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Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando · Aug 3, 2026

Guardare New York dall'alto e dal basso, ma parliamo anche dell'Odissea di Nolan, di Hamnet, di José Saramago, de La storia infinita, di It's Always Sunny in Philadelphia e di La ricreazione è finita

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Ermanno Ferretti · Cosa sto leggendo, cosa sto vedendo, a cosa sto pensando

Sono tornato da New York giovedì scorso, ma, a dirla tutta, non mi sono ancora pienamente ripreso. All’inizio il jet lag mi era sembrato d’averlo assorbito subito: complice il fatto che ho viaggiato di notte e che, in pratica, non ho quasi chiuso occhio per tutto il volo, mi sembrava di essermi subito riallineato ai ritmi italiani per quanto riguardava il sonno e la fame.

Pia illusione: tempo un giorno di riassestamento, ho cominciato a far fatica a prendere sonno e a svegliarmi a mattina molto inoltrata (ovvero alle 11-11:30), nonostante sia normalmente un tipo abbastanza mattiniero. Comunque anche questa cosa andrà a regime, presto o tardi; e in ogni caso ne è valsa la pena: se avete visto le mie foto sui social, sapete di cosa parlo. A proposito di New York: parlerò della Grande Mela anche più avanti, nella sezione Quello che pensato, per raccontarvi qualche lato meno noto della città americana.

In attesa di archiviare del tutto la vacanza, vi ricordo però qualche appuntamento che – se nei prossimi giorni siete dalle mie parti – potrebbe interessarvi. Primo appuntamento: il 9 agosto a Selva di Crespino, in provincia di Rovigo, alle ore 21 per parlare del mito di Fetonte. Secondo appuntamento: l’11 agosto all’isola di Albarella alle 21:45 (isola a cui si accede solo se si villeggia lì) per presentare Neanche Nietzsche era un superuomo. Se sarete presenti a quest’ultimo appuntamento, fatemelo sapere qui.

Ultimissima cosa: proprio oggi ho diramato sui social un sondaggio che mi darà qualche utile informazione sul canale YouTube. Se avete voglia, compilatelo (ci vogliono 3-4 minuti) cliccando qui.

E ora partiamo con la newsletter!

Cominciamo come al solito dai libri.

  • La storia infinita di Michael Ende: in primo luogo, dopo la lunga vacanza newyorkese io e il mio terzo figlio abbiamo ripreso la lettura congiunta de La storia infinita, il capolavoro fantasy di Michael Ende. Per quanto riguarda la trama, c’è stata da poco una delle scene più toccanti dell’intero libro, quella di Artax nelle Paludi della Tristezza, e devo dire che il ragazzo ha reagito abbastanza bene al colpo di scena. Ora vedremo: il povero Atreiu se la sta vedendo brutta già da un po’, ma le sorprese sono ovviamente dietro l’angolo. Certo, sto dando per scontato che conosciate la trama del libro, quindi è meglio che vi aggiorni almeno sugli spunti iniziali: il racconto narra di un ragazzino, Bastiano, che invece di andare a scuola, per una serie di motivi, si ritrova a rubare uno strano libro da un’altrettanto strana libreria; rifugiatosi nel sottotetto della scuola stessa, comincia quindi la lettura del libro rubato, che a sua volta racconta le vicissitudini di Fantàsia, un regno fatato governato da una Infanta Imperatrice che però sta vivendo un momento critico, a causa dell’espandersi del nulla. Non è difficile leggere, in tutto questo, una metafora della diffusione del nichilismo, del “disincanto del mondo” e della perdita dei valori, ma i livelli di lettura del romanzo di Ende sono molteplici. Ne riparleremo ancora.

