Ciao!
In queste settimane mi sto dedicando a tirare un filo di parole che tenevo in caldo da tempo: parlano di migrazioni, viaggi, gentrificazioni e allontanamenti. La prima parola è stata guiri, una delle prime che si imparano emigrando a Barcellona; poi è toccato a expat, parola che di recente è riemersa con una veemenza spiegata dalla crisi — economica, abitativa e di accoglienza — che viviamo in questa parte “occidentale” di mondo.
Oggi termino con una parola plurale — perché non esiste un unico modo di viverla — e dolente, che parla di allontanamento dalla terra di origine: distérru, da cui attingo l’aggettivo disterrata, che dice molto di certe vite del sud, in Italia ma non solo.
📣 Prima di iniziare, un’informazione che può essere utile a te che leggi Ojalá e hai a cuore la comunicazione accessibile e inclusiva.
Codici, organizzazione indipendente che cura percorsi di ricerca e trasformazione in ambito sociale, sta promuovendo insieme ad Associazione Fedora la call Complicare è facile:
Con questa call cerchiamo pratiche e ricerche che esplorino diversi aspetti della comunicazione accessibile e inclusiva: le parole e i contenuti, i simboli e le immagini, le scelte grafiche, i supporti e i formati, così come i modi in cui i contenuti vengono organizzati e presentati.
Ci interessano approcci nella comunicazione che rispettano e valorizzano le molteplici identità, i bisogni e le esperienze delle persone.
Cerchiamo pratiche e ricerche che possano essere una guida per comunicare in modo chiaro, così che tutte le persone possano capire e utilizzare quello che stanno leggendo o ascoltando.
Le proposte vincitrici otterranno una borsa di ricerca da 2.000 euro lordi e verranno accompagnate da Codici e Associazione Fedora nella comunicazione pubblica dei progetti.
La call scade il 17 maggio: qui trovi tutte le informazioni per partecipare.
Distérru, una definizione in sardo con traduzione.
Sardo e spagnolo che si parlano tra exilio e destierro. Ritorna Gloria Anzaldúa.
Quali parole scegli per parlare della tua esperienza migratoria? Per quanto mi riguarda, emigrata e immigrata sono le parole in cui mi sento comoda.
Due contributi, due doni a Ojalá:
Migrante e disterrato, un’esperienza cubana, di dario zeruto.
Disterru e la terra che manca sotto i piedi, di Alessandra Saiu.
Dignità: una conversazione con Lea Ypi durante il book club di Feltrinelli Editore.
Altre letture e visioni per approfondire.
Cominciamo! 🍉
Dice il ditzionàriu in lìnea de sa limba e sa cultura sarda — il dizionario online della lingua e cultura sarda:
distérru, n.m., su che bogare, leare e istesiare cun sa fortza a unu o fintzes gente meda de logu suo a logu istràngiu po chi no potzat fàere che in logu e cun gente chi connoschet, o su chi onestamente dhi aggradat o serbit, mescamente po no fàere umbra a su guvernu, o po dh'isfrutare: fintzes su logu de custu istare atesu; su èssere emigraos, in logu angenu po trebballu, po bisóngiu.
Dis-, prefisso di separazione. Separazione dalla terra.
Su distérru, che in italiano mi piace rendere come sradicamento, in sardo è parola viva, presente, per descrivere la condizione che riguarda molte persone nate sull’isola: l’emigrazione che è allo stesso tempo scelta e condizione così radicata nella nostra storia da essere una presenza familiare, incastonata come fossile nell’esperienza isolana.
Che sia per necessità, per lavoro, per storia familiare o amicale, non credo esista una persona sarda che non abbia mai fatto i conti con il concetto di emigrazione e con lo sradicamento che ne consegue.
Mi arrabatto in uno scomodo esercizio di traduzione dal sardo, lingua con cui per ragioni storiche e culturali1 non ho mai familiarizzato davvero (cosa che mi pesa particolarmente):
distérru:
allontanare, portare via, rimuovere con la forza una persona o anche molte persone dal proprio luogo verso un luogo straniero, affinché non possano agire come farebbero nel luogo d’origine e tra la gente che conoscono, o fare ciò che onestamente le aggrada o serve, soprattutto per non gettare ombra sull’operato del governo o per sfruttarle;
il luogo di destinazione della migrazione;
l’essere migrante in luogo straniero per lavoro o per necessità.
