RSS Amplifier

Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando · Jul 13, 2026

È ora di parlare del caso Mari-Murgia (anche se sarebbe stato meglio di no), ma anche di The Office, Enola Holmes 3, Umberto Galimberti, La dolce vita, Immanuel Kant e La storia infinita

0
Sign in to vote or save

Ermanno Ferretti · Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando

Vacanze, vacanze, vacanze: probabilmente questo è il pensiero che vi pervade in questi giorni, o che magari state già realizzando. Può darsi che mi leggiate, infatti, da sotto a un ombrellone o dall’altra parte del mondo, e francamente ve lo auguro. Io devo ancora partire, ma un paio di esperienze quest’estate me le regalerò anch’io (anzi, ce le regaleremo, visto che sarò sempre obbligatoriamente accompagnato dalla famiglia).

Non vi rivelo ancora dove andrò, anche se provvederò a postare qualche foto sui social a tempo debito. Vi racconto solo questo fatterello, piccolo ma curioso: proprio l’altro giorno ho prenotato un appartamentino per una settimana al mare, e l’ho fatto tramite uno di quei siti che vi consente di confrontare le offerte e di scegliere quello che vi pare più adeguato ai vostri bisogni. Ebbene, subito dopo la prenotazione ho ricevuto, via WhatsApp, il classico messaggio automatico da parte del padrone di casa: “Buongiorno, grazie per aver scelto il nostro appartamento…”. Ma, circa 15 minuti più tardi, ne è arrivato un altro: “Ma lei è Ermanno Ferretti scrip?” E da lì sorrisi, saluti e così via. Sarà una bella vacanza.

Prima di godersi il mare e i viaggi, però, c’è una newsletter da portare avanti, con, spero, tanti spunti e stimoli interessanti. Proviamo a ragionarci assieme. Iniziamo.

E partiamo come al solito dai libri.

  • La caffettiera di Kant di Eugenio Radin: un paio di settimane fa vi ho raccontato di aver cominciato a leggere il nuovo libro di Eugenio Radin, il giovane divulgatore noto sui social col nickname di WhiteWhaleCafe, di cui vi ho parlato già in passato. Questo nuovo lavoro, La caffettiera di Kant, è dedicato appunto al filosofo di Königsberg, cercando di presentarne il pensiero in modo molto accessibile. Il libro lo sto leggendo molto in fretta, e posso dirvi che in effetti l’obiettivo è a grandi linee raggiunto: grazie a una serie di aneddoti anche personali, Radin riesce a restituire almeno in parte la complessità del pensiero del filosofo tedesco, e credo ad avvicinare a certe riflessioni un pubblico che normalmente non le mastica. Devo però anche dire, allo stesso tempo, che il libro è forse fin troppo semplice in alcuni passaggi, e che per voi che, se siete qui, siete già appassionati di filosofia e magari avete già studiato Kant a livello scolastico, forse certi discorsi potrebbero apparire un po’ troppo facili o scontati. Comunque il lavoro rimane interessante, e se avete qualcuno che non ha mai studiato Kant ma vuole scoprirlo per la prima volta, questo è probabilmente il libro adatto. Sono già a due terzi dell’opera, quindi ne parleremo ancora, ma è quasi finito.

