Ciao!
La scorsa settimana ho iniziato a tirare un filo di parole che tenevo in caldo da dodici mesi: parlano di migrazioni, viaggi, gentrificazioni e allontanamenti. La prima parola è stata guiri, una delle prime che si imparano emigrando a Barcellona. Guiri: linea di demarcazione tra chi migra per restare e chi passa in città solo per turismo.
Oggi continuo con una parola che rimbalza tra blog, riviste di viaggi e pure manifestazioni di protesta: expat. Non è una parola nuova, ma di recente è riemersa con una veemenza spiegata dalla crisi — economica, abitativa e di accoglienza — che viviamo in questa parte “occidentale” di mondo.
Nel 1972 già si scriveva di expat che sceglievano Barcellona come destinazione conveniente.
Expat è una parola che non sta ferma. Più si cerca di definirla, più scivola via con sfumature non previste.
Non è forse questo il destino di tutte le parole che cercano di incasellare le persone in formine a stampo unico? Un esempio dal podcast Ciberlocutorio.
E una lettura che condivido di Jose Mansilla: forse ci stiamo preoccupando più del dito che della luna.
La luna: le scelte istituzionali che fomentano un sistema iniquo (e pure le distinzioni tra expat e persone migranti).
Da una conversazione con Valeria Pecorino, amica emigrata anche lei a Barcellona, è nato un testo che prova a rispondere all’annosa domanda: Di dove sei?
Altre letture e visioni per approfondire.
Anche se i nuovi expatriates vengono solitamente descritti come giovani, brillanti e dalle folte chiome, in rotta verso orizzonti più ampi e alla ricerca di nuove opportunità, chi emigra a Barcellona ha più spesso tra i 40 e i 50 anni: una sorta di versione calva della Beat Generation. […]
[A Barcellona] è possibile trovare un appartamento ammobiliato nuovo di zecca con otto stanze, tre bagni, terrazza e piscina condominiale per meno di 500 dollari al mese. Se si rinuncia alla piscina e a un bagno e mezzo, per circa 200 dollari si riescono a trovare la stessa superficie e quasi gli stessi arredi in un edificio più vecchio.
Il cibo costa il 25% in meno che negli Stati Uniti; il vino e i superalcolici (tranne lo scotch) sono incredibilmente economici e l’assistenza sanitaria non è disastrosa. Viaggiare costa poco, i ristoranti e gli hotel hanno buoni prezzi e, per 75 centesimi l’ora, chiunque può permettersi almeno una domestica part-time.
Così iniziava Barcelona: A New Life — Will It Work? (“Barcellona, una nuova vita: funzionerà?”), l’articolo del New York Times di cui ho appena tradotto l’incipit: datato marzo 1972, il pezzo affrontava il nuovo fenomeno expat dagli USA a Barcellona e offriva consigli a chi stava pensando di fare il gran salto.
Il target era un pubblico della classe media che stava facendo i conti con la fine di un’illusione dopo la grande crescita degli anni ‘50 e ‘60: persone che avevano investito parte dei loro risparmi nella casa o in piccole aziende e ora, con l’inflazione galoppante dei primi anni ‘70, vedevano erodere il valore reale dei loro risparmi. Persone che non guardavano all’emigrazione in Spagna con uno sguardo bohémien da intellettuale in fuga: si sceglieva Barcellona per calcolo, per concrete ragioni pratiche — la dimensione urbana, il clima, il bel mare a due passi, l’infrastruttura già pronta per accogliere persone statunitensi tra Consolato, Camera di Commercio e scuole anglofone.
Le persone statunitensi, ricordava il giornalista William Stevens, non avrebbero avuto difficoltà a stabilirsi a Barcellona:
Non è necessario alcun visto per entrare in Spagna e si può rimanere sul territorio per ben otto mesi prima di richiedere la residenza; in alternativa, si può attraversare il confine francese e farsi timbrare il passaporto, così da poter rientrare in Spagna e iniziare un nuovo ciclo di otto mesi: una pratica tollerata piuttosto che punita.
Quello che il giornalista nomina solo di striscio nel pezzo è il regime franchista che ancora assediava la Spagna: specifica che Barcellona è cosmopolita e progressista, nonché una delle roccaforti repubblicane durante la Guerra Civile, ma non spiega come mai un regime autoritario avesse interesse a essere così accomodante con turisti ed espatriati ad alto potere d’acquisto.1 Ma questa è un’altra storia: quello che mi colpisce è che, cinquantaquattro anni dopo, quell’articolo del 1972 ha risuonato con decine di già sentito, ricomponendo uno scenario conosciuto.
