Ciao!
Questa è Pain de Route, cioè pan di via, la newsletter più imprevedibile dell’Est. Di Eleonora Sacco, che poi sarei io. Se te l’hanno inoltrata, puoi iscriverti da qui.
È lo spazio dove racconto storie da luoghi molto lontani, annuncio in anteprima i viaggi di gruppo, gli eventi, le presentazioni dei libri e raccolgo qualche consiglio di ascolto e lettura. Esce quando deve uscire.
Cose importanti in breve:
Settimana prossima sarò a Rieti a tenere una lezione alla Pratolungo Unschool e a partecipare alla (straordinaria) Pratolungo Unconference.
Il 18 settembre presento Socotra, il mio ultimo libro, a Como.
Il 27 settembre sarò al Festival del Pensare contemporaneo a Piacenza.
Sono in partenza per la Georgia e poi per il Pakistan, ci sentiamo quando torno!
«L’alba è una fregatura», scrivevo a diciott’anni, dopo una notte passata nella sabbia dura e gelida, che con le prime luci diventava rovente nel giro di un’ora. La romanticheria della Via Lattea vista da una dimenticata isola della Grecia — i sacchi a pelo troppo pesanti per le notti mediterranee, la paura ancestrale al minimo fruscio sospetto — culminava nell’idea distorta dai battiti cardiaci di voler vedere l’alba a tutti i costi. Non c’era Instagram, non c’era la smania di postarla da qualche parte: era solo l’ansia di perdersela, al massimo il raccontarlo una volta tornati a casa. Il luogo esatto di quell’alba, la spiaggia precisa, in un viaggio senza Google Maps e senza geotag, era secondario. Talmente secondario che ora non saprei nemmeno rintracciarlo.
Il mio primo libro iniziava così. Un titoletto di capitolo, Alba, apriva il lessico selvatico che aveva guidato un viaggiare più aderente possibile al quotidiano delle persone, inseguendo ora interessi assurdi, ora inviti e incontri casuali, ora consigli di persone conosciute in autostop. Un percorso lungo molti anni volto a ripristinare la versione di fabbrica dell’essere umano, che è animale selvatico prima che umano di città. Una lista di parole che avevano modificato il loro asettico significato da dizionario, assumendo il volto delle persone incontrate in quelle scorribande: cacciatori di fagiani ucraini, camionisti tagiki, studentesse azere in un appartamento col bagno sempre allagato, ferrovieri uzbeki, operai sulla Transiberiana, soldati georgiani, ingegneri indiani in Armenia, bàbushki moscovite, bambine che scambiavano limoni per banane sul confine con l’Afghanistan. Era l’alfabeto della mia adolescenza, un abbecedario minimo.
Per anni ho cercato un filo che collegasse tutte quelle cose, una collana in cui ogni perla riscrive il significato di qualcosa che credevo di conoscere. Le ho dato la forma di un’autoeducazione a una vita più cruda, più vera, meno filtrata. Un prepararmi alla navigazione in mare aperto del domani. Un disimparare costrutti dati per assodati, spocchie spacciate per verità, sensi di superiorità con cui ti imboccano dal giorno uno al liceo classico, pregiudizi, classismi, razzismi, -ismi di ogni tipo. Un percorso lungo e tortuoso, non facile, probabilmente senza fine, di spoliazione del non necessario e di ragionamento sul senso del volersi spostare, sulle conseguenze che ha.
In questi ultimi mesi, ho cercato di tornare ad ascoltare il nucleo che muove il mio tutto, il nocciolo delle cose seminato in profondità, il mio fanciullino. In un paio d’anni di lavoro quasi incessante e di ansie che mi corrodono di fronte alle cose difficili, avevo soffocato la sua voce flebile con una catasta di schiamazzi.
