Ciao!
Questa è Pain de Route, cioè pan di via, la newsletter più imprevedibile dell’Est. Di Eleonora Sacco, che poi sarei io. Se te l’hanno inoltrata, puoi iscriverti da qui.
È lo spazio dove provo ad arrotolare i fili ingarbugliati di una vita senza copione, annuncio in anteprima gli eventi e i viaggi di gruppo e raccolgo qualche consiglio di ascolto e lettura. Esce quando deve uscire.
Info importanti in breve:
- il tour del mio libro su Socotra continua: ci vediamo a Trieste il 22 gennaio ore 18.00, libreria Ubik.
- il 26 gennaio alle 19.00 aprono le iscrizioni dei tour estivi Kukushka Tours. Quest’estate vi porto come sempre in Georgia occidentale e (novità!) in Pakistan.
Andiamo!
Mi sveglio appena prima dell’atterraggio. Asmara è buia, l’Eritrea è ancora in parte sotto sanzioni e l’elettricità è un bene prezioso. L’altopiano, poco prima dell’aurora, è una campagna popolata di case sparse, luci rade e incerte. L’aeroporto sembra quello di una piccola cittadina di provincia, raggiunta da pochi voli a settimana. Con il levarsi del sole, le strade si riempiono di una fiumana di gente che si sposta a piedi o in bicicletta per andare a lavorare: le poche auto anni ‘70 di passaggio sembrano uccelli magici.
Ad Asmara la luce è tutto, è la forza che plasma la magia, che scolpisce le atmosfere, che suona la melodia. Al mattino è fresca e accecante. Illumina ogni cosa senza lasciare ombre e scotta i visi senza scaldare, perché l’aria è quella fresca di montagna, purificata dalla quiete della notte. Passato il mezzogiorno, si scalda gettando ombre scure dietro le cose, con un luccichio dorato che sembra possa durare per sempre, finché all’improvviso, quasi senza il tempo di gustarsi il tramonto, scompare, lasciando il posto a quella tenebra totalizzante che ho accarezzato solo a Socotra. L’abitudine al buio, a una vita tranquilla e senza pericoli, rende il buio morbido come una coperta di velluto. Le rare luci sono come isole nel mare, ognuna un mondo diverso a cui approdare.
Asmara è un sogno rétro, una capsula del tempo, rimasta - in apparenza - agli anni ‘30 del Novecento. La via tra il bar Zilli e il bar Zara oggi si chiama via Beirut. Sulla facciata del palazzo che oggi ospita il nuovo cartello, si intravedono, sbiaditi dal sole, i suoi vecchi nomi: via Nino Bixio, e prima ancora via Rodolfo Graziani… Un personaggio talmente spietato che nemmeno il sole africano riesce a cancellarne il nome.
Al bar Zilli, mi raccontano che la famiglia del proprietario ha acquistato la gestione da due proprietari originari di Taranto. Erano solo due delle 53.000 persone di origine italiana che nel ‘39 costituivano il 56% della popolazione di Asmara. Dopo la guerra, in quella città italiana in Africa orientale rimasero solo edifici vuoti a noi inquietantemente familiari. Involucri di vite di cui gli eritrei si riappropriarono, cacciata la potenza colonizzatrice da casa propria. Gli italiani ne andarono quasi tutti, tornarono in un’Italia che per molti di loro era completamente nuova e estranea.
Al bar Foglia si gioca a biliardo, tenendo i punti su un vecchio pallottoliere come quello che c’era nella mia scuola elementare, un edificio del Ventennio. Anche le piastrelle esagonali dell’hotel Hamasien, in un bizzarro stile bavarese, sono identiche a quelle della mia scuola. Me le ricordo perché ci vomitò sopra un mio compagno di classe in prima elementare, corrodendole. Una di quelle piastrelle rimase per sempre di un rosso leggermente più chiaro, a imperitura memoria...
