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Ojalá · Aug 18, 2026

#145 La frontiera

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Alice Orrù · Ojalá

Ciao! Nell’ultimo episodio di Ojalá ho condiviso un’idea per continuare a far circolare Scrivi e lascia vivere nel modo più accessibile che conosco: inserirlo nei circuiti delle biblioteche pubbliche. Grazie a tutte le persone che mi hanno segnalato biblioteche e altri progetti di fomento alla lettura. A fine agosto farò partire gli invii delle mie copie del libro.

Per tutta l’estate Ojalá uscirà in modo discontinuo, non settimanale. Continueremo a sentirci, ma con tempi più lunghi e newsletter più brevi. Nel frattempo puoi sempre scrivermi via email per dirmi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto:

Scrivimi

  • Un episodio che era fermo da inizio agosto: quanto tempo ci vuole per trasformarsi da persona a migrante?

  • Il ricordo del lavoro di Alessandro Leogrande, alcuni passaggi dal suo indimenticabile La frontiera.

  • Una donazione. Una campagna sulla povertà estiva. Un film tedesco.

  • Per recuperare altri episodi di Ojalá sul tema delle migrazioni, l’etichetta da seguire è “giustizia sociale”.

(L’immagine di copertina su Substack viene dall’archivio fotografico della NASA su Unsplash.)

Ho iniziato a scrivere questo episodio di Ojalá lunedì 3 agosto, vigilia del mio quarantaquattresimo compleanno, subito dopo la sigla del tg delle tredici su TV3Cat. Le notizie del giorno erano ancora rivolte a Ceuta, sullo schermo le immagini delle migliaia di persone che uscivano dal mare dopo ore di attraversamento a nuoto; stavano finalmente oltrepassando il pontile di El Tarajal e calpestando suolo spagnolo. Una crisi umanitaria in pieno, confusionario e tremendo svolgimento.

Quel giorno ho scritto di getto, infuriata e ferita, con le orecchie attente a carpire le parole usate dai media per parlare della situazione. Ne ho scritto e poi mi sono fermata a respirare per calmare il corpo ma anche il testo, che aveva bisogno di sedimentare.

Non c’è stato canale televisivo, né spagnolo né italiano, che non abbia descritto le persone arrivate a Ceuta unicamente come “migranti”. Non è mancato chi, con la solita malafede, ha scelto direttamente il termine “clandestini”.

Nel giro di una diretta televisiva, quelle persone si erano già trasformate in mostruosità migrante. Etichettate in massa, disumanizzate, perse dentro un racconto allarmistico che non aveva interesse a raccogliere i loro nomi né le loro storie. Erano solo migranti, bersaglio facile di incendiari discorsi d’odio da parte delle istituzioni e dell’opinione pubblica.

Migrante non è una parola offensiva, è descrittiva: si riferisce alle persone che lasciano il loro luogo di nascita o residenza per stabilirsi altrove. Eppure la storia recente delle migrazioni, in particolare quelle che interessano l’area del Mediterraneo, ci ha assuefatti al suo uso sostantivato strumentale e peggiorativo.

Ricordo un editoriale di dieci anni fa su Al Jazeera, firmato da Barry Malone1 durante la crisi delle persone rifugiate in Europa: Why Al Jazeera will not say Mediterranean ‘migrants’. C’era questa frase, che traduco:

Il termine generico “migrante” non è più adeguato per descrivere l’orrore che si sta consumando nel Mediterraneo. Si è evoluto dalle sue definizioni dizionariali fino a diventare una parola strumentale che disumanizza e allontana, un termine palesemente dispregiativo.

Nelle cronache di queste settimane, l’assenza del sostantivo “persone” per descrivere quegli individui di ogni genere ed età — alcuni esultanti per avercela fatta, altri disperati per aver perso la persona che nuotava con loro — è stato apabullante, direbbero qui. Un’assenza schiacciante.

In questo contesto, “persona” non annacqua, ma riconosce dignità e diritti prima che entrino in gioco le definizioni legali (rifugiati, richiedenti asilo, ecc.):

Non mi soffermerò sul disgusto che ho provato per tutto il resto: le analisi geopolitiche in formato carosello tirate su nel giro di qualche ora da chi nemmeno aveva l’esperienza per parlarne; le ridicole dichiarazioni politiche; la vergognosa quanto inutile interruzione degli accordi di Schengen da parte del governo italiano.

Mi chiedo, sapendo in fondo già la risposta, quanto ci voglia ormai per perdere lo status di persona e i diritti (teoricamente) inviolabili che alleghiamo a questa parola.

Ho sentito il bisogno di tornare a leggere qualche passaggio de La frontiera di Alessandro Leogrande (Feltrinelli, 2015), un testo che è stato fondamentale per farmi comprendere meglio l’origine dei viaggi disperati — marittimi o via terra, non importa — verso l’Europa, oltre la frontiera immaginaria e ambigua che separa e insieme unisce il nord dal sud del mondo. Quel sud che innesca nella “democratica Europa” assordanti discorsi d’odio e di grettezza umana.

Nelle prime pagine del libro, Leogrande ricorda il primo incontro con Shorsh, un uomo curdo arrivato a Roma, profugo. Siamo alla fine degli anni Novanta e Leogrande, ancora studente universitario, lavora come volontario in una scuola d’italiano per persone immigrate:

In breve tempo le aule si erano riempite di decine di profughi come Shorsh, e ci era parso di soccombere di fronte alla crescente difficoltà di sciogliere le reciproche incomprensioni linguistiche. […]

Per la prima volta, quella sera, ebbi la sensazione di quanto fosse difficile capire la vita prima del viaggio, l’ammasso di eventi che precede ogni partenza, per decine, centinaia di migliaia di migranti che si riversano ai confini della frontiera europea. Eppure nessuno inizia a vivere nel momento in cui l’imbarcazione che lo trasporta appare davanti alle nostre coste: il viaggio ha avuto inizio prima, anche anni prima, e i motivi che l’hanno determinato sono spesso complicati.

