Ciao a tutti, questo è il terzo episodio di “Ogni Martedì su due”, la prima newsletter di NOVA. In questa puntata, con Elena, Michele e Giorgia, parliamo di populismo e dell’ossessione tutta italiana per la cronaca nera con annesse reazioni social, del solito cinema sulla legge elettorale e di quanto sta succedendo a Bruxelles sul Mercosur. Detto questo, partiamo!
Apri la televisione, Instagram, la radio, leggi un giornale, in queste settimane tutte queste azioni hanno avuto un elemento in comune: il volto di Mario Roggero al centro della narrazione.
All’inizio guardi con curiosità, magari ti interessi anche alla vicenda, ma dopo la prima, la seconda, la terza volta, nasce spontanea una domanda: perché sono circondato da questa notizia? E forse, ancora più a fondo, perché questa vicenda mi interessa così tanto? Perché mi sento così coinvolto?
La risposta, forse, è che questa storia, nella sua drammaticità, è arrivata dritta alla pancia di tutti noi, toccando emozioni profonde e temi che ci coinvolgono da vicino.
Queste emozioni, però, non nascono solo dal fatto in sé, ma soprattutto dalla narrazione e strumentalizzazione che la politica costruisce, trasformando un caso singolo in un simbolo collettivo.
E se ci pensiamo, non è un fenomeno isolato. È successo con la famiglia nel bosco, con la vicenda di Silvia/Aisha Romano (ve la ricordate ancora?), da qualche giorno è il turno di Pirlo e della nazionale di calcio, e così via con molti altri casi che per settimane occupano ogni spazio della nostra attenzione, per poi scomparire improvvisamente non appena arriva il caso di cronaca successivo.
Questa successione continua di eventi porta a una domanda più ampia: perché siamo costantemente circondati da questi casi di cronaca?
La risposta più spontanea mi viene pensando al tessuto del dibattito pubblico italiano, sempre più polarizzato e in cui un terzo degli italiani viene definito analfabeta funzionale (dati OCSE 2024). In questo contesto, per far passare una proposta politica, non basta più fare appello alla logica. Bisogna necessariamente fare appello alla pancia delle persone, alle loro emozioni. E quale modo migliore se non strumentalizzare casi che di per sé hanno già un forte valore emotivo?
È qui che si crea il terreno fertile per il metodo populista nella politica, i cui motori principali sono:
la semplificazione comunicativa, che trasforma questioni socio-economiche complesse in slogan emotivi;
l’attivazione delle emozioni, facendo leva su reazioni istintive;
la ricerca dell’impatto emotivo, mirata alla reazione delle masse.
Ormai questo è il metodo dilagante che pervade quasi ogni partito politico. E qui possono sorgere alcune domande su ciò che resta della politica: la politica è ormai solo comunicazione? Esistono ancora i “temi”? È giusto che sia così?
Ma soprattutto, cosa possiamo, o meglio cosa dovremmo fare noi?
La risposta può non essere scontata:
Alcuni sostengono che il populismo possa manifestarsi positivamente anche come “stimolo all’autocorrezione della democrazia” (N. Urbinati). Se usate in un determinato modo, queste strategie possono anche riportare sui binari liberali la democrazia stessa. Un esempio è la Polonia degli anni ‘80, con Solidarność, un modello che dimostra come, a volte, nei regimi totalitari e autoritari, le tecniche populiste vengano utilizzate da chi si oppone ai regimi in essere e punta verso modelli di carattere democratico.
Nonostante questo, spesso il populismo sfrutta le debolezze della democrazia per giungere a forme di stati illiberali e non democratici.
Le due affermazioni non si escludono necessariamente a vicenda, sono due modi diversi di leggere lo stesso fenomeno.
La domanda centrale però resta: Bisogna rinnegare e cercare di sconfiggere il populismo, o accettarlo come chiave di lettura della contemporaneità e usarlo a nostro vantaggio?