  • L’etica del viandante di Umberto Galimberti: come sapete, da un po’ di tempo sto leggendo anche L’etica del viandante di Umberto Galimberti, libro di pochi anni fa che ha avuto un buon successo editoriale e che in un certo senso condensa buona parte del pensiero del filosofo lombardo. Se conoscete già quello che Galimberti sostiene da tempo in conferenze e in televisione, il saggio non vi sorprenderà: tutti i discorsi che ha fatto negli ultimi anni vengono lì praticamente riportati, in modo perfino un po’ ripetitivo e ridondante. Io personalmente non amo troppo non tanto le conclusioni a cui arriva, che ritengo anche condivisibili, quanto il metodo utilizzato, che trovo per certi versi un po’ sorpassato, ma anche caratteristico di un certo modo di intendere la filosofia tutto italiano. Infatti Galimberti, direi, rifugge completamente dal dubbio: ogni sua pagina è piena di certezze, di frasi assertive, di analisi nette, prive di incertezze; anzi, la sua riflessione tende ad assumere un carattere quasi dicotomico, tra un polo positivo e uno negativo, nettamente contrapposti e inconciliabili. Si pensi ad esempio al discorso che fa sulla tecnica, contrapposta a quello che potremmo chiamare lo spirito poetico: la tecnica è presentata continuamente come il male, il grosso problema del nostro tempo, e la sua antitesi, la forza poetica o mitica, come un elemento che dominava in una fantomatica età dell’oro ormai perduta. Questa visione così netta, un po’ manichea e perfino oracolare, ha molti antecedenti nella storia della filosofia, anche in scuole tra loro molto diverse, come ad esempio in Hegel, in Heidegger, in Jaspers, in Anders, in Adorno, in Marcuse e in altri ancora (tutti filosofi che tra l’altro Galimberti cita abbondantemente); ma è un modo di procedere che negli ultimi venti o trent’anni è stato, secondo me, giustamente molto criticato da filosofi come Habermas, Derrida, Latour e soprattutto dalla scuola anglofona, che ha mostrato che queste dicotomie sono costruzioni per lo più artificiose, e che questa divisione in un bianco e in un nero, in un bene e in un male così nettamente separati non rende troppa giustizia alle questioni. Insomma, il libro personalmente non mi sta troppo convincendo, nonostante sia scritto in maniera molto leggibile e non manchi di spunti interessanti. Ne riparleremo.

  • La storia infinita di Michael Ende: che piccola grande meraviglia che è La storia infinita! Vi ho raccontato, giusto la settimana scorsa, che ho ricominciato a leggere questo libro, che avevo già gustato qualche anno fa, assieme al mio terzo figlio, per provare a invogliarlo a un genere che secondo me gli piacerebbe, ma che finora ha spesso evitato. E l'esperimento sta andando molto bene: sia io che lui abbiamo spesso voglia di portare avanti la lettura, quindi ogni giorno dedichiamo 20 o 30 minuti alla storia di Bastiano, chiuso nella soffitta della scuola, e di Atreiu, che cerca di salvare l'Infanta Imperatrice. Se avete visto il film, lasciatelo perdere e dedicatevi al libro, che è molto più interessante e anche molto più filosofico, nonostante appaia come un classico romanzo per ragazzi. Per ora, anche se più avanti le cose cambieranno, la storia si sviluppa lungo due binari paralleli: da un lato c'è appunto questo Bastiano, un ragazzino poco inserito, rimasto da poco orfano di madre, che ruba un libro e scappa a leggerlo di nascosto; mentre dall'altro c'è l'avventura di questo fantomatico Atreiu, ragazzino cacciatore, a cui viene affidato il compito di fermare il Nulla che sta via via conquistando Fantàsia. Le atmosfere sono quelle del fantasy, ma ben al di sopra della media a cui questo genere ci ha recentemente abituati. Se non l'avete mai letto, dovete provarlo. Ne riparleremo ancora.

Passiamo ora ai film e alle serie tv.

  • Enola Holmes 3 (2026), di Philip Barantini, con Millie Bobby Brown, Louis Partridge, Henry Cavill: questa settimana in famiglia abbiamo guardato il terzo film dedicato a Enola Holmes, la presunta sorella minore di Sherlock Holmes, interpretata per Netflix da Millie Bobby Brown, già protagonista di Stranger Things. Devo dire che questo terzo film non mi ha convinto per niente: il primo aveva almeno il pregio di essere un po’ originale, un po’ diverso dal solito; il secondo l’ho visto, ma non me ne ricordo più nulla, segno che probabilmente non era nulla di che; ma questo terzo, infine, è forse addirittura peggiore, perché presenta una serie di buchi di trama che saltano davvero all’occhio, e una storia prevedibile, raffazzonata e onestamente dimenticabile. Henry Cavill, l’interprete di Sherlock, compare anche piuttosto poco, e al centro della scena c’è quasi sempre la sola Millie Bobby Brown, che però mi sembra anche meno ironica e meno scanzonata del solito. Forse, se siete particolarmente giovani e fan dell’attrice, potreste anche sopportare questa pellicola; altrimenti a mio avviso potete tranquillamente evitarla. Se desiderate, la trovate su Netflix.

