Hey there,
Sono sempre io, Sam! il tuo linguista di quartiere.
La terza stagione di House of the Dragon è uscita da poco, e le recensioni sono entusiasmanti. Ho guardato il primo episodio ovviamente e come sempre, più che alla trama, ho prestato attenzione a una cosa che probabilmente in pochi notano davvero: gli accenti.
Perché in Westeros non parlano tutti allo stesso modo. Alcuni personaggi hanno un inglese che suona regale, raffinato, quasi musicale. Altri parlano in modo più ruvido, diretto, “del popolo”. Questa differenza non è un caso, ma una scelta linguistica precisa, che sfrutta meccanismi sociolinguistici inconsci per raccontarti chi ha potere e chi non ne ha, ancora prima che il personaggio apra bocca per dire qualcosa di rilevante.
Pensa a Daemon Targaryen. Il suo è un inglese regale, privo di inflessioni regionali: usa la Received Pronunciation, storicamente associata alla famiglia reale britannica. Quel suono ti comunica subito controllo, status sociale e un diritto di nascita intoccabile.
Ora metti Daemon a confronto con Alys Rivers, la misteriosa guaritrice di Harrenhal. Alys non parla come i reali di Approdo del Re: l’attrice le dà un marcato e profondo accento scozzese. Oppure pensa alle comparse nei vicoli dei Fondi delle Pulci, che parlano con accenti marcatamente Cockney (il dialetto della classe operaia londinese).
Queste scelte sono un colpo di genio sociolinguistico. Nell’orecchio dello spettatore anglosassone (ma anche nella percezione generale), quell’accento scozzese, ad esempio, taglia di netto l’aria istituzionale e “ripulita” di Daemon. Separa Alys dal potere politico di corte e la collega immediatamente a qualcosa di diverso: la terra, il mistero, la conoscenza antica e una forte indipendenza popolare.
Ne ho parlato in un paio di reel, se vuoi vedere gli esempi diretti dalla serie:
Questo gioco di specchi funziona così bene sullo schermo perché si poggia su un meccanismo che applichiamo ogni giorno nella realtà ed è il motivo per cui tendiamo a giudicare la credibilità, l’intelligenza o la raffinatezza di una persona semplicemente dal modo in cui pronuncia le parole.
Si chiama teoria delle connotazioni sociali. E ti riguarda più di quanto pensi.
Ecco la domanda di partenza: perché alcuni accenti, in qualsiasi lingua, ci suonano raffinati, e altri no?
Le risposte possibili sono due.
La prima è quella più intuitiva: alcune varietà linguistiche sarebbero semplicemente più belle da ascoltare, quasi avessero una melodia naturale più piacevole all'orecchio.
La seconda, sostenuta dalla ricerca scientifica, ribalta completamente questa idea: non è l'accento in sé a essere bello o brutto, ma l'insieme di storie, stereotipi e status sociali che vi associamo.
Prendi l’accento britannico più “raffinato”, quello che senti nei documentari, alla BBC, nei discorsi della Royal Family. Non è elegante perché le sue vocali sono oggettivamente più armoniose. È elegante perché lo associamo a istruzione, prestigio e classe sociale alta.
Storicamente, l’accento considerato “raffinato” non è altro che il modo di parlare di chi ha dettato le regole e governato il paese. Quando una classe sociale detiene il potere, il suo modo di parlare finisce per imporsi come standard: la versione “giusta” della lingua che scuole, telegiornali e cinema continueranno a riproporre.
Con il passare del tempo, però, dimentichiamo l’origine storica di questo primato e iniziamo a percepirlo come un dato naturale. Quell’accento ci sembra elegante, e basta. Dimenticandone il perché.
È lo stesso motivo per cui l’italiano viene spesso descritto come una lingua “musicale” da chi parla inglese: non perché le nostre vocali siano scientificamente più armoniose, ma perché l’Italia porta con sé secoli di prestigio culturale: arte, moda, cucina. Quel prestigio colora la percezione del suono. Un fenomeno che ha anche un nome: halo effect.
Ecco il punto centrale: questo meccanismo non vale solo per Westeros, per il British English o per l’italiano. Vale per qualsiasi accento, in qualsiasi lingua, ovunque nel mondo.
Ogni volta che giudichi, anche incosciamente, un accento come “brutto”, “rozzo” o “poco professionale”, quasi certamente non stai giudicando il suono. Stai giudicando le persone che storicamente lo parlano. E lo fai appunto, senza nemmeno accorgertene.
È una delle cose più affascinanti e più scomode della linguistica. Perché significa che la lingua non è mai del tutto neutra. Porta sempre con sé chi la parla, dove la parla, e quanto potere ha chi la parla. Che sia a King's Landing o nella vita di tutti i giorni.
Vuoi andare più a fondo?
Questo meccanismo è solo la punta dell’iceberg. È uno dei motivi per cui spesso ci sentiamo insicuri quando parliamo una lingua che non è la nostra: non abbiamo paura dei suoni, abbiamo paura del giudizio sociale che quegli stessi suoni si portano dietro.
Se vuoi esplorare questo lato nascosto della lingua, ne ho parlato ampiamente nel mio libro Inglefobia.
Non è un manuale di grammatica, ma una risposta, non breve, alle tue paure sulla lingua inglese.
Se la teoria delle connotazioni sociali ti ha incuriosito, lì la trovi approfondita con dettagli, fonti e contesti.
Quindi, la prossima volta che guardi una serie e un accento ti sembra “più elegante” di un altro, fermati un secondo. Chiediti perché. La risposta, quasi sempre, ha più a che fare con la storia che con il suono.
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Insomma, che si tratti di re e regine di Westeros o della vita di tutti i giorni, anche la lingua può diventare una questione di potere. E ora che lo sai, non la ascolterai più allo stesso modo.
Alla prossima, Sam 👋
Se vuoi lavorare davvero sul tuo inglese, sai dove trovarmi: Sam Academy

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