Impossibile non trovare similitudini con il fenomeno che nell’ultima quindicina d’anni ha interessato Barcellona — città che ho visto cambiare in prima persona — ma anche innumerevoli altre città nel mondo finite nella mappa del geoarbitraggio da expat.
💡 Il geoarbitraggio — in inglese geo-arbitrage o geographic arbitrage — è una strategia per massimizzare il proprio potere d'acquisto: guadagnare in un paese ad alto reddito o in una valuta forte, spenderlo in un luogo con un costo della vita molto inferiore. Se ti suona come pratica predatoria è perché — in molti casi — è usata esattamente così.2
Questa figura del paesaggio metropolitano, veicolo simbolico di una rabbia verso la crisi che sta rendendo le nostre città sempre più care ed escludenti, è definita in modo ambiguo. Chiunque di noi ha in testa un’immagine rappresentativa dell’expat, ma la realtà dentro questa etichetta è così sfaccettata che ogni volta che si prova ad analizzarla si entra in un territorio scivoloso.
La definizione più breve del fenomeno expat nella sua moderna accezione neoliberale è questa: persone migranti con buoni stipendi e passaporti potenti.
La definisco ”moderna” perché, come mostra già l’articolo del 1972 con cui ho aperto, il fenomeno è vecchio e la logica di fondo resiste uguale da tempo: geoarbitraggio tra reddito e costo della vita, mobilità come privilegio di chi può permettersela. Un tempo, per esempio, erano expat soprattutto coloro che si muovevano per mandato aziendale — lavoratrici e lavoratori iperspecializzati trasferiti, a breve o medio termine, in un Paese straniero — in un processo di mobilità che non arrivava da una spinta totalmente autonoma. Quel tipo di expat aziendale gode spesso di privilegio razziale e di classe, ma si muove in un contesto di solito delimitato: è frequente che viva in una bolla relativamente impermeabile al contesto esterno fatta di scuole internazionali, compound e comunità di expat internazionali con un vissuto simile, e in un orizzonte temporale definito.
Ciò che invece caratterizza l’expat neoliberale contemporaneo — assurto a figura simbolica del privilegio di classe e, nel dibattito pubblico, a capro espiatorio della crisi abitativa in città gentrificate come Barcellona — è soprattutto il modo in cui si racconta. Un’auto-narrazione piuttosto specifica dettata dalle buone norme del personal branding e amplificata dai social: l’expat che si sforza di “vivere davvero” la città a suon di brunch e avocado toast, che ha già alle spalle altri espatri o fa del viaggio — e del passaporto in cima alle classifiche del Passport Index — la propria identità, che si fa bastare l’inglese come lingua franca, ovunque si trovi. È unə expat prodotto del capitalismo contemporaneo, consumatorə di mobilità e networking come stile di vita. Una persona che, in certi contesti geografici, preferisce definirsi digital nomad senza dar gran peso agli effetti del suo “nomadismo” nella pressione immobiliare e nel dislocamento della popolazione locale.
Eppure, anche questo sforzo di ampliare la definizione, se queda corto: è riduttivo, nonché carico di bias. I miei.
Proprio ad aprile dell’anno scorso ascoltavo, durante un lungo viaggio in auto, l’episodio del podcast spagnolo Ciberlocutorio dedicato al tema expat: le due giornaliste che lo conducono — Anna Pacheco e Andrea Gumes — sono andate in giro per Barcellona per un’informale ricerca sul campo, intervistando “expat” nelle zone più “expat” di Barcellona, come le caffetterie specialty del barrio del Poblenou.
Perché hai scelto Barcellona?
Che tipo di lavoro fai?
A che classe sociale diresti di appartenere?
Di che nazionalità sono le persone che frequenti?
Quanto paghi per il tuo appartamento?
chiedono le podcaster a una decina di persone di diverse provenienze, dalla Francia passando per la Russia e arrivando fino in Cile:
Il risultato non sarà giornalisticamente rilevante ma di sicuro è variegato nel suo tentativo di capire chi è l’expat, questo essere diventato oggetto di ogni dibattito urbano e da cui sembrano avere origine tutti i problemi della città.
Le risposte che emergono dalle interviste vanno in tutte le direzioni, invece che compattarsi sotto lo stesso tetto. Come scrivevo la scorsa settimana a proposito di guiri (in un edit che ho aggiunto su Substack poco dopo l’invio), trovare una definizione unica per persone così eterogenee ha lo straniante effetto di creare mitologie, invece che fedeli descrizioni della realtà.