Il bar Torino l’abbiamo sempre trovato chiuso, con quelle saracinesche metalliche a soffietto che ho rivisto solo nei paesini dell’entroterra lucano o abruzzese. Al bar D’Aosta, dall’insegna quasi art déco, avevano una macchina del caffè Cimbali meravigliosa, luci soffuse rosse e viola e decine di piccoli tavolini in penombra dove anziani signori si bevevano in silenzio la loro birra Asmara, l’unica birra disponibile in Eritrea, che più la bevi più migliora. Al bar Peacock, di fronte al bar Alfa Romeo, non lontano dall’ex concessionaria, ci hanno fatto un macchiato alla maniera eritrea, nei bicchierini di vetro che aveva mia nonna a casa, con una macchina del caffè a gas. Gli alcolici d’importazione esposti sul mobile a vetro dietro il bancone avevano la retina di plastica dei duty free degli aeroporti, l’unico modo con cui l’alcolismo locale riesce ad aggirare il monopolio dello zibib, una grappa statale dall’etichetta squisitamente anni ‘50.
Al bar Francesco Crispi c’è davvero un ritratto di Francesco Crispi appeso alla parete a sorvegliare la sala centrale, tra poltroncine in pelle nera, animali impagliati, vecchie radio gracchianti, una rivoltella incorniciata e tazzine giallo canarino. Al caffè della Posta le bariste hanno una divisa nera e fucsia che sembra uscita da un vecchio film americano. La ricerca diventa frastornante, e più si scava dentro Asmara, più spuntano una Pasticceria Moderna, bar Dante, bar Impero, bar Roma, bar Centro, Caffè Commercio, bar Lodi, il bar dell’Albergo Italia sorvegliato da un Bacco di Caravaggio e una misteriosa Super Latteria proprio sotto la pensione Pisa…
Asmara è un costante confronto con un enorme rimosso della nostra storia. Un esperimento straniante e doloroso con cui il nostro Paese non ha mai davvero fatto i conti. Il passato coloniale italiano è stato solo nascosto sotto il tappeto, tra amnistie, rigurgiti fascisti e campagne di marketing statale al motto di “italiani brava gente”. La mia maestra delle elementari d’altri tempi ci raccontava che i soldati italiani in Libia avevano piantato i meli per arginare il deserto. Quei soldati avrebbero potuto essere ascari eritrei, strappati ai propri villaggi e mandati in spedizioni massacranti per sterminare i villaggi libici. Popolazione soggiogata dalla potenza coloniale costretta ad aiutare la stessa potenza coloniale a soggiogarne un’altra.
A questo falso mito crede anche l’Eritrea. Ogni persona dai cinquant’anni in su non manca di ricordarti con orgoglio, o forse solo per lusinga (?), dei sessant’anni di splendore e colonialismo italiano in Eritrea.
«Asmara, seconda Roma»
«Gli italiani hanno costruito ferrovie, fabbriche, scuole»
«Asmara è bellissima, l’hanno costruita gli italiani»
Tiro un sorriso imbarazzato a ogni volta che sento ripetere queste frasi in sequenza, come una litania. Per vivere bene in tempi di vacche magre si guarda al passato, e più ne si sente la mancanza, più il passato viene mistificato, edulcorato, romanticizzato. Dopo il dominio italiano sono arrivati gli inglesi, poi gli etiopi, poi i decenni di durissima guerra di liberazione e la vittoria politica di Afwerki, trasformatasi in breve in un sogno tradito. Oggi il Paese vive la coda lunga delle sanzioni, in una stagnazione paradossale che spinge ogni anno migliaia di persone a prendere la via per l’Europa attraverso il deserto e il mare. La realtà dei fatti esterna e i racconti di chi scappa non combaciano con la superficie nostalgica e luminosa di Asmara, che beve espresso in tazza di vetro sul ritmo ipnotico della tezeta.
Deve esserci una terza via, un buco nero, una via d’uscita che permetta di evadere a chi non può, o non vuole, rischiare la vita per scappare veramente da uno dei Paesi più chiusi del mondo.
Dopo cena, passiamo lungo viale Harnet, che un tempo era viale Mussolini. Lo stile romanico lombardo della chiesa della Beata Vergine è una visione distopica. Da uno dei tanti bar lungo la strada esce della musica. L’insegna non illuminata si stacca appena dal muro a cui è affissa: Diana, circondata da note musicali, chiavi di violino e di basso. Potrebbe essere una scuola di musica per bambini anni ‘90, invece è solo l’estetica assurda dei bar di Asmara. Mi ci butto dentro senza pensarci troppo. Tra luci blu e viola affiorano vecchie radio, sgabelli laccati di nero, poster di jazzisti e i loghi metallici della birra Moretti. La gente si rilassa avvolta nella musica e nell’oscurità. Il bar sembra semivuoto, eppure dal retro arriva altra musica fortissima e un fascio di luce azzurra. Come una falena, vado alla lampada.
