Hey there,
Sono sempre io, Sam, il tuo linguista di quartiere.
Dimmi una cosa. Quante parole inglesi hai usato oggi che dieci anni fa non avresti mai sentito?
Slay. Fierce. Shade. Yas.
Probabilmente hai sentito o pronunciato almeno una di queste parole, senza neanche pensarci troppo.
Perché ormai sono ovunque.
Su TikTok, Instagram, nelle serie TV. Persino nelle pubblicità.
Ma c’è una cosa che quasi nessuno sa.
Queste parole non sono nate su internet. Non sono nate a Hollywood né nei reality show. Sono nate molto prima.
È giugno. È Pride Month. E mi sembrava il momento giusto per raccontarti una storia che parla della lingua inglese, ma anche di identità, di comunità e di come alcune delle parole che usiamo ogni giorno abbiano viaggiato molto più lontano di quanto immaginiamo.
Se hai mai detto yas queen o shade, hai preso in prestito qualcosa da un mondo che potresti non conoscere.
Un mondo fatto di ballroom, voguing, competizioni e linguaggio.
Di persone che hanno creato una cultura intera, combattendo spesso contro un sistema rigido e tradizionale di regole e pregiudizi.
Iniziamo.
Tutto comincia a New York, principalmente ad Harlem, già negli anni '20, anche se è negli anni '70 e '80 che la cultura ballroom trova la sua forma definitiva. Il ballroom è una scena competitiva e performativa, un sistema di famiglie scelte costruito intorno alle houses, un rifugio sicuro per giovani Black e Brown queer e trans che venivano esclusə dalla società e spesso dalle loro stesse famiglie.
In questo mondo nascono parole, espressioni e modi di dire. Un vocabolario parallelo, vivissimo, creato per descrivere identità ed esperienze che la lingua comune non sapeva ancora nominare.
Era un codice segreto, pensato solo per loro. Decenni dopo, è diventato mainstream.
Tutto questo ti suona familiare? O è completamente nuovo?
Se hai un dubbio, fai un salto indietro: abbiamo già toccato la cultura ballroom da queste parti. Era il tema della primissima newsletter di questa serie.
Letta? Bene. Allora sai già che tea non è la sola parola che questo mondo ci ha regalato. È solo la prima.
“Slay”
Fare qualcosa in modo eccezionale, dominare, essere semplicemente inarrestabile.
Slay nel suo uso attuale viene dalle comunità LGBTQIA+ Black e Latinx (più precisamente dalla cultura ballroom degli anni ‘70 e ‘80). Un mix di RuPaul’s Drag Race, Beyoncé e la magia dei social media ha poi cementato slay nel vocabolario mainstream.
Oggi la usi per complimentarti con qualcuno, per descrivere una performance perfetta, per commentare una foto. Ma ogni volta che lo fai, stai usando una parola nata in uno spazio sicuro per persone a cui erano state chiuse tutte le altre porte.
“Did you see her performance? She absolutely slayed.”
“Throwing shade”
Insultare qualcuno in modo indiretto, con eleganza e precisione chirurgica.
Shade è l’arte dell’insulto calcolato, spesso subdolo. Invece di insultare direttamente il tuo outfit, ti faccio un complimento condiscendente, facendoti capire esattamente cosa penso davvero.
È una forma d’arte. E come tutte le forme d’arte, richiede talento.
“No shade, but that outfit is… interesting.”
“Fierce”
Potente, audace, inarrestabile. Qualcuno o qualcosa che non si scusa di esistere
Fierce è ballroom language, originariamente lingua Black e Brown queer. Descrive qualcuno che entra in una stanza e la possiede completamente, senza chiedere permesso a nessuno.
Oggi lo usi per descrivere un look, un atteggiamento, una persona. Ma l’originale era qualcosa di più preciso, il riconoscimento di una forza che nasceva nonostante tutto.
“She walked into that room and was absolutely fierce.”
“Yas”
Un sì che non basta, un sì che trabocca
Yas! nasce dall’emozione cruda e dall’eccitazione di guardare una performance straordinaria, quello che succedeva continuamente ai ball. Se eri entusiasta del momento, urlavi “Yas!” Più lunga l’enunciazione, più alta l’emozione.
No, non è stata una fan di Lady Gaga ad inventarla. Il video virale della fan di Gaga nel 2013 l’ha solo portata nel resto del mondo.
“Yas queen! You absolutely nailed it!”
È la storia di come un linguaggio nato in una comunità marginalizzata abbia finito per conquistare il mondo. Molte delle espressioni che oggi trovi ovunque sono nate in spazi creati da personalità che spesso non trovavano posto altrove.
Quelle parole servivano a riconoscersi, a costruire identità, a creare appartenenza. Erano parte di una cultura prima ancora che di un vocabolario.
Poi hanno iniziato a viaggiare.
E forse è proprio questo che rende la lingua così affascinante: le parole sopravvivono ai luoghi in cui nascono. Attraversano comunità, generazioni e continenti. A volte diventano così comuni che ci dimentichiamo persino da dove arrivano.
Ma conoscere la loro storia le rende ancora più interessanti.
Se questa storia ti sta piacendo, condividi questa newsletter. È il modo più semplice per far girare un pezzo di storia che merita di essere conosciuto.
Slay. Shade. Fierce. Yas.
Quattro parole che oggi sembrano appartenere a internet.
In realtà sono molto più antiche dei social che le hanno rese famose. Sono nate nelle ballroom di New York, dentro una cultura che ha trasformato creatività, resilienza e senso di comunità in qualcosa che avrebbe poi influenzato il linguaggio di milioni di persone.
La prossima volta che sentirai qualcuno dire slay o lanciare un po’ di shade, saprai che non stai ascoltando solo dello slang.
Stai ascoltando un piccolo pezzo di storia.
Buon Pride. 🏳️🌈
Alla prossima, Sam👋
P.S. La prossima settimana lasciamo il pop e i social e andiamo a Westeros. Non perderti la prossima newsletter!🐉

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.