  • Il Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago: stimolato dal suggerimento di alcuni di voi e dal fatto che in metropolitana a New York avevo parecchio tempo per immergermi nella lettura, questa settimana ho cominciato Il Vangelo secondo Gesù Cristo, romanzo di Saramago di cui ho letto e sentito parlare per anni ma che non avevo ancora mai affrontato. Si tratta, come si capisce fin da subito, di una riscrittura del Vangelo che non tiene troppo conto dei cosiddetti Vangeli canonici, ma cerca di presentare la figura di Gesù a un livello umano, terreno. Per ora, nonostante abbia letto già una certa mole di pagine, sono ancora agli inizi: ci sono stati presentati Giuseppe e Maria, lei è rimasta incinta, si è assistito a qualche prodigio (anche se non quelli che ci vengono tradizionalmente tramandati, bensì altri) e Gesù è infine nato a Betlemme. Anzi, per essere precisi ho appena letto della strage degli innocenti, da cui però secondo Saramago il piccolo Gesù si sarebbe salvato in modo ben diverso da come viene raccontato da Matteo. Per ora l’operazione è sicuramente originale, ma bisognerà valutare nel tempo quanto riuscita (a seconda di cosa Saramago vorrà dire sul suo protagonista).

  • La ricreazione è finita di Dario Ferrari: ho invece concluso, in questi giorni, questo romanzo di cui vi ho parlato ampiamente anche nelle settimane scorse. E devo dire che ne sono stato piacevolmente colpito. Il libro ha infatti due anime, che per un po’ procedono separate e distinte, ma che a un certo punto convergono fino a un finale forse un po’ meno forte di quanto mi sarebbe piaciuto, ma in fin dei conti coerente e ben congegnato. Il protagonista è un trentenne di nome Marcello, una sorta di vitellone di provincia (anche se della provincia toscana e non di quella romagnola) che per una serie di circostanze apparentemente fortuite si trova a vincere un posto da dottorando in letteratura italiana. Quest’esperienza, dopo qualche disavventura comica e divertente, lo porta a Parigi, sulle tracce dell’archivio di un ex terrorista di sinistra che, finito in carcere negli anni '70, si diede alla letteratura, anche con ottimi risultati. Così, dentro al romanzo comincia a un certo momento un’altra storia, un romanzo nel romanzo: quello di Tito Sella, protagonista di una giovinezza estremamente diversa ma contrassegnata, alla fine dei conti, da qualche punto in comune con quella di Marcello. Di più non posso dirvi, per non incappare nello spoiler, ma il libro è ben scritto, intelligente, avvincente; e in più riesce a dosare in modo quasi miracoloso comicità e serietà, dramma e commedia. Non è da tutti. Negli ultimi tempi, il più bel romanzo italiano che abbia letto: quindi consigliatissimo. Recuperatelo.

Passiamo ora ai film e alle serie TV.

  • Hamnet - Nel nome del figlio (2025), di Chloé Zhao, con Jessie Buckley, Paul Mescal, Joe Alwyn: ne avevo ovviamente sentito parlare ma non l’avevo ancora visto, pur essendone incuriosito; l’aereo mi ha dato però la possibilità di gustarmelo. Sto parlando di Hamnet, il film di Chloé Zhao uscito l’anno scorso e incentrato sulla biografia di Shakespeare, o meglio sulla vicenda di suo figlio Hamnet, morto in tenera età e poi in qualche modo ispiratore, perfino nel nome, dell’Amleto. Il film è duro, lento, anche strano; non la solita biografia a cui siete abituati. Al centro della storia, anzi, Shakespeare quasi non c’è: è soprattutto sua moglie Agnes a tenere le redini delle vicende. Non vi voglio dir nulla di quello che accade, perché in un modo o nell’altro vi rovinerei la tensione; diciamo che il film cerca di esplorare il difficile rapporto tra vita e arte, tra vicende personali e creazione narrativa. Ma quello che colpisce non è tanto la storia in sé e per sé, quanto l’emozione. Se, infatti, il film parte lento e prosegue forse ancora più lento, tanto da diventare quasi soporifero, nel finale tocca vette inaspettate: tutta la lunga sequenza ambientata a Londra con Agnes che assiste alla rappresentazione dell’Amleto è una delle più belle, toccanti e riuscite degli ultimi anni, una vera gemma. Bravissima Jessie Buckley nel sostenere un ruolo così sfaccettato, ottimo anche Paul Mescal nel tenerle testa e straordinaria Chloé Zhao nella capacità di creare la tensione che nel finale, tra un’inquadratura magistrale e l’altra, ti fa davvero sentire parte del dolore e del sollievo dei protagonisti.

