Domani finiscono, per me, gli esami di maturità, con gli ultimi due orali e il pacco da chiudere e consegnare, mentre per mio figlio, come già vi ho anticipato, si andrà avanti fino al 7 luglio. Ma l’aria dell’estate è già arrivata, con queste giornate da 38°, il caldo asfissiante e tutto quel che ne consegue.
Voi avete già deciso se e dove andrete in vacanza? Avete fatto scorta di libri? Ovviamente vi raccomando anche la mia ultima fatica – Neanche Nietzsche era un superuomo – ma l’importante è leggere, va bene (quasi) qualsiasi cosa.
Io da domani riprenderò un po’ il fiato, perché sono state settimane molto intense; poi da agosto si ricomincerà anche con gli incontri in giro per il Veneto (e presto anche fuori dal Veneto). Prima di andare in vacanza, però, se siete di Rovigo vi ricordo di partecipare questo venerdì, il 3 luglio, all’incontro sulla scuola che abbiamo organizzato con diversi colleghi, per discutere del futuro dell’istruzione in Polesine (e non solo in Polesine). Abbiamo invitato anche le forze politiche, speriamo ci sia molta partecipazione da parte non solo di insegnanti, ma pure di genitori e studenti.
E, detto questo, iniziamo.
Partiamo come sempre dai libri.
La caffettiera di Kant di Eugenio Radin: iniziamo col parlare de La caffettiera di Kant, il nuovo libro di Eugenio Radin, bravo e giovane divulgatore che gode di un certo seguito su Instagram col nickname di WhiteWhaleCafe. Il libro è simpatico, veloce e agile: non deve spaventare, infatti, il fatto che sia dedicato a Kant, pensatore in genere considerato piuttosto ostico, perché Radin lo affronta con un tono semplice, intervallando le vicende biografiche del filosofo col suo pensiero e con qualche aneddoto biografico dello stesso autore. Tutto questo finisce per riportare alcuni dei grandi discorsi del filosofo tedesco “a terra” e calarli nella vita quotidiana. Insomma, lo stile è quello della divulgazione, adatto a tutti, anche e forse soprattutto a chi la filosofia non la pratica più di tanto. Ne riparleremo, perché sono appena a pagina 50 e quindi ho ancora parecchio da leggere. È pubblicato da Ponte alle Grazie.
L’etica del viandante di Umberto Galimberti: continua, nel frattempo, la lettura de L’etica del viandante di Umberto Galimberti, pensatore a cui ho dedicato proprio nei giorni scorsi anche un video che trovate linkato più avanti. Il libro, come ho già detto, è coerente con quello che Galimberti afferma ormai da parecchi anni e con la sua analisi della società della tecnica, ma rispetto ad altri volumi in questo caso propone anche una via d’uscita etica che mi pare interessante. Io, in generale, lo trovo un libro ambivalente, perché da un lato mi sento in linea con certi approcci e soprattutto con le soluzioni che Galimberti propone – tant’è vero che quest’etica del viandante potrei sposarla quasi in toto –, ma d’altro canto mi sembra che il saggio sia segnato da alcuni difetti strutturali, oserei dire metodologici, che a me danno un po’ fastidio. Mi spiego meglio: Galimberti parla continuamente di tecnica e tecnologia con una serie di affermazioni molto forti sul nostro tempo, affermazioni che però non sono mai suffragate da alcuna prova, da alcuna argomentazione e da alcuna analisi sociale; vanno prese così come sono, accettate o rifiutate. E questo, secondo me, delinea un libro che alla fine dei conti ti chiede una presa di posizione, di campo: o stai con me, o vedi le cose come le vedo io, oppure rifiuti tutto quello che ho scritto. Non c’è possibilità vera di dialogo con questo libro, perché il suo approccio e il suo metodo distinguono tra chi già la pensa come Galimberti – e Galimberti è bravo a dar voce, evidentemente, a questo modo di pensare – oppure chi la vede in maniera diversa, senza possibilità di conciliazione. Questo temo sia, almeno a mio avviso, un modo poco proficuo di fare filosofia, modo che certo ha molti antecedenti (perché in questa maniera scrivevano Heidegger, Anders, Jaspers, i filosofi di Francoforte, Hegel e altri pensatori che Galimberti cita a mani basse); ma è uno stile molto oracolare, da veggenti, da chi pretende di aver visto una verità a cui si deve credere per illuminazione, senza particolari prove. Insomma, io qui ci vedo ben presente la critica che Habermas rivolgeva a Heidegger: quella di misticismo. Io invece preferisco un modo di far filosofia oserei dire più sperimentale, legato all’analisi dei fatti. Che poi l’esito etico di Galimberti sia molto simile al mio è comunque una cosa che rassicura; ma, come forse sapete, il metodo è uno dei miei tarli. Il libro è edito da Feltrinelli.
