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Pain de Route · Apr 13, 2026

Majakovskij, profonda provincia georgiana

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Eleonora Sacco · Pain de Route

Ciao!

Questa è Pain de Route, cioè pan di via, la newsletter più imprevedibile dell’Est. Di Eleonora Sacco, che poi sarei io. Se te l’hanno inoltrata, puoi iscriverti da qui.

È lo spazio dove provo ad arrotolare i fili ingarbugliati di una vita senza copione, annuncio in anteprima gli eventi e i viaggi di gruppo e raccolgo qualche consiglio di ascolto e lettura. Esce quando deve uscire.

A febbraio sono tornata per due settimane in Georgia e in Armenia, per un nuovo progetto. È stato un viaggio denso di incontri, di esplorazioni fuori rotta, di scoperte e di nostalgia per i tempi perduti — che, specie per la Georgia, sembrano un’età dell’oro ormai inghiottita dall’autoritarismo. La storia di oggi arriva da lì.

Due giorni dopo il mio ritorno, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Quel weekend, ero via per due giorni con un corso di scialpinismo del CAI. Quando, dopo varie ore, ho riacceso il telefono e visto la notizia, mi sono sentita crollare il mondo addosso, perché immaginavo la cascata di eventi che quell’aggressione avrebbe causato, creando conseguenze enormi e imprevedibili. È la stessa sensazione di vuoto, di sordità, di intorpidimento e dolore insieme, che avevo già provato quando l’Azerbaigian attaccò l’Armenia nel settembre 2020, di quando da Socotra lessi con due giorni di ritardo che la Russia aveva davvero invaso l’Ucraina, quando realizzai l’intensità della violenza che Israele avrebbe riversato su Gaza dopo il 7 ottobre. L’ennesimo sentore di apocalisse, che tenevo chiuso nel cassetto come ultimo degli scenari possibili.

La persona più vicina che avevo intorno, quel sabato 28 febbraio, era un istruttore che era stato con me tutto il giorno. Con un filo di voce, gli dico soltanto: «Gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran…». Lui scoppia a ridere.
«Beh, se lo meritano quelli».

Non pensavo che quella notizia avrebbe potuto farmi più male. E invece.

Da quel giorno, ho continuato a fare quello che stavo facendo con più rabbia, concentrazione e convinzione che dobbiamo usare tutte le armi che abbiamo — la cultura, l’educazione, l’informazione, l’arte, il creare ponti e non distruggerli — per fermare la barbarie che ci circonda.

La storia di oggi, da un dimenticato paesino georgiano, parla un po’ anche di questo. Dopotutto, lo scriveva Majakovskij stesso: «Voglio / che con la baionetta / sia alla pari la penna».

Info importanti in breve:
- Socotra ha già compiuto un anno (incredibile) e con la bella stagione tornerà qualche presentazione del libro qui e lì, in Nord Italia. Vi aggiorno!
- ho fatto un nuovo podcast con Angelo Zinna per il comune di Cavriago. Si chiama Terra Eretica. Due parole in più nell’ultima sezione.
- il 20 aprile aprono le iscrizioni ai tour autunnali Kukushka Tours, con me potete venire in Armenia o… in Guinea-Bissau!
- sto ragionando se riproporre un’altra gita in Val Grande quest’estate, a inizio luglio, impegni permettendo. Se vi interessa, scrivetemi!

Ok, andiamo!

Alle pendici dei boscosi monti di Meskheti, nel villaggio di Baghdadi, come si chiamava all’epoca, il 7 luglio del calendario giuliano del 1893 nasceva Vladimir Vladimirovič Majakovskij. I suoi genitori erano un guardaboschi russo, di origine nobile e cosacca, e una casalinga ucraina, trasferitisi nel governatorato del Caucaso per lavoro.