  • Odissea (2026), di Christopher Nolan, con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway: ne ho parlato più diffusamente in un video apposito che trovate anche linkato più avanti, ma sì, questa settimana anch’io ho visto Odissea, il film più discusso degli ultimi due mesi. Mi è piaciuto? Sì, abbastanza. Come cerco di articolare nel video, non lo trovo perfetto, né mi pare possa essere identificato come il miglior film di Nolan, ma rimane un ottimo lavoro, interessante e provocatorio al punto giusto. Da un po’ il regista britannico ha deciso di mettere da parte la tendenza a dubitare della realtà, della memoria e dello scorrere del tempo tipico dei suoi primi grandi film, in favore di pellicole più concentrate sull’etica individuale e collettiva. Odissea fa infatti il paio con Oppenheimer, affrontando a mio avviso gli stessi identici temi: che ruolo ha l’intelligenza in rapporto al bene e al male? Di cosa siamo responsabili, e fino a che punto? Cosa ci rende uomini, quando il limite diventa qualcosa di labile, friabile, modificabile a seconda delle circostanze e spesso anche delle convenienze? Certo, c’è poco o nulla di Omero in tutto questo, perché Odissea, al di là del titolo, vuole parlare agli uomini e alle donne di oggi; ma c’è una grande storia, ci sono delle grandi inquadrature e c’è anche un certo trasporto emotivo, almeno in alcune parti del film. Perché allora dico che non è un capolavoro? Banalmente: perché la scena finale di Hamnet, da sola, è superiore a mio avviso a ogni scena di Odissea. Per fare un capolavoro serve qualcosa di più. Ma ciò non toglie che siamo comunque di fronte a qualcosa di importante: da vedere.

  • It’s Always Sunny in Philadelphia episodi 4.05-4.06 (2008), di Rob McElhenney, con Charlie Day, Glenn Howerton, Rob McElhenney: era da un po’ che non vi parlavo di C’è sempre il sole a Philadelphia, o It’s Always Sunny in Philadelphia che dir si voglia (in Italia l’abbiamo visto con entrambi i titoli). Questa settimana ho rivisto i due episodi della quarta stagione in cui Mac e Charlie simulano la loro morte per scampare alla possibile vendetta del padre di Mac, arrabbiato per essere finito in galera a causa dei due protagonisti. L’episodio è esilarante nella sua idiozia: prima nel modo in cui i personaggi cercano di fingere il loro suicidio, procurandosi tranquillamente rivoltella, granata e droghe da un banale rigattiere; poi nel parallelo tentativo di Dennis di darsi al sesso anonimo e selvaggio, “alla maniera europea”, come dice lui. L’esito è come sempre, in entrambi i casi, catastrofico. Irriverente, anche piuttosto cretino, ma molto divertente: lo trovate su Disney+.

La settimana scorsa vi ho raccontato le prime impressioni che avevo maturato a New York e negli Stati Uniti; e lo so che, come tutti quelli che ci tengono a raccontare le proprie vacanze, avrei potuto annoiarvi o indispettirvi. Nonostante questo, sto per fare addirittura il bis, e quindi vi chiedo scusa preventivamente.

C’è però qualcos’altro su cui vorrei riflettere con voi. Partiamo dallo scorso 25 luglio. Quel giorno mi trovavo, più o meno al tramonto, in cima al Summit One Vanderbilt, uno dei grattacieli più alti e più nuovi di Manhattan, tutto vetro e specchi; un palazzo costruito apposta perché i visitatori si fotografino mentre sembrano fluttuare sopra la città. Ci ero salito perché me ne avevano parlato tutti, perché online sembrava un’esperienza imprescindibile; e devo dire che, dal punto di vista della spettacolarità, non sono affatto rimasto deluso: la vista era obiettivamente magnifica. Ma questo è solo il primo tassello del discorso.