È uno stanzino che esplode di musica e di gente ammassata che balla sui tavoli, le luci e le ombre livellate da un azzurro elettrico, come se fossi caduta in una vasca sott’acqua. Dei ragazzi ci fanno segno di sederci vicino a loro. Cantano a squarciagola in inglese tutte le parole delle hit dance internazionali dei primi anni Dieci del Duemila, ballando senza freni, muovendosi coordinati e spontanei come parti diverse di un unico corpo.
Davanti a me balla una ragazza dal vestito bianco aderente e i capelli corti, i suoi lineamenti si perdono nel buio. Mi invita a ballare e mi chiede qualcosa che non capisco, la musica è troppo alta. Le grido nell’orecchio in inglese che mi chiamo Nora e sono italiana. Lei mi risponde in maniera del tutto inaspettata.
«Sì, siamo stati una colonia italiana, ma ora non parliamo più italiano, ok?»
«Certo, non c’è problema, parliamo in inglese».
Quella frase è quanto di più critico ho ascoltato sul colonialismo italiano in Eritrea. Ma in quello stanzino fatto solo di corpi che si snodano nel buio, il senso della frase scivola via e vengo rapita dal suo piercing al naso, dalle sue braccia e dal suo corpo esile che si muovono come le ali di un uccello del paradiso.
«Comunque piacere, sono Wenanit»
Mi fa vedere la foto di una bambina sul cellulare mentre non smette di ballare. È sua figlia. Deve averla avuta da giovanissima, non avrei mai detto che fosse madre. Scrivo il suo nome su una nota sul telefono, per non dimenticarmelo.
«Aggiungimi su Instagram!», mi grida nell’orecchio. Ma come, in Eritrea mica era tutto bloccato? Il Paese vive praticamente senza alcun accesso a internet e noi con il resto del Paese. Ma non poteva non esserci un buco, e l’avevo appena trovato.
Balliamo trascinati da un’euforia e un’intensità incredibile, urlando in quel locale improvvisato e clandestino come fosse ancora il 2014, come se il mondo fosse un po’ meno spietato e insensato di com’è oggi. My father told me when I was just a child / These are the nights that never die…
«Wenanit, come ti posso ritrovare?» le urlo all’orecchio.
È la prima notte ad Asmara e il viaggio è ancora tutto da scrivere. Sono inciampata in un portale che dà su un altro mondo e non posso farmi scappare le chiavi per accedervi. «Torna qui domattina, ci vengo sempre coi miei amici. Fanno un macchiato incredibile».
Il giorno dopo la luce di Asmara torna ad appiattire ogni cosa, cancellando con l’andante della tezeta i ritmi dance clandestini della notte. Wenanit e il suo vestito bianco vengono schiacciati nella mia mente dal film neorealista che è Asmara al mattino. Quando sbuchiamo per caso sul viale Harnet, proprio di fronte al caffè Diana, il mio cervello va in cortocircuito: devo ritrovare quella ragazza.
Quando entro, il bar sembra un altro e per una frazione di secondo mi sembra di essermi sbagliata. Sonnacchioso, il bancone in legno scuro, un sottofondo pigro tagliato dai fasci di luce che filtrano dal retro come un faro teatrale. A un tavolino in fondo, riconosco Wenanit che mi fa un cenno con la mano. Sembra colpita.
«Ehi, ma che ci fai qui?»
«Sono venuta per rivederti!»
Mi ordina un macchiato mentre continua a giocare a UNO su un tavolino verde anni ‘60 con carte fatte in casa, stampate da internet su un cartoncino ormai sbiadito. Alla parete del bar sono appesi collage che mescolano etichette di prodotti eritrei, vecchie foto, poster coloniali con ritratti a colori sgargianti e decorazioni in serie. Wenanit mi presenta Biniam, seduto di fronte a me. Fa l’artista, gli chiedo di vedere qualcosa di suo, e lui mi indica i lavori appesi sulla parete alle mie spalle, gli stessi che avevo osservato prima. Salvo il suo numero di telefono sulla stessa nota, dopo il nome di Wenanit.
