Sono ufficialmente in vacanza. La settimana scorsa ho concluso gli Esami di maturità e venerdì si è tenuto anche quell’evento sulla scuola di cui vi parlavo (qualche info, se siete curiosi, qui): così, adesso posso finalmente dedicarmi a un po’ di riposo, a programmare un bel viaggio e a portarmi un po’ avanti coi video e i podcast (e altri progetti a cui sto in realtà lavorando da mesi).
Rimane un ultimo dettaglio, un’ultima cosa da sistemare per chiudere l’anno scolastico: domattina c’è l’orale di maturità del primogenito. Da genitore, provo una sensazione strana: in questi panni mi rendo ancora più conto dell’aleatorietà di un esame che non ha davvero più alcun senso. Tanti di voi mi hanno scritto, raccontandomi di orali (e correzioni degli scritti) diversissimi: in certi casi i commissari non fanno domande, chiedendo “argomenti a piacere”; dalle mie parti, si è interrogato, a volte anche molto dettagliatamente; e poi lo stesso compito di matematica è stato valutato con criteri diversissimi da provincia a provincia. Purtroppo, quando c’è così tanta discrepanza tra l’agire di una commissione e l’altra, il voto finale perde ogni significato.
E allora, vien da chiedersi: a che pro, questo esame? Neppure le università lo considerano più rilevante, tanto è vero che si procede coi TOLC molto prima dell’esame stesso. Certo è un rito di passaggio, è un momento di prova che ha un suo significato, ma è anche, almeno in certi casi, una pantomima, su cui non ha più neppure troppo senso perdere il sonno.
Lasciamo però perdere tutto questo – che ci porterebbe via troppo tempo, e di cui forse discuteremo un’altra volta – ed entriamo piuttosto nel vivo della nostra newsletter. Partiamo!
E allora iniziamo dai libri.
Visioni sinfoniche di Paola Anna Maria Müller: vi ho già parlato, un paio di settimane fa, di questo libro da poco pubblicato da Carocci e dedicato a una delle filosofe più trascurate della storia del pensiero: Ildegarda di Bingen. Non so se conoscete la storia di questa donna del XII secolo: tedesca, di nobile famiglia, fu praticamente cresciuta in convento e iniziò fin da giovanissima ad avere delle visioni mistiche; poi, però, maturò anche delle grandi capacità, diventando scienziata, filosofa e persino consigliera politica. Il libro della Müller ne ricostruisce, nei primi capitoli, la vita, per poi passare ad analizzarne il pensiero e la pratica di vita, anche attraverso dei richiami molto interessanti ai cinque sensi. Già il titolo – Visioni sinfoniche, che gioca sulla vista e sull’udito – rende chiaro che l’intento è quello di presentare questa figura sotto diversi punti di vista e da differenti angolazioni. Sono a un quarto circa della lettura del volume, quindi tornerò a parlarvene ancora; e devo dire che, nonostante sia un testo pensato per un pubblico universitario, la particolarità del soggetto potrebbe interessare anche chi non si occupa, nello specifico, di mistica medievale.
L’etica del viandante di Umberto Galimberti: credo di aver già detto troppo, nelle settimane scorso, riguardo a questo libro di Galimberti. Come già vi ho raccontato, il saggio è stato infatti scelto dagli abbonati del Club del Libro affinché ne discutiamo assieme tra circa un mese; e però, quando ne parlo in anticipo qui sulla newsletter, succede che poi nella riunione gli abbonati sappiano già in anticipo tutto quello che intendo dire, e anzi elaborino per tempo le possibili contro-obiezioni ai miei discorsi. E allora, appunto, bisogna che cominci a moderarmi, altrimenti rischio di fare scena muta all’incontro. Cosa posso dire, dunque? Che Galimberti in questo libro ha sintetizzato una serie di riflessioni che porta avanti ormai da parecchi decenni, relative al dominio della tecnica, agli effetti psicologici dei cambiamenti della modernità e a come uscirne, tramite un’etica ambientalista e, appunto, del viandante. I debiti verso Heidegger, Anders, Jaspers e Hegel sono notevoli, ma anche ben sciorinati. Sono circa a metà dell’opera: finora, però, il succo c’è già nelle prime pagine, mentre tutto quello che viene dopo è un approfondire quelle prime idee: il che equivale a dire che forse vi basta leggere anche solo l’introduzione per avere un quadro abbastanza completo. Ne riparleremo.