Il giorno dopo, il 26 luglio, mi trovavo invece saldamente a terra, a 0 metri sul livello del mare. Ero, nello specifico, a Washington Square Park, quasi all’entrata del Village, intento a guardare il mio figlio più grande che giocava a scacchi con uno sconosciuto di nome Jeff. Un’esperienza molto newyorkese, a dire la verità: siamo arrivati nel parco e subito abbiamo notato le scacchiere e i giocatori (più o meno professionisti) intenti ad aspettare qualcuno da sfidare. Jeff ci ha conquistato sciorinando tutti gli stati confinanti con l’Italia («Where are you from?» «Italy» «Ah, near Albania, Serbia, Bosnia, Croatia, Slovenia» «Yes, even Austria, Switzerland and so on…». Tra l’altro è la prima volta in vita mia che sento dire “Ah, l’Italia… sì, ne ho sentito parlare: quel paese vicino all’Albania, no?”). Be’, insomma: la partita a scacchi era a tempo – cinque minuti a testa – con dieci dollari in palio. Il figlio neodiplomato, pur bravino (mi batte con una certa regolarità), l’ha persa, ma con dignità.

Il Summit One Vanderbilt e la partita a scacchi sono due esperienze estremamente diverse, me ne rendo conto, che sembrano anche appartenere a due città diverse, se ci si pensa un attimo: da un lato quella dei grattacieli, delle foto spettacolari e instagrammabili, delle cose che vedi con gli occhi e che ti lasciano a bocca aperta; dall’altro, quella dei parchi e della gente strana e caratteristica che ci incontri.

New York, d’altra parte, non è certo una città sola. A dire il vero, ne ho attraversate almeno tre nei dieci giorni passati lì. Mettiamole allora un po’ in ordine, queste diverse New York.

La prima è la città dello spettacolo, quella di cui vi ho già parlato la settimana scorsa a proposito di Times Square: la città che va vista dall’alto, fotografata, condivisa; una città magniloquente ma forse anche un po’ superficiale. È la città del Summit One Vanderbilt e del Top of the Rock, dei megaschermi sempre accesi, delle code per un selfie nel punto esatto in cui lo ha scattato chi ci ha preceduto.

E la mia, a cercare qualche dato, non pare essere solo un’impressione: un’indagine recente ha rilevato che oltre l’80% dei giovani cerca ispirazione sui social prima di partire, e che quasi la metà sceglie le mete pensando già a come mostrarle su Instagram. Il risultato è che i flussi turistici – a New York e non solo a New York – si concentrano su una manciata di luoghi iconici, mentre il resto della città (che è, ovviamente, la sua parte più grande) resta relativamente vuoto. Lo confermano anche gli studi sull’overtourism: i luoghi diventano fotogenici non perché siano necessariamente i più belli, ma perché sono già stati fotografati, in un circolo che si autoalimenta.

Il filosofo (gesuita) francese Michel de Certeau, in un libro di qualche decennio fa sulla vita quotidiana – L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro –, distingueva tra chi guarda una città dall’alto di un grattacielo, possedendola con lo sguardo come si possiede una mappa, e chi la cammina a livello della strada, possedendola invece, in un certo senso, perché la usa, la vive.

Il Summit One Vanderbilt è l’apoteosi del primo atteggiamento: la città viene in un certo senso ridotta a cartolina, a fotografia fatta da un drone; solo che quel drone siete voi. Non c’è nulla di male in tutto questo, sia chiaro: vedere le cose da lassù dà una certa vertigine, l’ho provata anch’io e mi è piaciuta. Ma è uno sguardo che, anche fisicamente, tende ad appiattire: dal 93° piano tutto pare piccolo e insignificante.