— pagina 13

Nessuno inizia a vivere nel momento in cui compare sui nostri schermi.

La frontiera è un reportage giornalistico a tratti narrato come un romanzo, un racconto sfaccettato e profondo di certe migrazioni e del motore che le muove, supportato da dati e storie personali:

Ascoltare dalla voce di chi ha oltrepassato i confini come essi sono fatti. Come sono fatte le città e i fiumi, le muraglie e i loro guardiani, le carceri e i loro custodi, gli eserciti e i loro generali, i predoni e i loro covi. Come sono fatti i compagni di viaggio, e perché — a un certo punto — li si chiama compagni.

Come sono fatte le barche.
Come sono fatte le onde del mare.
Come è fatto il buio della notte.
Come sono fatte le luci che si accendono nell’oscurità.
Quelle voci sono plasmate con la stessa pasta dei sogni. Si riempiono di rabbia e utopia, desiderio e paura, misericordia e furore.
[…]
È la frontiera.
Per molti è sinonimo di impazienza, per altri di terrore. Per altri ancora coincide con gli argini di un fortino che si vuole difendere. Tutti la mettono in cima alle altre parole, come se queste esistessero unicamente per sorreggere le frasi che delineano le sue fattezze.
La frontiera corre sempre nel mezzo.
Di qua c’è il mondo di prima. Di là c’è quello che deve ancora venire, e che forse non arriverà mai.

— pagina 313

L’immagine della frontiera che corre nel mezzo va in onda in live streaming. C’è un video breve, pubblicato due settimane fa dall’associazione No Name Kitchen che non mi tolgo dalla testa: soldati dell’esercito spagnolo presidiano la battigia di El Terejal a Ceuta. I soldati reggono il mitra e tengono lo sguardo su centinaia di persone che hanno ancora i piedi in acqua. Traduco un pezzetto del post:

Non siamo qui per spiegare i motivi geopolitici di quanto sta accadendo, ma per raccontare ciò di cui siamo testimoni.

I soldati se ne stanno lì, con le borracce in mano. Ai bambini a pochi metri di distanza — fradici, tremanti, alcuni a malapena si reggono in piedi dopo ore trascorse in acqua — non viene offerto nulla. Nessuno offre loro acqua né una coperta. Nessuno chiede loro di cosa abbiano bisogno.

Non si tratta solo di compassione. È una questione di diritto.

Seguo da anni il lavoro di No Name Kitchen e di recente ho fatto una donazione alla loro campagna di organizzazione degli aiuti alle persone rifugiate a Ceuta: se anche a te va di contribuire, qui trovi il link per donare.

Primo piano di una labrador color cioccolato che dorme tenendo tra le zampe il suo peluche preferito.
La mia cagna dormiente, Uras.

L'unica componente della famiglia che può dormire sogni sereni a ogni ora del giorno. Che non deve preoccuparsi di frontiere, interruzioni di spazio Schengen, carte d'identità scadute e non rinnovabili se non pagando un viaggio in Italia, discorsi d'odio e miserie umane.

Scrivo di preoccupazioni per le frontiere e di sospensione di Shengen non perché mi tocchino a livello personale.
Ho un passaporto bordeaux, sono una donna bianca: dover passare per procedure di controllo documenti che chiaramente non hanno me come target è, per quanto mi riguarda, un intoppo minore.

La profilazione razziale, invece, quella sì mi preoccupa e mi disgusta: vedere quanto supporto riceve a livello istituzionale e di opinione pubblica, quanto è sempre più sfacciato l'attacco ai diritti civili e di libero movimento, mi mantiene in allarme. Cada vez más.

  • L’altra parola insopportabile che si è fatta spazio in queste settimane durante i fatti di Ceuta è “invasione”. Termine che, come scrive Pablo Muños Rojo in questo articolo per El Salto, «trasforma un fenomeno sociale in un problema militare». Ti consiglio di leggere tutto il pezzo, con l’aiuto del traduttore automatico se non conosci lo spagnolo, ma ecco una frase che ci tengo a sottolineare:

Quando un corpo viene presentato come una minaccia, certe reazioni cominciano a sembrare normali. La sorveglianza smette di essere un’eccezione. La militarizzazione smette di essere scelta politica e viene presentata come necessità inevitabile. La violenza smette di essere una violenza esercitata su persone specifiche e inizia a essere giustificata come difesa di fronte a un pericolo più ampio.

  • The elephant in the room, campagna estiva di Save The Children UK per aiutare le famiglie più vulnerabili a parlare di povertà ai loro bambini:

  • I was, I am, I will be: film del 2019 diretto da Ilker Çatak, che ha per protagonista Baran, un sex worker turco, e Marion, una pilota d’aerei tedesca. La loro storia d’amore si muove tra due culture, uffici immigrazione tedeschi, circoli di diffidenza e difficoltà burocratiche: è un film con molti difetti di narrazione, a mio parere, ma allo stesso tempo apre uno spazio di verità poco raccontato — e per questo l’ho apprezzato.

Per oggi chiudo qui, ci risentiamo presto. Vuoi scrivermi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
Rispondi a questa email o scrivimi su ojala [at] aliceorru.me 📧

Questo numero ti è piaciuto? Fallo girare!

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Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟

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Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice

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Un giornalista che stimo molto e che ora seguo grazie alla sua newsletter quotidiana Proximities.

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