«Settimana prossima ti faccio chiamare da un mio amico eritreo, così gli spieghi dov’è il tuo studio. Se ti fa piacere passiamo a trovarti». Biniam ride e lo saluto con la promessa di rivederci. Quella partita a UNO e quel macchiato (effettivamente leggendario) del caffè Diana erano il bis inaspettato di una torta che credevo già finita.
Una settimana dopo, ci ritroviamo catapultati nella minuscola cantina adibita a studio di Biniam, dove tiene la sua linotype e produce stampe in serie, stendendole ad asciugare su fili tesi sopra le nostre teste. La sua linotype è vecchissima. Continua a ripararla facendosi costruire i pezzi ad hoc al mercato Medeber di Asmara, dove ogni cosa si crea, si ripara, si sostituisce, si ricicla. È l’economia di un Paese abituato a vivere sotto sanzioni. Fuori dallo studio una gallina razzola tra i filari di un orto incolto. La sua sembra la ex casa del custode di un condominio in mattoni rossi di epoca fascista, uscito da un rione romano. La villa del presidente Afwerki si trova giusto un paio di isolati più avanti. Fuori dal condominio, dei bambini giocano a pallone senza timore che passino le macchine, protetti dall’immagine inscalfibile di uno degli autocrati più enigmatici dei nostri tempi.
Faccio una foto all’account Instagram di Biniam. «A volte riesco ad accederci», mi dice. «Fammi vedere dove metti le stampe quando arrivi a casa, ci tengo». Ci salutiamo con la promessa di portargli dei colori e altri strumenti difficili da reperire in Eritrea, quando torneremo. Perché torneremo, non c’è dubbio. «Tanto sai dove trovarmi! Vai al caffè Diana e chiedi di me…»
Ho raccolto tante foto (e altri racconti audio) dall’Eritrea sul canale Telegram e su Instagram.
Quest’anno non sono riuscita a fare la (classica) mail di capodanno: sono arrivata alla partenza per l’Iraq troppo in affanno per ritagliarmi del tempo e dello spazio mentale per scrivere. Recupero qui, con una versione sintetica, onesta e non epica.
In generale, ho fatto quello che sono riuscita a fare e ho vissuto come sono riuscita a vivere, con alti e bassi, con momenti di fortuna e sfortuna. Dirmi che più di così non potevo fare mi fa essere serena. Senza giudizi e senza aspettative, preparo un altro anno e auguro a tutt* che sia clemente.
Ho fallito la mia (già realistica e poco ambiziosa) sfida di lettura, ma ho comunque letto un libro in più dell’anno scorso. Ho usato meno i social, anche se non poco quanto avrei voluto, e letto un pochino di più.
Mi sono dedicata con molta più serietà allo studio dell’arabo e ora riesco a leggere, scrivere e parlare decentemente: non sarò mai brava ma va bene così. Sentirmi emancipata e aver sbloccato la capacità di leggere in un nuovo alfabeto per me è stato come spiccare il volo. Studiare le lingue è meraviglioso, è una sfida grande ma che permette di fare la cosa più bella del mondo: comunicare.
Da quando nel 2022 ho vissuto un’avventura a cavallo di sei giorni tra alcune delle valli più remote (per davvero) della Georgia, tra Khevsureti e Tusheti, sul confine con la Cecenia, ho sempre voluto imparare ad andare a cavallo con un minimo di tecnica e criterio. Mi è sempre piaciuto imparare le cose facendole, ma a un certo punto arriva il momento di capire che la teoria ha una sua utilità. Ho scritto a un maneggio molto selvatico vicino a casa e ho scoperto che fare qualche lezione di equitazione costava molto meno di quello che pensassi. È un piccolo sogno e un micro-viaggio tra le montagne del Caucaso ogni volta.
Quest’anno sono davvero riuscita a dare la priorità alle persone a cui voglio bene e a passare più tempo possibile con loro. Ho rifiutato inviti, eventi, presentazioni, viaggi e altre opportunità perché il tempo sottratto alla vita privata ha un valore inestimabile. Sembra che io sia sempre in giro, ma è una deformazione da social e non è così: fieramente, sono stata molto a casa quest’anno, bilanciando un pochino meglio il tempo dedicato al lavoro e al tempo libero. Nel 2026 voglio migliorare ancora.