Forse non si tratta di scegliere tra rinnegare il populismo e abbracciarlo passivamente come unica chiave di lettura del presente.
Ed è qui che entra in gioco la società civile. Se il metodo populista nasce dalla semplificazione, dalla polarizzazione, dalla logica amico/nemico, l’antidoto non può essere un’altra semplificazione uguale e contraria, ma la costruzione paziente di spazi in cui questa logica venga disinnescata, comunità che si oppongano alla riduzione del confronto pubblico a uno scontro tra tifoserie.
È questa la chiave principale del discorso, ed è anche la base della nostra idea di politica in NOVA. Perché è proprio l’attivazione della società civile, il suo esercitarsi quotidiano nel dialogo e nella partecipazione, che può fare la differenza tra un populismo che eroda la democrazia dall’interno e un populismo che, al contrario, la costringa a correggersi e a restare fedele a se stessa, dentro i suoi binari democratici.
Tra una discussione sulla legittima difesa e sull’equità della pena di Roggero, l’ennesimo decreto sicurezza varato (siamo ad una media di più di uno all’anno) e una chiacchiera su chi debba essere il prossimo CT della nazionale di calcio, in Parlamento si è proceduto a ritmo serrato alla discussione e all’approvazione alla Camera della nuova legge elettorale. Esattamente: l’ennesima.
In breve, la nuova legge approvata alla Camera – il cosiddetto “Stabilicum” – cancella i collegi uninominali del Rosatellum e distribuisce i seggi con metodo proporzionale, aggiungendo un premio di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione arrivata prima in entrambe le Camere con almeno il 42% dei voti. Restano le soglie di sbarramento attuali e, soprattutto, restano le liste bloccate: nessuna preferenza, l’ordine dei candidati lo decidono i partiti.
Al netto dell’anomalia di cambiare legge per la quinta volta in 33 anni, mentre negli altri grandi Paesi europei le regole del voto si toccano molto raramente, possiamo affermare senza troppi giri di parole che in Italia la legge elettorale racchiude alla perfezione tutti i paradossi del nostro sistema politico.
Nell’ordine:
Obiettivi a geometria variabile: ogni riforma nasce in nome di un principio diverso da quello della precedente. Se la legge in vigore puntava sulla rappresentatività si invoca la governabilità, se puntava sulla governabilità si invoca la rappresentatività. Il risultato: nessuna legge resta in vigore abbastanza a lungo perché si possa capire se ha funzionato davvero, e si finisce per cambiarla prima ancora di averne valutato gli effetti.
Incapacità di accordarsi sulle regole: quando si compete, in politica come nello sport, le regole dovrebbero essere “terze”, cioè approvate con un consenso largo e soprattutto stabili nel tempo. Qui succede l’esatto contrario: le scrive di volta in volta chi ha i numeri in quel momento. Il risultato: le regole diventano esse stesse parte della contesa, e chi le subisce non le riconosce come proprie.
Overburocratizzazione ed eccesso di compromessi: in uno scacchiere sempre più frammentato si procede con il bilancino per accontentare tutti, anche all’interno dello stesso schieramento. Si vogliono le preferenze? Però mettiamo i capilista bloccati. Si vuole il maggioritario? Mettiamo il proporzionale con un maxi premio di maggioranza. Il risultato: leggi difficili da capire, da comunicare e spesso anche da attuare, che nessuno rivendica fino in fondo perché nessuno le ha volute davvero.
Calcolo di breve periodo e attenzione al proprio orticello: nessun partito si chiede quale sia il sistema migliore per il Paese, ma quale lo favorisca alle prossime elezioni, sulla base dei sondaggi e degli equilibri del momento. Il risultato: la legge elettorale viene scritta sulla fotografia di oggi e diventa scomoda appena quella fotografia cambia. Ed è esattamente il motivo per cui la si riscrive di continuo.
