Hey there,
Sono sempre io, Sam! il tuo linguista di quartiere.
Fammi indovinare: oggi hai già detto OK almeno un paio di volte.
Forse al tuo coinquilino che ti chiedeva se volevi il caffè. Forse in un’email di risposta. Forse solo nella tua testa, come risposta automatica a qualcosa che hai letto.
OK. OK. OK.
È la parola più corta che usiamo, quella che diciamo senza pensarci, quella che funziona in qualsiasi contesto, come risposta, domanda, conferma o come modo per chiudere una conversazione imbarazzante.
Ma se ti chiedo cosa significa OK, cosa mi dici?
Probabilmente non lo sai. E non è colpa tua. Perché per più di cent'anni non lo sapeva nessuno. Neanche i linguisti. Neanche i presidenti degli Stati Uniti.
OK è nata come una barzelletta, è diventata uno slogan politico, ha attraversato due guerre mondiali e oggi la capisce praticamente chiunque su questo pianeta.
Scopriamo insieme perché.
Tutto inizia il 23 marzo 1839 a Boston. Un editor del Boston Morning Post di nome Charles Gordon Greene sta scrivendo un articolo satirico, uno di quei pezzi ironici che i giornalisti dell’epoca usavano per punzecchiarsi a vicenda.
E in mezzo all’articolo, quasi di passaggio, scrive: “o.k. - all correct.”
Adesso starai pensando: “All correct” non inizia con O e non finisce con K. Esatto, quella era la battuta.
Ma cos’è che faceva ridere? Nell’America del 1839 era in corso una moda assurda tra i giovani istruiti delle grandi città: abbreviare le parole storpiandole volutamente. “No go” diventava “KG” - know go. “All correct” diventava “OK” - oll korrect. Era il loro modo di essere ironici, sofisticati e un po’ snob. Un po’ come quando oggi scrivi “kkk” invece di “ok” per fare il simpatico. Stessa idea, duecento anni prima.
La battuta era talmente oscura che probabilmente sarebbe morta lì, su quella pagina di giornale, se non fosse successa una cosa.
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1840, elezioni presidenziali americane. Il presidente in carica, Martin Van Buren, soprannominato “Old Kinderhook” dal suo paese natale a Kinderhook, New York, ha bisogno di un motto per la sua campagna elettorale.
I suoi sostenitori fondano gli “O.K. Clubs” in tutto il paese. La coincidenza è perfetta: Old Kinderhook era “all correct”. Due significati in due lettere. Uno slogan da manuale.
Van Buren perse le elezioni. Ma OK le vinse.
Da quel momento la parola inizia a circolare sui giornali, nelle conversazioni, nei documenti ufficiali. E con lei inizia anche il caos sulle sue origini.
Gli anni passano, OK conquista il mondo e nessuno sembra più ricordare da dove venisse davvero. Così ognuno iniziò a inventarsi la propria versione della storia.
I tedeschi sostenevano che venisse da Oberst Kommandant, un alto grado militare. I francesi rivendicavano Aux Cayes, un porto che avevano fondato ad Haiti. C’era chi pensava fosse l’abbreviazione di “open key”, termine usato al telegrafo. Chi invece, credeva che Andrew Jackson avesse preso la parola “okeh” dai nativi americani Choctaw.
E non finisce qui. C’è chi giura che tutto risalga alla Guerra Civile americana: nei giorni senza vittime sul campo di battaglia, si scriveva su una lavagna “0 killed”, abbreviato in “0K”. Peccato che la Guerra Civile sia scoppiata nel 1861, cioè ventidue anni dopo la prima comparsa della parola sul giornale di Boston. Un dettaglio che a nessuno, evidentemente, importava granché. Variante sullo stesso tema militare: due soldati che comunicano a distanza senza urlare, con un gesto della mano: pollice e indice a formare un cerchio, per dire “O Key”, tutto a posto.
C’è anche la versione da campo di cotone: nel Sud schiavista degli Stati Uniti, dove il francese si parlava eccome, gli schiavi presentavano il carico al sorvegliante, che rispondeva con l’approvazione in francese: “Au quai”, cioè “to the dock (for the load).” ovvero “al molo, pronto per il carico”.
E infine la versione patriottica: durante la Guerra d’Indipendenza americana, le casse di merce spedite dall’Inghilterra al Nuovo Continente venivano marcate OK per “Our Kingdom” (del nostro Regno) a garanzia che arrivavano dalla madrepatria, quindi affidabili, quindi di qualità.
Quattro secoli diversi, quattro popoli diversi, tutti convinti di aver trovato la vera origine.
