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Roberta Vacca Murtas · Jun 9, 2026

Parliamo di consenso?

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Roberta Vacca Murtas · Roberta Vacca Murtas

Quando sono entrata la prima volta in classe con Zoe, la nostra meravigliosa cagnolona, i bambini e le bambine l’hanno osservata con curiosità, gioia ed eccitazione. Qualcuno si è poi avvicinato di corsa, a mani aperte, già pronto ad accarezzarla, certo che fosse giusto farlo, assolutamente scontato.

Io l’ho prontamente fermato e gli ho chiesto, “sei sicuro che lei voglia essere toccata e accarezzata?

La domanda è rimasta sospesa e quelle risatine di sottofondo piene di emozione si sono bloccate un attimo; in mezzo secondo 15 paia di occhi mi hanno fissato come se avessi detto qualcosa di incredibile e improvvisamente qualcosa di ovvio ha smesso di esserlo e una certezza quasi granitica è stata scalfita almeno un pochino.

No, non è ovvio. Non lo è per i cani, e non lo è per i bambini e le bambine: entrambi abitano corpi che spesso gli altri toccano senza chiedere, con affetto genuino ma senza permesso, con la certezza tranquilla e inconsapevole che non ce ne sia bisogno.

Zoe non era in quella stanza come accessorio didattico o strumento per catturare l’attenzione a servizio di qualcun*, era lì come essere vivente con una sua dignità, un suo linguaggio e una sua storia; un individuo che comunica continuamente attraverso il corpo, la postura, la distanza che sceglie, e che ha diritto di essere ascoltata esattamente come si ascolta una persona adulta.

Se queste righe ti incuriosiscono iscriviti, scrivo spesso, mai spam, e sempre quando ho qualcosa da dire ad alta voce.

Il progetto che abbiamo portato nelle scuole nasce da una domanda precisa: cosa succede quando insegniamo ai bambini e alle bambine a guardare ad un altro essere vivente, in questo caso non umano, come qualcuno che ha confini, preferenze, una voce propria anche senza parole?

Accade qualcosa di importante, perché sia i piccoli umani che i cani condividono una sorte simile: entrambi vivono spesso nell’invisibilità del proprio confine, entrambi vengono avvicinati con buone intenzioni ma senza permesso, con la certezza implicita che siano disponibili per definizione, che la loro eventuale resistenza sia un malinteso da correggere piuttosto che un segnale da rispettare.

Il cane che si irrigidisce sotto una carezza non richiesta, il bambino a cui viene detto dai, un bacino alla zia, sono due variazioni dello stesso tema: il corpo come territorio aperto, come spazio di cui altri si sentono autorizzati a disporre.

Imparare a leggere i segnali di Zoe, osservarla quando si avvicina, quando si allontana, quando il suo corpo dice e quando dice basta, significa imparare qualcosa che va molto oltre la relazione con i cani; si sta sta scoprendo che ogni corpo ha una voce, e che quella voce va ascoltata. Sempre.

Il consenso non è un tema per adulti, non è qualcosa da rimandare all’adolescenza o all’educazione sessuale formale, é una competenza relazionale che si sviluppa precocemente, attraverso esperienze ripetute e incarnate, sedimentate nel corpo prima ancora che nel linguaggio.

La teoria dell’attaccamento di Bowlby ci dice che i primi anni di vita costruiscono modelli operativi interni, schemi profondi su come funzionano i legami, su cosa è lecito aspettarsi dagli altri e da sé stess*. Un bambino e una bambina il cui corpo viene rispettato impara che i confini esistono e contano; se il disagio fisico viene sistematicamente ignorato o minimizzato impara il contrario: che il proprio corpo non è una voce autorevole, che il disagio è qualcosa da nascondere o superare per non deludere chi si ha di fronte.

