L’intelligenza artificiale ha smesso da tempo di essere solo un esperimento accademico o un trucco di magia per nerd. Oggi si siede al nostro tavolo e, sempre di più, ci suggerisce pure le prossime mosse. Se fino a qualche anno fa prendevamo decisioni basandoci esclusivamente sul nostro istinto e sulla nostra limitata esperienza, il grafico di oggi ci mostra che l’intelligenza artificiale può aiutarci a vedere soluzioni che altrimenti non avremmo nemmeno immaginato.
E tutto è iniziato davanti a una scacchiera.
Il Chartedì di oggi parte dall’analisi di un grafico tanto semplice quanto disarmante: la qualità delle decisioni dei giocatori umani di Go si è impennata improvvisamente dopo il 2015. Che cosa è successo in quegli anni? Un evento che ha fatto la storia: AlphaGo ha sconfitto il campione mondiale del millenario gioco da tavolo cinese. Se non lo conoscete, c’è un bellissimo documentario di Google proprio su questo che vi consiglio di recuperare. È stato uno dei momenti topici della ricerca, l’istante in cui si è resi conto per la prima volta che l’intelligenza artificiale poteva fare cose incredibili. Consideriamo che il Go non è scacchi: si basa su un numero di combinazioni superiore agli atomi dell’universo osservabile, una pratica che è quasi un’arte, dove l’intuizione e la creatività umana sembravano insostituibili. E invece, la macchina ci ha superati.
Questo sconfinamento della logica nel dominio del genio umano ci porta a una prima riflessione scomoda: l’arte può essere appannaggio dell’intelligenza artificiale? Io personalmente credo di sì. Basti ricordare il primo grande scalpore generato da Midjourney, quando vinse un premio prestigioso con un’immagine generata artificialmente. Quell’opera, ancora oggi bellissima, mi colpì profondamente e mi fece riflettere. Quel successo dimostra che c’è spazio per le macchine anche nella creatività, nonostante si dica spesso il contrario. Ovviamente rimane aperto il dibattito etico per quegli artisti che per anni hanno prodotto arte su cui oggi l’AI generativa viene addestrata senza che venga loro riconosciuto alcun merito.
Tornando al nostro grafico e all’epifania di AlphaGo, la vera domanda è se, esplorando la matematica e la logica, questa tecnologia possa renderci una versione aumentata di noi stessi. E la cosa più sorprendente non è stata che l’uomo si sia limitato a imitare l’AI in modo meccanico. I giocatori sono diventati più creativi, esplorando territori sconosciuti alla mente umana fino a quel momento. C’è stata un’impennata di mosse e sequenze storicamente inedite: secondo uno studio di Shin e colleghi, circa il 40% del miglioramento derivava dall’aver semplicemente imparato a memoria lo stile dell’AI. Ma la vera rivoluzione è nel restante 60%: la capacità umana è esplosa proprio in quelle mosse che si discostavano dalle scelte della macchina, suggerendo che l’intelligenza artificiale non ci sostituisce, ma ci spinge a essere più umani.
Avevamo già parlato in un precedente Chartedì dedicato a come l’intelligenza artificiale può aiutare a comprendere meglio la realtà e ad insegnare meglio. Tuttavia, se l’AI è un potente amplificatore cognitivo, sorge la necessità di chiedersi se questi strumenti non debbano essere adottati prioritariamente da un pubblico cognitivamente adulto, che abbia già formato e strutturato la propria forma mentis.
Come mia figlia probabilmente non prenderà la patente tra diciassette anni, affidandosi prima ad altri mezzi o sistemi autonomi (per scandagliare il tema ti lascio un approfondimento di questo blog), forse stiamo andando verso un futuro in cui servirà una patente per utilizzare gli LLM. Un patentino cognitivo (il diploma?), per evitare che la macchina pensi al posto nostro prima ancora che noi impariamo a farlo. Eppure, al netto dei rischi, quello che il grafico di oggi ci urla è che l’AI può espandere gli orizzonti. Facciamo ancora molta fatica a misurare e inquadrare l’impatto reale sulla produttività, ma è ormai chiaro che la frontiera della conoscienza può essere espansa più agevolmente grazie all’AI.
Il grande insegnamento che ci lascia AlphaGo, questo eccezionale e freddo speleologo del pensiero, è che la macchina non ha solo calcolato varianti; ha saputo dare stimoli ai giocatori. Ha tirato fuori dal cilindro delle giocate che, secondo l'intelligenza artificiale, erano sensate, ma che l'uomo, la prima volta che le ha viste, non si è neanche reso conto potessero essere una strada praticabile. La macchina ha visto un sentiero dove noi vedevamo un muro. E allora viene spontaneo chiedersi: su quante altre sconfinate sfere della conoscenza questo nuovo sguardo ci potrà portare?
Se questo contributo ti è servito, ti sarei grato se potessi cliccare sul pulsante “Mi piace” ❤️ qui sotto! Aiuta più persone a scoprire questa pubblicazione e mi permette di capire cosa piace ai lettori.
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.