C’è poi, però, una seconda New York di cui non vi ho ancora parlato, che è l’esatto rovescio della medaglia, e che ho incontrato per caso invece qualche giorno più tardi. Con la famiglia ci eravamo spostati a Coney Island, dove c’è la spiaggia più famosa di New York (e dove ci sono le montagne russe, gli hot dog e mille altre cose viste nei film). Dopo un paio d’ore a passeggiare sulla Riegelmann Boardwalk e a stare sulla ruota panoramica, abbiamo deciso di rientrare verso Manhattan; ma, visto che il meteo reggeva, ho fatto una proposta strana: «Perché non scendiamo dalla metropolitana a Brooklyn? Ho letto che la zona di Williamsburg dev’essere carina, originale, alternativa». Avevamo già visitato il quartiere di Dumbo e ci era piaciuto: replicare a Williamsburg pareva, sulle prime, una buona idea.

Le cose sono andate invece in maniera inaspettata: al posto del quartiere trendy, pieno di murales e di gente alla moda, siamo capitati in una zona sorprendente. Appena usciti dalla subway, lungo Myrtle Avenue e Bedford Avenue, per almeno dieci lunghi isolati non abbiamo incrociato una sola persona che non fosse ebrea ultraortodossa: centinaia di uomini con i riccioli laterali, i cappelli neri e alti, i vestiti tutti identici; e centinaia di donne con gonne lunghe e capelli raccolti, quasi sempre accompagnate da bambini molto piccoli. Il 100% degli incontri, per isolati interi, in una città che altrove vanta una delle popolazioni più eterogenee e multietniche del pianeta, era composta da persone tra loro completamente identiche nel modo di vestire, di muoversi, di parlare.

Per i primi due isolati ho pensato: «Sarà un caso, sarà una zona particolare». Ma poi gli isolati diventavano tre, quattro; le scritte sugli scuolabus o sui muri non erano più in inglese ma in ebraico e sembrava davvero di essere finiti da un’altra parte, ben lontani dalla New York che avevamo conosciuto fino a quel giorno. Ho subito aperto il cellulare, un po’ per capire se mi ero perso a Williamsburg, un po’ anche per comprendere se ero finito per caso all’interno di uno dei film in cui Woody Allen rievoca la sua infanzia complicata in mezzo ai rabbini.

In realtà, i numeri hanno confermato nettamente quello che stavamo vedendo. Secondo lo studio demografico della comunità ebraica di New York, a Williamsburg il 74% degli adulti ebrei si identifica come ortodosso; il 97% dei bambini tra i 5 e i 17 anni frequenta scuole ebraiche; quasi la metà della popolazione dell’area ha meno di 18 anni, contro tassi molto più alti del resto di Brooklyn, segno di una natalità che non ha equivalenti altrove in città. E poi la lingua: nel distretto che comprende Williamsburg, il 17% delle famiglie parla yiddish (o lingue affini) come idioma principale, cosa che ne fa la lingua non inglese più diffusa nel quartiere, davanti persino allo spagnolo.

È un dato che gli studiosi definiscono un’eccezione quasi unica nella storia dell’immigrazione americana: normalmente, di generazione in generazione, la lingua d’origine si perde; lì, al contrario, si è mantenuta intatta, trasmessa apposta come un confine, una barriera. Ho scoperto poi, una volta ritornato in Italia, che quella comunità così particolare è stata raccontata da poco in un libro autobiografico (Ex ortodossa di Deborah Feldman) che ha portato anche a una miniserie su Netflix, Unorthodox. Forse la guarderò.

Ecco allora una seconda città: se la prima New York rendeva tutto immagine consumabile, trasformava tutto in uno schermo, questa seconda abolisce invece il contatto umano, costruendo un confine invisibile ma ben presente. Quella parte di Williamsburg è una città nella città, diversissima, separata, che non comunica col resto. Quelle donne non escono da lì, passano la loro vita in quelle strade, accudendo i loro bambini; e anche gli uomini escono perlopiù in gruppo, assieme, solo per necessità. Non si mescolano, non si integrano: e così la loro cittadella rimane intonsa. Lo fanno per difendersi, certo; e, da quel che ho letto, tutto trae origine dal dramma dell’Olocausto; e però colpisce lo stesso. Noi – sei italiani sperduti nel quartiere sbagliato – eravamo gli unici elementi di disturbo, l’unica anomalia in un panorama altrimenti monolitico.