La storia infinita di Michael Ende: se siete abbonati a questa newsletter da parecchi mesi, sapete che fino a qualche anno fa i lunghi viaggi in auto della mia famiglia erano contrassegnati dall’ascolto di alcuni audiolibri. Da un po’ abbiamo perso quell’abitudine, per mille motivi; però da qualche giorno sono riuscito a convincere il mio terzo figlio a leggere un romanzo assieme, un po’ lui e un po’ io, alternandoci alla lettura, in modo da rinverdire i fasti di un tempo. È, spero, un bel modo per invogliarlo ad affrontare romanzi diversi da quelli che legge di solito, anche per scoprire dei generi in cui da solo magari non si avventurerebbe. Abbiamo optato per La storia infinita, libro bellissimo, pieno di riferimenti filosofici, che spero possa essere un buon punto d’avvio verso il fantasy. Certo, lo so: da qualche anno il libro è stato fatto proprio dalla destra di governo (Atreju, la manifestazione di Giorgia Meloni, prende il nome proprio da un personaggio del romanzo), ma questo non danneggia una storia che ha un valore ben più alto (e ben più complesso) delle appropriazioni indebite della politica italiana. Io e il figlio abbiamo letto per ora tutta la prima parte (Bastiano e la soffitta, per intenderci) e abbiamo cominciato a leggere delle vicende di Fantàsia, con l’Infanta malata e il nulla che si mangia pezzi di realtà. Ve ne riparlerò, ma – avendolo già letto a suo tempo – posso già consigliarlo, per tutte le età.
Passiamo ora ai film e alle serie tv.
La strada (1954), di Federico Fellini, con Giulietta Masina, Anthony Quinn, Richard Basehart: questa sera si è svolta la riunione del Club del Libro dedicata a Il Principe di Niccolò Machiavelli, ma tra pochi giorni con gli abbonati ci dedicheremo anche al cinema, visto che abbiamo in programma un incontro incentrato sui lavori di Federico Fellini. I film che abbiamo scelto di vedere sono in particolare tre: I vitelloni, di cui vi ho già parlato un paio di newsletter fa; La dolce vita, che ho visto un sacco di volte e di cui tornerò presto a raccontarvi; e infine La strada, titolo che invece non rivedevo più da moltissimo tempo. Riguardarlo nei giorni scorsi mi ha fatto un grande piacere, perché c’erano alcuni buchi nella memoria da colmare, ma soprattutto perché il film è un piccolo capolavoro che merita di essere visto e rivisto. Credo che la trama più o meno la conosciate: racconta la storia di una ragazza, la piccola Gelsomina, che, per via di un deficit cognitivo, viene sostanzialmente venduta dalla madre a Zampanò, un circense, un forzuto che gira di paesello in paesello e di fiera in fiera per racimolare qualche soldo. Tra i due nasce un rapporto particolare, perché Gelsomina è ingenua, quasi una bambina in un corpo di piccola donna, mentre Zampanò è un omaccione brutale e burbero che però in qualche modo se la porta appresso. L’uomo però è anche violento, non tanto verso Gelsomina ma soprattutto verso il resto del mondo, con cui sembra essere in perenne lotta. La sua furia a un certo punto si scaglia sul Matto, un acrobata a cui piace scherzare e prendere in giro, che farà purtroppo una brutta fine. Il film è poetico, sincero e semplicissimo, ma presenta tutti i tratti più salienti della poetica di Fellini, come l’amore per il circo, l’equilibrio delicato tra clownesco e sacro e i rapporti personali ridotti ai loro elementi più profondi, brutali e vividi. Ambientato nell’Italia del dopoguerra, nelle piccole fiere di paese, tra la gente che vive per strada, fu considerato all’epoca un film forse neorealista, ma in realtà trasfigura tutto attraverso le lenti di Fellini, che già sanno come guardare il mondo. Bravissima Giulietta Masina, ma ancor più bravo Anthony Quinn, davvero in una prova magistrale. Tra l’altro lo trovate gratuitamente anche su YouTube: da rivedere.
