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OraBuca · Jul 9, 2026

Tu ce l'hai lo standing?

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Carmela Giglio · OraBuca

Io non penso che vi basti l’emergenza climatica, il carovita, i drammatici buffoni con il ciuffo arancione, i genocidi, i tiranni che un tempo ci prestavano il lettone per le nostre zozzerie.
E nemmeno l’ozempic, i lefebvriani, il matrimonio di Taylor Swift, il concerto di Ultimo.

Secondo me avete proprio bisogno di un altro pezzetto di smarrimento, ma qualcosa che vi tocchi sul personale, perché io lo vedo che in fondo questo caos è diventato di sistema e che siamo tutti così esausti che ci fa ridere quel libro sulla mindfulness poggiato sul comodino, ora che l’unico pensiero-pieno nella nostra mente è: “io-accendere-condizionatore”.

Insomma, siccome a tutto ci si abitua, è quasi ora che il vostro dolore per il mondo torni a essere, almeno per 5 minuti, dolore per voi stessi. E io sono qui ad aiutarvi.

Qualche giorno fa, mentre pagaiavo nelle acque placide di LinkedIn, mi sono imbattuta in un annuncio di lavoro che, tra le abilità richieste, menzionava un “elevato standing”.
Mi sono fermata e ho fatto vagare gli occhi per la stanza, come fanno i pessimi attori nelle pessime fiction di RaiUno quando vogliono mostrare di essere alla ricerca di una verità che, solitamente, riguarda una suora che ha contravvenuto alle regole del convento per salvare una povera ragazza ricattata da uno spacciatore immigrato.

Mi sono fermata, dicevo, e mi sono chiesta: che cos’è di preciso lo standing? E poi, io ce l’ho?

Devo dire che questo termine non mi giungeva del tutto nuovo. L’avevo già captato qua e là, ma non ci avevo mai pensato su veramente.
Infilato così in mezzo a una serie di anglismi e neologismi che più o meno comprendevo, lo standing mi destabilizzava un po’, perché vagamente lo capivo, ma sentivo che me ne sfuggiva l’essenza, semmai ne avesse avuta una (avrei scoperto di no, ovviamente).

Ho deciso quindi di documentarmi su questo concetto. La definizione che ne dà il Dizionario Treccani è la seguente:

ständiṅ〉 s. ingl. [propr., «posizione, situazione», der. di (to) stand «stare, trovarsi»], usato in ital. al masch. – Nel linguaggio di banca, la situazione finanziaria di una persona, o di un’azienda, e quindi anche la sua rispettabilità, la reputazione di cui gode, e la solvibilità.

Ma se chiedo a Claude di “esplodermi” meglio il termine e spiegarmelo in virtù del fatto che l’ho letto in un annuncio di lavoro per una figura senior nell’ambito della comunicazione, la faccenda si fa più interessante:

Prestito dall’inglese (standing = posizione, condizione, reputazione – letteralmente da to stand, “stare in piedi”, “reggersi”), ma nell’uso corporate italiano si è specializzato: non significa “status” in senso ampio, significa presentabilità fisica e comportamentale. È l’erede diretto della vecchia “bella presenza” – solo che quella oggi non si può più scrivere (discriminazione estetica, lookism, ageismo), quindi si è ripulita in inglese asettico.
In un ruolo dirigenziale, significa qualcosa come autorevolezza percepita: la capacità di stare in una stanza con un cliente importante, un’agenzia, un’istituzione, e trasmettere che sei uno di loro. Peso, credibilità, portamento. Il fatto che tu “regga” il tavolo.

La cosa che più mi ha stupito è la componente estetica. Ero convinta che lo standing fosse riferibile quasi esclusivamente alla personalità, come il carisma (o la più recente aura, indagata dall’irreprensibile Diegoli).

Ma con il carisma pisciamo troppo lungo, per dirla come la direbbero nei salotti buoni dei Parioli. Ecco cosa mi dice il mio Claude a tal proposito:

Il carisma è la qualità per cui una persona esercita un’influenza e un’attrattiva particolari sugli altri, che tendono a seguirla, ad ammirarla o a fidarsi di lei. Etimologicamente viene dal greco chárisma, “dono”, “grazia” – e in origine era proprio un dono divino, un favore concesso dall’alto.

Nel Nuovo Testamento i carismi sono i doni dello Spirito (profezia, guarigione, ecc.). L’idea di fondo: una grazia che non ti sei guadagnato, ti è stata data.

È Max Weber a portare il termine nel lessico moderno. Per Weber il carisma è una delle tre forme di autorità legittima (accanto a quella tradizionale e a quella legale-razionale). L’autorità carismatica si fonda non su regole o eredità, ma sulla devozione a una persona ritenuta straordinaria, eccezionale, quasi investita di poteri speciali. Vale per il profeta come per il leader politico o il condottiero.