Ho pubblicato un secondo libro, che è un passo molto più difficile del primo. Ho scritto di un posto piccolo che conosco molto bene, ma che non appartiene al mio background di studi e di esperienza di vita: per certi versi scriverne è stato più difficile, mi sono sentita molto più inadeguata, per altri è stato più facile lanciarsi in un mare inesplorato. Mi sono chiesta che conseguenze avrebbe avuto il libro su Socotra e sulla sua gente. Al netto di tutto, contando che è ancora un’isola di cui si parla solo quando dei connazionali ci restano bloccati (è sempre successo, ma con meno scalpore), credo che le abbia fatto bene. Vorrei tornarci, riabbracciare tutti, ritrovare Nora A.H. e la mia vita di quando vivevo lì. È stato una specie di sogno da cui ho deciso razionalmente di svegliarmi poco prima di caderci dentro per sempre. Oggi so che ho fatto la scelta giusta, ma vorrò sempre un bene infinito a tutto e tutti laggiù. Portarlo in giro per tutta Italia e persino a Lisbona è stato meraviglioso. Grazie ad Arevik, Alessandra, Giulia, Laura, Lino, a Enrico Damiani Editore e a chi c’era a tutte le tappe della tournée.
In realtà ho anche lavorato a un nuovo podcast, a fasi alterne, per tutto quest’anno. È un podcast su commissione che io e Angelo Zinna abbiamo fatto partendo da un posto che conoscete bene. Trovare idee, far funzionare le cose e renderla una cosa di senso è stato difficilissimo, perché il tema non era facile e il salto dal fare quello che interessa a te al fare quello che ti chiedono gli altri è enorme. Se tutto va come deve andare, lo ascolterete dal 21 marzo.
I podcast Cemento e Kult insieme nel 2025 hanno raggiunto il milione di ascolti: anzi, per la precisione ad ora mentre scrivo 1.004.691, cioè 619.411+385.280. Mi sembra incredibile, anche coi numeri sotto gli occhi, soprattutto contando che quando ci siamo chiamati per discutere l’idea io non sapevo neanche cosa fosse un podcast. Per convincermi, mi aveva detto: «a non fare niente sono bravi tutti». È ancora una delle frasi più importanti che mi siano mai state dette nella vita, a cui ripenso ogni volta che ho paura di fare qualcosa.
Anche quest’anno ho avuto la fortuna di visitare due posti nuovi e di farlo con una certa freschezza e impreparazione - è rigenerante e ti permette di osservare le cose con occhi più ingenui, che a volte servono a togliersi un po’ di pesantezza. Sono stata in Mongolia a luglio e in Eritrea a novembre, due Paesi straordinari in maniera diversa. Di Mongolia ho scritto in quest’altra newsletter.
Nonostante la fatica estrema che richiede, ho continuato a fare scialpinismo e ora mi sono anche iscritta a un corso nella speranza di emanciparmi dal ruolo di zavorra. È stato come se avessi messo le ali e fossi riuscita a vedere - male, imprecando, disperandomi interiormente, lamentandomi e un po’ volendo tornare indietro coperta di vergogna - il mondo da un’altra prospettiva. Una volta abbiamo visto per caso un rarissimo gallo forcello nella neve. Mentre scrivo, sono reduce di un’altra piccola avventura sotto una nevicata e chissà se domani avrò ancora glutei e quadricipiti. È bellissimo, nonostante tutto, e sono felice di non essermi scoraggiata.
La cosa meno piccola e più importante di tutte in questo 2025 è che ho dato una svolta alla mia vita e lasciato Milano, città che non riconosco e a cui non appartengo più. Mi sono trasferita in una valle montana, c’è una persona straordinaria nel mio quotidiano con cui è meraviglioso vivere la vita e tanti nuovi amici molto cari. Negli anni tanto si perde e altrettanto si ritrova. Quando ho perso, non sapevo che stavo in realtà trovando molto di più.
Anche quest’anno ho sostenuto Medici Senza Frontiere e altre ONG e associazioni benefiche. Questa parte buona di mondo non deve morire e noi non possiamo arrenderci di fronte alle prevaricazioni degli imperialismi.
L’ultimo appuntamento con le presentazioni di Socotra è settimana prossima:
22/1 Trieste al Trieste Film Festival, libreria Ubik, con Martina Napolitano e Giorgia Spadoni, ore 18.00
A seguire segnalo due documentari georgiani e armeni al Cinema Ambasciatori: Qartlis Tskhovreba ore 20.00 e Outliving Shakespeare alle 22.00.
