e, soprattutto, di come rispondere a quella “testardaggine epistemica” che non ci porta a valutare adeguatamente e razionalmente le prove. Molto americano nello stile ma anche interessante nei contenuti, è un buon saggio, non difficile, dotato di un forte richiamo morale e di un certo rigore filosofico. Tra l’altro, arriva (per un percorso in buona misura diverso) a conclusioni estremamente simili a quelle che ho tratto io nel mio Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva, quindi non posso non sentirlo vicino alle mie corde. L’unica pecca è che forse, a mio avviso, il discorso poteva essere organizzato in maniera più coesa; ma sono dettagli. Libro molto interessante e quindi, inevitabilmente, consigliato.

  • L’etica del viandante di Umberto Galimberti: complice il lungo viaggio in aereo, questa settimana sono riuscito a concludere il lungo saggio di Galimberti che ci sta tenendo compagnia da qualche settimana. So che il filosofo lombardo ha moltissimi fan devoti e so che quindi i pareri che sto per darvi mi attireranno qualche critica, ma in tutta onestà non posso parlare positivamente di questo libro: l'ho trovato superato, ridondante, inutilmente lungo e privo di anche solo un'idea originale. Lasciate che vi spieghi meglio perché ho scelto questi aggettivi. In primo luogo, “superato” perché tuti i riferimenti culturali che stanno dietro alle tesi dell'autore si fermano agli anni ‘60 e ‘70, non oltre: Anders, Jaspers, Heidegger, Jonas dominano la scena, con scritti però usciti almeno cinquant’anni fa, e Galimberti sembra perlopiù ignaro dell'ampia discussione che quei temi hanno sollevato nel mondo della filosofia degli ultimi decenni. “Ridondante” perché il libro ripete gli stessi concetti, le stesse citazioni e a volte perfino le stesse frasi varie e varie volte lungo il libro, tanto che viene il dubbio che il testo sia semplicemente l'assemblaggio di una serie di conferenze dal tema incredibilmente simile. “Inutilmente lungo” perché l'esito di tutto questo è un libro che trova tutte le sue tesi già esposte e sviscerate nelle prime 20 o 30 pagine, e per il resto semplicemente ti ruba tempo, ripetendo costantemente il tutto e prendendoti per sfinimento. “Privo di idee originali” viene di conseguenza: non c'è una tesi di Galimberti che non sia già stata espressa da Jaspers o da qualcun altro dei filosofi citati sopra. Mah: che venda così tanto mi sorprende moltissimo.

  • Il mestiere di pensare di Diego Marconi: visto che questa settimana ho finito un libro dedicato al ragionamento, ne ho iniziato subito un altro. Qualche tempo fa infatti qualcuno di voi mi aveva consigliato di leggere Il mestiere di pensare, volumetto scritto dal filosofo torinese Diego Marconi e risalente addirittura al 2014; e così proprio in questi giorni ne ho cominciato la lettura. Sono solo agli inizi, ma per ora Marconi sta portando avanti un’analisi condivisibile sul ruolo pubblico della filosofia e più ancora dei professori di filosofia, che non sono mai stati tanto numerosi quanto ora e però, a tratti, ininfluenti, o comunque invisibili al grande pubblico. Vedremo dove Marconi vuole andare a parare: ve ne parlerò ancora.

E ora, spazio ai film.

  • Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), di Elio Petri, con Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan, Gianni Santuccio: la settimana scorsa vi raccontavo di Federico Fellini e della scelta degli abbonati del Club del film di affrontare tre sue pellicole, tre film bellissimi. La riunione su Fellini l’abbiamo già fatta, ma lì abbiamo anche scelto la triade di film per il mese prossimo, e la scelta degli abbonati è caduta su un tema drammatico: “Delitto e castigo”. Dovremmo infatti vedere M, il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang, classico degli anni ‘30 che però io ho visto da poco e di cui vi ho parlato a suo tempo anche qui nella newsletter; Crimini e misfatti di Woody Allen, che invece ho visto parecchi anni fa e che riguarderò ben volentieri; e infine Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, che avevo visto da ragazzino ma do cui francamente ricordavo abbastanza poco. Sono ripartito da questo, e mi ha molto impressionato: probabilmente con l’età, e anche con le conoscenze storiche acquisite, è normale vedere film come questo con uno sguardo diverso. La pellicola fu realizzata infatti nel 1970, pochi mesi dopo la strage di Piazza Fontana e la caduta dell’anarchico Pinelli dalle finestre della questura di Milano; in realtà, anzi, l’idea del soggetto era nata prima, ma quando arrivò nei cinema sembrò in tutto e per tutto un atto d’accusa contro il commissario Calabresi, che pochi mesi dopo sarebbe stato tra l’altro ucciso per strada da militanti di estrema sinistra. La storia del film è inquietante e per certi versi anche disturbante: si apre infatti su un commissario di polizia, magistralmente interpretato da Gian Maria Volonté, che si reca a casa della sua amante per fare sesso, ma che durante l’amplesso finisce per ucciderla. Tra l’altro, sulle prime non si capisce bene se l’omicidio sia avvenuto davvero, perché poco prima del fatto i due scherzavano sul fatto che spesso simulavano assassinii su cui indagare. In realtà l’omicidio è reale e lo stesso commissario, che è tra l’altro appena stato promosso all’ufficio politico, si trova a coordinare le indagini su se stesso, alternando momenti in cui cerca di depistare gli inquirenti ad altri in cui addirittura sembra aiutarli, sfidarli, quasi desideroso di essere scoperto. Il film si rivela così inquietante, strano e imprevedibile, ma anche e soprattutto un atto d’accusa nei confronti di chi detiene il potere, e della polizia in particolare. Un film durissimo, che merita di essere rivisto. Lo trovate tra l’altro gratuitamente su YouTube.

  • L’ultima missione: Project Hail Mary (2026), di Phil Lord e Christopher Miller, con Ryan Gosling, Sandra Hüller, Lionel Boyce: prima di partire per il viaggio negli Stati Uniti ho reso disponibili sul cellulare un po’ di serie che avrei potuto vedere offline, non sapendo bene quale sarebbe stata l’offerta di film della compagnia aerea: temevo infatti nove ore di noia assoluta. In realtà non è stato così, perché una delle pellicole che ho trovato era questo film, Project Hail Mary, da poco uscito in Italia su Prime Video. Sulle prime sembrava un film di fantascienza di cassetta, ma in realtà, a vederlo, è risultato più interessante del previsto. Ambientato in un futuro prossimo, racconta la storia di un professore di scienze delle scuole medie che viene coinvolto dal governo in una ricerca sperimentale che serve a evitare che la Terra venga in qualche modo inaridita da un problema legato al Sole. La ricerca, che all’apparenza doveva essere prettamente accademica, assume però presto toni d'azione quando l'imbranato prof viene spedito suo malgrado nello spazio, dove finirà per fare amicizia addirittura con una specie di alieno a forma di roccia. Mi rendo conto che, raccontato così, il film non abbia troppo senso, ma vi invito a guardarlo: parla soprattutto di amicizia e di solitudine, di sacrificio e di scelte morali, e lo fa in modo molto originale. Gosling, poi, è obiettivamente molto bravo, e finisce così per nobilitare tutta la storia. Come vi dicevo, non mi aspettavo granché, ma ho dovuto proprio ricredermi: bel film. Guardatelo.

  • Super Market episodi 1.01 (2026), di Il Terzo Segreto di Satira, con Tommaso Cassissa, Alessandro Betti, Marta Zoboli: vi ho detto che non ero sicuro di quali film avrei trovato in aereo, e di essermi così preparato varie soluzioni da casa. Nella fretta, ho infilato dentro al cellulare anche questa nuova serie TV appena lanciata da Prime e prodotta in Italia, che però non conoscevo; e solo vedendola ho capito di cosa si trattava. Partiamo dalla trama: lo show è ambientato all’interno di un fittizio supermercato lombardo e segue le vicende (tanto per cambiare) di un giovane stagista imbranato che viene trattato male un po’ da tutti. Vi ricorda Boris? Be’, in effetti i punti in comune sono parecchi, ma molte sono anche le differenze: la più importante di tutte è che Boris era estremamente corrosivo, cosa che per ora Super Market non riesce a essere. A livello produttivo, va segnalato che questa pare una serie nata principalmente dal web e da Mediaset, da Instagram e da Zelig: scritta e diretta da Il Terzo Segreto di Satira, ha per protagonista Tommaso Cassissa, affiancato da Alessandro Betti, Katia Follesa, Marta Zoboli e altri ancora. Gli attori sono anche bravi, qualche gag è anche riuscita, ma mi pare che in generale la sceneggiatura faccia un po’ fatica, almeno in questo primo episodio, a uscire dai cliché del genere. Anche perché, tra l’altro, il settore è inflazionato: sulle stesse premesse si basava anche Superstore, simpatica serie americana di qualche anno fa. Da giudicare sulla distanza, ma per ora non indimenticabile.