L’alterità, il “noi vs. loro”, si costruisce anche così, con le parole che si fossilizzano dentro costrutti sociali.
Le persone intervistate — queste cosiddette expat — sono accomunate dallo stato di “estraneità” rispetto a Barcellona perché vengono da Paesi diversi e parlano molte lingue: ma alcune lavorano come dipendenti e altre in proprio; alcune si considerano classe media pur dichiarando stipendi ben oltre la media locale, alcune vivono con una borsa di studio e altre ammettono di faticare ad arrivare a fine mese; alcune vivono da sole, altre affittano una stanza allo stesso prezzo (esoso) di qualsiasi giovane local che non possa contare sull’appoggio familiare.
Le due podcaster sono consapevoli di questa scivolosità lessicale, e fanno una cosa intelligente: invece che rimestare la stessa acqua torbida, intervistano l’antropologa Fabiola Mancinelli per tirare le fila delle accezioni incluse nel concetto moderno di expat. Ascolto consigliato.
A me piace il modo in cui parla di expat Jose Mansilla, antropologo urbano che studia Barcellona da una prospettiva di classe, in un articolo per Catalunya Plural: Ni sabemos cuántos ‘expats’ hay en Barcelona ni falta que nos hace (Non sappiamo quanti “expat” ci sono a Barcellona né ci importa saperlo).
Traduco un passaggio:
Per qualche motivo – che va dal loro livello di reddito, passando per la loro mancanza di “integrazione”, fino all’uso del catalano o, addirittura, dello spagnolo negli spazi pubblici – la loro esistenza ci preoccupa. […]
Non si tratta allora di distinguere gli inquilini, attuali e futuri, della città tra più o meno abbienti; ci serve invece sottolineare che il vero problema, quello che ci ha portato alla situazione odierna, è l’esistenza di un settore immobiliare e finanziario avido, che ha come unico obiettivo ottenere il maggior profitto possibile dalle persone che hanno bisogno o desiderano vivere a Barcellona.
Dovremmo iniziare a pensare di più alla creazione di alleanze con collettivi che potenzialmente si trovano nella nostra stessa situazione e non lasciarci trasportare dal canto di sirene, alcune di stampo xenofobo, altre semplicistiche, che cercano la soluzione non solo dove non è possibile fare nulla, ma in luoghi dove hanno la meglio i soliti noti. Non ci serve sapere quanti “expat” ci sono a Barcellona, non ne abbiamo bisogno. Mettiamo, piuttosto, dei limiti alla speculazione.
Mansilla ha ragione. E se il problema è il sistema, vale la pena guardare da vicino come quel sistema funziona e chi decide attivamente di alimentarlo.
Tra le risorse che più efficacemente spiegano come si costruisce un ambiente a misura di expat contemporaneo, c’è il Barcelona International Welcome Desk:
Si tratta di uno sportello del comune di Barcellona dedicato al “talento internazionale” che vuole venire a vivere in città.
Il linguaggio che hanno scelto è trasparente nella sua visione: Barcellona è la city dove realizzare i tuoi progetti di vita, il posto dove si permette alle persone “di realizzare il loro pieno potenziale professionale e personale”.
È anche la città dove far fruttare una scintillante Nomad Visa, permesso di soggiorno e lavoro «per persone di nazionalità extracomunitaria che desiderano risiedere in Spagna per svolgere un’attività lavorativa o professionale usando esclusivamente mezzi e sistemi informatici, telematici e di telecomunicazione.»
Le categorie di persone a cui lo sportello si rivolge sono elencate nella prima pagina del sito: chi fa impresa con progetti altamente innovativi, ricercatrici e ricercatori, persone con alte qualifiche professionali e studenti universitari. Si tratta delle categorie definite dalla Legge 14/2013, la Ley de Emprendedores, pensata esplicitamente per attrarre capitale e talenti stranieri in Spagna.
Ancora mi sorprende come il sito non usi mai il termine migrazione né alcuna sua variante. C’è la comunità internazionale, ci sono i talenti, le alte qualifiche, il focus sulla produttività e sul capitale sociale da iniettare nella comunità barcellonese.
Ma la migrazione ha evidentemente un’altra faccia, un altro immaginario che non si adatta bene ai concetti di impresa e innovazione.