Da un certo punto di vista, le due città rappresentano due modi opposti di sottrarsi allo scambio: la prima città si mostra, si offre completamente, e però così facendo si riduce a spettacolo; la seconda non si offre affatto.

Williamsburg può sembrare, a prima vista, più autentica e più vera; in realtà è forse più spiazzante. Io e la mia famiglia non ci sentivamo incuriositi, ma fuori posto: più che degli etnografi che studiano un mondo diverso, ci sentivamo degli intrusi. Senza contare che già così, a prima vista, la condizione delle donne, tutte impegnate solo con altre donne e con i figli, ci è parsa poco invidiabile; e l’uniformità degli abiti, dei tratti, dei comportamenti ci ha ricordato altre epoche, e non delle più libere.

Comunque la si giudichi, quella comunità ha scelto, di fatto, di affrontare il problema dell’identità di cui parlavamo la settimana scorsa in un modo molto radicale: rifiutando in blocco la questione del cambiamento che invece viene costantemente affrontata dal resto di New York.

E però all’inizio vi parlavo delle partite a scacchi a Washington Square Park: quella città lì, qual è? Be’, a mio avviso è una terza città differente dalle due che abbiamo visto finora; quella che mi è piaciuta di più e che è anche la più difficile da fotografare (nel senso che è meno fotogenica, non che manchi di occasioni per farlo). È la New York dei giardini pubblici pieni non tanto di turisti ma soprattutto di newyorkesi: Washington Square Park con i suoi scacchisti e le drag queen che cantano in calze a rete; Bryant Park, dove la gente pranza sdraiata sull’erba senza fretta di andare altrove; Central Park con mille lingue diverse, ragazzi che corrono in bicicletta e altri che fanno jogging, scoiattoli e artisti di strada.

La terza New York è quella lontana da Midtown, quella in cui capita ancora di perdersi, di imbattersi per caso in una libreria o in un locale di hamburger che nessuna lista online vi aveva segnalato (il migliore che abbiamo provato è il Gotham Burger Social Club del Lower East Side, in cui siamo finiti dopo aver trovato troppa coda al Katz’s Delicatessen). È la New York anche dei musei, tutto sommato: del Metropolitan visitato con calma per cinque ore e mezza, o del MoMA, che resta forse il mio museo preferito al mondo, per le opere esposte e per un percorso che non ha fretta di mostrarvi tutto.

In questa terza città anche il gesto di fotografare cambia senso e significato. I miei figli hanno scattato centinaia, forse migliaia di foto in questi dieci giorni in luoghi come quelli, e la stragrande maggioranza di esse non finirà da nessuna parte, non sarà mostrata a nessuno: resterà semplicemente in un archivio personale, un modo per restare affezionati a quello che si è visto.

Susan Sontag, che abbiamo citato già altre volte qui e nei video, negli anni '70 diceva che la fotografia è un modo di appropriarsi di ciò che si vive, prima ancora che di comunicarlo. La penso anch’io così, anche in quest’epoca di cellulari sempre in mano e fotocamere sempre aperte: fotografare per sé rappresenta il tentativo di trattenere un’esperienza che si sa fuggevole, mentre fotografare per i social è già, nell’atto stesso dello scatto, un po’ spettacolo.

Non so bene quale delle tre città che vi ho presentato un po’ grossolanamente sia la più vera, ammesso che abbia senso chiederselo. La New York dei grattacieli, la New York delle comunità religiose chiuse o la New York dei parchi e della gente comune: in realtà sono vere tutte e tre. New York, come ogni realtà complessa, è tutto e il contrario di tutto.

Certo sono tre modi diversi di rispondere allo stesso problema, quello di un luogo che (come dicevo la settimana scorsa) non ha altra identità che il proprio cambiare: la prima città asseconda il cambiamento fino alle sue estreme conseguenze, tanto da rendere questo cambiamento quasi innocuo; la seconda lo rifiuta in blocco, pietrificandosi in una lingua e in costumi che non vogliono saperne di aggiornarsi; la terza, quella vissuta a livello della strada, sembra l’unica capace di stare dentro al cambiamento senza esibirlo né negarlo, semplicemente vivendolo.