A giugno sono tornata a dormire all’addiaccio, talmente stanca da abbandonarmi a un sonno senza interruzioni, a contatto con il terreno, cullata dal vento fresco della notte sul viso e risvegliata da quella fantomatica alba — la fregatura delle fregature. Che gioia ricordarsene! Che aspettative esagerate! Quella sera, su una motta dove cresce la lavanda selvatica, un luogo da raduni di masche, sabba, sacrifici e fuochi di segnalazione, ero talmente in estasi dalla semplicità del gesto che quasi non riuscivo a parlare. Il sole tramontava dietro le ultime lingue di neve estiva incanalata nei valloni, la luce della luna piena sembrava lanugine bianca sulle foreste e io non avevo niente da aggiungere. Bastano davvero solo un materassino e un sacco a pelo per scuotere dalle fondamenta il torpore urbano che ci abita dentro, quell’involucro di sicurezza in cui conduciamo le nostre vite tranquille. Un gesto semplice come dormire all’aria aperta ci ricorda di quanto siamo piccoli e fragili, in balia delle cose del mondo.
Avevo risvegliato il bisogno ancestrale di selvatico, di brivido adrenalinico, di voglia di vedere cosa c’è là dietro, di imparare facendo. Sono tornata a inseguirlo in altri due momenti. Per nessuno dei due è servito andare in capo al mondo, prendere aerei o fare esperienze costose.
In Sardegna, lungo un tratto di costa inaccessibile e incontaminata, le rocce che sprofondano nel mare creano un orlo azzurro acceso che luccica al sole. La strada corre tortuosa superando, costone dopo costone, pascoli impervi frequentati solo dalle capre. Quel bagliore blu, quattrocento metri più in basso, mi attira come una perla tra le sabbie di un fondale marino. Troviamo uno spiazzo dove accostare la macchina, un cancelletto chiuso da uno spago annodato, una mulattiera che attraversa un pascolo dove le vacche riposano la loro immensa mole nei ritagli d’ombra. Raggiungiamo una baia ampia e tranquilla, chiusa da un isolotto roccioso proprio nel mezzo, che speriamo incontaminata — invece ci troviamo un paio di gozzi e una barca a vela già ormeggiati, la musica a palla che rimbomba tra le rocce e una moto d’acqua che sgasa infrangendo il silenzio con una violenza che, da lì, ci sembra inaudita. Apro le mappe, allargo le dita per guardare più nel dettaglio e trovo un sentiero che si stacca dalla baia e promette di raggiungere, in 1.4km e soli 19 minuti di percorrenza, la caletta successiva, stretta in fondo alla gola scavata da un fiume. Arevik non ha bisogno di farsi convincere: la nostra giornata di mare è (prevedibilmente) durata appena dieci minuti, il tempo di mangiare una pesca all’ombra di una roccia in spiaggia, prima di trasformarsi in un trekking avventuroso.
I diciannove minuti passano e abbiamo coperto meno di un terzo del percorso totale che, dopo pochi metri di strettoia attraverso le impenetrabili muraglie della macchia mediterranea, diventa un vero e proprio tunnel di rovi in cui lo zaino si impiglia con una facilità scoraggiante. Arrivati a una prima altura, il sentiero inizia a costeggiare uno strapiombo che precipita di un centinaio di metri più in basso nel blu profondo. Scavalcata una recinzione, raggiungiamo un crinale oltre cui si spalanca, sotto di noi, una gola selvaggia e scoscesa. Oltre quella soglia, insieme al sentiero si perde qualunque traccia umana. È una visione folgorante, di una bellezza intatta e commovente. La fatica per percorrere poche centinaia di metri, il sole violento e l’asprezza del territorio mi riportano a Socotra. C’è lo stesso limite da spingere sempre un po’ più in là delle avventure vere, animali, selvatiche, rischiose. La gola ricorda wadi Kalissan, con le sue piscine verde smeraldo, dove una volta un pastore, piovuto dal cielo come un’epifania divina, i capelli spettinati tinti di un arancione acceso, al mio «shker sekkin!», ‘bello il coltello!’, me l’aveva regalato senza voler sentire ragioni. Il manico in corno di capra, le finiture in alluminio, la lama lunga forgiata e affilata da lui. Fatto a mano, impossibile da comprare di fattura così fine, perché ogni pastore beduino si crea, e si tiene, il proprio sekkin. A quella gola maestosa mancava solo un’epifania del genere.