La ricreazione è finita di Dario Ferrari: sto continuando a leggere con un certo piacere anche La ricreazione è finita, libro che in realtà si sta rivelando a doppia faccia. Da un lato c’è la storia del protagonista, un dottorando di letteratura italiana piuttosto sfaticato e inconcludente, che si trova suo malgrado a lavorare dentro all’accademia e a capirne i meccanismi; dall’altro c’è la storia dello scrittore che il protagonista sta studiando, uno scrittore fittizio, un certo Tito Sella, che negli anni Settanta, prima di dedicarsi alla letteratura, diede vita a una banda armata sul modello delle Brigate Rosse. Se la parte dedicata al protagonista è quasi comica, sicuramente molto leggera, la parte sullo scrittore è invece più seria, a tratti quasi drammatica, pur presentando anch’essa una vena caustica. E questo doppio binario, che sulle prime risulta un po’ stridente, in realtà credo impreziosisca il libro e lo renda più interessante di quanto sembrerebbe a prima vista. È pubblicato da Sellerio.
E passiamo ora ai film.
Rental Family - Nelle vite degli altri (2025), di Hikari, con Brendan Fraser, Takehiro Hira, Mari Yamamoto: che strano film che ho pescato su Disney+. Ne avevo sentito vagamente parlare, ma non avevo ben capito di cosa trattasse, e così quando l’ho fatto partire sono rimasto piuttosto stupito da una commedia più complessa di quanto mi aspettassi. Il protagonista è Brendan Fraser, che interpreta un attore americano che vive in Giappone da qualche anno, barcamenandosi tra lavoretti di poco conto, perlopiù di pubblicità. A un certo punto gli capita però una buona occasione: una società lo vuole assumere come attore familiare, se così possiamo dire. In pratica, in Giappone esistono, anche nella vita reale, delle società che offrono i servigi di attori che vengono assunti per interpretare i membri di una famiglia: ad esempio un amico, un padre o cose di questo tipo. Avete presente, ad esempio, quando bisogna incontrare i propri genitori e, per evitare le solite domande scomode sul fidanzato che non c’è, si pensa di ingaggiare un amico a interpretare il ruolo del fidanzato? Ecco, in Giappone queste cose le fanno fare ad attori professionisti, che vengono pagati appositamente. Il guaio, per il personaggio interpretato da Fraser, è che a lui capitano un paio di casi particolarmente intensi dal punto di vista emotivo: prima deve interpretare il padre di una bambina – cosa necessaria per permetterle di essere ammessa a una scuola – ma che ovviamente crea non pochi dissidi morali, soprattutto perché la bambina non sa che ha davanti un attore; e poi deve interpretare un giornalista incaricato di intervistare un attore semidimenticato, cosa che lo porta comunque a instaurare una forte amicizia con l’uomo in questione. Insomma, un film che tocca corde inattese, ma soprattutto che si rivela delicato, interessante e anche, in fondo, stimolante dal punto di vista etico. Lo trovate su Disney+ e ve ne consiglio sicuramente la visione.
The Office episodi 2.20-2.21-2.22 (2006), di Greg Daniels, con Steve Carell, Rainn Wilson, John Krasinski: questa settimana ho visto i tre episodi conclusivi della seconda stagione di The Office, episodi che continuano sulla falsariga di quelli precedenti ma che si concludono in un certo senso col botto. Sperando di non fare troppi spoiler, l'episodio 2.22 è quello in cui il rapporto tra Jim e Pam arriva al dunque, visto che lei sta ormai programmando il proprio matrimonio e lui decide di fare un ultimo tentativo, facendosi avanti in maniera esplicita con lei. Ne nasce un bacio, ma anche una situazione sospesa che verrà poi dipanata solo nella terza stagione. La serie ormai è decollata dopo gli inizi lievemente incerti della prima stagione: qui tutto funziona a meraviglia, l'intesa degli attori è ottima, Steve Carell è sicuro nel suo ruolo e domina lo show, e le interazioni tra i vari personaggi sono sempre più solide e affiatate. Insomma, uno show ancora convincente, che ti spinge ad andare avanti nella visione e a non fermarti più. Lo trovate su Netflix.