Se avete letto la newsletter della settimana scorsa, o se mi seguite sui social network, sapete già che da sette giorni mi trovo negli Stati Uniti con la mia famiglia, e in particolare a New York, per una (meritata) vacanza.

Per i miei figli è la prima volta oltreoceano, ma per me e per mia moglie è un ritorno: eravamo già stati nella Grande Mela nel 2006, esattamente vent’anni fa. Proprio per questo, nella riflessione di oggi vorrei che mi concedeste di mettere in fila qualche spunto su cui ho riflettuto, in questi giorni, nel confronto tra quello che ho visto vent’anni fa e quello che sto vedendo in questa vacanza.

In primo luogo, ci sono delle cose che sono rimaste identiche. La prima che mi viene in mente è Central Park, quasi immobile nella sua bellezza, nei suoi alberi che crescono lenti e che vengono superati in altezza solo dai palazzoni alle loro spalle. Anche Washington Square Park mi ha dato la stessa impressione: un parco calmo e vitale, allora come oggi. Anche i giocatori di scacchi sono sempre lì, imperturbabili.

Tutto attorno, però, il resto della città è molto cambiato: oggi ci sono palazzi – e non pochi – che vent’anni fa non c’erano; quartieri che allora erano periferia oggi sono belli e abitabili (DUMBO a Brooklyn, ad esempio); e il tutto mentre interi isolati vengono continuamente ricostruiti da zero. New York è una specie di Dorian Gray architettonico: passano gli anni e non invecchia mai, perché i suoi grattacieli sono sempre recenti, sempre moderni.

D’altronde, si potrebbe anche dire che la città ha un rapporto assai particolare col tempo. Lo dimostrano anche gli stessi newyorkesi, sempre di corsa a qualsiasi ora (e spesso vestiti da jogging a qualsiasi ora), sempre in strada o in metropolitana a qualsiasi ora. Non deve dunque stupire che nemmeno i grattacieli conoscano del tutto il tempo.

Tutto questo mi porta ad alcune idee. La prima che mi sono fatto, camminando per giorni tra Financial District, Brooklyn e Midtown, è che l’identità di questa città non stia tanto nella permanenza delle sue forme (come avviene in qualsiasi altra città del mondo), quanto nel ritmo con cui le cambia. New York non è la somma dei suoi edifici, considerato che lo skyline cambia ogni anno: è la velocità con cui gli edifici scompaiono e ricompaiono.

E per la verità non è neppure solo una questione architettonica. Sono anche gli esercenti che cambiano alla velocità della luce: vent’anni fa io e mia moglie trovavamo decine di deli, gastronomie in cui compravi cibo già pronto e lo pagavi a peso dopo averlo messo alla rinfusa dentro a vaschette di plastica; oggi negozi del genere sono quasi introvabili, sostituiti da un’infinità di paninoteche, rivendite di bibite fruttate e catene di street food che occupano ogni angolo di marciapiede. Stessa cosa per i venditori di hot dog: vent’anni fa c’erano baracchini piccoli, semplici, che facevano solo quello e te lo vendevano a 1 dollaro; oggi ci sono furgoncini che hanno in menù venti prodotti diversi (anche se l’80% delle vendite è rimasto legato al caro vecchio hot dog), con prezzi però cinque volte superiori.

Se un così veloce ricambio dei negozi e dei palazzi avvenisse in Italia, sarebbe il finimondo: qui a New York invece è la normalità; tra vent’anni ci saranno di sicuro altre cose ancora diverse. È il segno di una città che non ha nostalgia delle proprie abitudini, che le smonta e le rimonta con indifferenza. Non ha radici; o, meglio, le sue radici principali sono di non averne.

D’altronde, in giro per New York vedi soprattutto giovani. Certo, ci sono anche anziani, vecchi, bambini; ma tanti giovani, che in Italia non vedi mai. E giovani di tutti i colori e origini: dai lineamenti europei, asiatici, africani, americani da generazioni, amici tra loro in gruppi eterogenei. Anche noi ormai abbiamo – per fortuna! – una certa varietà etnica e culturale nelle nostre città, ma non sempre sono così integrate tra loro come qui, dove è normale essere differenti, diversi non solo dagli altri ma un po’ anche da se stessi.