Proprio su quest’ultimo punto mi voglio soffermare, perché il calcolo di breve periodo ha una conseguenza che si vede a occhio nudo: la stessa regola diventa buona o pessima a seconda di chi la invoca, e le posizioni si ribaltano nel giro di una legislatura. Non serve andare lontano per trovarne la prova. Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere un thread su X di Giacomo Salvini, del Fatto Quotidiano.
“Oggi Meloni e Fratelli d’Italia denunciano i “vigliacchi” e i “badogliani” che si sono nascosti dietro il voto segreto [...]; negli ultimi anni, però, c’era stato un solo altro episodio simile: il 7-8 giugno 2017, sotto il governo Gentiloni, quando la legge elettorale Tedeschellum [...] fu impallinata dai franchi tiratori alla Camera [...].
Sapete chi, allora, chiese il voto segreto [...]? Tra gli altri proprio Fratelli d’Italia e Alternativa Popolare, i partiti di Giorgia Meloni e Maurizio Lupi, oggi favorevoli alle preferenze e critici verso il voto segreto. Non solo: [...] dirigenti di primo piano di Fratelli d’Italia come Fabio Rampelli chiesero a gran voce al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di sciogliere le Camere e di andare a votare. Anche Meloni [...] invocò l’intervento del Quirinale chiedendo elezioni immediate: “Gentiloni non ha più una maggioranza, si torni al voto”.
Il PD, allora al governo, si rifiutò di aprire la crisi e le elezioni si svolsero nel 2018, alla scadenza naturale dei cinque anni di legislatura.
Mi chiedo:
Quale credibilità può avere, agli occhi dei cittadini, una classe politica in cui i ruoli si invertono in modo così netto? Le stesse dichiarazioni usate da Meloni nel 2017 contro il PD sono oggi usate da Schlein contro Meloni, che a sua volta si difende con lo stesso argomento che allora usava il PD sotto attacco.
Come è possibile che tutte queste contraddizioni e inversioni a U passino quasi in silenzio? Anche qui sembra mancare un livello di intermediazione che le verifichi e le porti a galla: se è vero che in questo caso Giacomo Salvini ha fatto un ottimo lavoro, va detto che spesso lo stesso Fatto Quotidiano è più distratto sulle incoerenze del campo largo, così come, in maniera speculare, fanno i giornali di area governativa con l’opposizione.
Del resto, l’approccio è trasversale: PD e Movimento 5 Stelle, da sempre aperti alle preferenze e che negli anni ne hanno fatto una battaglia, hanno bocciato tutti gli emendamenti che le reintroducevano, in parte o del tutto. Molti diranno che la politica si fa così, che conta la strategia. Quello che io vedo è che, a forza di fare così, le persone si allontanano sempre di più dal voto e dalla politica.
Nel frattempo la legge elettorale deve ancora passare al Senato, dove nel tempo le sorprese non sono mai mancate. Vedremo. Se questo è il livello, speriamo finisca il prima possibile.
Dall’Italia all’Europa il copione non cambia. A Bruxelles, in queste settimane, il caso che tiene banco non ha un volto ma un nome: Mercosur.
In breve, il Mercosur è un accordo commerciale tra l’Unione europea e i Paesi sudamericani di Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, con l’obiettivo di eliminare progressivamente la maggior parte dei dazi sugli scambi di beni tra le due aree economiche. Nonostante l’intesa politica sui suoi elementi principali fosse stata raggiunta già nel 2019, l’accordo è stato formalmente firmato soltanto quest’anno, dopo oltre venticinque anni di negoziati.
I negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea entrano nella pausa estiva alla fine di questa settimana, ma una cosa sembra già essere stata decisa: i fondi destinati all’agricoltura non si toccano.
Anzi, la Commissione è arrivata persino a proporre che gli Stati membri possano accedere anticipatamente a circa 45 miliardi di euro destinati al settore agricolo e alle aree rurali: risorse che, nell’architettura originaria del bilancio post-2027, avrebbero dovuto formare una riserva più flessibile, utilizzabile dai governi europei per rispondere a priorità diverse, dal clima alla salute fino alla difesa.