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La mia cerchia di persone amiche qui in Catalogna è variegata sotto molti punti di vista, inclusa la nazionalità: le italiane, però, al momento sono in maggioranza. Molte di noi sono emigrate di lunga data e il discorso “expat” — così come quello guiri della scorsa settimana — torna nelle nostre conversazioni: assume sfumature diverse a seconda del periodo ed è sicuramente influenzato dal dibattito mediatico sul tema e dalle nostre frequentazioni.
Qualche settimana fa ero a pranzo con la mia amica Valeria Pecorino, che ha una lunga traiettoria di vita migrante e di lavoro a Barcellona. Io e lei abbiamo in comune focose opinioni femministe nonché gioie e dolori del lavoro freelance — lei ne sa a pacchi di SEO e project management sul web. Una delle nostre ultime conversazioni si è concentrata sulla difficoltà di rispondere alla domanda “di dove sei?” dopo tanti anni di emigrazione catalana. La sua risposta riflette bene lo spaesamento che ogni tanto ci coglie: più passano gli anni più i nostri confini si frastragliano e ricompattano in una definizione tutta nostra.
Il suo pensiero mi ha colpito tanto che le ho chiesto di metterlo per iscritto, eccolo:
Quando mi viene posta questa domanda, la mia testa va in cortocircuito. Molto peggio, paradossalmente, di quando mia nonna mi chiede che lavoro faccio.
Di dove sono?
Da 16 anni vivo a Barcellona, ho due figlie trilingui e scolarizzate in catalano. Quindi vorrei dire: di Barcellona. Ma la testa mi dice che non è la risposta corretta. Non è mai quella che si aspetta l’interlocutore che ho davanti.
Allora rispondo: di Milano. E aggiungo sempre una precisazione: Milano sud, anzi Lodi, cioè a sud di Milano.
Poi ricordo che, quando vivevo a Lodi, o meglio in provincia, il mio cognome faceva trasparire chiaramente le mie origini meridionali. Neanche allora potevo rispondere semplicemente “di Lodi”.
La formula giusta sembrava essere un’altra: sono di Lodi, ma i miei genitori sono di Catania.
Il discorso si fa ancora più complicato quando, in quanto “straniera” residente a Barcellona, nel Poblenou3, mi viene appioppata l’etichetta di expat.
Quindi sono una expat?
Sono una expat perché ho un passaporto potente e sono bianca?
Perché non ho avuto grandi problemi a ottenere i documenti?
In effetti anche il NIE4, ai miei tempi, era abbastanza facile da recuperare.
Quindi ok, devo essere una expat.
Poi però parlo con la mia amica Luisa, brasiliana migrante e docente all’Università Pompeu Fabra, che si incazza se mi definisco così, perché trova il termine estremamente classista.
Io e lei arriviamo alla stessa conclusione: no, non sono una expat.
Sono una migrante privilegiata.
Ripenso a quando sono arrivata a Barcellona con una borsa di studio da 600 euro al mese. I miei genitori mi pagavano la stanza in un appartamento che dividevo con altre tre persone.
Nel mio primo lavoro a tempo indeterminato guadagnavo 1.000 euro al mese: abbastanza per rendermi indipendente, ma non per “vivere la vida loca”. Alla terza settimana del mese rimanevo senza soldi. Per fare la spesa cercavo le monete in tutte le borse, negli zaini e nei possibili nascondigli. Trovare un euro era una gioia, trovarne cinque era come vincere alla lotteria. Così vive una expat?
Ripenso a me in Italia, negli anni ’90. Ricordo la strada verso la mia scuola media e la paura davanti agli adesivi con il simbolo dell’allora nascente Lega Nord, quella specie di Statua della Libertà con in mano una spada.
Ricordo di sentirmi deridere per il cognome meridionale. Ricordo la paura che nella “repubblica del Nord” non avrei avuto un posto. Ci avevano pensato anche i miei genitori quando arrivarono al nord negli anni in cui si leggevano i cartelli “non affittiamo ai meridionali”?
Può essere che le mie origini oggi, qui a Barcellona, siano allineate a quelle di una expat? Anche se le mie figlie sono nate in un ospedale pubblico in Catalogna e parlano catalano, lingua che probabilmente scrivono meglio dell’italiano?
E allora io di dove sono?
Sono di un posto che cambia ogni volta che qualcuno me lo chiede.
Sono di Lodi, di Catania, di Barcellona.
Delle mie figlie che parlano catalano.
Dei documenti facili e dei soldi contati.
Dei confini che si spostano a seconda di chi ti guarda.