Supergirl (2026), di Craig Gillespie, con Milly Alcock, Matthias Schoenaerts, Eve Ridley: forse lo ricorderete anche voi: c’è stato un periodo in cui i film di supereroi dominavano letteralmente la scena, in cui tutti li andavano a vedere, in cui non si parlava d’altro. È stato pochi anni fa, nel momento d’oro del Marvel Cinematic Universe. Poi, soprattutto dopo la saga di Thanos, qualcosa si è rotto: forse quel genere ha stufato, o forse le belle storie da raccontare erano finite. E così sono continuati a uscire nuovi film sempre legati a quelle dinamiche, che però non riscuotevano il medesimo successo, non entravano nell’immaginario e che molti letteralmente snobbavano. Quindi può darsi che oggi non vi siate minimamente accorti che è da poco uscito al cinema un nuovo film di supereroi, dedicato in realtà a una supereroina: Supergirl, la cugina di Superman. Il film in effetti è passato un po’ in sordina, sia perché mancano attori di primo piano nel cast, sia perché appartiene all’universo DC che, in Italia, al di là di Superman e Batman, non è mai riuscito a conquistare il grande pubblico. Ad ogni modo, questo film di Supergirl, preso dalla noia, me lo sono guardato; e se voi non l’avete ancora fatto, devo anche dirvi che non vi siete persi poi molto. Il film, per carità, fa il suo: ci presenta per una volta una protagonista di sesso femminile alle prese con i soliti tormenti a cui i supereroi ormai ci hanno abituati; eroina che però, mossa dall’affetto per una ragazzina e più ancora per il proprio cane, decide di affrontare il cattivo di turno. Di azione ce n’è molta e l’attrice che interpreta Supergirl è stata scelta con una certa intelligenza; quello che manca, però, è un minimo di spessore. La storia è trita e ritrita, e anche l’idea dell’eroe che si dà all’alcol per non dover pensare al proprio dolore, e che decide di tornare a combattere dopo mille titubanze, l’abbiamo già sorbita nei film di Thor, Iron Man e di molti altri. In più, il cattivo di questo film è un cattivo veramente eccessivo, quasi una macchietta, senza spessore e senza carattere. Insomma, un film che certo riesce a intrattenere per qualche decina di minuti, ma che lascia poco e che non ti fa affezionare neppure al personaggio principale. Sul versante dei supereroi abbiamo visto cose nettamente migliori. Lo trovate comunque ancora al cinema.
The Office episodi 3.01-3.02-3.03 (2006), di Greg Daniels, con Steve Carell, Rainn Wilson, John Krasinski: so che vi ho parlato da poco di The Office, la serie comica americana tratta da un irriverente antecedente britannico, però in questi giorni sto rivedendo lo show molto volentieri e quindi mi viene facile far partire nuovi episodi e gustarmeli uno dietro l'altro. In questo rewatch, a distanza di molti anni dalla prima visione, sono arrivato ormai all'inizio della terza stagione, quella che rappresenta un primo netto cambiamento rispetto alle due stagioni iniziali. Jim, infatti, ha lasciato la sede dell'azienda dopo aver chiesto un trasferimento per non essere più a stretto contatto con Pam, ragazza di cui era innamorato e che era in procinto di sposare un altro; in realtà, come apprendiamo dalle prime puntate di questa nuova annata, il matrimonio è poi saltato, ma ormai Jim se ne è andato altrove, a contatto con nuovi colleghi e con nuove dinamiche. In compenso, a Scranton tutto continua più o meno come prima, con Dwight sempre più fuori controllo e con Michael Scott, il vero protagonista, sempre più in balia della propria immaturità. Come già dicevo la settimana scorsa, la serie ha trovato un suo equilibrio, riuscendo a risultare sia divertente che tenera, tant'è vero, come vi dicevo, che si fa fatica a smettere di guardarla. La trovate su Netflix
L’avrete visto in TV: questa settimana gli Stati Uniti hanno celebrato i loro 250 anni di storia, con grandi cerimonie e contestati comizi di Trump, che ha usato la ricorrenza, come al solito, per parlare soprattutto di sé.
L’anniversario, però, non è stata l’unica notizia proveniente da oltreoceano; anzi, è arrivato quasi in contemporanea a una sentenza che sembra fatta apposta per farci porre qualche domanda. Il 30 giugno, pochi giorni prima del 4 luglio, la Corte Suprema statunitense ha bocciato, con sei voti contro tre, il tentativo di Trump di cancellare tramite un ordine esecutivo il cosiddetto ius soli americano.