Come siamo arrivati a questo punto? La risposta, almeno in parte, passa proprio da lì: negli ultimi mesi il Mercosur è diventato il simbolo di tutto ciò che non funziona nell’agricoltura europea.
Se per Bruxelles il Mercosur rappresenta un’opportunità per diversificare le proprie partnership e creare un regime di scambio più stabile e prevedibile, per migliaia di agricoltori scesi in piazza è diventato l’ennesima prova di un’Europa incurante delle loro difficoltà. Per Copa-Cogeca, la maggiore lobby agricola dell’UE, l’iter dell’accordo con il Mercosur “mina la fiducia nella governance europea, nei processi democratici e nel controllo parlamentare”. Secondo il gruppo europarlamentare della sinistra radicale, si tratta di un tentativo di diversivo da parte della Commissione europea che, perseguendo la sua sconsiderata spinta al libero scambio, indebolisce gli agricoltori e minaccia la sovranità alimentare.
Il nodo del contendere è abbastanza semplice da chiarire. L’accordo dovrebbe favorire le esportazioni europee di beni quali automobili, macchinari, prodotti farmaceutici, vino, formaggi. Allo stesso tempo, però, concederà un maggiore accesso al mercato europeo ad alcuni prodotti agricoli particolarmente competitivi provenienti dai Paesi del Mercosur, quali carni bovine, avicole e suine. Secondo gli oppositori dell’accordo, questi prodotti rischiano di esercitare una concorrenza eccessiva sulle produzioni locali europee, soprattutto per i costi del lavoro meno elevati e quadri normativi ambientali e sanitari meno stringenti.
In realtà, se si osservano i numeri complessivi, l’immagine di un’invasione incontrollata di prodotti sudamericani appare piuttosto infondata. Per esempio, le 99.000 tonnellate di carne bovina che potranno beneficiare di dazi ridotti equivalgono a circa l’1,5% della produzione annuale europea. Le 180.000 tonnellate di carne avicola rappresentano circa l’1,3%, mentre le 25.000 tonnellate di carne suina corrispondono allo 0,1% della produzione dell’Unione. Sono inoltre previsti meccanismi di monitoraggio e clausole di salvaguardia che permettono di reintrodurre dazi qualora un aumento delle importazioni provochi gravi perturbazioni del mercato.
Attenzione, non stiamo dicendo che le preoccupazioni degli agricoltori siano infondate. Il punto è un altro:
la demonizzazione dell’accordo Mercosur da parte del dibattito pubblico e di esponenti politici dell’estrema destra e dell’estrema sinistra ha appiattito una verità molto più profonda, cioè che la crisi degli allevatori e degli agricoltori europei è strutturale, non circostanziale.
Da decenni il settore deve fare i conti con problemi che con il Mercosur non c’entrano nulla:
redditi instabili, che rendono difficile programmare qualsiasi investimento;
un potere contrattuale spesso limitato nei confronti della grande distribuzione;
l’aumento dei costi di carburanti, fertilizzanti e mangimi;
una crescente pressione amministrativa;
fenomeni meteorologici sempre più estremi.
Bloccare il Mercosur non farebbe sparire nessuno di questi problemi, ma di certo offrirebbe una scappatoia politica immediata: scaricare la colpa di decenni di scelte sbagliate su un unico responsabile – l’Unione europea –, mobilitare la rabbia e promettere una soluzione altrettanto immediata, cioè bloccare l’accordo. Semplificazione, capro espiatorio, appello alla pancia: è esattamente il metodo populista di cui parlavamo nel primo capitolo, applicato a Bruxelles.
Anche la concessione dei 45 miliardi di euro può essere presentata come una grande vittoria politica ottenuta grazie alle proteste. Ma rischia di trasformarsi in uno specchietto per le allodole se non viene accompagnata da interventi capaci di affrontare le debolezze strutturali del settore.