  • The Office episodi 3.04-3.05-3.06 (2006), di Greg Daniels, con Steve Carell, Rainn Wilson, John Krasinski: lo so che sono già diverse settimane che vi parlo di The Office, la serie TV americana tratta dall'omonimo show britannico di Ricky Gervais, ma, come vi raccontavo già le volte scorse, la fine della seconda stagione e l'inizio della terza mi hanno particolarmente preso, e così mi sono fatto un po' trascinare nella visione. Negli episodi di questa settimana, tra l'altro, ci sono novità abbastanza importanti, ora che Jim è stato trasferito: mentre lui inizia a fare amicizia con i nuovi colleghi (e soprattutto con una nuova collega), a Scranton il suo vecchio compagno di scrivania Dwight si occupa in maniera fin troppo attenta di Ryan. Ma soprattutto ci sono situazioni comiche che funzionano, personaggi ormai rodati e un pizzico di varietà in più, anche rispetto agli inizi. È una serie ormai vecchia, che probabilmente conoscete già, ma se volete 20 minuti di leggerezza e di divertimento, la trovate sempre disponibile su Netflix.

  • La dolce vita (1960), di Federico Fellini, con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée: come forse ricordate, il Club del film di questo mese è dedicato a Federico Fellini e ha avuto per oggetto tre sue pellicole: La strada, I vitelloni e La dolce vita. I primi due film li ho visti nelle settimane scorse e ve ne ho già parlato, ma mi mancava ancora la terza pellicola, la più famosa delle tre, quella che più di tutte ha reso noto il nome di Fellini nel mondo. La dolce vita uscì nel 1960 e ottenne subito grandissimi riconoscimenti, sia di critica che di pubblico (anche se non mancò di suscitare polemiche): quell’anno fu il film più visto in Italia, e andò molto bene anche nel resto del mondo, cosa rara per una pellicola che potremmo definire artistica e di qualità. Questo è dovuto al fatto che il tema era perfettamente in linea, un po’ con lo spirito, un po’ con le notizie dell’epoca. Come probabilmente già sapete, la trama racconta infatti l’Italia del boom economico, la Roma di via Veneto, piena di star del cinema, di paparazzi e di scandali più o meno vacui che riempivano all’epoca le pagine dei rotocalchi. Il protagonista è il giornalista Marcello, magistralmente interpretato da Marcello Mastroianni, un uomo che avrebbe anche velleità artistiche e che da tempo coltiva il sogno di scrivere un romanzo, ma che si è ormai adagiato alla vita vuota e inconcludente della Roma delle starlette. Così passa da una festa all’altra, da una donna all’altra, senza trovare un ordine di nessun tipo, cosa che lo angoscia anche parecchio. Ma, quasi paradossalmente, anche il personaggio di Steiner, l’intellettuale invece navigato, acculturato e posato, ci dimostra con la sua vicenda che forse, per Fellini, nessuna vita può più trovare un ordine e un senso, vedendosi destinata alla sconfitta e allo scacco. L’unico barlume di speranza arriva nel finale, nella figura della giovane ragazza che sogna di diventare dattilografa e che, nella scena conclusiva, saluta da lontano proprio Marcello, senza riuscire però a smuoverlo dalla sua vita: un finale triste e malinconico, ma anche bellissimo. Il film, tra i tre che vi citavo prima, è forse quello meno personale, meno felliniano in senso stretto, però per certi versi anche quello più universale: magistralmente diretto, ottimamente interpretato, e con delle scene che hanno fatto giustamente la storia del cinema. Ci sarebbe poi molto altro da dire, ma lo spazio è tiranno, e quindi vi consiglio di guardarlo e ricercare anche voi i significati nascosti dietro a questa pellicola. La trovate gratuitamente anche su YouTube.

Nelle ultime settimane, tra un esame e l’altro, ho seguito con un misto di curiosità e fastidio la faccenda di Michele Mari, che ha appena vinto il Premio Strega con I convitati di pietra dopo settimane in cui il suo nome è stato associato non tanto al romanzo in questione, quanto a una frase. Vi riassumo la polemica, se ve la siete persa: durante il tour promozionale del premio Strega, in una discussione a bordo del pullmino che portava i finalisti da una tappa all’altra, Mari avrebbe detto che Michela Murgia (la scrittrice scomparsa nel 2023) era dura e rabbiosa nei suoi scritti perché era brutta, e che secondo lui sfogava in quel modo la frustrazione per non essere apprezzata dal genere maschile.