Il tracciato sulle mappe si fa sempre più abbozzato. Sembra un sentiero disegnato a tavolino su una carta, perché, seguendo il crinale, il mare aperto da un lato, lo strapiombo verso il canyon dall’altro, nulla ci suggerisce la direzione. Forse, con un paio d’ali…
Arevik mi propone di tornare indietro. Di solito, se arriva a propormelo, vuol dire che le cose buttano davvero male, o che siamo ad un’impasse. In linea d’aria, però, mancano davvero poche centinaia di metri, si intravede la spiaggetta più sotto, il verde della vegetazione sul fondo del canyon, tra le pozze scavate dal fiume. Insisto un po’. È il brivido a parlare per me, la seduzione dell’oltre. Decidiamo di aprire noi un sentiero seguendo le tracce degli animali, capre o forse cinghiali, scavando dei gradini nella terra smossa sui lati del versante che ci sembra meno ripido, facendoci strada tra gli arbusti rinsecchiti. È una fatica senza fine, le scarpe diventano sacchi pieni di terra, le gambe iniziano a sanguinare graffio dopo graffio, finché non sento più il dolore. Un ultimo balzo della roccia, a pochi metri dal fiume, si rivela affrontabile: siamo sul fondo. Nel silenzio irreale di quella gola non faccio in tempo a lasciar dilagare l’entusiasmo che mi sembra di sentire l’eco di una risata. Ci mettiamo in ascolto, immobili, improvvisamente all’erta. Non siamo soli. Torna ancora, lontanissimo, il suono di una voce. È una donna, sta parlando con qualcuno, sono due, o forse tre. Piano piano, saltiamo tra i sassi, all’ombra delle tamerici, seguendo i suoni portati dal vento.
Quando l’acqua si perde nella sabbia, il naso sente l’odore acre di una grigliata. Arevik ed io ci avviciniamo con circospezione, sudati, graffiati, provati dall’impresa titanica, il cane abbaia e segnala la nostra presenza. I quattro eremiti si voltano all’improvviso e ci guardano con sorpresa, stupiti di vederci arrivare vivi da quella gola, due Ulisse coperti di sale, mancavano solo gli abiti logori stracciati dai rovi. Sembrano felici di vederci, colpiti, forse anche più di noi, dall’impresa assurda. Salutiamo, scambiamo due battute, ci presentiamo come montanari e in tempo zero finiamo rimpinzati di verdure grigliate, salsiccette sarde, pane fragrante e ananas fresco.
«È il nostro luogo segreto, è un posto magico» ci spiega uno di loro. Sono originari di una cittadina lì vicino. «Anche a Ferragosto non ci viene nessuno. Prendiamo il nostro barchino e scappiamo qui per una settimana, campeggiando all’ombra delle tamerici…»
«Facciamo come le piante endemiche minacciate dalle specie aliene, costrette a rintanarsi nei luoghi più impervi per sopravvivere all’invasione…» scherza Arevik. Segue una pausa, lascio sprofondare la sua frase nel vuoto e la sento cadere a terra con un boato assordante. Ha tremendamente ragione.
Settimana scorsa mi è tornata in mente la prima volta in cui ho rimosso un post dal blog consapevolmente. Era sul primissimo painderoute.it, parlava del fiume segreto della mia infanzia, con piscine e scivoli naturali, acqua smeraldina, vegetazione lussureggiante, acqua gelida anche in piena estate. Era un rito andarci almeno due o tre volte l’anno e passare lì la giornata, giocando a carte sulle rocce, mangiando pesche e angurie, facendo piccole dighe di sassi per deviare i flussi, provando ad aprire gli occhi sott’acqua nel verde abbagliante delle piscine.