La sua casa natale, interamente in legno e dagli esterni sobri e scuri, è ancora in piedi e dagli anni ‘40 è diventata una casa-museo. Quando mi presento all’ingresso, in una tiepida mattina già primaverile di fine febbraio, nei dintorni ci sono più cani randagi che umani. A dire la verità, sembro la prima visitatrice da settimane. In anni di visite e viaggi in Georgia, non avevo mai sentito parlare dell’esistenza di questa casa-museo, eppure non era un segreto che Majakovskij fosse nato in Georgia. Nikita mi aveva fatto una soffiata: «vedrai, ti piacerà. È realistico che possa scomparire o cambiare molto presto».

Un signore, forse marito di una delle impiegate, guarda la televisione su una poltrona esattamente all’ingresso del museo nuovo. In una saletta laterale, quattro signore discutono concitate in georgiano intorno a una stufetta elettrica, bevendo caffè. Sembrano scocciate della mia presenza: una di loro dovrà alzarsi e accendere le luci della sala del museo, spegnerle, e poi accompagnarmi all’esterno a visitare la casa vera e propria, girando la chiave nella serratura e accendendo e spegnendo di nuovo le luci. Il biglietto costa cinque lari, meno di due euro. Nella stragrande maggioranza dei musei del Paese, i biglietti sono diventati piuttosto cari. Di questo, invece, sembra che la Georgia si sia dimenticata — o che non se ne voglia ricordare.

Aspetto che le signore accendano la macchinetta che emette la ricevuta, forse l’unica della settimana, o addirittura del mese, e mi tuffo nell’unica, grande sala che racconta la vita del poeta dalla nascita alla morte soltanto attraverso documenti, estratti degli scritti e delle poesie, disegni e schizzi, lettere autografe, fotografie, giornali d’epoca, ritratti su tela. È un vortice frastornante a cui solo i titoli sovieticissimi in cima alle singole pareti riescono a dare un po’ di ordine. Non c’è una singola scritta in un alfabeto che non sia quello georgiano o quello cirillico, eccetto per i libri esposti in traduzione. È una vera capsula del tempo, congelata all’epoca sovietica.

La mostra si apre con una frase dipinta con cura a tempera azzurra, in georgiano e in russo: «La mia patria è Baghdadi, governatorato di Kutaisi, Georgia», circondata di foto storiche del fiume Rioni, di Kutaisi, dove Majakovskij studiò al ginnasio tra il 1902 e il 1906, delle case del paese, della sua famiglia e del decreto con cui il paese cambiò nome in Majakovskij dal 1940 al 1990. Majakovskij era genuinamente legato alla Georgia: vi era nato, vi era cresciuto e aveva studiato a scuola in mezzo a compagni georgiani, prima di essere catapultato a Mosca con la madre dopo la morte del padre. Da quel muro di foto, documenti e citazioni spicca la tenerezza con cui quel piccolo museo ricostruisce l’infanzia di un poeta immenso ricollegandone la vicenda biografica al suo paese natale, oggi chiamato Baghdati.

Nelle teche sono esposti volumi tradotti in decine e decine di lingue, dal rumeno al finlandese, edizioni illustrate di poesie per bambini, fumetti dall’incredibile estetica rivoluzionaria. Piogge di citazioni, spesso ricopiate a mano, sono incorniciate in vetri così ingialliti che se ne legge a stento il contenuto. I primi pannelli decantano la visione idilliaca che Majakovskij aveva della Georgia, di cui aveva imparato la lingua fin da piccolo, rimanendo in contatto con gli intellettuali georgiani nel corso della sua vita. Disegnati a mano in una timida calligrafia, con la stessa tempera blu: «lo so, è una sciocchezza, Eden e Paradiso! Ma se ne hanno cantato, dev’essere stata la Georgia, la terra gioiosa, che quei poeti avevano in mente». E ancora, da Messico (1925), un estratto in cui compare il nome di Kutaisi in un ricordo: «Dove sono i compagni? / Perché ti nascondi? / Ricordi, / da dietro l’aiuola / scoccando / frecce / a Kutaisi / colpivamo / noi / le navi di Colombo?1».