E i giovani, d’altro canto, sono proprio così: non hanno radici, o meglio pensano che le loro radici stiano nel non averne, o quantomeno nel saper mettere da parte le radici familiari per potersi costruire una vita nuova sempre da zero.

Ma qui viene il problema, un problema che riguarda tanto New York quanto i giovani stessi: se l’identità di un luogo coincide interamente col suo cambiare, si può ancora parlare di identità? C’è ancora qualcosa che resta stabile, sotto la superficie?

La parola “identità” noi l’abbiamo sempre associata ai caratteri immutabili, essenziali di una cosa. Così ce ne hanno parlato Platone e Aristotele e centinaia di altri filosofi: in un mondo in perenne divenire, ci dev’essere qualcosa che permane, e quel qualcosa possiamo chiamarlo “identità”. Ma se anche l’identità è, come direbbe Bauman, incredibilmente fluida, allora forse siamo nei guai?

Non solo: a cambiare continuamente è – soprattutto nella nostra epoca – l’immagine, l’apparenza. Quando diciamo che tutto (o quasi) è ridotto a spettacolo, intendiamo in parte proprio questo: che tutto muta in superficie inseguendo le mode, e quindi che non ha una propria fisionomia, una propria radice. Voglio dire: il fatto di non aver identità nel senso classico del termine non rende New York più superficiale, più vuota? Tutta fumo e poco arrosto? Tutta luci e immagini che scorrono veloci e niente sotto di durevole?

Times Square è l’esempio più lampante di questo rischio. È il luogo in cui la pubblicità newyorkese colpisce più duro: enormi cartelloni, anzi megaschermi, in cui si susseguono spot pubblicitari pieni di luci e di colori. Penso che il consumo energetico di quel piccolo spicchio di città equivalga tranquillamente a quello di tutta la provincia di Rovigo messa assieme, anzi probabilmente di più.

Ecco, Times Square vent’anni fa mi aveva dato un’impressione certo di esaltazione del consumismo, ma anche di grandezza: c’era qualcosa di sublime (nel senso kantiano del termine) in quell’esagerata grandeur. Oggi, vent’anni dopo, mi dà un’impressione invece diversa, di vuoto, di mille luci e mille persone ferme lì, come lucciole, a fotografare le luci. Sì, la prima cosa che balza all’occhio sono le persone: si sono moltiplicati gli schermi, ma si sono moltiplicati soprattutto i turisti che vogliono farsi una foto davanti a quegli schermi. Si badi bene: non sto giudicando; anch’io ero lì a cercare di ammirare qualcosa di irripetibile, ma ne sono uscito più frastornato che altro, più disincantato che incantato.

Non so bene cosa sia cambiato, se Times Square o io, ma il sospetto è che quella piazza sia diventata l’apoteosi di una città che rischia di accontentarsi di rinnovarsi solo in superficie: sempre nuova e però anche sempre uguale, al limite sempre più esasperata.

Riflettendo proprio su questo, mi sono però imbattuto anche in alcune parole di Marshall Berman, filosofo newyorkese scomparso nel 2013. Per lui New York era una città che faceva continuamente i conti con la modernità; anzi, la modernità la attraversava come un fiume in piena, facendo sì che tutto ciò che era solido si dissolvesse nell’aria. Camminando per Manhattan, complici i vapori che escono dai tombini, viene da pensare che quella dissoluzione sia proprio vera, quasi un marchio di fabbrica: il fumo domina la scena, come una sorta di cortina.

Ma attenzione: non voglio essere troppo critico con la cara e vecchia Grande Mela. Perché c’è qualcosa di preoccupante ma anche di magnifico in tutto questo. Pensate: è una città che non ha paura di demolirsi e ricostruirsi, di ricominciare sempre da capo e di reinventarsi, mostrando una vitalità che in Europa fatichiamo anche solo a immaginare, abituati come siamo a conservare, restaurare, proteggere. Noi viviamo sempre con un immenso carico di storia sulle spalle, i newyorkesi sono invece come dei bambini che distruggono il castello di sabbia per poterne fare subito uno nuovo. Nietzsche direbbe che noi siamo dei cammelli, piegati dal peso della storia, e che New York è il fanciullo che ben rappresenta il superuomo, che inventa i propri valori e si supera continuamente. E quindi dovremmo perdonare a New York qualche errore di gioventù, qualche ingenuità: è come se fosse un bambino, pieno di energie e di capacità ma pur sempre inesperto.

