Siamo sempre noi: ci siamo occupati di piani inclinati, provando a immaginare una società a prova di futuro. Quella spinta è la stessa, ma oggi ha un nome nuovo: NOVA, una startup politica generazionale nata per vincere le sfide di domani e guidare l'innovazione politico-sociale.
Quindi, senza ulteriori indugi, partiamo con il primo episodio di Ogni martedì su due, la nostra prima newsletter.
Nelle ultime settimane, nonostante il caldo di giugno, abbiamo visto piazze piene: cortei, dibattiti, feste di giornali, kermesse di associazioni. A volte in contrasto tra loro, a volte irruenti o ispirate da idee chiaramente sbagliate (perlomeno per noi), ma spesso animate da giovani con un’urgenza addosso. Per fare un esempio, solo a Roma, il 13 giugno, oltre 40 mila persone hanno sfilato in quattro cortei diversi; poi c’è il Pride, che come al solito mobilita masse di ragazzi; e non dimentichiamoci le mobilitazioni per la Palestina o il referendum. La partecipazione, insomma, c’è: a mancare è qualcos’altro. Un tempo avremmo detto che serve un partito, ma essendocene già 200mila non è forse la risposta giusta.
Il punto rimane proprio questo: una difficoltà, da parte di chi guida il dibattito politico, nel leggere davvero questi segnali. Nel capire cosa c’è dietro.
Negli ultimi mesi molti ragazzi si sono avvicinati a NOVA. Alcuni per curiosità, altri con l’idea di partecipare attivamente. A tutti abbiamo chiesto di rispondere, tra le altre cose, ad una domanda molto semplice: cosa non ti fa dormire la notte? Le risposte si somigliano. C’è il clima, intanto, e con lui l’energia. Ci sono le condizioni in cui versano università e scuole. C’è la paura per la stabilità internazionale e le escalation militari, e accanto l’Europa, vista non come un problema ma come una risposta ai nazionalismi. E poi ci sono i temi generazionali: l’informazione, la lotta alle fake news, gli algoritmi che ci risucchiano e ci fanno sentire soli.
Il problema è che, aprendo i giornali, tutto questo spesso non c’è. Si parla d’altro: si parla di Vannacci, dell’ingresso di Renzi nel campo largo, di legge elettorale, di Garlasco e di tutti quei casi di cronaca nera sui quali ogni giorno ci interroghiamo sul perché dovrebbero interessarci.
Ed è a questo punto che le persone, soprattutto i giovani, si sentono tagliate fuori, non votano, non partecipano... si chiudono.
Se un tempo si pensava che la risposta a questi problemi potesse essere collettiva, oggi non può che essere individuale, ognuno prova a salvarsi come può.
Un po’ come qundo Zero, il protagonista della serie Due Spicci, realizza disilluso che “non si può sempre fare come i Goonies”. Perché lui e i suoi personaggi sono invecchiati, perché ognuno ha i suoi problemi, perché alcune storie sono troppo grandi per chiunque.
Ecco, nel nostro piccolo con NOVA e con questa newsletter partiamo proprio da qui, dal provare, a cadenza bisettimanale, a ribaltare questa visione, a rimettere al centro i temi, cambiando il campo da gioco per creare nuove narrative, insieme.
C’è un filo che unisce l’addio al PD di Pina Picierno e quello di Roberto Vannacci dalla Lega: la continua ed inesorabile frammentazione del panorama politico italiano.
Il PCI, la DC ed il PSI, i tre principali partiti della Prima Repubblica, erano grandi contenitori, capaci di fare sintesi tra correnti diverse. Oggi assistiamo invece a una frammentazione continua, quasi automatica.
Basti pensare che i principali partiti del terzo polo provengono praticamente tutti da una scissione. Anche a destra non scherziamo: Fratelli d’Italia in primis nasce da una separazione interna al PdL di Berlusconi. Stesso percorso per Lupi di “Noi Moderati”. Ora invece Vannacci che se ne va dalla Lega. Per non farci mancare nulla, anche nei 5S abbiamo assistito alla scissione di Di Maio con il suo poco fortunato “Impegno Civico”, ma anche a quelle di Di Battista e Grillo che al momento non sono in politica, ma non escludono un ritorno in campo… con una loro lista personale, ça va sans dire.
Ma questa dinamica non riguarda solo il Palazzo: è la cifra del tempo in cui viviamo. Funziona un po’ come l’algoritmo di Netflix o le playlist di Spotify: ognuno viene spinto dentro una bolla su misura, dove tutto è costruito intorno ai propri gusti, e sempre meno si condivide un’esperienza collettiva. Tante piccole finestrelle in cui lo spettatore si perde con il risultato di spegnere la TV dopo aver passato mezz’ora a scegliere il film.
