Peggio per me
Chissà com’è
Ho sbagliato
Non importa
Rido di me
Rido perché
Brava e buona
Non esisteSe voglio posso
Posso se voglio
Non fare finta di capire
Se voglio posso
Posso se voglio
Cadere a terra e farmi male
E poi sbagliare
Posso pagare
Ma non avere più pauraFinire in basso senza frenare
Volare in alto ancora ed ancoraFarsi male
Per capire
Non temere
Respirare
E decollare
Lasciare andare
Perdere quota in un momento
Scendere a fondo
Poi risalire
Dimenticando tutto quantoSe voglio posso
Poter pensare
Di non aver perduto niente
A testa bassa senza paura
Ricominciando ancora ed ancora
Se voglio posso
Posso se voglio
Se voglio posso
Posso se voglio
Üstmamò (per ascoltarla)
C’è una cosa che mi succede soprattutto la notte e so di non essere sola (si, pare di essere in buona compagnia stando a sondaggi, statistiche e sguardi curiosi sui nostri comportamenti).
Provo a descriverti la scena, vediamo se ti risuona; ci sono sere in cui il sonno tardi ad arrivare, anzi, sembra un lontano miraggio. Ci rigiriamo, sistemiamo il cuscino, controlliamo l’ora e intanto qualcosa continua a girare, piano, senza smettere: un pensiero, una scena, una frase detta o non detta, il peso di qualcosa che non riusciamo a mettere giù.
Conosci quella sensazione?
La colpa notturna ha una caratteristica precisa
Non arriva con le prove, non porta argomenti, non ci chiede di ragionare: ci chiede solo, silenziosamente e con una precisione crudele, di sentirci sbagliate.
E lo fa soprattutto di notte perché di notte non abbiamo difese, non ci sono cose da fare, ruoli da coprire, performance da mandare avanti. Siamo noi e “la voce”: quella che ripassa tutto e trova sempre qualcosa che non va: hai detto quella cosa nel modo sbagliato, avresti dovuto rispondere prima, sei troppo, sei poco, sei in ritardo, sei già in ritardo su tutto.
Quella voce non è la verità, lo sappiamo, ma di notte quasi per un incantesimo sembra esserlo, e questo, solo questo, è sufficiente a farci annegare nel senso di colpa senza trovare una scialuppa di salvataggio.
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Facciamo un passo indietro sulla colpa
La colpa è un’emozione antica, utile in origine; segnalava che avevamo fatto qualcosa che poteva danneggiare la comunità, che valeva la pena correggere; buono sulla carta? Forse, ma in pratica ora il nostro sistema nervoso non distingue tra “ho fatto qualcosa di sbagliato” e “sono sbagliata”, tra il gesto e la persona, tra quello che è accaduto e quello che siamo.
La Compassion Focused Therapy, che ha dalla sua un melting pot con la teoria evoluzionistica lo descrive con chiarezza: la mente che si rivolge contro se stessa usa gli stessi meccanismi che userebbe contro una minaccia esterna: la stessa intensità, la stessa urgenza, la stessa determinazione, ci attacchiamo come se fossimo il problema.
E quando questo accade di notte, nel silenzio, senza nessuno che ci distragga o ci consoli, il peso si fa enorme, e quello che di giorno riusciamo a tenere a bada diventa, tra le lenzuola e il buio, qualcosa di difficilissimo da reggere e ci porta in un turbinìo di emozioni che ci feriscono e ci lasciano schiacciate da un’onda d’urto incredibile.
Ma c’è qualcosa di importante che a questo punto voglio nominare.
Quella stanchezza che portiamo, quella di non sentirci mai abbastanza, mai al passo, mai del tutto a posto, quella che si annida proprio nelle ore in cui dovremmo riposare, non nasce solo per il nostro percorso evoluzionistico.
Siamo fatte di tutto e il tutto è anche rappresentato da una cultura che ha fatto della colpa un linguaggio di controllo, che ha insegnato alle donne che il riposo va guadagnato, che il bisogno va giustificato, che sentirsi sopraffatte è una debolezza personale e non una risposta sensata a richieste insensate. Impariamo presto che ogni limite è una colpa, ogni “non ce la faccio” in un “non sono abbastanza” e ogni sera in cui non riusciamo a dormire diventa un’ulteriore silenziosa prova di quanto siamo indietro.
Ma il corpo che non riesce a smettere di girare non è un corpo pigro o fragile: è un corpo che ha ricevuto troppo e restituito tutto, senza mai fermarsi per chiedersi cosa ne restasse di lui. (Siamo troppo pensiero e niente corpo, ma su questo ci torniamo).
Se sei arrivata a leggermi fin qui, facciamo qualcosa di rivoluzionario: accorgiamoci che stiamo respirando. Occupiamoci un momento di questo corpicino. Non giudicarlo quel respiro, prova solo a farlo, abbassando le spalle ed espirando se serve con forza.
Una, due o tre, quante volte vuoi.
Ma possiamo fare qualcosa in quelle sere?
Non ti dirò di pensare positivo (detesto questo mood) o di non pensarci ma proviamo a decostruire questo ingranaggio. I nostri pensieri, i tuoi pensieri, spesso sono figli di convinzioni limitanti, emozioni ingarbugliate, credenze che non sono realmente nostre ma di questo pazzo mondo capitalista che ci porta allo sfinimento pur di essere “dolcemente competitive e sul pezzo”.
Ricordalo, siamo incastrate in un sistema. Di buono c’è che possiamo accorgercene e chiedere aiuto.
Facciamo una piccola pratica?
Metti una mano sul petto. Senti il calore del tuo stesso tocco. Respira, senza forzare niente.
E dì a te stessa, sottovoce o solo dentro: “Sto facendo del mio meglio con quello che ho. E questo, oggi, è abbastanza.”
Non devi crederci subito. Dillo. Il corpo ascolta anche quando la mente fa resistenza.
Altra cosa da portarci a casa
Prima di chiudere gli occhi, stasera, scriviamo, anche solo su un foglietto, anche solo tre parole, anche solo dentro di noi, una cosa che abbiamo fatto oggi che è costata qualcosa: qualcosa che non si vede, che nessuno ha notato, che abbiamo già archiviato come ovvia, come dovuta, come niente.
Darle un nome non è poco, è il contrario esatto della colpa: è riconoscere che siamo qui, che facciamo, che teniamo, anche quando non sembra abbastanza, soprattutto quando non sembra abbastanza.
Riconoscerlo non risolve tutto. Ma crea uno spazio. Un piccolo respiro tra te e quella voce. E in quello spazio puoi iniziare a chiederti: questo lo sento io, o lo sento perché me lo hanno detto? Questa domanda, a volte, cambia tutto.
Se questo ti ha raggiunta, scrivimi. Ti leggo.
Con cura,
Roberta
Se questo tema ti ha toccata, ci vediamo il primo luglio.
Ogni mese tengo L’Ora del Cuore, un incontro online gratuito e aperto a tutte. Non è un corso, non è una lezione, è uno spazio gentile in cui non si arriva per performare, non si arriva per avere le risposte giuste. Si arriva restando con quello che si è anche quando quello che si è quel giorno è stanca, confusa, in dubbio.
Io facilito con quello che ho, gli strumenti della CFT, della mindfulness, della scrittura.
A luglio parleremo proprio di questo: colpa e vergogna. Di come nascono, di dove vivono nel corpo, di come imparare a riconoscere la differenza tra quello che sentiamo davvero e quello che ci siamo caricate addosso senza accorgercene.
Il link arriva proprio qui.

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