Lo stagista inaspettato (2015), di Nancy Meyers, con Robert De Niro, Anne Hathaway, Rene Russo: non mi capita spesso di aprire i servizi di streaming e iniziare a scartabellare a caso alla ricerca di un film, però qualche giorno fa con Netflix sono finito per imbattermi in Lo stagista inaspettato, pellicola di ormai più di dieci anni fa che però non avevo mai visto, nonostante la presenza nel cast di attori importanti come Robert De Niro e Anne Hathaway. Il film è una commedia molto leggera e simpatica: si concentra su un pensionato, interpretato appunto da De Niro, vedovo e annoiato, che decide di aderire a un programma di reclutamento di anziani, trovandosi in breve tempo a lavorare per una start-up della moda. Qui mette in campo le sue competenze manageriali e un po’ alla volta riesce a conquistare il rispetto della giovane fondatrice dell’azienda, che finisce per vedere in lui una figura paterna. Il film regge abbastanza bene quando si muove sul versante della simpatia e quando gioca sui rapporti tra De Niro e i suoi giovani colleghi, ma si perde molto nel finale, quando assume un tono melodrammatico che stona e che francamente si poteva evitare. Insomma, un film simpatico per buona parte della sua durata, ma non del tutto riuscito. Bravo comunque De Niro.
Come forse vi ho già detto, in questi giorni sto lavorando per gli esami di maturità come presidente di commissione in un Istituto alberghiero. Era da molto tempo che non uscivo dal liceo, e per questo ero anche curioso di (ri)vedere da vicino un professionale.
I ragazzi che mi sono trovato davanti hanno iniziato il loro orale – come funziona da quest’anno – presentando il loro percorso di maturazione avvenuto durante le scuole superiori. Ognuno ha mostrato la sua storia, ovviamente, il suo percorso a volte semplice e lineare e a volte frastagliato; ma ho notato, in tutte queste presentazioni, un pattern comune: l’importanza del lavoro.
Chiaro: in un istituto professionale la dimensione lavorativa è molto importante. Ma la cosa che i ragazzi raccontavano con più orgoglio era il fatto non solo di aver svolto il loro PCTO in un ristorante o in un hotel, non solo di aver imparato a fare cocktail o a servire adeguatamente il cliente, ma più in generale di aver fatto propria una sorta di etica del lavoro.
La frase più ricorrente? «In questi anni mi sono sacrificato andando a lavorare, cosa che pochi miei coetanei hanno fatto». Molti di loro lavoravano anche durante gli esami, oltre a farlo normalmente nei weekend, d’estate, nelle cucine e nei bar dei paesi della provincia veneta. E quando lo sottolineavano non lo facevano per vantarsi (anche perché non c’è di che vantarsi nell’aver bisogno di lavorare); piuttosto, oserei dire, nelle loro parole c’era quasi una rivendicazione: quello che ho imparato a scuola è che nella vita devi darti da fare, che devi faticare e lavorare.
Perché lo sottolineavano? Forse per mostrare un loro pregio: l’esame serve anche a quello. Ma forse anche perché quell’impegno non viene di solito troppo riconosciuto nemmeno a scuola, dove a contare sono i voti, e quindi quanto hai studiato, cosa hai detto durante l’interrogazione e così via. Insistevano sul lavoro come a dire: magari non ho tutti 9, ma il mio l’ho fatto, faticando tanto quanto chi porta a casa la pagella perfetta.
E così, l’altro giorno, mentre ritornavo sulla statale dopo l’ennesima mattina di orali, mi è venuto in mente Vannacci. Sì, avete letto bene: Roberto Vannacci. Come sapete, l’europarlamentare sta lavorando al suo nuovo partito e sta cercando – per ora riuscendoci anche piuttosto bene – di farsi notare, anche con dichiarazioni molto discutibili. È la sua strategia: dire cose inaccettabili con la faccia del finto tonto e racimolare i voti di chi non capisce, o fa finta di non capire, le idee che stanno dietro a quelle frasi, tra ammiccamenti al fascismo e razzismo più o meno esplicito.
