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NOVA · Jul 14, 2026

Ogni Martedì su due - Ep. 2

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Michele Noce, Mattia Messina, Simone, Elena Bigarella, Francesco Spalvieri · NOVA

Ciao a tutti, questo è il secondo episodio di Ogni martedì su due, la prima newsletter di NOVA. Io sono Michi e, insieme a Simone, Mattia, Elena e Francesco, oggi parliamo di dati e di come vengono usati a piacimento nell’informazione pubblica: dai Mondiali alla politica. Quindi, senza ulteriori indugi, partiamo!

Siamo a pochi giorni dalla finale del Mondiale di calcio, che si giocherà nel New Jersey domenica 19 luglio. È stato sicuramente il Mondiale delle emozioni e dei record: record di spettatori, record di incassi e record di gol. I grandi giocatori non hanno deluso, a partire da Messi, che sta incantando ancora una volta a 39 anni, fino a Mbappé, passando per l’alieno norvegese Haaland o Kane. Ma è stato anche, ahimè, il Mondiale in cui un arbitro si è visto negare il visto di accesso negli USA, nonostante fosse stato designato per dirigere alcune partite, solamente perché somalo, o in cui Donald Trump ha dichiarato di aver interceduto personalmente con il presidente della FIFA per far revocare una squalifica a un giocatore a stelle e strisce (provocando un boomerang che ha visto gli Stati Uniti sconfitti nella partita in questione, perché si sa che almeno nel calcio i prepotenti non vincono sempre).

Tra i tanti aspetti innovativi di questa competizione è stato sicuramente l’ampliamento a 48 squadre partecipanti (scorsa edizione erano 32) principalmente a favore di federazioni africane ed asiatiche. Su questo mi ha colpito molto leggere due tweet fatti a pochi giorni di distanza da stimati giornalisti sportivi, Giuseppe Pastore e Giovanni Capuano.

Se Pastore prende in considerazione la qualificazione alla seconda fase del Mondiale, Capuano invece considera le squadre qualificate agli ottavi di finale (avvio della seconda fase nelle vecchie formule). Risultato? Se per il primo le nazionali africane hanno performato in maniera straordinaria grazie al 90% di pass rate, per il secondo sono tutte favolette, in quanto solo 2 su 10 sono arrivate agli ottavi.

La cosa sorprendente è che nessuno dei due sta mentendo. I dati riportati sono corretti. Eppure le conclusioni sono opposte.

È una dinamica che ormai vediamo ovunque: dal cambiamento climatico alle spese militari.

Per ogni argomento esiste sempre qualcuno in grado di trovare una statistica che conferma la propria tesi. Poco dopo arriva qualcun altro che, con un altro dato altrettanto corretto, dimostra che la tesi opposta è quella giusta. Molto spesso cambia il momento in cui viene rilevato un dato, la fonte o semplicemente la prospettiva.

Questa tendenza mi porta a tre considerazioni.

  1. Il dato ha smesso di essere un punto di partenza ed è diventato un punto di arrivo. Una volta il percorso era:
    osservo la realtà → raccolgo i dati → mi faccio un’opinione.
    Sempre più spesso invece funziona così:
    ho un’opinione → cerco il dato che la conferma → la presento come verità oggettiva.

  2. La polarizzazione si rafforza. Una volta che si sentono coperte dai numeri, le persone difendono la propria opinione con ancora più forza e cambiano idea sempre più di rado.

  3. Per chi guarda da fuori è sempre più difficile farsi un’opinione. La vecchia massima “In God we trust; all others must bring data” sembra non valere più, e il risultato è lo scoramento: ci si allontana dalle discussioni, senza più riuscire a dare un giudizio definitivo sull’operato di una persona o di un’iniziativa.

Uscirne è oggettivamente difficile. In un mondo che cambia in fretta, spesso i dati che valevano ieri perdono di senso oggi, e il giudizio diventa ancora più scivoloso. Mi vengono in mente un paio di spunti che potrebbero aiutarci.

  • Ragionare ex ante sull’obiettivo. Una volta fissato l’obiettivo, si definiscono prima i KPI da tenere d’occhio e solo dopo si misura ex post rispetto a quanto stabilito in partenza.