Nel post non rivelavo dove si trovasse il luogo, ma scrivevo di contattarmi via mail per ottenere le indicazioni per raggiungerlo. Mi contattarono subito due, tre, quattro persone. Nel giro di due settimane dalla pubblicazione del post — Pain de Route all’epoca non aveva neanche un migliaio di iscritti e solo sulla ormai fossile pagina Facebook — mi avevano già scritto quindici persone. Fu quella la prima volta in cui mi trovai a fare i conti con un dato di fatto: quello che volevo fosse un piccolo segreto da rivelare a persone coscienziose, che potevano apprezzare la bellezza eremitica del luogo, mi stava rapidamente scivolando via dalle mani. Il microscopico parcheggio da cui si imbocca il sentiero per il fiume aveva spazio si e no per dieci auto, lungo una strada strettissima e soggetta a frane. Nel giro di pochi mesi, dei ragazzi con una GoPro pubblicarono su YouTube un video di tuffi nelle acque cristalline della Val Verzasca, in Svizzera, ribattezzandolo «Le Maldive di Milano». Il post diventò virale. Il weekend successivo, la polizia ticinese si trovò a dover gestire centinaia di auto posteggiate dovunque e delle piscine naturali a bordo strada devastate da una folla di persone completamente inconsapevole della fragilità del luogo. La Val Verzasca non era e non è un luogo adatto a un numero così grande di visitatori: da allora, i giornali continuano a chiamarla così ancora oggi, alimentando un circolo vizioso dannosissimo. Dopo questo episodio, oscurai il post sul mio fiume immediatamente, e da allora non è mai più tornato online.
Negli anni, ho cercato di continuare a raccontare di luoghi complessi, difficili da raggiungere o fragili, dal Caucaso a Socotra, dall’Iraq all’Eritrea all’Asia Centrale, spostando l’attenzione dal luogo preciso in sé, circoscritto a determinate coordinate geografiche e quindi a un obiettivo specifico e conquistabile, alla regione intera o al paese invitando a un’esplorazione autonoma più curiosa e approfondita, che protegga i luoghi dal diventare potenziali highlight devastabili in poche ore da masse di persone. Non uso più geotag, spesso non menziono nemmeno i paesini quando sono piccoli e non attrezzati al turismo, ci sono intere aree che ho visitato in viaggio di cui non ho mai neanche condiviso le immagini — ormai con Google Lens è sempre più facile identificare i luoghi. Ho messo da parte la vanità del trofeo per godermi la privacy di un qualcosa che non ti appartiene e non ti apparterrà mai, ma di cui puoi godere in solitudine per un periodo limitato e senza doversene vantare da nessuna parte. Su questa newsletter ho fatto qualche eccezione: un testo lungo, come un podcast, permette di aggiungere il contesto necessario a creare consapevolezza del luogo.
Questa sensibilità nata allora, per proteggere il fiume di quando ero bambina, ha fortemente limitato i contenuti che posto sui social, nel timore di raccontare in formati che non mi appartengono un luogo in maniera parziale, fraintendibile, o di istigare persone non consapevoli delle specificità locali e delle fragilità degli ambienti a visitarli senza rispetto. La minaccia della viralità, delle shitstorm che comporta, della degenerazione che portano i contenuti esposti a persone casuali, ha innescato un vortice di silenzio social che è durato molti anni, con qualche breve interruzione. Aggravato, oltretutto, dalla sensazione di stare regalando qualcosa di grande valore a piattaforme dal potere assoluto, non trasparenti e non etiche, che in cambio premiano o puniscono secondo logiche ultracapitaliste e estrattiviste.
Lo scorso weekend sono tornata al fiume, cerco di farlo tutti gli anni almeno una volta. Con Arevik e due amici ci siamo spinti più su, in fondo alla gola, dove non eravamo mai stati. Abbiamo nuotato in piscine talmente fonde che l’acqua verde sembrava nera, strette tra gole altissime, cascate sottili e rapide improvvise. L’acqua fluiva come fosse vetro verso anfratti che, pensavo, forse eravamo i primi umani a raggiungere da un bel po’.