Ma al di là di questo, c’è una cosa che Vannacci ha ripetuto più volte in questi giorni: «In campagna non servono i migranti, dovrebbero tornare a lavorarci i nostri giovani». Una frase che non ha senso sotto nessun punto di vista, perché neppure obbligandoli ci sarebbero abbastanza giovani italiani per sopperire a quello che fanno i migranti nel nostro paese. E Vannacci lo sa che questa stupidaggine è irrealizzabile: lo dice solo per alimentare vaghe idee anti-migranti; ma anche per parlare, forse, a una parte dell’elettorato che pensa davvero che quei lavori dovrebbero farli gli italiani.
Ora, uno penserebbe: be’, un giovane mica può votare Vannacci; come votare uno che minaccia di mandarti a raccogliere i pomodori sotto il sole estivo? E però, mentre guidavo, mi chiedevo: chissà invece cosa voteranno i giovani che hanno fatto l’esame con me? Chissà se voteranno, intanto? E chissà se voteranno Vannacci?
Io in realtà non lo so, cosa votino, e non lo voglio sapere. Ma Vannacci non sarebbe, credo, un’opzione impossibile, proprio per via di quel discorso sul lavoro. Quando l’ex generale dice che i giovani dovrebbero ritornare a fare lavori umili, sta implicitamente rivalutando proprio chi quei lavori umili li fa. Sta dicendo, ai ragazzi del professionale: voi fate quello che facevano i nostri nonni, non come quei debosciati dei liceali, tutti figli di papà. Un messaggio furbo, probabilmente manipolatorio, ma che risponde a un bisogno: quei ragazzi hanno bisogno di sentirsi dire che quello che fanno è importante. E se non glielo dice la sinistra, glielo dice Vannacci.
Sì perché la sinistra – o quantomeno quella che occupa lo spazio mediatico, quella che scrive sui giornali e appare nei talk show – quel riconoscimento in genere non lo dà più. Parla di tutt’altro; magari anche di temi importanti, ma che per quei ragazzi vengono dopo il primo, basilare riconoscimento del loro impegno.
Anzi, mi vien da dire che il lavoro, per molti intellettuali, è il male: è alienazione, vendita al mercato, asservimento al capitale. Il ragazzo che prepara la colazione in un hotel di lusso a diciott’anni non viene presentato come qualcuno che sta costruendo qualcosa, qualcuno da elogiare per il suo impegno e la sua dedizione: ma quasi come uno che ha ceduto al sistema, come uno sciocco che si è fatto ingannare dal capitale. Nessuno gli fa i complimenti; al massimo lo si compatisce. E il ragazzo in questione tutto questo, sotto sotto, lo sente: sente che il suo orgoglio viene sistematicamente riletto come ingenuità politica.
A dimostrarlo mi pare che sia anche la geografia del voto italiano negli ultimi vent’anni: ci sono migliaia di mappe che ci mostrano come la sinistra vinca nelle ZTL, tra i laureati, tra le classi medie colte; mentre nelle periferie, tra i giovani lavoratori sottopagati, nelle campagne e nei comuni più piccoli vinca la destra. L’inverso di quello che accadeva un tempo. Gli influencer di sinistra che riempiono i social, d’altra parte, sono capaci di grandi elucubrazioni filosofiche o politiche, citano Marx e Marcuse, Berlinguer e Lenin, ma poi li vedi col maglioncino di cashmere, pagati migliaia di euro per ogni apparizione pubblica, ospiti in televisione: e il ragazzo che fa l’alberghiero non può che sentirli distanti anni luce dalla sua esperienza.
Tra l’altro, pensando a tutto questo mi è venuto in mente anche un parallelo storico che forse è eccessivo, ma che devo spiegarvi. Durante la Prima Guerra Mondiale, tra i volontari che si arruolarono con entusiasmo all’inizio del conflitto c’erano soprattutto studenti universitari, intellettuali, giovani liceali borghesi convinti di partecipare a una svolta della storia. Quando arrivarono al fronte, però, incontrarono i coscritti, i soldati semplici: questi non si erano arruolati volontariamente, ma erano stati chiamati alle armi; si trattava di contadini, operai, uomini che conoscevano la fatica vera, quella manuale. Ebbene, questi ultimi guardarono ai giovani ufficiali volontari con una forte diffidenza. A separarli non era l’ideologia, né, forse, la classe sociale, ma soprattutto la capacità di comprendere: paradossalmente, quelli che avevano studiato non avevano capito che con quella guerra sarebbero andati incontro alla morte, mentre i lavoratori più semplici lo avevano compreso fin troppo bene.