  • Dare spazio e sostenere personalità ed entità terze (cosa sempre più difficile, in un contesto di fonti pubbliche in riduzione) che presentano i dati in modo imparziale, senza uno scopo deciso a monte. Serve una nuova classe di intermediari, giornalisti e intellettuali, che rimetta al centro i KPI rilevanti e ci guidi nel ragionamento.

  • Le cose sono oggettivamente complesse. Quasi mai c’è qualcuno che ha ragione o torto al 100%. Ascoltare entrambe le campane diventa un obbligo per orientarsi nella confusione.

Nel frattempo, mentre navighiamo tra una statistica e l’altra, continuiamo a goderci questo Mondiale. Perché il calcio, per sua natura irrazionale, non ha bisogno di alcuna statistica per spiegare cosa prova un tifoso quando vede giocare la propria squadra. Non supereremo mai questa fase.

L’esempio perfetto di come la politica manipoli sempre i dati per fabbricare verdetti lo abbiamo visto nei giorni scorsi con il dibattito sui trasporti. Per rispondere all’impressione generale di una rete ferroviaria allo stremo, il ministro Salvini ha sbandierato i dati parziali di un triennio che vedono la puntualità dell’alta velocità salire di circa 3 punti percentuali (fonte: MIT/FS Italiane, 2025). Peccato che, allargando appena l’inquadratura, i dati complessivi raccontino un’altra storia:

  • +1.300 cantieri al giorno per la spinta sui fondi PNRR (fonte: RFI, 2025),

  • oltre metà della rete ancora a binario unico (fonte: RFI, 7.833 km su 16.881 a doppio binario),

  • blocchi ricorrenti al primo peggioramento del meteo su un’infrastruttura poco resiliente.

Il rischio di questa bulimia di dati parziali è che la politica si riduca a commento dei singoli tempi di gioco, dimenticandosi che le partite durano novanta minuti. Così, a furia di dichiarare la vittoria ad ogni calcio d’angolo favorevole, si finisce per perdere di vista il risultato finale della legislatura.

La cosa più preoccupante è che questo metodo di comunicazione finisce per premiare chi governa peggio, purché sappia raccontarsi meglio. Se il dibattito si concentra sul singolo indicatore favorevole, spariscono le domande scomode.

Perché, nonostante i miliardi del PNRR, continuiamo ad avere una delle reti ferroviarie più vulnerabili d’Europa?

Lo stesso schema lo abbiamo visto anche sull’economia. Ogni volta che viene pubblicato un dato positivo sul numero degli occupati (quasi 24 milioni nel 2025, il livello più alto mai registrato; ISTAT, Rapporto annuale 2025), il governo lo presenta come prova del successo delle proprie politiche. Raramente, però, quella comunicazione viene accompagnata dall’aumento del lavoro povero, dalla stagnazione dei salari reali (circa -10% di potere d’acquisto rispetto al 2019) o dalla povertà assoluta, che riguarda l’8,4% delle famiglie (ISTAT, 2025). Non perché quei dati non esistano, ma perché raccontano una storia più complessa e meno conveniente da comunicare.

Così la politica rinuncia a spiegare la realtà e si limita a selezionarla. Ognuno pesca il numero che gli fa vincere il titolo del giorno, e noi restiamo dentro una guerra di statistiche che cambia ogni 24 ore. Alla fine nessuno capisce più se il Paese va meglio o peggio.

Ma governare non è scegliere il grafico più bello da postare. È prendersi la responsabilità dell’insieme. Il giudizio su un governo nasce dalla foto completa, non dal singolo dato ritagliato per fare scena.

Questa dinamica non si ferma ai confini del nostro Paese, ma caratterizza sempre più il dibattito pubblico a livello globale.

I dati che hanno occupato maggiormente il dibattito pubblico la settimana scorsa riguardano la spesa per la difesa dopo il vertice NATO di Ankara. Anche in questo caso, però, il nodo non è il numero in sé, bensì le priorità di partenza, che impongono un’interpretazione diversa di quel dato.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha ribadito la necessità per gli alleati europei di accelerare verso l’obiettivo complessivo del 5% del PIL, fissato al vertice de L’Aia del giugno 2025 (NATO, The Hague Summit Declaration): il 3,5% destinato direttamente alla difesa (core defence) e un ulteriore 1,5% dedicato a infrastrutture, cybersicurezza e resilienza (soft defence).