A presto e grazie per tutto l’entusiasmo e il supporto, per chi ci ha lasciato una recensione e chi mi ha aspettato alla fine delle presentazioni per un abbraccio.
I programmi dei tour estivi sono già online.
Le iscrizioni invece apriranno il 26 gennaio alle 19.00.
Quest’anno vi porto come sempre in Georgia occidentale, il mio tour preferito, mentre con Gianluca Pardelli apriremo una meta nuova per Kukushka, il Pakistan, focalizzandoci soprattutto sull’area montuosa - e più centroasiatica - del Paese, il Gilgit-Baltistan.
Giugno
27.06 ⇾ 04.07, Belarus, con Gianluca Pardelli, 1490€
Luglio
05.07 ⇾ 17.07, Mongolia, con Manuel Mezzadra, 2450€
26.07 ⇾ 08.08, Georgia Occidentale, con Eleonora Sacco, 1990€
29.07 ⇾ 09.08, Kazakistan e Kirghizistan, con Tommaso Aguzzi, 2190€
Agosto
05.08 ⇾ 16.08, Kazakistan e Kirghizistan, con Vincenzo Santoro, 2190€
06.08 ⇾ 16.08, Serbia e Bosnia, con Giorgia Spadoni, 1790€
09.08 ⇾ 22.08, Georgia Occidentale, con Lucia Bellinello, 1990€
12.08 ⇾ 23.08, Uzbekistan e Tagikistan, con Francesco Giommoni, 1750€
14.08 ⇾ 26.08, Pamir, con Manuel Mezzadra, 2590€
16.08 ⇾ 30.08, Pakistan, con Eleonora Sacco e Gianluca Pardelli, 2490€
19.08 ⇾ 30.08, Uzbekistan e Tagikistan, con Vincenzo Santoro, 1750€
29.08 ⇾ 05.09, Moldova e Transnistria, con Lucia Bellinello, 1490€
Per i tour primaverili, rimangono posti liberi solo per questi tour:
Turkmenistan, 22.04 - 02.05, con Manuel Mezzadra, 2290€ (ultimi 4 posti)
Sofia, 21.05 - 24.05, con Giorgia Spadoni, 225€ (ultimi 3 posti)
Tutti gli altri tour presenti sul sito sono al completo.
A prestissimo!
📖Ho quasi finito di rileggere Regni dimenticati di Gerard Russell, ed. Adelphi, davvero un gran libro che apprezzo ancora di più alla luce degli ultimi viaggi. Chiaramente il punto di vista è quello di un diplomatico inglese - e la sua posizione si sente soprattutto nel capitolo sui samaritani in Palestina -, ma è il suo libro avvincente, scorrevole, ricercatissimo. Le storie di culti le cui radici si perdono nella notte dei tempi dimostrano quanto antiche siano le connessioni tra Asia occidentale e Europa. Dai culti mitraici che arrivarono nell’Impero Romano come costola dello zoroastrismo, ai mandei seguaci di Giovanni Battista che si immergono nel Tigri, fino ai drusi del Libano, gli yazidi del Kurdistan e il popolo kalash delle valli tra Afghanistan e Pakistan. Lettura impegnativa ma imprescindibile per allargare lo sguardo.
📖Mentre ero in Iraq ho letto al volo A Baghdad con le mille e una notte di Carolina Paolicchi (ed. Giulio Perrone Editore, 2025), molto carino e leggero. Una guida per guardare a Baghdad attraverso il carisma e la sfarzosa corte del califfo Harun al-Rashid e le mille e una storie di Shahrazad, che racconta ogni notte fino all’alba per salvarsi la vita.