Non voglio spingere il parallelo troppo in là, ma mi sembra che descriva qualcosa di almeno in parte vero: c’è chi critica il sistema avendolo vissuto sulla propria pelle e c’è chi lo critica avendolo studiato. E spesso chi lo ha vissuto non si fida di chi lo ha studiato, perché sente (a volte a torto, a volte a ragione) che lo studioso non sappia davvero di cosa sta parlando. Non lo sa perché non l’ha vissuto, non lo sa perché non rischia in realtà nulla, non lo sa perché parla da una posizione al riparo dalla vita vera.
Il capitalismo è brutto perché sfrutta i lavoratori? A volte sì, certo: sa essere bruttissimo. Ma il paradosso è che tutto questo lo dice chi tutto sommato dentro al capitalismo ci vive anche bene, e non chi ne subisce i danni.
E questo ci porta al punto più decisivo, e forse fastidioso, della questione. C’è una certa parte del mondo intellettuale italiano che ha costruito e continua a costruire da molto tempo la propria immagine pubblica attorno all’idea di essere contro il mondo: contro il capitalismo, contro il mercato, contro la tecnica, contro la società dello spettacolo, contro il consumismo, contro tutto. È una posizione che ha un suo fascino, anche una sua coerenza concettuale, perché tutte le cose che ho elencato possono degenerare in forme disumane di controllo e di potere. Ma anche un punto debole, grande come una casa.
I Baustelle, pochi anni fa, hanno scritto una canzone che si chiama proprio Contro il mondo (la trovate nell’album Elvis) che, a mio avviso, dice molto di questo ambiente. Il ritornello descrive un tipo umano preciso:
Essere contro il mondo e invece averlo addosso
In centoventi metri quadri di parquet
Avere un cane, un taglio, un figlio, aver successo
Andare a leggere il giornale in un caffè
Svegliarsi tardi la mattina, criticare
Il grande vuoto, la sinistra che non c’è.
Farsi di yoga e qualche droga
Supplicare di esser popolari
(Uh-uh-uh-uh-uh)
Più avanti la canzone diventa ancora più spietata:
Io vivo contro il mondo e invece ce l’ho addosso
Vivo di potere e sangue come te.
Mi piace uccidere, mentire, aver successo
Andare a bere, cazzeggiare in un caffè
Mi sveglio presto la mattina, lascio stare
Il grande vuoto, la sinistra, scelgo se
Farmi di coca o Coca-Cola
O canticchiare le canzoni estive
(Uh-uh-uh-uh-uh)
È raro che una canzone riassuma così bene un meccanismo politico-sociale. Nel testo di Francesco Bianconi c’è tutto: l’intellettuale che critica il mondo, la sinistra, “il grande vuoto”, mentre sguazza nel parquet, cercando il successo e la popolarità. L’intellettuale che critica il mercato e poi, alla prima occasione, firma remunerativi contratti con i brand. Il filosofo che deplora la società dello spettacolo e poi accetta ogni invito televisivo perché porta visibilità.
Attenzione: non sto parlando di semplice ipocrisia; anche perché credo che tutti questi intellettuali credano davvero in quello che dicono. I volontari della Prima guerra mondiale erano convintissimi di fare la cosa giusta; ma non riuscivano a vedere che la loro posizione era privilegiata, e quindi parziale; non erano ipocriti ma incapaci di andare oltre la loro dimensione.
Senza contare che se non ti cali nella pelle dell’altro finisci per parlare solo ai tuoi simili. Torniamo alla sinistra politica: vince nelle ZTL perché al suo interno ci sono politici che vengono dalle ZTL, perché le trasmissioni TV e i social sono piene di intellettuali che vivono nelle ZTL, perché è tutto un parlarsi addosso tra simili. E così gli intellettuali in Italia parlano sempre e solo a chi già la pensa come loro, confermando certezze precostituite invece di aprire domande.
Andate a un festival letterario, uno di quei bellissimi eventi che costellano l’Italia: nove volte su dieci ci troverete un pubblico costituito da professoresse di lettere, aspiranti romanzieri, redattori di case editrici. Non ci trovate gli operai, salvo rare eccezioni; non ci trovate i camerieri. La cultura, in Italia, non riesce a uscire dal proprio guscio, un po’ come la sinistra: perché esprime un meccanismo di puro riconoscimento, di identità. Non cambia il mondo (e forse non vuole nemmeno provare a cambiarlo), ma conferma le idee di chi già la pensa in un certo modo.