È la solitudine di cui parlava Hannah Arendt: quando diventa una condizione diffusa, i totalitarismi trovano terreno fertile.
I partiti diventano sempre più simili a brand personali, in competizione oggi, in cerca di alleanze domani, mentre si spartiscono pezzi sempre più piccoli di consenso.
E nel frattempo, una parte crescente dell’elettorato guarda altrove. O smette semplicemente di guardare.
A fine maggio l’Unione Europea ha firmato un nuovo accordo di libero scambio con il Messico. Sulla carta è roba da pagine economiche: abbattimento quasi completo delle tariffe sulle esportazioni europee, con un impatto diretto su settori chiave come agroalimentare, farmaceutico e macchinari.
Per le imprese europee significa soprattutto una cosa: accesso a nuovi mercati e maggiore diversificazione dell’export, in un contesto in cui la dipendenza dagli Stati Uniti resta ancora rilevante. Ma il punto più interessante è un altro. L’intesa include anche condizioni preferenziali e tutele per le aziende europee che investono nelle infrastrutture minerarie messicane, in particolare su metalli strategici come fluorite, bismuto e antimonio: materiali fondamentali per chip, batterie e tecnologie legate alla transizione energetica, dai pannelli solari alle pale eoliche.
Ed è qui che l’accordo va letto in chiave più ampia. Oggi l’Europa dipende in larga parte dalle forniture cinesi per queste materie prime: intese come questa non cambiano gli equilibri nel breve periodo, ma rappresentano un primo passo verso una maggiore autonomia. Una partita che si gioca su scala globale, e che difficilmente può essere letta solo come commercio.
Nell’ultimo anno siamo già al quarto accordo internazionale, dopo quelli con India, Australia e Mercosur. Per un sistema che a lungo è rimasto bloccato tra veti, ripensamenti e passi indietro, questo segnala un cambio di passo, nel solco di quel “Do something” draghiano che non può che trovarci contenti. Avanti tutta.
Prima donna presidente sarà un’influencer (Marracash, Gli altri, 2021). Anche in questo caso Marra ha la capacità di leggere l’attualità con anni di anticipo. Perché il post di risposta a Trump della presidente Meloni è comunicativamente perfetto: emotivo, inquadratura ferma, volto deciso con un mix di patriottismo al punto giusto. Infatti piovono like e commenti (soprattutto dall’India, non se ne capisce il motivo, ma tant’è). Dissing riuscito alla grande, un po’ come tra i rapper. Solo che solitamente i dissing tra rapper sono finti e servono solo ad aumentare l’hype di entrambi. Il dubbio che anche in questo caso sia così ci viene, visto che stiamo parlando della stessa Giorgia Meloni che pochi mesi fa aveva proposto per Trump il Nobel per la Pace, che mai aveva difeso un leader europeo dagli attacchi USA (se non il papa) e che fino a pochi giorni fa si proponeva come pontiera tra Stati Uniti ed Occidente. Chissà se alla fine ci sarà il featuring di riappacificazione come da manuale.
Riunione operativa nel centrosinistra: Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni a tavola. Anche qui comunicativamente il messaggio è forte: il campo largo c’è e sta lavorando “per cambiare l’Italia”. Resta da capire con chi e come e tra i commenti ci si scatena. Sul “con chi”, geniali come sempre, sono i the_jornalai, che tirano in mezzo il convitato di pietra, chiedendosi se Renzi aka “il Kraken” sia sotto al tavolo. Sempre in tema di presenze ed assenze, Gino Zavalani di Esperia, pensa che Ranucci di report meriterebbe di diritto un posto tra i commensali. Altri citano Travaglio. L’unica che sembra pensare al “come” è invece la divulgatrice e podcaster Maria Cafagna, che con “Tax the rich” strizza l’occhio alla patrimoniale tanto cara alla sinistra radicale. Sulla quale però almeno 2 dei 4 commensali ancora non si capisce cosa ne pensino.
Aspettiamo quindi maggiori dettagli l’8 e il 15 luglio; per il momento ci teniamo la tavolata, in attesa di aggiungere qualche sedia in più. Stay tuned!
Ci si vede tra due martedì. Ma prima, un piccolo favore. Se sei arrivato fin qui e qualcosa ti è rimasto, inoltra questa newsletter a una persona che secondo te dovrebbe leggerla. È il modo più semplice (e gratis) per farci crescere.
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