La psicologa Diana Baumrind, nelle sue ricerche sugli stili genitoriali, ha mostrato come l’autorevolezza, distinta con precisione dall’autoritarismo, sia lo stile che produce bambini più capaci di autonomia, di assertività, di relazioni sane: un genitore autorevole non impone il contatto fisico, ma lo propone, accetta il rifiuto, e insegna così, con il corpo prima che con le parole, che il no abbia la sua dignità.

Più recentemente, la ricerca sul trauma e sulla prevenzione della violenza, con autrici come Judith Herman e Bessel van der Kolk, ha chiarito quanto il senso di proprietà del proprio corpo sia un fattore protettivo fondamentale: i bambini e le bambine che hanno imparato a riconoscere e nominare i propri confini fisici sono significativamente più capaci di riconoscere quando qualcosa non va, e di dirlo ad alta voce.

C’è un’idea sottile e pervasiva che attraversa il modo in cui trattiamo i corpi delle persone che amiamo, siano essi umani che animali: l’idea che la vicinanza affettiva annulli il confine.

Ti voglio bene quindi posso toccarti. Sei mio figlio quindi il tuo corpo è anche mio. Ti amo quindi sei mio.

Questa confusione non nasce da cattive intenzioni, nasce da un apprendimento precoce, spesso invisibile, che il possesso e la cura siano la stessa cosa, che amare significhi avere accesso, che la prossimità fisica sia un diritto che deriva dall’affetto piuttosto che qualcosa che si conquista ogni volta nel rispetto dell’altr*.

In psicologia clinica lo vediamo spesso: le relazioni più soffocanti, quelle in cui il confine tra cura e controllo scompare fino a diventare irriconoscibile, hanno quasi sempre radici lontane in micro-messaggi quotidiani che hanno insegnato fin da piccoli che il corpo degli altr* è qualcosa che si può prendere, detenere, pretendere. La gelosia patologica, il controllo nelle relazioni, e in casi estremi la violenza, non nascono da un giorno all’altro, nascono da una storia in cui nessuno ha mai detto chiaramente che il corpo di un altr* non ti appartiene, nemmeno quando lo ami.

Se hai voglia ti propongo una piccola pratica, niente di obbligatorio ovviamente.

Non richiede strumenti particolari, solo qualche minuto di attenzione vera.

Il confine del corpo

Siediti in modo comodo e chiudi gli occhi se ti va. Porta l’attenzione alla superficie del tuo corpo , la pelle, il contorno, e immagina di poter tracciare con la mente il perimetro di te, dove finisci tu e dove inizia lo spazio intorno.

Nota se ci sono zone in cui questo confine ti sembra netto e chiaro, e zone in cui invece è sfumato, incerto, poroso. Non serve valutare, solo osservare.

Ora chiediti: ci sono relazioni nella mia vita in cui sento che quel confine non viene rispettato?

Ci sono situazioni in cui io stessa fatico a rispettarlo negli altri?

Ci sono contesti in cui ho imparato a non sentirlo, a fare come se non ci fosse?

Non serve rispondere subito, basta notarlo, perché il primo passo per insegnare il consenso è riconoscere come viviamo i confini noi stess*.

Cosa abbiamo imparato. Cosa portiamo. Cosa possiamo ancora, lentamente, imparare a fare diversamente.

Quel giorno, alla fine della mattina, un bambino di sette anni ha detto una cosa che non dimentico:

«Allora anche io posso dire no se non voglio?»

Sì. Puoi. Anzi, devi sapere che puoi.

Ed è da lì che comincia tutto.

Roberta

P.S. Ho conosciuto l’intelligenza emotiva nel lontano oramai 2010. Ancora adesso porto il tema dell’educazione emotiva appena posso. Se vuoi salire questa carovana scrivimi, condividi questo articolo a cui tengo tantissimo.

Ci vediamo “live” per l’Ora del Cuore, questa volta il primo luglio, il tema sarà il corpo. Se vuoi ti aspetto qui per le info di servizio e per confrontarci.

Read the original on prendofiato.substack.com

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