Di cosa si tratta? Come forse sapete, questo diritto è sancito dal XIV Emendamento, ratificato addirittura nel 1868: chi nasce in territorio americano acquisisce automaticamente lo status di cittadino, indipendentemente dalla provenienza dei suoi genitori. Trump ha provato a modificare questa norma costituzionale, ma la Corte (che pure è a maggioranza “trumpiana”) gliel’ha proibito.
Il presidente, come al solito, l’ha presa male, l’ha definita una sentenza sbagliata e ha promesso di portare la battaglia al Congresso. Ma la sua tenacia sul tema mostra che ormai questo argomento è al centro della propaganda dell’estrema destra mondiale: negli stessi giorni anche qui da noi, a causa soprattutto di Roberto Vannacci e di vari gruppi neo o post-fascisti, si continua a sentire la parola “remigrazione”, che nelle sue versioni più caute indica il rimpatrio di chi non ha titolo per restare, e in quelle più esplicite arriva a comprendere anche chi un titolo ce l’ha per legge ma non, dicono i fan di questa linea, per “cultura”.
Potremmo facilmente derubricare queste polemiche a atti di propaganda becera e superficiale, e non avremmo poi torto. Ma l’occasione dei 250 anni degli Stati Uniti – uno Stato fondato su un’idea di nazione “in divenire”, che si allargava costantemente grazie all’immigrazione – mi spinge a provare a farmi (e a farci) qualche domanda un po’ più seria. Che cos’è, esattamente, un popolo o, meglio ancora, una nazione? Cosa rende un insieme di persone un “noi” invece che una somma casuale di individui che vivono nello stesso posto?
La risposta più antica e più insidiosa è stata, storicamente, quella del sangue: popolo lo si nasce, non lo si diventa. È la tesi che Johann Gottlieb Fichte formulò nei suoi Discorsi alla nazione tedesca, di cui abbiamo parlato spesso sia nei video di filosofia che in quelli di storia, discorsi scritti sotto l’occupazione napoleonica. I tedeschi, sosteneva Fichte, sarebbero un popolo perché condividono una lingua originaria e ininterrotta, e quella lingua porterebbe con sé un carattere, quasi un destino.
È una tesi semplice e semplicistica, perché non richiede criteri complessi né scelte: si è dentro o si è fuori per nascita, punto. È quello che vorrebbe, in un certo senso, pure Trump, anche se lui non parla di sangue, grazie al cielo; ma già il fatto che sia così semplice (e, appunto, semplicistica) dovrebbe farci venire qualche sospetto.
Un altro filosofo tedesco, Johann Gottfried Herder, qualche decennio prima di Fichte l’aveva già preparata, addolcendola: lui non parlava di sangue, ma preferiva l’espressione Volksgeist, ovvero lo “spirito di un popolo” che si esprime nella lingua e nei canti popolari. Era una versione più raffinata dello stesso principio: l’appartenenza restava comunque qualcosa che si ereditava e non si sceglieva. Inutile ricordare che queste idee avrebbero prodotto, nel Novecento, dei frutti avvelenati.
Verrebbe da pensare, però, che la storia degli Stati Uniti sia ben diversa: la loro è una nazione fondata non sul sangue ma su un’idea, anzi su una proposizione («riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti», scriveva Jefferson) alla quale chiunque poteva aderire, a prescindere da dove venisse e da chi fossero i suoi antenati. È stata quest’idea ciò che ha reso gli Stati Uniti a lungo una novità, un paese a sé, ben diverso dall’Europa: si apparteneva alla nazione se si decideva di sposarne le finalità e le credenze, non per un fatto biologico.
Non a caso, da sempre a Washington si dice che la nazione americana è “creedal”, fondata cioè su un credo condiviso più che su un’eredità. Lo ius soli divenne dunque il perfetto strumento giuridico per rendere concreta questa idea: bastava nascere lì, perché quel luogo non apparteneva a un sangue ma a un progetto (più o meno aperto).
Peccato che se andiamo poi a guardare con più attenzione la storia americana, ci rendiamo conto che essa, spesso e volentieri, ha smentito questa leggenda fondativa. La stessa nazione che si raccontava basata su un’idea universale si è creata distruggendo le popolazione autoctone (i Sioux, i Navajo, gli Apache e via discorrendo), tenendo in schiavitù una parte consistente dei suoi abitanti fino al 1865, imponendo per decenni quote di immigrazione calibrate sull’origine nazionale. E ancora oggi discute se un bambino nato a Houston da genitori senza documenti sia davvero, fino in fondo, parte di quella nazione. Segno che la differenza tra buoni propositi (o principi scritti sulla carta) e realtà dei fatti è spesso assai rilevante.