Distérru come azione, luogo ed esistenza: una polisemia familiare che per troppo tempo ho portato addosso senza saperla condensare in una parola sola. L'ho imparata dalle mie amiche sarde, che invece la usano e la tengono viva:
È stata poi Gloria Anzaldúa a mettermi per la prima volta di fronte alla parola destierro, nel suo spagnolo mestizo, che di nuovo incontra il sardo in territori che non mi aspetto.
Nella traduzione italiana che Paola Zaccaria ha fatto di Borderlands/La Frontera: The New Mestiza (Black Coffee, 2022), leggo:
I gringo, bloccati nell'invenzione della superiorità bianca, assunsero il controllo assoluto del potere politico, spogliando indiani e messicani della terra in cui erano ancora radicati. Con el destierro y el exilio fuimos desuñados, destroncados, destripados – fummo strappati dalle radici, mutilati, sventrati, spogliati e separati dalla nostra identità e dalla nostra storia.
Anzaldúa sta parlando della spoliazione delle popolazioni messicane e indigene del Texas nel corso dell'espansione angloamericana verso ovest nel XIX secolo, quando il territorio era messicano e abitato da tejanos, messicani di nascita o discendenza radicati lì da generazioni. Nell’esperienza dei tejanos, che persero le terre per mano statunitense e si ritrovarono stranieri in casa propria, destierro ed exilio diventano due facce della stessa violenza: la terra sottratta a chi la cura da generazioni, l’esilio forzato sullo stesso territorio in cui si vive.
(E come ogni volta rimango interdetta davanti alla somiglianza tra le esperienze di perdita e dolore di chi vede portarsi via la terra da parte di chi arriva a occuparla con forza e violenza.)
Dell’opera di Anzaldúa, della lingua come terra di confine e del grande lavoro di traduzione di Zaccaria, avevo parlato in questo episodio di Ojalá:
💭 Gli ultimi due numeri di Ojalá hanno dato vita a intense conversazioni sulle parole della migrazione: le puoi recuperare tra i commenti e tra le note di Substack. Me encanta capire come ogni persona che fa esperienza di emigrazione si percepisce e quali parole predilige per descrivere il suo vissuto.
Per quanto mi riguarda, emigrata e immigrata sono le parole in cui mi sento comoda.
Scegliere di chiamarmi "immigrata" è una scelta politica precisa: è parte della mia storia familiare e del territorio da cui vengo, segnato per decenni dai fenomeni migratori. Chiamarmi in altro modo significherebbe, nel mio caso, annacquare il racconto di quel percorso.
Quali sono le tue parole?
È una giornata di festa, brezza marina e patatas bravas, quella in cui il mio amico dario zeruto — artista cubano di base a Barcellona — ci racconta della sua ultima visita alla famiglia a Cuba: un viaggio avvenuto proprio durante uno (l’ennesimo) dei periodi più difficili per l’isola.
Il suo racconto gira inevitabilmente attorno alla complessità dell’esperienza migratoria in quanto persona cubana. Gli chiedo di trascrivere parte di quella conversazione e di regalarla a chi legge Ojalá. Eccola, tradotta da me:
Penso che per qualunque emigrante, soprattutto quando proviene dal Sud globale, emigrazione e destierro camminino mano nella mano.
Per persone come me, originarie di Cuba, l’emigrazione e il destierro assumono una dimensione più drammatica. Se consideriamo la migrazione come frutto di una decisione personale ma influenzata dalle condizioni sociali in cui si vive, arriviamo inevitabilmente alla condizione di destierro: emigrare diventa un processo forzato.
Sono emigrante cubano e in quanto tale ho affrontato, come qualsiasi altra persona migrante, il processo di adattamento a una nuova vita e il dover essere accettato dalla società che accoglie. In parallelo, però, ho vissuto il dramma di diventare un “appestato” per il mio Paese di origine, o meglio, per lo stato che ufficialmente rappresenta la mia origine.
Negli ultimi decenni l'emigrazione cubana ha attraversato diverse fasi di questo parallelo processo di destierro: dall’assurda perdita della nazionalità, per cui lo stato originario — nella sua ossessione punitiva per un tuo presunto tradimento al sistema — ti priva della cittadinanza negandoti il rinnovo del passaporto, fino al maltrattamento negli uffici consolari.