🗞️L’incredibile storia dei quaranta orfani armeni che contribuirono a fondare la musica etiope. Su Internazionale
🎵Qualche mese fa avevo fatto una playlist della mia musica caucasica preferita: principalmente georgiana e armena, ma con qualche puntatina in Azerbaigian, Cecenia, Circassia, Abcasia, Daghestan, Kuban, un po’ di Kurdistan, Turchia, Iran e non solo. È un bel viaggio, specie se volete poi andare a cercarvi chi sono gli artisti che compaiono - come il primo gruppo rock che cantava in curdo della storia, nato nella Tbilisi sovietica nel 1973 da tre yazidi e un armeno. Oltreconfine, in Turchia, parlare curdo in pubblico sarebbe stato illegale fino al 1993. Nel 1988, Saddam Hussein avrebbe sterminato i curdi dell’Iraq con vari gas tossici. In Urss, non solo i Koma Wetan passavano in televisione, ma erano anche finanziati dallo Stato. D’altronde, è a Tbilisi che si tenne il primo festival rock, nel 1980, ben quattro anni prima che Gorbaciov iniziasse a parlare di perestrojka.
🎵L’incredibile senso di benessere che dà la musica eritrea, dal ritmo che potrebbe continuare per ore facendoti cadere in uno stato di trance. Nel 2025 è mancato Bereket Mengisteab, un pioniere di questo genere.
🎵Per il jazz etiope, a volte quando ascolto Emahoy, una suora ortodossa compositrice, pianista e jazzista, mi sembra di nuotare in un lago dalle acque leggerissime.
🎧In questo periodo ho ricominciato a sentire podcast, o singoli episodi di podcast, dopo una pausa lunga molti mesi in cui non riuscivo ad ascoltare molto. Ho sentito finalmente Il cuore scoperto, podcast in traduzione dal francese creato da Victoire Tuaillon e adattato in italiano dal collettivo Vanvera. Bellissimo, dovremmo ascoltarlo tutt* per relazioni più sane e pacifiche.
🎧In Yemen si sta scrivendo un nuovo capitolo della guerra civile e le cose cambieranno anche per Socotra: gli Emirati Arabi Uniti sono stati cacciati da gran parte dei territori che controllavano e che ora sono passati sotto il controllo dei sauditi. Socotra è tra questi. Il punto di quello che sta succedendo lo fa Laura Silvia Battaglia in questo episodio di Rai Radio 3 Mondo e anche in questo episodio di Il mondo di Internazionale.
🎧Ho scoperto per puro caso Tezeta, associazione italo-eritrea di Roma che si occupa di riscrivere i luoghi di Roma che hanno un’eredità coloniale. Hanno anche fatto un podcast legato al significato della statua di Dogali a Roma. Molto consigliato!
🎧Da non perdere la puntata di Altre Indagini dedicata all’omicidio di Giulio Regeni e agli scandalosi depistaggi che impediscono ancora oggi di avere una completa verità sulla questione. Dal 2024 l’Egitto è tornato nella lista dei Paesi che l’Italia considera «sicuri».
🎧Tra i tantissimi podcast dedicati al trentesimo anniversario del genocidio di Srebrenica e della guerra in Bosnia, mi è capitato di ascoltare Enclave. Sopravvivere a Srebrenica, di Samuele Sciarrillo e Silvia Longo. Un grande lavoro di ricerca e una storia che ne racchiude mille, di cui è fondamentale continuare a parlare anche oltre gli anniversari.
🎧Per approfondire la storia del popolo yazida, e in particolare il recente genocidio che hanno vissuto per mano di Da’esh nel nord dell’Iraq, ho ascoltato il durissimo episodio di Newsroom dedicato al Sinjar. Segnalo che contiene racconti molto vividi di violenza estrema.
🎧Sempre sull’Iraq, questo episodio sintetico ma ben fatto sull’uso che Saddam fece delle armi chimiche contro la popolazione civile curda a Halabja, nel 1988, nell’ambito della guerra Iran-Iraq.
🎬Ultimamente ho esplorato un po’ di documentari di Werner Herzog: ho iniziato da Apocalisse nel deserto, che racconta l’impatto ambientale devastante che ha avuto l’aggressione irachena al Kuwait nel 1990. Imperdibile. Poi ho visto Aguirre, furore di dio (1972), molto bello e ancora più bella la storia di come l’hanno fatto. Poi ho dormito per tre quarti del tempo vedendo Grizzly man (2005) per cui posso solo dire che il tizio su cui è girato il documentario era completamente fuori. Di Werner Herzog avevo visto in passato anche l’intervista a Gorbaciov (2018) e Rintocchi dal profondo (1993), un documentario girato all’indomani della dissoluzione dell’Urss sulla spiritualità in Siberia. Bellissimi entrambi.
Per oggi è tutto, alla prossima!
Eleonora
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