La cosa è arrivata ai giornali ed è subito diventata un caso nazionale, con la Fondazione Bellonci (che organizza il Premio Strega) che ha preso pubblicamente le distanze, mentre si è iniziato a parlare apertamente di possibile squalifica di Mari. Poi non se ne è fatto nulla: lo scrittore milanese (che pure ha smentito in parte quella ricostruzione) ha vinto lo stesso, con un distacco netto sul secondo classificato.

I convitati di pietra non l’ho letto, e non so se lo leggerò a breve; e per la verità la mia riflessione non riguarda affatto l’opera in sé. Riguarda piuttosto una domanda che la vicenda pone in modo abbastanza chiaro: si può escludere un autore da un riconoscimento letterario per quello che ha detto, se quello che ha detto non ha nulla a che vedere con l’opera in gara? È una domanda che definirei morale prima che letteraria, e come tutte le domande morali non ha una risposta semplice.

Iniziamo sgombrando il campo da alcuni fraintendimenti: intanto la frase, per come è stata riportata, è sguaiata, scorretta, apertamente maschilista. Non c’è modo di renderla presentabile: afferma, di fatto, che il carattere e le idee di una donna siano spiegabili a partire da quanto essa piaceva (o non piaceva) agli uomini. È difficile pensare a una dichiarazione più maschilista di questa: va detto senza mezzi termini, prima di ogni distinguo, perché altrimenti tutto il ragionamento che segue rischia di suonare come una scusante, e non lo è affatto.

Per onor di completezza, bisogna però dire che c’è, in questa storia, anche un ulteriore elemento che complica le cose, ed è il contesto in cui la frase sarebbe stata pronunciata. Mari non si è espresso così durante un’intervista, con un post, o a favor di telecamera: la sua pareva essere una uscita buttata lì durante una conversazione tra colleghi. Qualcuno ha detto quindi che il contesto era privato, altri hanno sostenuto che fosse pubblico; la verità, a mio avviso, è che era a metà strada tra le due: non siamo andati a leggere il diario segreto di Michele Mari o a intercettare una telefonata riservata con un amico; si era davanti a vari colleghi, anche se in un contesto informale.

In situazioni del genere è abbastanza normale far scappare un po’ la lingua, dire cose più tranchant, più sciatte, più sbrigative di quanto si direbbe in pubblico, senza per questo pensarle fino in fondo; però, di solito, in parte le si pensa. Non so se questo attenui la responsabilità di Mari (sospetto di no), ma credo renda difficile trattare la vicenda come se fosse avvenuta su un palco, con lo stesso metro con cui giudicheremmo un’affermazione fatta consapevolmente davanti a un microfono.

C’è poi la domanda sul sessismo in sé, che vale la pena di isolare con un paio di esperimenti mentali, perché aiutano a capire cosa stiamo davvero giudicando. Perché ho letto varie opinioni, e c’è anche chi reputa quella frase sguaiata ma non offensiva riguardo a tutto il genere femminile. E allora, per capire se tutto questo è vero, proviamo a farci un paio di domande.

Primo: se Mari avesse detto la stessa cosa di un uomo – “quell’autore è cattivo nei suoi scritti perché è brutto e non piace alle donne” – ci sarebbe stata la stessa reazione? Probabilmente no, e non credo sia solo perché gli uomini si mobilitano meno: è che lo stereotipo della donna inacidita dalla sua bruttezza è un cliché antico, con secoli di storia alle spalle; è stato, a lungo, uno strumento per liquidare le donne scomode, le “streghe”, mentre l’equivalente maschile semplicemente non esisteva con la stessa forza culturale. E questo perché il valore sociale di un uomo non è mai stato ridotto in modo così totale al suo aspetto, al contrario di quanto è accaduto a lungo per le donne.

