Anche quest’anno, nonostante risorse e annunci, una quota importante dei posti nelle scuole di specializzazione è rimasta senza assegnazione. È un copione che si ripete da anni: una parte dei contratti “va deserta”, con stime locali che – almeno nel dibattito bolognese – arrivano a evocare percentuali molto rilevanti, pur tenendo conto di scorrimenti, rinunce e riassegnazioni successive.
Il punto, però, non è soltanto contare i posti vuoti. Il punto è capire perché restano vuoti e quale messaggio stia dando la formazione post-laurea in Italia ai medici di oggi.
Da Medico e Presidente Regionale di SNAMI Emilia-Romagna (Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani) su questo tema continuo a sostenere una cosa semplice: Il problema non è solo “quanti posti”, ma come è costruita la normativa italiana sulle specializzazioni: una normativa che, nei fatti, genera paradossi e disfunzionalità e in certi casi addirrittura comprime per alcuni il diritto allo studio e blocca nel concreto la possibilità di formarsi lungo tutto l’arco della vita professionale.
Il problema non è solo quanti posti mettiamo a bando. È come funziona davvero il sistema: per molti medici, la specializzazione è resa di fatto impraticabile.
La specializzazione, così come strutturata oggi, è pensata quasi esclusivamente per chi è neolaureato e può reggere per anni un percorso “full-time standardizzato”. Certo, anche qua ci sono molti ostacoli, ma di questo tema parlero’ in un altro articolo. Voglio concentrarmi su un altro aspetto: cosa succede se un medico già operativo nel Servizio Sanitario vuole acquisire un’ulteriore specializzazione? o se un medico già al lavoro dopo anni e anni di imbuto formativo volesse colmare quel percorso? o magari un medico di medicina generale volesse anche approfondire le proprie competenze in una branca specialistica?
Qui emerge un paradosso che vedo ogni giorno: il sistema tollera – e in certi casi incoraggia – che lo specializzando svolga attività lavorative (continuità assistenziale, incarichi provvisori di medicina generale) durante la formazione, ma sempre e solo quando il rapporto di lavoro è precario. Se invece un medico ha un incarico stabile – spesso identico, per carico e responsabilità, a quello svolto da un collega precario – si scontra con incompatibilità, vincoli e interpretazioni che impediscono la doppia traiettoria “lavoro + formazione”.
Risultato: per proseguire la formazione, il sistema finisce per “suggerire” una scelta distorta: rinunciare alla stabilità (o addirittura licenziarsi) e rientrare nel circuito come precario, talvolta per fare attività molto simili a quelle già svolte.
Il sistema tollera che si lavori durante la specializzazione, ma spesso solo se lo fai in modo precario. Così il diritto allo studio viene compresso: o rinunci a crescere, o rinunci alla stabilità.
C’è un aspetto che viene sottovalutato quando si parla di “borsa” soltanto come reddito mensile.
La borsa di specializzazione, nei casi migliori, si colloca grossomodo tra 25 e 27 mila euro annui. È già un taglio pesante per chi ha già responsabilità economiche presistenti o magari figli da mantenere. Ma il nodo decisivo, oggi, è previdenziale.
Oggi ogni medico vive integralmente dentro il sistema contributivo. Vent’anni o trent’anni fa, chi si specializzava poteva avere una carriera con quote in regimi misti o persino più vicini a logiche retributive sotto il profilo di calcolo del trattamento pensionistico. Oggi no: il montante contributivo è la base reale su cui si calcola la pensione.
Questo significa che scegliere di rientrare per 4–5 anni in un percorso formativo con reddito ridotto e contribuzione più bassa non è solo “stringere la cinghia” nel presente: è anche abbassare il montante e quindi esporsi a penalizzazioni pensionistiche nel futuro.