E poi c’è anche da dire che la metropoli statunitense non è tutto baraccone, non è tutto spettacolo o consumo superficiale. Ci sono luoghi, a New York, in cui la città si ferma e si fa seria, quasi solenne, e lo fa senza quella patina di spettacolo che pervade Times Square. Basta passare di fianco al memoriale dell’11 settembre, con le due vasche al posto delle Torri e i nomi dei morti lì incisi uno per uno: in quel luogo non c’è rumore e non c’è luccichio. E poi gli stessi newyorkesi: lì per lavorare, lì per far carriera, lì per farsi in quattro, pur mantenendo sempre un sorriso e una cordialità che in altre grandi città non si trovano per nulla (raramente, in giro per il mondo, ho trovato un atteggiamento positivo simile a quella dei newyorkesi).

Un altro caso di solennità tipica del posto è rappresentato dalla Statua della Libertà, che riesce a essere allo stesso tempo monumento e icona pop; ma che ha anche – ancora oggi – un significato profondo per gli Stati Uniti. Dopo averla visitata sono stato anche a Ellis Island, tappa immancabile; e lì si vede come gli Stati Uniti in realtà un’identità ce l’abbiano: quella dei migranti, quella di tutte quelle persone che hanno rischiato la vita e la salute per cercare di farsi una posizione migliore, per cercare di assicurare ai loro figli una vita migliore. Gli americani vanno orgogliosi di ciò che sono e di ciò che hanno fatto, e lo mostrano facendo continuamente sventolare la loro bandiera: e questa è la loro grandezza, indubbiamente.

Tra l’altro, proprio a Ellis Island io e la famiglia ci siamo messi a cercare tra i registri digitali gli antenati di mia moglie, che sapevamo esser partiti verso gli Stati Uniti a inizio Novecento; e trovarli lì, in un database governativo, scoprendo anche le generalità di altri che, provenendo dallo stesso paese, si erano imbarcati con loro è stato uno dei momenti più sorprendenti di questo viaggio, la prova che sotto lo spettacolo continuo c’è ancora, in certi punti precisi della città, una memoria che permane.

Mi pare anzi che questa doppia natura – spettacolo e solennità che convivono senza escludersi – sia anche la prova di una vitalità demografica che da noi non esiste più. New York si presenta ancora come una città giovane, multietnica, piena di gente che si muove presto la mattina e tardi la sera, che ha energia sufficiente per permettersi sia il baraccone di Times Square sia il silenzio del memoriale. È gente che può essere superficiale in un momento e profonda in un altro, perché ha la forza per sostenere entrambe le cose.

Noi, in Italia, con le nostre piazze vuote il sabato sera e la nostra popolazione che invecchia, rischiamo semmai il problema opposto: non avere più energia sufficiente né per il monumento né per lo spettacolo, restando fermi a conservare quel poco che abbiamo e che via via si affievolisce col tempo.

Permettetemi, però, un ultimo appunto prima di chiudere. Durante la permanenza a New York, abbiamo partecipato anche a una gita a Washington: tutto in giornata, con levataccia alle 5 del mattino e rientro a Manhattan alle 21, per riuscire a vedere alcune delle cose più importanti presenti nella capitale statunitense.

Ecco, l’impressione che ho avuto da Washington è stata più cupa. La nostra guida, che proveniva da Brooklyn ma ha vissuto a lungo anche a Washington, la descriveva come una città molto bella, quasi europea, ma a me è sembrato che quel fascino fosse al momento un po’ offuscato.

Lì, quella dialettica tra solennità e spettacolo che a New York mi aveva tanto colpito, si ripresenta con qualche brivido in più. Prendiamo ad esempio il Lincoln Memorial, magnifico monumento alla forza della Repubblica e di Lincoln: oggi la piazza è priva della sua vasca riflettente, svuotata per volere di Trump. Un simbolo della memoria collettiva che, improvvisamente, si è perso un pezzo per strada.

E poi la Casa Bianca: il nostro tour prevedeva di passarci davanti per qualche foto. Ma – stando a quello che ci ha detto la guida – da due anni a questa parte l’operazione è diventata quasi impossibile. Fin dai cancelli più lontani le guardie ti impediscono di fotografare, mettendo anche automezzi e ostacoli per occultare la vista della Casa Bianca. La nostra guida sosteneva che il gesto serve a far capire che la Casa Bianca non è più la casa del popolo americano, ma è la casa privata di Trump, e forse ha ragione. Ma a me è sembrato anche un modo per nascondersi e per allontanare gli sguardi dell’opinione pubblica. Ricordate il motto del Washington Post? “Democracy Dies in Darkness”: mai parole furono più vere.