Forse, quindi, la domanda non è se il Mercosur sia un buon accordo oppure no, ma cosa succede quando un singolo dossier diventa il contenitore simbolico di problemi che esistono da decenni. Quando tutta la frustrazione del settore agricolo viene incanalata contro un unico accordo commerciale, il rischio è che si vinca la battaglia comunicativa, ma si perda quella politica.
E se il dibattito pubblico si ferma allo slogan, quelle risposte continueranno a mancare.
Succede quasi sempre con i grandi casi di cronaca, ma su Roggero ci siamo sbizzarriti: ai canonici tre gradi di giudizio si è aggiunto l’immancabile tribunale social, dove si emette sentenza a colpi di like e commenti. La cosa divertente è che stavolta, oltre all’ uomo comune, hanno deciso di dire la loro anche vip, calciatori e personaggi dello spettacolo.
Sotto il post con cui Salvini chiede la grazia si sono accomodati Canalis, Gregoraci, Sabrina Salerno, Ruggeri, Bonucci, Sorbillo, Simona Ventura, Clizia Incorvaia e la giudice di Ballando Carolyn Smith. Seguono le motivazioni. Sul fronte musicale, per Lazza il gioielliere ha “2 palle come una casa”; Emis Killa deposita un lapidario “Paese barzelletta. Sei grande. Tanta solidarietà”; Rondodasosa chiede “grazia subito” e lo promuove “gangsta”; Shiva si limita al like. Melissa Satta allarga alla sicurezza di Milano e conclude che “siamo un paese di pagliacci”, con replica di Selvaggia Lucarelli: “A breve un programma su Rai 1 in coppia con Brumotti”. Zaccagni rilancia una delle tre petizioni, arrivate a 265mila firme. Emanuele Filiberto trova la sentenza “distante dal comune sentire di giustizia”, ma con rispetto per la magistratura. Cruciani, alla Zanzara, lo candiderebbe in Parlamento. Poi Emis Killa ci ripensa: “Non pensate che io credo che questo signore sia un eroe, non si può legittimare il gesto altrimenti diventa il Far West”.
Se fin qui tutte queste reazioni, oltre a rendere palese l’impatto mediatico della vicenda, non possono che farci divertire, ridiamo un po’ meno quando su X a dire la sua è Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, sempre più attento a quanto succede in Europa, che, rispondendo a un utente, giudica negativamente la sentenza definitiva pronunciata per Mario Roggero e afferma: “Si tratta di una follia! Il giudice e il pubblico ministero in questo caso sono coloro che meritano questa condanna“.
Ecco, il post di Musk non può che aprire una riflessione sul fatto che forse ci dovremmo dare tutti una calmata e ricordarci che il potere giudiziario è esercitato dalla magistratura: se Roggero è stato condannato in tre gradi di giudizio, un motivo c’è. E invocare la grazia il giorno stesso della sentenza, senza che la Cassazione abbia ancora depositato le motivazioni, è semplicemente populismo.
Nel film “La Grazia” di Paolo Sorrentino, uscito lo scorso gennaio, il presidente della Repubblica Mariano De Santis, interpretato magistralmente da Toni Servillo, si trova a decidere proprio su due richieste di grazia. E la frase che dà la chiave del film, “la grazia è la bellezza del dubbio”, ne sintetizza la tematica ricorrente: il dubbio come valore e non come debolezza. Ripartiamo da qui, dal lasciar perdere le certezze e avere qualche dubbio in più.
In chiusura di questa rubrica non posso non citare il tweet geniale di un utente trovato in rete.
Come si dice in questi casi, fa ridere ma anche riflettere.
Con questo episodio si chiude la nostra mini-stagione di “Ogni Martedì su due”. Speriamo che tu abbia apprezzato le nostre riflessioni e che, anche solo per un momento, ti abbiamo lasciato qualcosa.
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