Il problema è che anche io sono dentro a tutto questo come tutti gli altri, perché anch’io faccio fatica a parlare al di fuori dell’ambito di chi già è interessato alla filosofia o alla storia. Anch’io parlo soprattutto a studenti e professori (anche se non solo a loro): non è facile sfondare il muro.
Ma intanto qualcosa potremmo fare, ripartendo proprio dalla scuola e dal lavoro, ad esempio riconoscendo che c’è sempre dignità nel lavoro, sia esso intellettuale o manuale. Ma soprattutto dovremmo scendere dal pulpito e iniziare ad ascoltare le persone prima di volerle spiegare. Capire cosa vogliono, cosa le preoccupa, cosa le rende orgogliose, e non dire che il loro orgoglio è falsa coscienza.
I ragazzi che ho esaminato in questi giorni non hanno bisogno di qualcuno che spieghi loro che il mondo è ingiusto: lo sanno già, lo vivono ogni mattina quando si alzano presto mentre i loro coetanei dormono. Lo sanno meglio di qualsiasi liceale che gioca a fare il rivoluzionario, di qualsiasi professore universitario che va in tv a dare lezioni. Non hanno bisogno di maestri saccenti o apocalittici; hanno bisogno di qualcuno che dica che quello che fanno conta, e che si impegni (concretamente, non retoricamente) a renderlo più giusto ed equo.
Questo è un lavoro più noioso e duro dell’analisi da salotto; e richiede di sporcarsi le mani, di sbagliare, di cambiare idea. Non dà la stessa soddisfazione di sentirsi gli unici che hanno capito come stanno davvero le cose. Ma è l’unico modo per tentare di produrre dei cambiamenti reali.
E ora facciamo anche il punto sui video e sui podcast che ho realizzato questa settimana:
La filosofia di Umberto Galimberti: il pensiero di uno dei più importanti divulgatori italiani
Cosa direbbero i filosofi su fine vita e eutanasia: un tema importante e delicato, analizzato tramite il pensiero di importanti filosofi
Carlo Ginzburg e la microstoria: nei giorni scorsi è scomparso uno dei più importanti storici italiani, e cerchiamo di analizzarne il contributo
La diretta di giugno 2026 per abbonati: torna la diretta col punto del mese, riservata a chi è abbonato
La conclusione della logica hegeliana (per il podcast “Dentro alla filosofia”)
Il Sudafrica dell'apartheid (per il podcast “Dentro alla storia”)
Machiavelli scrive a Giorgia Meloni [Email dall'Oltretomba]
Il significato dei sogni per Freud
Ah, prima di dimenticarci vi lascio anche un promemoria di dove e come mi potete trovare sui social:
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Se poi quello che faccio vi piace e volete darmi una mano a farlo sempre meglio, potete sfruttare alcune modalità di sostegno.
Un primo modo per sostenere il progetto è quello dell’abbonamento. Sotto ai video di YouTube, di fianco al classico pulsante “Iscriviti”, ce n’è uno chiamato “Abbonati”. Cliccando lì potete consultare tutte le varie proposte e cosa viene dato in cambio: da video-dirette in esclusiva a un vero e proprio manuale di filosofia a puntate, passando anche per il Club del Libro, il Club del Film e il Simposio. Ulteriori informazioni le trovate qui.
Inoltre in tutte le librerie trovate qualche libro da me firmato o co-firmato. Il più importante al momento è Neanche Nietzsche era un superuomo (Cairo Editore), sequel di Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; se invece cercate un buon manuale di storia, c’è parecchio mio materiale anche in La storia in scena (Garzanti/Deascuola) per il triennio delle superiori e in Le origini del presente (Petrini/Deascuola) per il biennio. E altri volumi sono in arrivo!
Chiudiamo con qualche anticipazione su quello che vorrei riuscire a pubblicare nei prossimi giorni:
domani e mercoledì intanto arriveranno i podcast, con puntate dedicate ancora a Hegel e al Sudafrica;
giovedì vorrei proporvi un video dal titolo “Pensare bene: 8 regole per non farsi incantare”;
venerdì tornerà invece Freud, con una nuova parte de L’interpretazione dei sogni;
sabato e domenica di nuovo podcast;
infine, lunedì prossimo, spazio a un video sulla filosofia di Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan Dog.
E questo è tutto anche per questa settimana. Se siete di Rovigo, non mancate all’appuntamento di venerdì sera al Teatro San Bortolo; e per tutti gli altri, ci rivediamo qui tra sette giorni esatti.
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