Persino Woodrow Wilson era convinto di questa ultima teoria e firmava i suoi documenti presidenziali con “okeh” invece di OK, convinto di usare la forma corretta.
“Perché non scrive OK?” gli chiese qualcuno. “Perché è sbagliato”, rispose.
Spoiler: aveva torto
Per decenni nessuno sapeva davvero con certezza quindi la sua origine. Fino agli anni ‘60, quando Allen Walker Read, professore di letteratura inglese alla Columbia University, decise di seguire la traccia dall’inizio.
Andò negli archivi. Lesse migliaia di giornali dell’800. Smontò sistematicamente ogni teoria, una per una e alla fine risalì esattamente a quella pagina del Boston Morning Post del 23 marzo 1839.
Una battuta. Un editor con il senso dell’umorismo. E due lettere che avrebbero conquistato il mondo.
La parola è diventata talmente diffusa che, da Buenos Aires a Bangkok, da Montreal a Mosca, quasi ogni tassista nel mondo capisce “OK”. Un dono dell’inglese americano che si è diffuso in tutto il globo in meno di 200 anni.
E in Italia? OK cominciò a diffondersi insieme allo sbarco delle truppe statunitensi in Sicilia durante la Seconda Guerra Mondiale. Si diffuse anche la forma "occhei" adattamento semischerzoso dell'originale che ancora oggi qualcuno usa, spesso con un tono affettuoso e un po' retrò.
La cosa più straordinaria di OK è la sua flessibilità. Nessun’altra parola nella lingua inglese funziona in così tanti modi contemporaneamente:
Come aggettivo - quando qualcosa è accettabile, ma non eccezionale
“The food was OK, nothing special.”
Il cibo era nella norma, niente di speciale.
Attenzione: in inglese OK come aggettivo è quasi sempre una valutazione tiepida. Se qualcuno ti chiede com’era il film e rispondi “it was OK”, stai dicendo che era mediocre, non che era buono.
Come verbo — quando approvi o dai il via libera
“My boss OK’d the project this morning.”
Il mio capo ha approvato il progetto stamattina.
Come sostantivo - quando chiedi o dai un’autorizzazione
“I need your OK before I send this.”
Ho bisogno del tuo via libera prima di mandarlo.
Come intercalare - per segnalare che stai cambiando argomento
“OK, so here’s the thing…”
Allora, senti un po’…
Come domanda - per verificare che l’altro stia seguendo
“So we meet at eight, OK?”
Quindi ci vediamo alle otto, d’accordo?
Come risposta secca - per chiudere una conversazione
“OK.”
Detto con tono piatto, significa che hai capito ma non sei particolarmente contento. Conosci questa versione, l’hai ricevuta almeno una volta.
Questa settimana non ti consiglio una serie né un film. Ti consiglio un articolo e un libro, se vuoi andare ancora più a fondo.
L’articolo è quello del Merriam-Webster sulla storia di OK: “The Hilarious History of OK”. È gratuito e si legge in dieci minuti.
Se invece vuoi la storia completa, quella con tutti gli archivi, le prove, le teorie smontate una per una, il libro di riferimento è OK: The Improbable Story of America’s Greatest Word di Allan Metcalf. È quello da cui viene quasi tutto quello che hai letto oggi.
A proposito di libri.
Se ti piace guardare all’inglese da prospettive inaspettate, come quella di oggi se hai qualche paura o insicurezza con la lingua che non riesci ancora a scrollarti di dosso, ho scritto anch’io un libro.
Si chiama Inglefobia. Non è un manuale di grammatica, non è un corso. È una risposta non breve a tutte le domande che ti sei sempre chiesto sull’inglese e non hai mai osato fare.
Una battuta su un giornale di Boston. Un presidente con un soprannome fortunato. Due guerre mondiali che hanno portato i soldati americani in tutto il mondo e una parola di due lettere che oggi capisce praticamente chiunque su questo pianeta.
OK non è solo una parola. È la storia della lingua inglese in miniatura: nata per caso, sopravvissuta per fortuna, diventata universale per necessità.
La prossima volta che la dici ( e la dirai, oggi, sicuro) ricordati da dove viene.
Da una battuta. Da un editor con il senso dell’umorismo. Dal 23 marzo 1839.
Se questa storia ti è piaciuta, condividila con qualcuno che dice OK almeno venti volte al giorno.
Se vuoi lavorare davvero sul tuo inglese, sai dove trovarmi: Samuele Brusca Academy
Alla prossima,
Sam 👋

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