Ma poi, lungo i viali della capitale, mi sono imbattuto – oltre che negli striscioni per i 250 anni dall’indipendenza – anche in un paio di gigantografie di Trump che scendevano lungo i muri dei palazzi governativi, con scritto “America First”; cose che ricordavano regimi totalitari e culto della personalità. Visto anche i palazzi governativi, a Washington, sono grigi e squadrati, pareva davvero un’immagine da Berlino anni '30.

Era, in un certo senso, lo stesso meccanismo di Times Square, ma spostato dal piano del consumo commerciale a quello del potere politico: spettacolo, immagine, slogan per nascondere la mancanza di radici. Ed è qui che la faccenda smette di essere solo una curiosità da turisti e comincia a somigliare a qualcosa di più serio.

Perché se una città come New York può permettersi di ridurre ogni tanto, quasi per gioco, la libertà a spettacolo, in fondo il danno è limitato: resta uno spreco, una forma di alienazione collettiva di cui parlare la sera a cena, ma nessuno ci rimette la pelle. Quando invece è il potere di uno Stato a ridursi a messinscena, quando la gigantografia sostituisce l’argomento e la vasca vuota sostituisce la riflessione, il rischio non è più solo estetico.

New York, con tutta la sua superficialità luminosa, resta comunque una città che sa fermarsi e farsi seria quando serve; non so se altrettanto si possa dire, oggi, di Donald Trump, che in fondo da quella città proviene e di quella città è anche figlio.

Facciamo ora il punto su tutti i video e i podcast che sono usciti in questi giorni:

  • Cosa successe al G8 di Genova del 2001: nel venticinquesimo anniversario dai fatti di Genova, proviamo a fare un po’ d’ordine

  • Storia e filosofia di Pedro Almodóvar: indaghiamo i film e la poetica del principale regista spagnolo degli ultimi decenni

  • Storia della Corea del Nord: probabilmente sentite parlare (relativamente) spesso della Corea del Nord, ma ne conoscete la storia?

  • Derrida: différance e supplemento: secondo e ultimo video dedicato a Jacques Derrida, per completare il percorso su di lui

  • “L’interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud - audiolibro spiegato parte 18: nuovo capitolo di Freud e nuova analisi dei sogni

  • La natura dello Stato hegeliano e la sua costituzione (per il podcast “Dentro alla filosofia”)

  • L’Iran degli anni ‘90 tra riformismo e conservazione (per il podcast “Dentro alla storia”)

  • Ulisse scrive a Nolan e a Temptation Island [Email dall’Oltretomba]

  • L’effetto Rashomon

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  • Un primo modo per sostenere il progetto è quello dell’abbonamento. Sotto ai video di YouTube, di fianco al classico pulsante “Iscriviti”, ce n’è uno chiamato “Abbonati”. Cliccando lì potete consultare tutte le varie proposte e cosa viene dato in cambio: da video-dirette in esclusiva a un vero e proprio manuale di filosofia a puntate, passando anche per il Club del Libro, il Club del Film e il Simposio. Ulteriori informazioni le trovate qui.

  • Inoltre in tutte le librerie trovate qualche libro da me firmato o co-firmato. Il più importante al momento è Neanche Nietzsche era un superuomo (Cairo Editore), sequel di Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; se invece cercate un buon manuale di storia, c’è parecchio mio materiale anche in La storia in scena (Garzanti/Deascuola) per il triennio delle superiori e in Le origini del presente (Petrini/Deascuola) per il biennio. E altri volumi sono in arrivo!

Chiudiamo anche con qualche anticipazione su quello che vorrei pubblicare questa settimana:

  • domani e mercoledì si comincia intanto coi podcast, uno dedicato alla storia per Hegel e uno all’Iran recente;

  • giovedì, invece, vorrei proporvi un video di educazione civica sul ruolo dei mass media nelle democrazie (e la loro crisi);

  • venerdì, salvo imprevisti, arriverà poi la diretta di fine mese per gli abbonati;

  • sabato video su Maurice Merleau-Ponty, importante esistenzialista francese;

  • domenica nuovo video di storia romana;

  • lunedì prossimo, infine, si torna sul podcast filosofico e su Hegel.

E questo è tutto anche per stavolta. Torno a girovagare per New York. A presto!

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