C’è stata una persona, nella mia vita, che aveva l’abitudine di infilare le mani nelle mie tasche. Soprattutto d’inverno, dentro il cappotto o quelle giacche che ti rendi conto essere troppo leggere troppo tardi. Infilava le mani nelle mie tasche e mi baciava.
Le tasche sono spazi intimi e privatissimi. Dentro ci finiscono i fazzoletti sporchi, gli accendini, gli scontrini accartocciati, i bigliettini dei biscotti della fortuna, i bottoni e le monete che qualcun altro troverà per strada.
Ogni volta che dovevo vedere questa persona, io cercavo di ricordarmi di svuotare le tasche, ma immancabilmente me ne dimenticavo. Devo dire che era una fisima solo mia, perché a lui sembrava non interessare l’eventualità di incocciare in micro-oggetti di ogni tipo. Anzi, sorrideva e sembrava dire con quel sorriso compiaciuto “Io lo so che tu sei fatta anche di fazzoletti smoccolati, ma io prendo tutto di te. E per questo mi infilo in un posto in cui nessuno entrerà mai”.
Ed effettivamente è facile entrare negli slip di una persona (signora mia, non come una volta), ma chi si prende la briga di accucciarsi nelle sue tasche? Le tasche sono spazi intimi e privatissimi perché raccolgono ciò che non raccontiamo di noi stessi, ciò che scartiamo e ciò di cui ci dimentichiamo.
Anche i cassetti sono un po’ così. E anzi i cassetti sono i parenti nobili delle tasche, perché dentro ci mettiamo i documenti, i romanzi incompiuti, gli oggetti che ripeschiamo quando qualcuno muore e riaffiora in un paio di occhiali, un vecchio portafogli, una lista della spesa. Nei cassetti abbiamo decretato che finissero i sogni, anche se non sono certa che sia ancora così.
Un’altra cosa intima è il telefono. Nessuno si permette di toccare il tuo telefono. Un po’ perché gli fa comprensibilmente schifo e un po’ perché il telefono è il custode massimo della nostra vita interiore ed esteriore.
Qualche giorno fa, una ragazza conosciuta a un evento ha toccato inavvertitamente lo schermo del mio telefono per indicarmi una cosa. Si è ritratta di scatto e con un moto di profondo rammarico ha chiesto scusa. Un attimo dopo, però, mi ha salutato con un delicato abbraccio. Non sto parlando quindi di una persona che rifugge il contatto. Sto parlando di una persona che – come credo avrei fatto anche io – ha avvertito che questo piccolo oggetto a cui attribuiamo tutti i mali del mondo è qualcosa di assolutamente privato. Quasi quanto le tasche.
In generale, abbiamo trasferito sugli oggetti la sacralità del nostro corpo, sede di trattative piuttosto accomodanti e di passaggi effimeri.
Anche il rapporto più stretto – sentimentale, ma anche di amicizia – può coinvolgere a vari livelli la dimensione fisica, dall’abbraccio in su, ma raramente arriva a prevedere una condivisione di certi oggetti che ci delimitano come individui. E anzi, quando accade, si accende una corrente che ci lega in maniera inaspettata.
Ma l’intimità, mi direte voi, non riguarda solo il corpo, ma anche i pensieri, le emozioni, la condivisione dei ricordi, delle aspettative e dei famigerati sogni nel cassetto, appunto. Beh, vi dirò io, siamo sicuri che i nostri pensieri intimi siano così intimi?
Provate a fare una ricognizione delle cose più oscene o più dolorose che sguazzano nel fondo della vostra persona. Di tutte queste cose, quante sono rimaste solo vostre? Quante sono state offerte a chi amate, o amavate, in maniera profonda?
Quante altre le avete elargite a semisconosciuti al terzo Negroni, a quel collega che mal vi tollerava e che volevate ingraziarvi, oppure a quella persona con cui sentivate una “forte intesa” su Tinder o Hinge, o ancora al vostro analista (unico caso in cui almeno l’avete fatto per una buona causa)?
C’è questa falsa credenza, mi sembra, per cui quando “ti apri” con una persona automaticamente siete legati in maniera speciale. Ma a me pare che ci “si apra” molto facilmente con tutti.
Basti vedere cosa raccontano le persone di sé nei social, non solo nei reel studiati a tavolino per fare engagement, ma anche nei commenti a quegli stessi reel, in cui persone comuni parlano di cose private, esperienze assurde, drammatiche o imbarazzanti, spesso nemmeno schermate da un nickname.
Insomma, il corpo è lì esposto. E più o meno può capitare che ci si incontri in quella sede. I pensieri e le emozioni, poi, non ne parliamo. Anzi, più li mostriamo – soprattutto nell’epoca dell’ostentazione dei traumi o presunti tali – e meglio è.
Cosa rimane di intimo, quindi? Quand’è che possiamo dire di aver trovato una persona – amica o amante, poco importa – che è davvero in intimità con noi?
Non lo so. Mi piacerebbe potervi dire che intimità è prendersi per intero l’altro, fazzoletti sporchi compresi, e avere il coraggio di infilargli le mani in tasca.
Certo. Ma poi finiamo per romanticizzare anche questa cosa qui, facendola diventare l’obiettivo numero uno delle nostre relazioni per poi trasformarla nell’ennesimo trauma da sbandierare in giro.
E poi. Pensandoci bene, dobbiamo per forza cercarla l’intimità assoluta? Questa smania di condivisione degli spazi, dei pensieri, degli oggetti è fattibile in un tempo in cui noi come individui fatichiamo a fare i conti con noi stessi e figuriamoci a prendere in carico i pensieri, i corpi e le tasche degli altri?
C’è una parola che mi ha sempre dato ai nervi. Accettazione. Sia nei suoi aspetti vagamente psicologici sia in quelli religioso-mistici. La trovo inconciliabile con l’indole umana, e con la mia in particolare.
Eppure. L’intimità è una di quelle cose che dovremmo accettare per quello che è: uno spazio fatto di alcune parole, alcune pieghe della nostra pelle e qualche bottone in cui nessuno può arrivare, e che morirà con noi.
È inutile che ci sbracciamo come indiavolati urlando “eccomi, prendimi, ti dico tutto di me, guarda che ferite che ho”.
Per quanto sia quasi contronatura questa cosa – lo so! – conviene accettare che siamo entità parzialmente inaccessibili, e che anche gli altri lo sono.
Ogni tanto accade la magia e ci infiliamo reciprocamente le mani in tasca. Ma anche quando succede, non è detto che vada a finire bene.
Non tutte le magie riescono col buco.

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