Dopo gli anni della giovinezza e l’arrivo a Mosca, i pannelli arrivano al grande anno del 1908, dove i caratteri dorati in rilievo del titolo mettono subito in chiaro, in russo, che vstupil v partiju RSDRP (bol’ševikov), ‘entrò nel partito socialdemocratico russo (dei bolscevichi)’. Le infiltrazioni d’acqua hanno lasciato aloni marroni sui cartelloni, che si stanno pian piano sciogliendo all’umidità dell’Imereti. Appena oltre, segue il pannello Butyrka, dedicato ai mesi trascorsi nella famosa prigione di Mosca, con tanto di copia delle sue impronte digitali di tutte e dieci le dita. Il museo insiste sulla nostalgia per la cittadina natale, titolando ancora: «vi sono debitore, cieli di Baghdadi». Con la smodata ammirazione che Majakovskij nutriva per Lenin, l’amicizia con altri grandi intellettuali, come Maksim Gor’kij, arrivano gli anni rivoluzionari, Lili e Osip Brik, poi la fondazione del LEF nel 1922. L’esposizione glissa sul suo viaggio in America del 1925 e sui rapporti conflittuali che aveva con la censura, compaiono i vari pettegolezzi amorosi riportati dai giornali su Tat’jana Jakovleva, conosciuta a Parigi nel 1928, poi un’enorme locandina di Nato Vačnadze, attrice georgiana che interpreta i versi di Majakovskij e infine, dopo una serie di pannelli in qualche modo sfumati sugli ultimi anni di vita, si arriva all’acme con una dichiarazione lapidaria, da necrologio, in calligrafia cirillica nera: «Il 14 aprile alle 10 e 15 minuti nel suo studio, con un colpo di revolver, Vladimir Vladimirovic Majakovskij pose fine alla sua vita con il suicidio».

A fianco, uno dei suoi versi più celebri, solitamente mozzato della parte finale: «Voglio / che con la baionetta / sia alla pari la penna. / Che come con la ghisa / e la fusione dell’acciaio / sulla produzione di versi, / dal Politburo, / mandi / relazioni Stalin2» (da A casa!, 1925).

Poco più sotto appare, in rosso, tra le foto dei funerali e due copie in gesso della maschera mortuaria, come si faceva con i santi: «Majakovskij era e rimane il più grande e talentuoso poeta della nostra epoca sovietica». Firmato: I. Stalin.

Nessuno spazio all’interpretazione, al dubbio, alla ricerca di un perché, nessuna — ovviamente — seppur minima allusione a quella morte simbolo della fine di un’utopia. Il museo è rimasto fermo nel tempo, sospeso tra una narrativa ufficiale e l’affetto della campagna georgiana che gli ha dato i natali. Sono commossa: quell’esposizione artigianale contiene quanto più Majakovskij si potesse mettere in quell’unica, dimenticata sala di un piccolo museo di provincia.

Altre foto di monumenti, statue, gli ossequi di Kalinin. «Il vecchio mondo / ha abbandonato la vita, / trasformate / ciò che è morto in fumo! / Il comunismo / è la giovinezza del mondo, / e dai giovani / dev’essere costruito». La carta è talmente logora che si è strappata da sola, spezzando in due proprio la parola giovinezza.

L’ultima teca prima dell’uscita, aggiunta nel 2003, riporta un titolo di giornale fotocopiato, in un’intervista esclusiva: «La figlia di Majakovskij: mio padre non si è ucciso per colpa di una donna!». Il defunto odiava i pettegolezzi.

Il gatto grigio, cieco da un occhio, delle signore chiuse nello stanzino intorno alla stufa viene a strusciarsi contro le mie caviglie, miagolando insistentemente. È tempo di andare a respirare l’aria della casa in cui è nato, in giardino. La sala è circolare, si esce da dove si è entrati dietro un enorme affresco futurista, chiudendo un cerchio che può ricominciare risalendo qualche scalino.