Incontrare questi luoghi, nella vita, è un privilegio immenso. Forse, una delle cose più grandiose che mi sia mai capitata. Custodirli bene, con cura, è una responsabilità ancora più grande. Da quel primo post cancellato, dalle primissime albe dormite all’addiaccio, dai villaggi più remoti di Socotra, dalle case della cultura in Caucaso, cerco di onorarla più che posso. So che, leggendo fin qui, avrete capito. Vi auguro con tutto il cuore di trovarne altri così, di custodirli come guardiani silenziosi, di rispettarli e di amarli.
Il 18 settembre sarò a Como, al Campo Terra Viva con il bookclub Leggère, a presentare ancora una volta Socotra, il mio ultimo libro
Il 27 settembre sarò a Piacenza, ospite al Festival del Pensare Contemporaneo
Per l’autunno non posso ancora dire niente (!) ma per ora vi anticipo:
30 settembre, Torino / 1 ottobre, Milano / 2 ottobre, Bologna / 3 ottobre, un rifugio in montagna sopra Forlì / 5 ottobre, Trieste / 6 ottobre, Gorizia / 11 ottobre, Lecco / 21 ottobre, Cuneo / 29 ottobre, Verona / 25 novembre, Lisbona & nuove date!
A presto con grandi grandissime novità ♥
Quest’anno i tour che accompagno io per il 2026 sono già pieni, anche se potete sempre registrarvi in lista d’attesa in caso in cui si liberi un posto all’ultimo. Torno sempre volentieri nei posti che conosco meglio, Georgia e Armenia, dove mi sento a casa e dove ogni cosa fluisce (quasi) senza fatica. Quest’anno affronterò, insieme al mio socio Gianluca, due mete nuove: Pakistan e Guinea Bissau. Ci aggiorniamo qui.
Posti liberi tour Kukushka da qui a gennaio 2027
Skopje, 3-6 settembre, con Giorgia Spadoni, 225€*
Sofia, 10-13 settembre, con Giorgia Spadoni, 225€*
Bucarest, 17-20 settembre, con Veronica Bertolo, 225€*
Istria, 7-11 ottobre, con Giorgia Spadoni, 790€
Belgrado, 22-25 ottobre, con Giorgia Spadoni, 225€*
Eritrea, 28 novembre - 9 dicembre, con Arianna Cerea, 2490€
Turkmenistan, 26 dicembre - 6 gennaio, con Francesco Giommoni, 2390€
Sarajevo, 2-5 gennaio, con Giorgia Spadoni, 225€*
*Fuga balcanica: noi mettiamo una guida Kukushka e una guida locale super più i mezzi pubblici, tu il resto. Massima flessibilità, costo contenuto.
In questi mesi di recupero ho letto, visto, ascoltato tanto. Qui c’è una selezione del meglio che ho incontrato.
📖Ho divorato Kolchoz di Emmanuel Carrère. Per me un gran libro, qualche parte tagliabile, ma che affresco poderoso della storia della sua famiglia! Soprattutto, ma non solo, di sua madre, la storica sovietologa Hélène Carrère d’Encausse. C’è molta Georgia, molta Russia, molta Unione Sovietica raccontata in una scala di grigi cliché francamente ormai fuori tempo massimo, ma per me Carrère rimane Carrère. Consigliato ma dopo aver letto qualche altro suo libro - Limonov, V13, Come un romanzo russo, va bene tutto.
📖 Splendido anche I partigiani di Allah di Laura Silvia Battaglia, uscito da poco per Mondadori. L’asse della resistenza dentro e fuori dall’Iran, dallo Yemen degli Houthi al Libano di Hezbollah, fino alle milizie sciite irachene, raccontato da una reporter di lunghissima esperienza che ha visto e testimoniato coi propri occhi in vent’anni di esperienza. Che lavoro magistrale. Consigliatissimo.
📖 Prima di andare in Sardegna ho recuperato Accabadora di Michela Murgia, molto carino, breve e intenso, stile molto particolare. Consigliato.