Il che mi porta a pensare anche a un’altra cosa: che forse il problema non sia mai stato scegliere tra il fondare un popolo sul sangue o il fondarlo su un’idea; perché in ogni caso, qualunque cosa scegliamo come collante, prima o poi bisogna decidere chi ne resta fuori. Stabilire cos’è una nazione significa stabilire un confine, dire “tu stai di qua e tu di là”, “tu ci rientri e tu no”; e quella decisione torna sempre, in un modo o nell’altro, ad assomigliare a un confine etnico.
C’è però forse una terza via, meno nota delle prime due, che vale la pena di recuperare. Nel 1882 un filosofo francese di nome Ernest Renan, che di solito non si studia sui libri di scuola, provò a rispondere proprio a Fichte (che oramai era morto e sepolto da un pezzo) e alla scuola tedesca che fondava la nazione sulla lingua e sulla razza. Renan scrisse infatti un libro dal titolo Che cos’è una nazione? che all’epoca ebbe anche un certo successo, e propose una definizione diversa: per Renan un popolo esiste perché ha fatto, in passato, grandi cose insieme, e vuole continuare a farne.
Sintetizzò così la sua idea in uno slogan: la nazione è “un plebiscito di ogni giorno”. Non è un’eredità da scoprire nel sangue ma è, piuttosto, un contratto che va rinnovato quotidianamente, e che quindi, in teoria, chiunque può firmare. Mi pare una definizione già meno ingenua di quella americana: non nega il passato (le “grandi cose fatte insieme” costituiscono una sorta di storia condivisa, fondamentale per definirsi in un certo modo), ma sposta il baricentro sulla volontà presente e futura di restare insieme, più che sull’origine. Una nazione, insomma, si definisce anche in base a cosa pensa di voler diventare.
Si potrebbe pensare, a prima vista, che con Renan il problema sia risolto: se l’appartenenza è un contratto rinnovabile e non un destino di sangue, chiunque aderisca al progetto dovrebbe poterne fare parte, e la faccenda finirebbe lì.
In realtà, però, il discorso regge solo fino a un certo punto: un contratto ha sempre bisogno di qualcuno che ne stabilisca i termini e verifichi le firme, e quel qualcuno, guarda caso, è sempre chi è già dentro al contratto stesso. Da noi lo abbiamo visto l’anno scorso, quando il referendum per dimezzare da dieci a cinque gli anni di residenza richiesti per naturalizzarsi è affondato sotto il quorum. La domanda – interpretata alla maniera di Renan – era: “Quanto tempo serve per dimostrare di aver aderito davvero al patto?”; ma a dare la risposta è stato chi in quel patto c’era già dentro, in maniera unilaterale.
Ed è qui che casca l’asino della remigrazione all’italiana. Perché quando si distingue tra chi è “legalmente presente” e chi è “culturalmente incompatibile” con l’Occidente, si sta facendo proprio quello che Renan voleva evitare: si sta dicendo che la cittadinanza legale, cioè il contratto, non basta, perché sotto ci deve essere anche un’appartenenza più profonda, quasi di sangue, mascherata da una parola più presentabile come “cultura”. Si cade cioè in un Fichte solo un po’ riverniciato: non conta il patto che hai firmato, conta chi sei “davvero”; e a stabilire chi sei davvero non sei tu, ma è chi quel patto ti permette di firmarlo.
Non a caso, quando si chiedono agli esponenti della destra quali siano, per loro, gli esempi positivi di integrazione, quell’impianto retorico cita gli immigrati che si assimilano totalmente, ad esempio il ragazzino di origine africana che parla in dialetto veneto meglio dei nativi: che è un modo per dire che l’appartenenza si merita solo sparendo dentro un’identità preesistente, mai portandone una nuova sul tavolo.
Renan non pensava a questo, e neppure gli Stati Uniti – pur con tutte le loro contraddizioni – sono stati questo: la cultura americana si è costruita attraverso una serie di mescolanze (linguistiche, religiose e culturali), non tramite quella di accoglienza che assorbiva fino ad annullare quella di chi veniva da fuori. Proprio per questo oggi in America abbiamo la pizza, il rap, lo slang e mille altre cose che Trump utilizza ogni giorno e che non sarebbero esistite senza quella mescolanza.