La signora più giovane, dai capelli nerissimi, mi conduce all’esterno con un’espressione rigida e il mazzo di chiavi in mano. Saliamo le scale di legno fino alla veranda della casa museo. L’odore morbido e dolciastro del legno impolverato è inebriante. In quella vecchia casa dell’Imereti ogni cosa è di un legno scuro, invecchiato con cura. Non ci sono didascalie, senz’altro alcuni oggetti saranno stati aggiunti successivamente, ma l’atmosfera d’inizio Novecento che ricrea è reale, emozionante. Una sedia sfondata all’ingresso, una scrivania con teca di vetro piena di oggetti insoliti: un abaco, un timbro, un posacenere, un accendino, una conchiglia, un portabicchiere metallico. Kavkazkij kalendar’ 1894. Dalle tende rosa antico filtra un fascio di luce netta, che illumina la teca. Un fucile da caccia appeso al muro. Un lettino, una culla, nella stanza di fianco. Una sciarpa di cotone grezzo decorata con ricami rossi, ucraini. Poi la sala centrale, ampia, spaziosa, con un tavolo tondo nel mezzo e splendidi mobili in legno, con le ceramiche, le stoviglie, il samovar e la macchina da cucire Singer, come quella che aveva la mia bisnonna. C’è un lettino dalla testiera dipinta con scene bucoliche e altre due stanzette, con ritratti familiari, foto degli antenati, il profilo di Šota Rustaveli, perché siamo pur sempre in Georgia.

Esco dalla casa sentendo le assi di legno scricchiolare sotto le suole delle mie scarpe. La signora Nato è spazientita, ci ho messo troppo tempo, ha dovuto aspettarmi fuori per dare l’ultimo giro di chiavi: la casa-museo deve tornare quanto prima possibile nel dimenticatoio in cui è rimasta per decenni. Curioso che un luogo del genere sia sotterrato così nell’oblio della provincia georgiana. Forse è l’estetica futurista anni ‘20, il sovietismo che trasudano tutti quei pannelli, l’identità sfuggente di un poeta geniale ma russofono cosacco, russo e ucraino, nato in terra caucasica per un caso fortuito; o forse è tutto troppo Majakovskij e troppo poco Georgia?

Torno a piedi verso il centro, fiduciosa di trovare una maršrutka di ritorno a Kutaisi dalla piccola autostazione di Baghdati. Nella piazza centrale, piazza Majakovskij, svetta una sua bella statua sobria su un piedistallo di granito scuro. Sfrecciando verso nord, lasciando quei pendii boscosi e verdi alle mie spalle, passo un altro monumento con il capo del poeta sormontato da due sinuose sagome metalliche come creste d’onda. Il volto duro, espressivo, dai capelli leggermente spettinati, mi impressiona come la prima volta che vidi il suo volto scolpito nella pietra. Era il 2015, era un altro mondo, io ero all’inizio di tutto. Minuscola e senza sapere bene con che scopo, mi trovavo al cimitero di Novodevičij, a Mosca, davanti alla sua tomba.

Consiglio di iscrivervi alla newsletter-notifica di Kukushka per non perdervi l’apertura delle iscrizioni.

I programmi autunno 2026 sono già online, li trovate qui
L’apertura iscrizioni è il 20 aprile alle 19.00

Come sempre, non solo nei tempi drammatici in cui viviamo, i nostri tour sono al 100% rimborsabili in caso di cancellazione da parte nostra per cause di forza maggiore. Se non fosse più possibile partire, si chiude tutto e si spera in un momento più pacifico.

Tour estivi, posti liberi per
Sarajevo, con Giorgia Spadoni, 20-23 giugno, 225€ / ultimi posti
Belgrado, con Giorgia Spadoni, 25-28 giugno, 225€ / posti liberi
Mongolia, con Manuel Mezzadra, 6-17 luglio, 2450€ / ultimi posti
Serbia e Bosnia, con Giorgia Spadoni, 6-16 agosto, 1790€ / ultimi posti
Moldova e Transnistria, con Lucia Bellinello, 29 agosto - 5 settembre, 1490€ / posti liberi