E sinceramente, oggi, questa è l’unica risposta onesta che ho.
Su Ibérica, la newsletter di Roberta Cavaglià, trovi due pezzi che si addentrano nel magico mondo dei visti dorati o nomadici per expat, in Spagna e Portogallo: Non è tutto oro e Diventare la patria degli expat, una legge alla volta.
Lara Maestripieri è sociologa all’Universitat Autònoma de Barcelona e ha una newsletter che si chiama El café sociológico: due mesi fa anche lei ha scritto sul tema expat da un punto di vista barcellonese, tra teoria economica e culturale. Si legge qui: To expat or not to expat.
Proprio ieri, giusto in tempo, ho beccato questo post LinkedIn di Chiara Marmugi: You are not an expat. You are not an immigrant. You are ‘ud’, scritto dal suo punto di vista di italiana emigrata in Danimarca. Al centro del suo discorso c’è la critica alla parola danese udlændinge che si impone nella gerarchia lessicale (e sociale) tra expat e migranti.
Vent’anni di Italo Spagnolo, un ritorno al passato di Victor Serri che ricorda come la tv mainstream italiana abbia influito non poco nella visione della vita in Spagna e Catalogna… e pure nella decisione di emigrare qui.
Le perfezioni di Vincenzo Latronico (Bompiani, 2022) è il romanzo che riesce a rappresentare con tagliente fastidio — almeno, questo è quello che ho provato io — lo sforzo estetico e performativo dell’expat modernə, «consumatorə di mobilità e networking come stile di vita» (mi autocito? sì).
Due documentari per esplorare da altre angolazioni la “vita expat” e le politiche di aziende e istituzioni che la fomentano, golose di capitali internazionali:
Málaga, el precio del éxito (RTVE, 2025): trent’anni fa un gruppo di investitori di Malaga si è posto l’obiettivo di creare un Parco tecnologico, che oggi ha trasformato la città nella prima meta del nomadismo digitale in Spagna e la terza per domanda di lavoro nel settore tecnologico. Il prezzo che la collettività sta pagando per questo successo è molto alto.
Albania, il paradiso degli expat (Arte.tv, 2024): dopo essere stata associata per anni all’esodo della sua popolazione verso l’Italia, l’Albania sta diventando popolare meta turistica nonché destino preferito di expat (tantissimi italiani) in pensione. Uno sguardo interessante sulla vita di un italiano che aiuta connazionali a espatriare dall’altro lato dell’Adriatico.
Per questa settimana chiudo qui.
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Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
Se ormai conosci Ojalá e apprezzi il mio lavoro, dai un’occhiata al piano a pagamento: con 40 euro sostieni questo progetto per un anno intero e hai accesso a tutte le risorse originali, passate e presenti, che condivido.
Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice
Un’idea te la possono dare le prime pagine de La Spagna è diversa, saggio di Roberta Cavaglià appena uscito per People
Il libro parte dalla fine degli anni Cinquanta, quando la Spagna, in mano al dittatore Franco, è sull’orlo dell’abisso economico. Scrive Roberta: «A malincuore, Franco accetta un nuovo piano proposto dai suoi consiglieri e sostenuto da varie organizzazioni internazionali: aprire la Spagna al turismo di massa e investire i ricavi nell’acquisto di macchinari necessari per rivitalizzare l’economia del Paese. Un piano che riuscirà nel proprio intento grazie, soprattutto, a tre semplici parole: Spain is different.»
A questo proposito ci sarebbe aprire un intero capitolo su come le aziende internazionali che lavorano in full remote con team distribuiti in tutto il mondo gestiscono il tema. Nel 2022 se n’era parlato moltissimo: gli stipendi dovrebbero essere ponderati in base alla residenza dellə dipendente o dovrebbero essere uguali per chiunque, a prescindere da dove vivono?
Il Poblenou, anticamente barrio operaio e periferico della Barcellona costiera, oggi è diventato una zona tra le più gentrificate della città. Qui, nel cosiddetto distretto 22@, hanno sede più di 1500 aziende tech e start-up che danno lavoro a persone provenienti da molte parti del mondo: di conseguenza è un barrio che si suole associare alla “esperienza expat”. Per approfondire: Poblenou: república ‘expat’ entre los rescoldos del barrio obrero.
Número de Identificación de Extranjeros, cioè il codice identificativo, personale e unico, che ogni persona straniera riceve (o dovrebbe ricevere) quando si stabilisce in Spagna. Funziona in modo simile alla carta di identità italiana non valida per l’espatrio.

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