Storicamente, emigrare da Cuba ha significato ricevere l’accusa di tradimento dello Stato ed entrare nella categoria delle “scorie”: una parola brutale che il governo ha usato per disumanizzare e delegittimare le persone emigranti e che viene pronunciata ancora oggi.
Essere cubano ed emigrante significa vivere una fatica duplice: quella che accomuna ogni emigrante nel Paese d'arrivo, e quella con il luogo che ha lasciato. Significa vivere con il timore che qualsiasi tua azione possa ripercuotersi sulla famiglia che ancora vive a Cuba; significa temere le pratiche al consolato e dopo ogni interazione avere la certezza che per lo Stato cubano continui a essere una persona sgradita.
Il diritto di tornare a vivere sull’isola non è stato sempre garantito, anzi: per molto tempo è stato negato e al momento è reso ancora più complicato da una umiliante trafila burocratica.
Il diritto di tornare a visitare l'isola, invece, è stato conquistato come moneta di scambio durante le numerose crisi economiche che il sistema ha subito in questi anni: molto è dipeso da quanto il regime ha avuto bisogno dell’apporto economico delle persone emigrate, le stesse che ha disprezzato e a cui ha negato semplici diritti. Siamo passati dal non poter tornare al poterlo fare solo dopo aver chiesto un visto di ingresso: condizioni assurde, a cui la gran parte delle persone migranti del mondo non sono sottoposte.
È pratica comune dello stato cubano quella di far sentire l’emigrante una persona disprezzata dal sistema, indipendentemente dalle condizioni di emigrazione. Ogni pratica in consolato, ogni atterraggio in un aeroporto cubano, si convertono in momenti di tensione per noi che non viviamo più sull’isola. Negarci il diritto di stare con i nostri familiari — a seconda del rapporto che questi hanno con il regime — è il miglior esempio di come, per l'apparato repressivo cubano, siamo persone appartenenti a una categoria da punire.
Per persone come me — che nonostante l’oppressione del regime e la nostra opposizione continuano a mantenere un pensiero e ideali di sinistra — il destierro assume anche un'altra forma: quello alimentato dalle sinistre dei Paesi in cui emigriamo. Con la loro posizione di sostegno al regime, o la più sottile assenza di condanna, ci espellono dalle loro file, ci considerano a loro volta traditori e delegittimano la nostra esperienza di disterrati. L’esclusione da entrambi i mondi, quello di origine e quello di immigrazione, è il volto più poliedrico del nostro destierro.
(Grazie infinite, dario 💜)
Ho iniziato questo numero di Ojalá scrivendo in sardo perché è nella relazione con la Sardegna che ho appreso le sfumature de su distérru e le ho interiorizzate con le mie scelte negli anni a venire.
La terra che manca sotto i piedi è un sentire che accomuna molte persone emigranti, sarde e non: quando tre giorni fa ho ritrovato la metafora nelle parole di Alessandra Saiu, che raccontava su Instagram una sua recente esperienza di lutto, l’ho sentita molto vicina. Le ho chiesto di contribuire a questo numero di Ojalá e lei ha molto gentilmente accettato perché, come mi ha detto, il personale è politico.
Alessandra ha 34 anni, viene da Iglesias ma vive a Padova da una decina d’anni: è lì che ha scoperto di essere sarda. Sui suoi social spesso racconta la sua esperienza di distérru e prova a spiegare agli amici perché Sardìnnia no est Italia. La ringrazio tantissimo per aver donato le sue parole a questa Ojalá:
Quando manca davvero la terra sotto i piedi de is disterraus, cioè i sardi senza terra, gli sradicati, gli emigrati? Nei momenti di gioia e in quelli di dolore della propria famiglia o comunità, quando calpestare lo stesso suolo permette di guardarsi, toccarsi e respirare la stessa aria.
È inevitabile: più si va avanti negli anni di disterru più si perdono pezzi e le corse rocambolesche dall’aeroporto alla chiesa si moltiplicano. Si impara presto che è sempre bene conservare dei giorni di ferie perché partecipare a un funerale non si fa in giornata quando devi raggiungere l’isola. Senti il bisogno di tornare e di torrai gràtzias alle persone che hanno contribuito a crescerti, allora incastri orari, lavori, crisi mondiali, inflazione e speculazione pur di tornare a casa.