Mi chiedo allora se non sia il caso, oggi, di provare a spingere l’idea di Renan un passo oltre, verso un baricentro ancora più spostato in avanti: fondare l’appartenenza non più sulle grandi cose fatte insieme in passato (che restano comunque un patrimonio selettivo, da cui qualcuno è naturalmente escluso), ma su quelle che si vogliono fare insieme d’ora in poi. Il romanticismo ottocentesco, quello di Fichte e di Herder, aveva bisogno di una storia comune alle spalle per giustificare un confine; un’idea di popolo tutta rivolta al futuro, alla direzione in cui si vuole andare insieme, avrebbe meno bisogno di quel passato da difendere, e forse meno bisogno anche del confine.
A pensarci meglio, però, non credo che sia così facile, non credo che basti spostare la bussola dal passato al futuro per disinnescare il problema. Anche i progetti rivolti in avanti sanno essere spietatamente escludenti quanto i miti basati sul sangue: il “sogno americano” era, dopotutto, un progetto di futuro, e sappiamo bene che molti ne restarono fuori; ma anche “l’uomo nuovo” sovietico era un progetto futuribile. Dire “siamo uniti da dove vogliamo andare” sposta solo la domanda, ma la lascia presente: chi decide la direzione? E che ne è di chi non è d’accordo?
Sospetto che ogni “noi”, orientato all’indietro o in avanti che sia, porti con sé, inevitabilmente, un confine e un “loro”. Il vero terreno di scontro, tra Corte Suprema americana e nuovi partiti italiani, non è mai stato scegliere il criterio giusto per includere, ma piuttosto decidere chi ha il potere di tracciare quel confine, e quanto siamo disposti a lasciarglielo fare.
Facciamo il punto, ora, sui video e sui podcast usciti questa settimana:
8 regole per ragionare meglio: ho individuato alcune domande che secondo me ci dovremmo fare davanti a molti discorsi filosofici
“L’interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud - audiolibro spiegato parte 16: continua la lettura del capolavoro del padre della psicanalisi
La filosofia della natura per Hegel (per il podcast “Dentro alla filosofia”)
La filosofia dello Spirito di Hegel (per il podcast “Dentro alla filosofia”)
Il Sudafrica tra l’apartheid e le lotte dei neri (per il podcast “Dentro alla storia”)
La fine dell’apartheid in Sudafrica (per il podcast “Dentro alla storia”)
Vygotskij scrive a Vannacci [Email dall'Oltretomba]
Artemisia Gentileschi e la vendetta
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Un primo modo per sostenere il progetto è quello dell’abbonamento. Sotto ai video di YouTube, di fianco al classico pulsante “Iscriviti”, ce n’è uno chiamato “Abbonati”. Cliccando lì potete consultare tutte le varie proposte e cosa viene dato in cambio: da video-dirette in esclusiva a un vero e proprio manuale di filosofia a puntate, passando anche per il Club del Libro, il Club del Film e il Simposio. Ulteriori informazioni le trovate qui.
Inoltre in tutte le librerie trovate qualche libro da me firmato o co-firmato. Il più importante al momento è Neanche Nietzsche era un superuomo (Cairo Editore), sequel di Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; se invece cercate un buon manuale di storia, c’è parecchio mio materiale anche in La storia in scena (Garzanti/Deascuola) per il triennio delle superiori e in Le origini del presente (Petrini/Deascuola) per il biennio. E altri volumi sono in arrivo!
Chiudiamo, infine, con qualche anticipazione su quello che vorrei proporvi nel canale nei prossimi giorni:
domani per partire troverete un video storico sugli scismi della Chiesa cattolica nel Novecento (e in particolare sulla questione dei lefebvriani, di cui tanto si è discusso nei giorni scorsi);
mercoledì vorrei pubblicare poi un video sulla filosofia di Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan Dog;
giovedì e venerdì torneranno i podcast, con puntate incentrate su Hegel e sull’Iran;
sabato probabilmente sarà la volta di un video su L’odio, bel film francese di qualche anno fa;
domenica, dopo una lunga attesa, toccherà forse a Jacques Derrida, finalmente trattato anche sul nostro canale;
lunedì prossimo, infine, video storico sulle guerre puniche.
E questo è tutto anche per questa settimana. Ci rivediamo qui, puntuali, tra sette giorni esatti. Non mancate!
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