📖 Ho atteso con ansia i risultati del BookerPrize (invano) dopo aver letto il bellissimo, breve e intenso Colei che resta di René Karabash, trad. Giorgia Spadoni ed ed. Bottega Errante. Se non conoscete la storia delle vergini giurate dell’Albania, questo libro è un grido individuale e universale insieme che denuncia la sofferenza delle donne nei Balcani e nel mondo intero. Splendido.
📖 Ho ricevuto in regalo dall’autrice Ana Basoc Mămăligă, un libro di ricette moldave che ha il sapore di una storia corale, dalle radici che spaziano in ogni direzione e vanno lontano. Dai grandi classici della cucina sovietica a ricette insolite che arrivano dall’infanzia dell’autrice. Anche le foto e il progetto grafico sono curatissimi, molto consigliato.
📖 Vorrei aver letto Sugli sci di Cédric Sapin-Defour prima di iniziare a fare scialpinismo, ma sono felice di aver recuperato questa micro-lettura - a volte servono per aggiungere significati alla realtà che ci circonda e per guardarla con occhi diversi, più entusiasti, leggeri e profondi insieme. Se amate la montagna invernale, imperdibile.
📖 Prossime letture: Volga Blues di Marzio G. Mian, Lezioni di fotografia di Luigi Ghirri, due acquisti del Salone del Libro.
🌐 Con qualche amic* abbiamo creato Kommunalka, una community su Telegram dove scambiarsi consigli di viaggio da Lubiana a Vladivostok, condividere cose belle senza pubblicità o autopromozione e dove semplicemente stare bene insieme. Vi aspettiamo.
🌐Su Telegram e su Instagram ho pubblicato una serie di foto dal mio viaggio nel delta del Nilo, in Egitto, a novembre 2024. È stato un viaggio magnifico, di cui sono riuscita a sistemare le foto solo ora.
🗞️Se state imparando una lingua nuova, una qualsiasi (davvero), la mia amica Elena Refraschini ha creato una newsletter dedicata al metodo linguistico per autodidatti, basato su vent’anni di esperienza come docente e sulla sua audacia nel voler imparare l’irlandese (linguistica celtica è l’unico corso che ho lasciato a metà, cambiando il piano di studi quando ero all’università - era davvero davvero troppo per me, per cui chapeau). Si chiama Loinnir e i primi due numeri sono gratuiti.
🗞️Ojalà di Alice Orrù è sempre una fonte inesauribile di ispirazione. Bello il suo ultimo numero sulle parole annacquate, in cui si cerca di dire tutto non dicendo niente, e sull’importanza del chiamare le cose col loro nome, di definirle, delimitarle per reclamarne il diritto a esistere.🗞️La storia (pazzesca) di Una fotografia di Yasser Arafat, probabilmente esattamente quella che avete in mente, raccontata su Fotosensibile
🗞️Turisti di domani è una bella newsletter di Chiara Beretta che in maniera leggera parla di alcuni nodi cruciali del mondo del turismo. L’ultimo numero prima della pausa estiva parla della proposta di aumentare il biglietto d’ingresso a Venezia, da 5/10€ a 30/50€.
🗞️I funerali di Khamenei visti da Karbala, sulla newlsetter Golfi, di Laura Silvia Battaglia. A fine dicembre, quando ero a Karbala, mai e poi mai avrei pensato che sette mesi dopo la città avrebbe ospitato il corteo funebre immenso, partecipatissimo, per l’atatollah Ali Khamenei e che il mondo si sarebbe trovato, di lì a pochissimo, nella crisi assurda e nello stallo in cui si trova ora.
🎧Con Angelo Zinna e il comune di Cavriago abbiamo fatto un nuovo podcast, Terra Eretica: un altro pezzettino di storia di un paese che ha fatto del respirare più in alto, più lontano, il nocciolo della propria identità. Scavare nella storia di un luogo non proprio è stato un lavoro difficile, che ci ha insegnato molto. Spero vi piaccia!