Manca la terra sotto i piedi quando sei costretto a dire addio in anticipo con gli occhi, facendo finta che sia un saluto come gli altri a parole. Manca quando ti metti in un aereo pieno di turisti alti, grossi, invadenti che pregustano la vacanza, mentre tu maledici la schifosissima mezz’ora di ritardo del tuo volo che può fare la differenza tra il prenderti almeno un piccolo pezzo del dolore che i tuoi cari hanno sopportato per giorni in un obitorio oppure restare col ricordo di una chiamata ricevuta prima di timbrare l’ingresso al lavoro.
Con le due lacrime che ti sei concessa di versare fuori dall’ufficio, rimandando il pianto perché bisogna viaggiare e non ci si può disfare.
Manca ancora sotto i piedi quando finalmente atterri e fremi dietro al turista che si attarda sulle scalette, poi la tocchi quella terra e devi correre veloce perché hai dieci minuti prima che chiudano la bara. Corri e scansi uomini alti in giacca e cravatta che si irritano non capendo la tua fretta: dov’è la vita lenta sarda?
Corri pensando che avresti dovuto prenotare prima o forse dopo, alle ferie contate, che c’è solo un ca**o di volo al giorno, ai prezzi pompati e al permesso per lutto che non ti spetta perché lo Stato regola anche i morti che hai il diritto di piangere, giudica la prossimità e misura l’amore in gradi di parentela.
Poi c’è la famiglia che ti accoglie: tuo cugino che ti prende lo zaino, che non c’entra niente col vestito elegante che indossi già dalla mattina, e ti dice che hai ancora tempo, che ha chiesto di aspettarti e puoi vedere tuo zio. La terra torna, i piedi sono al sicuro. Puoi piangere, puoi abbracciare, puoi sostenere.
Il giorno dopo disfi le corone di fiori con loro e prepari piccoli omaggi per le tombe dei parenti, dei conoscenti e degli affetti del defunto, che sono anche i tuoi. Rendi grazie e li saluti con quei doni profumati della tua terra, il cerchio si chiude e tu, nonostante tutto, ne fai ancora parte.
A zio Oscar per esserci stato, per avermi salutata a Pasqua e per avermi aspettata un’ultima volta.
I racconti di migrazione e delle radici che si allungano tra terre e confini mi stanno accompagnando con una certa insistenza, in questa fase della mia vita.
Mentre leggo e scrivo sul tema — pagine che chissà come troveranno la luce, un giorno — qualche giorno fa ho anche ricevuto un invito dal team social di Feltrinelli Editore: ho partecipato all’incontro del suo book club online per parlare di Dignità, il nuovo romanzo di Lea Ypi. Tradotto da Elena Cantoni, esce in Italia proprio oggi, 12 maggio.
Al centro di Dignità ci sono Leman, la nonna paterna dell'autrice, che incontriamo fin dall'infanzia a Salonicco e dopo l’emigrazione a Tirana, e la stessa Ypi, che ne ricostruisce la vita tra ricerca storica e immaginazione letteraria. Ma è soprattutto la complessità della memoria familiare a sostenere questa storia di radici, destierro e segreti: quante cose non sappiamo delle persone che amiamo o abbiamo amato? E con quale diritto morale giudichiamo le loro scelte, soprattutto quando non possiamo più fare loro le domande che contano?
Sapeva di non voler restare a Salonicco ma non aveva deciso dove andare. In ogni ambito della sua vita si sentiva diversa.
A scuola gli insegnanti la chiamavano “l’albanese”, ma lei non riusciva a visualizzarsi come tale. Non era qualcosa in cui si riconoscesse, solo un’etichetta che altri avevano deciso di darle. In Albania non ci era mai stata. La gente là avrebbe capito le sue parole, il suo modo di esprimersi? Avrebbe trovato divertenti le sue battute? Oppure avrebbe giudicato strano e ridicolo il suo accento, come il dottor Elias quando parlava francese? Le avevano insegnato che bisognava amare il proprio Paese, ma qual era il suo? La patria era solo un’idea dentro la sua testa oppure un posto reale nel mondo?
— Dignità, Lea Ypi, (p. 126), Feltrinelli Editore, trad. Elena Cantoni.
Insieme ad altre lettrici, ho conversato per un’oretta con Lea Ypi di memoria ed eredità familiare, di cura nelle ricerche storiografiche e narrazioni filtrate dalla polizia segreta albanese sulle spie comuniste, nonché delle meraviglie del multilinguismo.