Tour autunnali
Romania in treno, con Marco Carlone, 11-20 settembre, 1290€
Armenia, con Eleonora Sacco, 19-27 settembre, 1350€
Istria, con Giorgia Spadoni, 7-11 ottobre, 790€
Eritrea, con Arianna Cerea, 28 novembre - 9 dicembre, 2490€
Guinea-Bissau, con Cristina Cassese, Eleonora Sacco e Gianluca Pardelli, 28 novembre - 8 dicembre, 2390€

📖Ho amato molto La discarica di Iva Pezuashvili, 2024, ed. Voland, trad. Ruska Jorjoliani. Il titolo non rende giustizia all’attualità del libro, ambientato in una Georgia che insegue disperatamente la modernità ma deve fare i conti con i soldi in tasca, con il passato burrascoso che abita ancora dentro le persone e con i tempi radicalmente mutati. Irriverente, bello, consigliato.

📖 A febbraio ho finito anche Memorie di un giovane medico di Bulgakov, ed. Marcos y Marcos, trad. Paolo Nori. Molto carino, un ritratto interessante della Russia a cavallo della Rivoluzione, basato su appunti autobiografici di Bulgakov stesso. Storie incredibili, molto vero. Copertina pazzesca. Consigliato.

📖 A marzo ho scoperto (lo so, lo so, meglio tardi che mai) gli ebook in prestito con Mlol, il sistema di prestiti digitali delle biblioteche — wow! Si scarica un’app e si legge gratuitamente anche da cellulare, è (abbastanza) confortevole se si tratta di libri brevi o volete consultare rapidamente qualcosa. Ho letto Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale, ed. Adelphi, perché volevo capirci qualcosa di più sulla vicenda Majakovskij. Che personaggio e che poeta straordinario. Il canto del cigno del bolscevismo. Sicuramente l’avrete già letto, ma consigliato.

🌐 Con qualche amic* abbiamo creato Kommunalka, una community su Telegram dove scambiarsi consigli da Lubiana a Vladivostok, condividere cose belle senza pubblicità o autopromozione e dove semplicemente stare bene insieme. Vi aspettiamo.

📰A febbraio è uscito un numero di Meridiani interamente dedicato all’Armenia, con un mio contributo sull’Armenia del sud. Si trova ancora online, è una bella risorsa.

📰Se volete approfondire un po’ la storia d’amore non convenzionale tra Majakovskij e i coniugi Lili e Osip Brik, questo bell’articolo su Doppiozero fa il punto. Incredibile quanto tempi così lontani sembrino, a tratti, più moderni di quelli in cui viviamo.

🗞️ Sull’aggressione israelo-americana contro l’Iran e il Libano, seguo varie newsletter molto ben fatte. Innanzitutto Matassa di Leila Belhadj Mohamed, che non manca mai di allargare lo sguardo, Golfi a cura di Laura Silvia Battaglia, Lorenzo Buonarosa e Mirea D’Alessandro e ovviamente Estera de Lo Spiegone.

🗞️Non mi perdo mai la newsletter di Mattia Salvia Ufficio Politico e Tempolinea di Iconografie, che dirige. Molto bella questa sulla storia del gruppo Wagner, l’exploit di Prigožin ormai sembra preistoria, o forse un film, o forse un film della preistoria

🗞️Negli ultimi mesi ho letto analisi molto interessanti su politica internazionale e cambiamento climatico su Areale di Ferdinando Cotugno. Ci si iscrive da qui

🗞️Bellissima newsletter su Sayat Nova, vate armeno poliglotta, simbolo delle identità ibride del Caucaso nel Settecento, nei Dispacci di Samantha Colombo, con un approccio musicale.

🗞️Il viaggio invernale nella Russia delle sanzioni di Corrocoilupi, da Mosca alla Siberia, in un ritorno nei luoghi dove ha vissuto molti anni fa, prima di una guerra criminale e senza senso che sta distruggendo da dentro due paesi.

🎵Con Angelo Zinna e il comune di Cavriago abbiamo fatto un nuovo podcast, Terra Eretica: un altro pezzettino di storia di un paese che ha fatto del respirare più in alto, più lontano, il nocciolo della propria identità. Scavare nella storia di un luogo non proprio è stato un lavoro difficile, che ci ha insegnato molto. Spero vi piaccia!