Oggi diciamo “ha carisma” per chi entra in una stanza e cattura l’attenzione senza sforzo apparente, chi sa trascinare, convincere, farsi ascoltare. È un misto di presenza, sicurezza, capacità comunicativa e qualcosa di indefinibile.

Lo standing non è il carisma, quindi. Semmai ne è una versione prêt-à-porter, come quei ristoranti di pesce sul mare che si vogliono dare arie da stellati infilando ovunque termini come “riduzione”, “spuma” e “bassa temperatura”.

Ho poi pensato che lo standing fosse qualcosa di più pragmatico, una roba da persone che prendono in mano la vita con la stessa prontezza di spirito con cui McGyver allacciava i cavetti di una sveglia per scongiurare l’avanzata sovietica.

Una dote, insomma, che riguardasse la capacità di gestire situazioni umane complesse, come quelle riunioni che si protraggono all’infinito e solo poche persone riescono a far cessare, con la meravigliosa mossa di scivolare all’indietro con la sedia – frrrrrrrrr – darsi delle gran pacche sulle ginocchia – pat – e poi dire “Sah! Va bene! Grazie a tutti!” (Io sono discretamente brava in questo, me lo riconosco).

E invece no. Cercando ancora un po’ il termine in giro, annusandolo in annunci, articoli ecc, credo che alla fine Claude abbia ragione e che lo standing non sia altro che la bella presenza ripulita da ciò che resta delle macerie del Woke, a cui si aggiunge anche un vago tocco di classismo e una spolverata (o una riduzione) di autorevolezza autoattribuita.

Ma che, davero? Che delusione questo triste mondo.

Madonna ritratta da Deborah Feingold nel 1982.

Ecco dunque che torniamo allo scopo di questo pezzo che, come vi ho detto, serve a farvi stare un po’ male.
Perché se lo standing si limitasse davvero solo alla bella presenza, beh, alla fine nulla di nuovo. Questa cosa – discriminatoria e del tutto sbagliata, s’intende – sarebbe gestibile, perché la puoi circoscrivere.

Sullo standing, invece, c’è quel grado di indeterminatezza, quel vapore ambiguo che vi si adagia sopra, rendendoci questa parola nemica: non saremo mai sicuri di avere lo standing.
Puoi essere bello, puoi essere vestito bene, ma magari non la emani quella-cosa-lì.

Lo standing è un po’ il figlio illegittimo degli annunci per le commesse di Intimissimi, ma anche il pronipote di quel brodo iperproteico del lifelong learning, che vive ormai solo di corsi sull’AI e di FOMO sulle soft skills.

Racchiudendo così tante componenti e scivolando su così tanti piani – dalla fighezza al conto corrente presunto – lo standing, infatti, rappresenta il livello finale della nostra rincorsa alla skillizzazione perpetua.
Sancisce la nostra natura di meschini Sisifo costretti a spingere il gravoso masso della perfettibilità del CV, che ricade a valle ogniqualvolta un termine fresco di conio attraversa il firmamento dei reparti People & Culture.

Un masso che qualche coach, da qualche parte nei nostri feed, sarà pronto a sollevare per noi.

Ammettiamolo. Ogni tanto ci piace pensare di essere fascinosi e magnetici, di avere quel sintomatico mistero. Però siamo anche i figli della nevrosi e del rimuginìo costante e quella scintilla che sentiamo di avere, per un attimo, si volge subito dopo in un “Oh, no! Ho fatto una figura di merda”.
Ecco dunque che il concetto di standing, come altri termini nebbiosi, si presta perfettamente ad alimentare le nostre insicurezze, sempre affamate di nuova linfa vitale.

Per questo, mi sono interrogata su me stessa, individuando infine una serie di fattori che mi remano contro.

  1. Ho un nome da vecchia zia con i baffi. Appena mi presento si capisce subito che sono figlia di terroni emigrati nel Nord Italia.

  2. Rido in maniera sguaiata. Se poi l’interlocutore dice una cosa che trovo intelligente/illuminante/divertentissima, ciao.

  3. Parlo velocemente, mi muovo tanto e tendo a tagliare gli orpelli della comunicazione. Molto poco posh.

  4. Mi vesto in maniera tendenzialmente cheap. I gioielletti in acciaio da quattro soldi, il Garmin Forerunner 55 (il modello base), le camicette da diciannoveeuroenovanta.

Insomma, non ho standing. Sapere di non averlo, però, almeno sgombera il campo dall’ennesima incertezza che potrei coltivare.

Giunti a questo punto, capirete bene che non posso esimermi dal chiedere a voi se avete lo standing. Per ogni Call to Action mancata, muore un Content Strategist in zona Tortona.

Scrivetemi quindi come siete messi a standing.

Sono bene accetti commenti passatisti (ah, una volta bastava aver voglia di lavorare!) e aneddoti sulla magnificenza del vostro standing.
Anche se – è risaputo – non conta quanto è grosso il vostro standing, conta quanto lo sapete usare.

Read the original on orabuca.substack.com

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