Il mio momento preferito è stato quando Ypi ha provato a spiegare il suo arzigogolato processo creativo da persona multilingue e policulturale: durante la stesura di Dignità, scritto originalmente in inglese, è passata spesso all’albanese per ricreare con spontaneità i dialoghi e affondare nei ricordi più emotivi, e all’italiano — lingua dei suoi studi durante il periodo di emigrazione in Italia — per ritrovare il flusso nei momenti in cui la scrittura si bloccava. (Io così: 😍)
Un ottimo riepilogo del suo approccio alla scrittura multilingue e alla traduzione dei suoi testi si trova in questo dialogo tra Lea Ypi, Joy Williams e Julia Wiedlocha pubblicato da The Dial.
(Le ho fatto anche una domanda sulla responsabilità di farci portatrici di speranza senza forzare l’ottimismo, ispirata alla lecture di cui avevo parlato qualche episodio fa: Sbentiare.)
⏸️ Se apprezzi il mio lavoro e leggi con interesse Ojalá, hai mai pensato di sostenerla economicamente? Con 40 euro sostieni questo progetto per dodici mesi: in cambio hai accesso all’archivio completo degli episodi e alla mia biblioteca digitale con le risorse che alimentano questo progetto.
L’emigrazione è un tema ricorrente su Ojalá, oltre che fondante nella mia storia familiare: delle parole con cui emigriamo avevo parlato a inizio 2023, ripercorrendo alcune storie annotate durante i miei due viaggi a Melbourne.
C’è poi il sexilio, una parola che in italiano non esiste ma che racconta un fenomeno presente: l’emigrazione delle persone LGBTQIA+ dal loro luogo di origine per cercare ambienti più sicuri e accoglienti in cui vivere.
C’è una frase della protagonista di Cenere in bocca, romanzo che non riesco a dimenticare della messicana Brenda Navarro, che racchiude il destierro in sette righe:
Da quando eravamo arrivati in Spagna eravamo come amputati, ma senza diagnosi. Era come se ci mancasse qualcosa, ma tutti lo negavamo. Mancarci qualcosa? Al contrario! Se avevamo avuto tutto: una casa, i documenti, la mamma! Cosa ci potevano amputare? Be’, il Messico, pensavo io. Ci amputano il Messico. Non il Messico come paese, però, ma nel senso di quella che chiamano saudade. Ti viene la saudade, ti ammali, muori un poco.
— Cenere in bocca, pag. 101.
(Questo romanzo, edito da La Nuova Frontiera e tradotto da Gina Maneri, è anche il libro di maggio di Chispas, il club online del libro iberico.)
Mi è piaciuto questo pezzo sulla «complessa altisonanza del termine distérru» scritto da Mariella Cortes, autrice sarda ed emigrata anche lei:
Il trascorrere del tempo dimostra quanto già sappiamo: i sardi hanno la capacità di far crescere radici forti anche oltre le coste isolane; radici che però, per le misteriose vie della Terra, tornano sempre in Sardegna. È questa vicinanza-lontananza ad alimentare il senso di disterru inteso come un torto, come se non fossimo stati noi, ma altri, a decidere di andar via, di emigrare.
La mia newsletter preferita per scoprire nuove letture sul tema dell’emigrazione è Immigrant Strong di Vesna Jaksic Lowe.
Se oggi dovessi consigliare un film sull’emigrazione, il primo che mi verrebbe in mente è Muy lejos (Molt lluny, nella versione originale in catalano), diretto da Gerard Oms: il regista si ispira alla sua storia personale per raccontare l’emigrazione di Sergio, millennial che durante un viaggio in Olanda decide senza premeditazione di rimanere a vivere a Utrecht.
Per questa settimana chiudo qui.
Vuoi scrivermi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
Rispondi a questa email o scrivimi su ojala [at] aliceorru.me 📧
Questo numero ti è piaciuto? Fallo girare!
Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
Se ormai conosci Ojalá e apprezzi il mio lavoro, dai un’occhiata al piano a pagamento: con 40 euro sostieni questo progetto per un anno intero e hai accesso a tutte le risorse originali, passate e presenti, che condivido.
Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice
Nota per me stessa, prima di tutto: un giorno mi piacerebbe scrivere del mio rapporto con il sardo e delle ragioni per cui non l’ho mai parlato né imparato davvero. E del perché invece ora ne sento il bisogno.

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.