In più, la contribuzione dello specializzando è all’INPS gestione separata e non all’ENPAM: dettaglio che, per molti medici, aggiunge l’ennesimo elemento di incoerenza in un percorso professionalizzante che assomiglia a un lavoro, ma viene trattato spesso come una forma ibrida di “studentato”. Fortunatamente oggi pare sia finalmente possibile recuperare e ricongiungere i contributi
Chi investe più anni nella formazione, nel modello italiano, rischia di pagarlo due volte: oggi in reddito e domani in pensione.
Il tema non è astratto. In Emilia-Romagna questa richiesta mi arriva con regolarità a SNAMI ER: da medici dell’emergenza territoriale, della medicina penitenziaria, ma anche da medici di assistenza primaria e della continuità assistenziale.
Molti vorrebbero una cosa molto lineare: mantenere l’attività professionale (magari continuando a lavorare nei servizi di emergenza) e parallelamente approfondire e sviluppare competenze tramite una scuola di specializzazione, naturalmente passando da concorso e regole chiare, ma senza essere costretti a licenziarsi.
E c’è un dettaglio che considero emblematico: oggi questa logica di compatibilità viene sostanzialmente accettata solo nel Corso di formazione specifica in medicina generale. Per le specializzazioni “classiche”, invece, la praticabilità reale è spesso molto più limitata.
Se il Servizio Sanitario ha bisogno di competenze avanzate, dovrebbe facilitarne l’acquisizione, non trasformarla in un percorso a ostacoli.
Un altro punto che continuo a richiamare, anche come SNAMI Emilia-Romagna, è la distanza tra principi europei e applicazione nazionale.
In molti Paesi europei la formazione specialistica non è un binario unico “full-time e basta”: esistono modelli part-time, compatibili con fasi di vita e di lavoro diverse, senza abbassare gli standard ma rendendo il sistema più realistico.
In Italia, invece, la possibilità part-time viene percepita come incerta, residuale o ostacolata da prassi e vincoli. E così si perde un’occasione: trasformare la formazione in una leva di qualità per i cittadini, non in un sacrificio punitivo per chi lavora già.
C’è infine un tema culturale e organizzativo: il riconoscimento dell’esperienza e della formazione pregressa.
Nel sistema universitario esistono crediti e riconoscimenti: chi cambia corso di laurea o percorso può vedersi riconosciute competenze già certificate. Nella formazione post-laurea medica, invece, spesso tutto viene azzerato: un medico con anni di pratica, skill e titoli, viene trattato come un neolaureato, con percorsi identici per durata e struttura.
È difficile spiegare perché un medico già specialista, con anni di attività, debba “ripartire da zero” senza valorizzazione formativa reale del già acquisito. Modernizzare qui non significa regalare titoli: significa costruire percorsi seri, ma intelligenti, che riconoscano ciò che è già dimostrato e certificato.
La sintesi, per me , è molto concreta:
Ridurre le incompatibilità e rendere davvero possibile la formazione anche per chi lavora stabilmente nel Servizio Sanitario.
Aprire e normare percorsi part-time, coerenti con quanto previsto a livello europeo e adattando i percorsi al medico e non costringere sempre e solo il medico ad adattarsi ai percorsi.
Rendere sostenibile la scelta anche dal punto di vista retributivo e previdenziale, evitando penalizzazioni future nel pieno del sistema contributivo.
Introdurre criteri di valorizzazione dell’esperienza e formazione pregressa dove appropriato, senza compromettere gli standard.
Nel frattempo, tra reparti che faticano a reclutare e settori ad alta intensità sempre meno attrattivi, resta una domanda che non può essere liquidata con “mancano vocazioni”.
Non è la vocazione a mancare. È il sistema che rende la scelta spesso irrazionale e, per molti, praticamente impossibile – soprattutto per chi i servizi li sta già mandando avanti ogni giorno. Immaginate se uno che ha già fatto 5 anni di medicina d’emergenza, dovesse rischiare di perdere altrettanti anni con contributi minimi e stabilità nulla per cambiare percorso consapevole che fino a 70 anni notti e festivi in emergenza sono improponibil
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