🎵È uscito il terzo episodio di Nomadismo Professionale, il podcast antropologico dedicato alle remote isole Bijagos della Guinea-Bissau, a cura di Cristina Cassese. 88 isole nell’Oceano Atlantico dove, secondo alcuni studiosi, sopravvivono straordinarie società matriarcali.

🎵Questo episodio super di Mappamondi, di Veronica Fernandes e Giammarco Sicuro, con Laura Silvia Battaglia, in viaggio tra gli alleati dell’Iran fuori dall’Iran: dalle milizie irachene agli Houthi in Yemen.

🎧Al Black History Month sono stata a un concerto pazzesco di Chris Obehi, un musicista nigeriano sopravvissuto alla rotta migratoria che ora vive e suona a Palermo con la sua band. Persona, voce e musicalità straordinarie.

📽️Sono corsa a vedere al cinema Un anno di scuola di Laura Samani, un film davvero originale, il cui valore aumenta più passa il tempo e più si ragiona sulla prospettiva innovativa che la regista presenta in una storia che, dalla trama, può sembrare in apparenza abbastanza scontata, ma non lo è affatto. Da non perdere finché è nelle sale, il film è un gioiello e racconta la vicenda di una ragazza svedese che, nel 2007, si trasferisce in una quinta superiore di soli maschi a Trieste. Molte di noi si riconosceranno nelle dinamiche di genere di quegli anni. Rivederle senza retorica è stato commovente. Assolutamente da non perdere.

📽️Coi ragazzi dell’Iraq di dicembre ci siamo commossi a rivedere le paludi della Mesopotamia e la Baghdad in preda al caos delle sanzioni negli anni Novanta ne La torta del presidente di Hasan Hadi. Un film delicato e commovente, che racconta l’insormontabilità degli ostacoli quotidiani di un Iraq allo stremo, senza cibo, attraverso la storia di una bambina che viene sorteggiata per cucinare una torta per il professore in occasione del compleanno di Saddam Hussein. Luoghi un tempo intatti e una Baghdad d’atmosfera, prima che venissero devastati da Saddam stesso e dall’invasione americana del 2003, su pellicola sono un sogno. È raro vedere l’Iraq in un film che non parli di guerra, correte a vederlo finché è in sala. Consigliatissimo.

📽️Tempo fa, in uno strambo circolo torinese, sono finita a vedere un docufilm sui Cantacronache, il movimento musicale semisconosciuto fuori dal Piemonte che ha dato i natali al cantautorato italiano. Si chiama Nel blu dipinti di rosso, 2025, Stefano Di Polito. Tra il 1958 e il 1962, un collettivo torinese dà vita alle prime forme di cantautorato di protesta, prendendo ispirazione da tradizioni di canto popolare italiano come quello delle mondine del vercellese, in risposta alla canzonetta di Sanremo. Storia incredibile, documentario molto bello e valido. Tra i parolieri dei Cantacronache c’era anche Italo Calvino, autore, per esempio di Oltre il ponte (1959), diventata più famosa solo successivamente con remake di altri gruppi, tra cui i Modena City Ramblers.

📽️Ormai è passato tanto tempo ma i film che ho visto al Trieste Film Festival, che quest’anno sono riuscita a godermi per bene rimanendo qualche giorno in più in città, sono stati davvero incisivi. Su tutti stupendo White Lies, 2025, Alba Zari, la storia vera di una ragazza triestina nata in Thailandia nella comunità religiosa dei Bambini di Dio, che viene a scoprire solo da adulta era un sistema di sfruttamento della prostituzione tramite l’indottrinamento religioso. Dopo anni di lavoro con sua madre, suo zio e sua nonna, Alba Zari è riuscita a rimettere insieme i pezzi di una vicenda familiare dolorosissima e a trovare alcune delle risposte che cercava.

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Eleonora

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Traduzione di Davide Tessitore, che ringrazio.

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Anche qui, trad. di Davide Tessitore. Tutte le altre traduzioni sono mie.

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