Quindi sì, l’asimmetria della reazione ha un fondamento. Ma andiamo avanti. Seconda domanda: se Mari avesse detto la stessa identica frase su una scrittrice morta duecento anni fa, senza eredi, senza amici, senza una influenza ancora viva nel dibattito culturale, la cosa avrebbe avuto la stessa risonanza? Sospetto di no: sarebbe probabilmente rimasta un pettegolezzo tra addetti ai lavori, criticata da due persone e morta lì.

Il che mi fa pensare che quello che ha reso la frase un caso nazionale non sia solo, o soprattutto, la sua gravità intrinseca (che pure esiste), ma il fatto che la Murgia sia oggi qualcosa di più di una scrittrice: è diventata un simbolo, quasi un mostro sacro, capace di attivare una rete di persone, sui giornali o sui social, pronte a trasformare una battuta di pessimo gusto in un caso da squalifica. I due aspetti – sessismo reale e potere di amplificazione – si sono quindi sommati, creando il caso dell’estate; ma non sono la stessa cosa, e confonderli rischia di farci capire poco della faccenda.

Arrivo così al punto che mi interessa di più, che è più vecchio del caso Mari e che in qualche modo abbiamo già discusso in questa newsletter: la distinzione tra l’autore e l’opera. Secondo me un romanzo va giudicato come romanzo, un quadro come quadro, indipendentemente da chi lo ha fatto e da come l’autore si sia comportato quella volta sul pullmino, a cena, nella vita.

Da questo punto di vista, è emblematico il caso di Caravaggio, che più di ogni altro smentisce ogni ingenuità moralistica: Michelangelo Merisi era letteralmente un assassino, ma ha continuato a dipingere pale d’altare e quadri religiosi con una potenza spirituale che nessuno oggi si sogna di mettere in dubbio. Nessuno chiede che le sue tele vengano tolte dalle chiese perché lui era un cattivo soggetto. Eppure il suo caso, a pensarci con attenzione, è ben più grave di quello di Mari: non ha detto una battuta sgradevole, ha tolto la vita a un uomo.

Ma allora, perché con Caravaggio non c’è alcun problema morale e con Mari sì? Forse perché con un morto di 400 anni fa il giudizio resta astratto, non comporta danni concreti (non c’è un premio da togliergli, nessuno da danneggiare nel presente) mentre con Mari il giudizio morale trova subito uno strumento concreto attraverso cui trasformarsi in azione.

Ad ogni modo, la soluzione che continuo a trovare più onesta, per quanto forse un po’ spartana, è tenere separati i due piani senza fingere che l’uno cancelli l’altro: si può, anzi si deve, criticare duramente Mari come persona per quello che ha detto e però allo stesso tempo lasciare che l’opera venga giudicata secondo i propri criteri, letterari, indipendenti dalla biografia (morale) di chi l’ha scritta.

Non è un compromesso all’italiana per salvare capra e cavoli: è un criterio che vale in generale, ben oltre questo caso specifico, perché se cominciamo a far dipendere il giudizio su un romanzo dalla moralità di chi lo firma, buona parte della storia della letteratura andrebbe riscritta, e non credo che nessuno di noi lo voglia davvero.

Resta però una domanda che mi sembra più interessante di tutta la polemica in sé, ed è perché oggi pretendiamo così tanto che uno scrittore sia anche moralmente irreprensibile, come se scrivere un buon romanzo comportasse automaticamente un obbligo a essere una brava persona in ogni momento della vita, compreso quando si conversa su un pullmino.

Ho l’impressione che ci sia in questo qualcosa che riguarda meno la letteratura e più il modo in cui oggi consumiamo la cultura in generale: cerchiamo sempre meno i libri e sempre più, invece, delle figure, delle persone autorevoli in cui riconoscerci. Mi verrebbe da sintetizzarla così: non vogliamo degli autori, ma dei guru. Non a caso lo scrittore contemporaneo esiste sempre meno attraverso le pagine che scrive e sempre più attraverso i festival a cui partecipa, le interviste che concede, i social in cui si mostra. La sua persona pubblica è diventata da tempo parte del prodotto tanto quanto il testo che ha scritto. Questo vale per Mari – che di suo in realtà è molto schivo –, ma ancora di più valeva per Michela Murgia, che non a caso è ormai un simbolo extra-letterario.