Vi dicevo: la terza città è quella che mi è piaciuta di più. Ma funziona solo perché non è al centro del percorso turistico tradizionale: se tutti i visitatori di New York decidessero domani di abbandonare Times Square per rifugiarsi negli scacchi di Washington Square Park, quel parco diventerebbe in quattro e quattr’otto il nuovo luogo instagrammabile, e la sua caratteristica di essere un sacro rifugio in mezzo alla fretta e alle luci evaporerebbe in un istante.

È il paradosso, credo, di ogni luogo autentico che diventa meta turistica: sopravvive solo finché pochi lo scelgono. Ma finché c’è, vale la pena di viverlo.

È il momento del solito elenco dei video e dei podcast pubblicati questa settimana:

  • La “Odissea” di Christopher Nolan: la mia analisi del film del momento, tra richiami epici e interpretazioni moderne

  • Media, giornalismo e democrazia: un video di educazione civica che riflette sull’importanza (e sullo stato attuale) del libero giornalismo

  • Filosofia del corpo di Merleau-Ponty: Marcel Merleau-Ponty era uno dei pochi esistenzialisti che ancora non avevamo trattato nel canale

  • Lo Stato e la filosofia della storia (per il podcast “Dentro alla filosofia”)

  • Lo Spirito Assoluto e la sua triade (per il podcast “Dentro alla filosofia”)

  • L’Iran, le proteste e i morti di inizio anni ‘20 (per il podcast “Dentro alla storia”)

  • Leonardo scrive alla BCE [Email dall’Oltretomba]

  • I ringraziamenti di Marco Aurelio

Ah, prima di dimenticarci vi lascio anche un promemoria di dove e come mi potete trovare sui social:

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Se poi quello che faccio vi piace e volete darmi una mano a farlo sempre meglio, potete sfruttare alcune modalità di sostegno.

  • Un primo modo per sostenere il progetto è quello dell’abbonamento. Sotto ai video di YouTube, di fianco al classico pulsante “Iscriviti”, ce n’è uno chiamato “Abbonati”. Cliccando lì potete consultare tutte le varie proposte e cosa viene dato in cambio: da video-dirette in esclusiva a un vero e proprio manuale di filosofia a puntate, passando anche per il Club del Libro, il Club del Film e il Simposio. Ulteriori informazioni le trovate qui.

  • Inoltre in tutte le librerie trovate qualche libro da me firmato o co-firmato. Il più importante al momento è Neanche Nietzsche era un superuomo (Cairo Editore), sequel di Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; se invece cercate un buon manuale di storia, c’è parecchio mio materiale anche in La storia in scena (Garzanti/Deascuola) per il triennio delle superiori e in Le origini del presente (Petrini/Deascuola) per il biennio. E altri volumi sono in arrivo!

E chiudiamo, infine, con qualche anticipazione su quello che vorrei proporvi nei prossimi giorni:

  • domani si parte intanto con il podcast storico, dedicato a concludere il discorso sull’Iran;

  • mercoledì si svolgerà invece la riunione online dedicata agli abbonati al Club del Libro, per discutere di L’etica del viandante di Umberto Galimberti;

  • giovedì mi piacerebbe proporvi un video su Maria Montessori e sulla sua pedagogia;

  • venerdì, invece, vi parlerò della Statua della Libertà e di Ellis Island all’interno della rubrica Travel Club storico-filosofico;

  • sabato e domenica, quindi, torneranno di nuovo i podcast, con l’ultima puntata su Hegel e la prima, storica, sull’Afghanistan;

  • lunedì prossimo, infine, nuovo capitolo de L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud.

E questo è tutto anche per questa volta. Ricordatevi di votare al sondaggio che vi segnalavo in apertura e poi di ritornare qui, tra sette giorni esatti: non mancate!

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