🎧Ho sentito il podcast Sikter, che racconta la storia di una band bosniaca che continua a fare musica anche sotto l’assedio di Sarajevo. Raccontato molto bene, ottima ricostruzione del contesto storico - ponderata, ricercata e non sensazionalistica. Davvero ben fatto, consigliatissimo
🎧Molto bello, raccontato dall’infallibile voce di Sara Poma, il podcast Con gli occhi di Anna, che racconta le vicende personali di una figura poco ricordata del Novecento italiano, Anna Kuliscioff, una delle principali esponenti del Partito Socialista italiano, medica ginecologa e intellettuale, compagna di Andrea Costa e poi di Filippo Turati. Ho imparato moltissimo, consigliato
🎧La storia incredibile degli orfani armeni scampati al genocidio che fondano la prima banda musicale d’Etiopia. Su Clan Acustico, una serie di cinque puntate dedicate al tezeta, il genere musicale straordinario intriso di saudade del Corno d’Africa che scandisce il ritmo della vita in Eritrea ed Etiopia.
🎵Ho visto dal vivo in concerto La Niña, una specie di divinità pre-greca uscita da una società mediterranea matriarcale. Più che un concerto, un rito pagano. Se suona dalle vostre parti, merita tantissimo, anche solo per la bellezza di sentire un concerto in dialetto, sulla soglia liminale tra la comprensione verbale e non verbale. Wow.
🎵La pazzesca colonna sonora di Soundtrack to a coup d’état (2024), il documentario di cui vi parlo appena sotto. Da salvare!
🎵La playlist di musica algerina imperdibile di Alle e Urbo, raccontata splendidamente nella loro ultima newsletter Bagaglio, dedicata proprio all’Algeria.
📽️Su consiglio di Sofia, ho visto un documentario semplicemente pazzesco: Soundtrack to a coup d’état (2024) racconta la storia di Patrice Lumumba, il primo presidente del Congo indipendente, ucciso con il benestare del Belgio e della Cia nel 1961, attraverso la musica dei più grandi geni afrodiscendenti d’America che gli Stati Uniti usavano come pedine soft power o, addirittura, veri e propri cavalli di Troia nell’ostacolare il processo di una vera decolonizzazione del continente. Rapido, intensissimo, sorprendente, drammatico, assolutamente da vedere per comprendere una delle situazioni post-coloniali più complesse e drammatiche al mondo, ad oggi non del tutto risolta.
📽️Per prepararmi al viaggio di quest’estate in Pakistan ho visto Joyland (2022) di Saim Sadiq, un film drammatico davvero stupendo che racconta dinamiche familiari ingiuste e soffocanti in parallelo alla scoperta di un amore queer in una Lahore dinamica, caotica, che inghiotte e sputa ma piena di possibilità. Alcune scene davvero leggendarie, facile da reperire online. Davvero bellissimo.
📽️ Dopo anni che lo cercavo ho finalmente trovato Dede (2017) di Mariam Khatchvani, l’unico film in lingua svan al mondo. Parla di rapimento delle spose, matrimoni combinati, faida di sangue e dinamiche patriarcali incredibilmente più attuali, radicate e concrete di quello che si penserebbe nello Svaneti, una regione di alta montagna della Georgia occidentale, nel Caucaso Maggiore. Molto bello, girato a Ushguli, dove viene proiettato quotidianamente da un cinemino locale.
📽️Voglio intercettare e andare a vedere assolutamente il film La valle scalza (2025): racconta la storia del Gianfry, l’eremita scalzo che ha vissuto in solitaria in Val Grande, uno dei luoghi più selvaggi d’Italia e dell’intero arco alpino, per circa vent’anni, fino alla sua morte nel 2015 in circostanze mai del tutto chiarite, dovuta a un avvelenamento da stricnina. Il film è basato sugli archivi girati da lui stesso con una GoPro che gli era stata regalata e che sono stati ritrovati dopo la sua morte. In anni di frequentazioni del parco, ho spesso sentito parlare di lui da tante persone che l’hanno conosciuto.
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Eleonora

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