Ma se la persona è parte del prodotto, allora la sua moralità smette di essere un fatto privato e diventa, quasi inevitabilmente, materia di giudizio pubblico.

Non so bene come uscirne, e forse non è nemmeno una vicenda da cui si esce con una soluzione netta. Quello che continuo a pensare, però, è che l’errore commesso da Mari sia lo stesso errore che rischiamo di ripetere quando gli rispondiamo chiedendo la sua esclusione: giudicare la persona invece delle parole, e le parole invece delle idee. Perché Mari, con Murgia, ha fatto proprio questo: invece di attaccare la scrittrice per quello che ha scritto, ha attaccato la persona per quello che era; ed è lì che il suo giudizio è diventato inutile e dannoso.

In ogni caso, l’atto di escludere chi dice cose sbagliate mi lascia perplesso, e mi chiedo se non apra una porta che poi sarà difficile richiudere; magari proprio quando a essere escluso, un giorno, sarà qualcuno le cui idee sbagliate ci sono più care di quanto vorremmo ammettere.

Facciamo il punto, ora, anche sui video e i podcast che sono usciti questa settimana:

  • I lefebvriani e gli scismi del Novecento: si è parlato molto, nei giorni scorsi, dello scisma dei lefebvriani, e allora proviamo a farne il punto storico

  • La decostruzione di Jacques Derrida: primo video dedicato al filosofo francese padre del decostruzionismo

  • Filosofia de “L’odio”: fin qui tutto bene: parliamo del film francese che negli anni Novanta suscitò un grande dibattito e divenne rapidamente di culto

  • Filosofia e storia di Tiziano Sclavi e Dylan Dog: parliamo del fumetto di maggior successo degli anni Novanta e della filosofia che c’era dietro

  • Diritto astratto e moralità in Hegel (per il podcast “Dentro alla filosofia”)

  • Storia dell’Iran pre rivoluzionario (per il podcast “Dentro alla storia”)

  • Leif Erikson scrive a Haaland [Email dall’Oltretomba]

  • Tifare per il cattivo

Ah, prima di dimenticarci vi lascio anche un promemoria di dove e come mi potete trovare sui social:

Il canale YouTube | Instagram | Facebook | Twitter/X | TikTok | Threads

Se poi quello che faccio vi piace e volete darmi una mano a farlo sempre meglio, potete sfruttare alcune modalità di sostegno.

  • Un primo modo per sostenere il progetto è quello dell’abbonamento. Sotto ai video di YouTube, di fianco al classico pulsante “Iscriviti”, ce n’è uno chiamato “Abbonati”. Cliccando lì potete consultare tutte le varie proposte e cosa viene dato in cambio: da video-dirette in esclusiva a un vero e proprio manuale di filosofia a puntate, passando anche per il Club del Libro, il Club del Film e il Simposio. Ulteriori informazioni le trovate qui.

  • Inoltre in tutte le librerie trovate qualche libro da me firmato o co-firmato. Il più importante al momento è Neanche Nietzsche era un superuomo (Cairo Editore), sequel di Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; se invece cercate un buon manuale di storia, c’è parecchio mio materiale anche in La storia in scena (Garzanti/Deascuola) per il triennio delle superiori e in Le origini del presente (Petrini/Deascuola) per il biennio. E altri volumi sono in arrivo!

Chiudiamo anche con qualche anticipazione su quello che dovrei riuscire a proporvi nei prossimi giorni:

  • domani e mercoledì si comincia coi podcast, con nuove puntate dedicate rispettivamente a Hegel e alla rivoluzione iraniana;

  • giovedì torna la storia romana, con un video sulle Guerre puniche;

  • venerdì si terrà invece la riunione del Simposio per gli abbonati del canale;

  • sabato tornerà Freud, con un nuovo capitolo de L’interpretazione dei sogni;

  • domenica e lunedì prossimi, infine, di nuovo podcast.

E questo è tutto anche per questa settimana. Fate i bravi, leggete (se non l’avete ancora fatto, Neanche Nietzsche era un superuomo vi aspetta) e riposatevi. Appuntamento qui lunedì prossimo!

Nessun post

Read the original on scrip.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.