L’Italia arriva a questo dibattito dichiarando una spesa del 2,8% del PIL (Governo italiano, 2026), ma è un dato che va scomposto: un 2,09% di spesa militare vera e propria e uno 0,71% (poco più di 15 miliardi) che raggruppa energia, cybersicurezza e frontiere. Solo un anno prima, con i criteri classici, eravamo all’1,5% del 2024 (NATO, 2024), e gran parte del balzo deriva da una riclassificazione contabile più che da spesa nuova (Osservatorio Conti Pubblici, 2025). Ma anche qui la domanda rimane: quanto è abbastanza e quanto è troppo poco?

Dal punto di vista statunitense, gli attuali livelli di investimento europei sono ancora insufficienti rispetto alle esigenze dell’Alleanza Atlantica. La prospettiva americana è infatti quella di un maggiore coinvolgimento europeo nella propria sicurezza, anche perché gli Stati Uniti stanno spostando sempre più attenzione strategica verso altre aree del mondo; insomma, un cambiamento delle loro priorità che cambia il loro modo di leggere questi dati.

Dal punto di vista di molti governi europei, invece, la questione è diversa: aumentare la spesa militare significa anche scegliere di destinare meno risorse ad altri settori fondamentali e ad altre priorità.

Ed è proprio qui che emerge il ruolo dei dati, perché la loro interpretazione dipende dalle priorità che decidiamo di mettere al centro. Lo stesso numero può raccontare una storia diversa a seconda della domanda alla quale vogliamo rispondere. L’efficacia reale degli investimenti nella difesa dipende soprattutto dalle capacità che riescono a creare, dal coordinamento tra i Paesi e dalla loro capacità di rispondere alle minacce reali, non dall’aumento di numeri su un documento.

Il rischio del dibattito attuale è quello di confondere il concetto di impegno politico con quello di capacità effettiva. Il nuovo obiettivo del 5% può rappresentare un importante segnale di solidarietà all’interno della NATO, ma rischia di rimanere un obiettivo puramente simbolico se non è accompagnato da un’analisi reale dei bisogni della difesa.

Forse, prima di decidere quale sia il numero corretto, dovremmo chiarire quale sia l’obiettivo che vogliamo raggiungere. Perché senza un obiettivo definito anche i dati più precisi rischiano di diventare soltanto strumenti per confermare opinioni già esistenti.

Anche nella politica estera, quindi, i dati non parlano mai da soli: siamo noi a decidere quale storia raccontano.

Dopo questo approfondimento sul tema dei dati e del framing in generale, cerchiamo di alleggerirci un po’ la mattinata con l’ennesima puntata dell’eterno dissing tra i vari partiti di centro. Durante un’intervista con il podcaster Ivan Grieco, alla domanda specifica di quest’ultimo sull’organizzare in futuro una diretta con Boldrin, Calenda fa il dito medio. Sì, esatto: fa finta di stropicciarsi l’occhio, ma fa chiaramente il medio.

Boldrin a distanza non le manda a dire, mentre le varie fanbase si scatenano una contro l’altra. Con buona pace di chi vorrebbe un’unione al centro.

Leggermente più a “sinistra”, Matteo Renzi aka il Kraken, continua a far parlare di sé. Ormai il suo obiettivo è chiaro a tutti: farsi accettare nel campo largo e presentarsi col Csx alle prossime elezioni. Per ottenere questo obiettivo sta compiendo una vera odissea (visto che siamo in tema), provando a legittimarsi nei programmi/ eventi più seguiti dagli elettori del centrosinistra, picchiando duro contro il governo.

Nello specifico il nostro Matteo è intervenuto solo nel mese di giugno:

  • Tg3 (30/6)

  • In onda (28/6)

  • L’aria che tira (23/6)

  • Otto e mezzo (22/6)

  • Kermesse di Repubblica (13/6)

  • Di Martedì (9/6)

  • Piazzapulita (4/6)

Per non farci mancare nulla, dal 1° settembre esce il suo nuovo libro “Qvando c’era lei”, titolo che strizza l’occhio alla narrativa sul ritorno al fascismo della premier Meloni. Un vero maratoneta. Ps, poteva ricordarselo quando ha votato Ignazio La Russa presidente del Senato.

Ci si vede tra due martedì. Ma prima, un piccolo favore. Se sei arrivato fin qui e qualcosa ti è rimasto, inoltra questa newsletter a una persona che secondo te dovrebbe leggerla. È il modo più semplice (e gratis) per farci crescere.

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