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melidé · Apr 13, 2026

Sapere cosa si sta comprando è gradevole?

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Alessandra x melidé · melidé

Sapere cosa si compra non è sempre piacevole: ci mette davanti a tante contraddizioni e storture della nostra società. Non è un argomento facile da prendere, e infatti come sapete, lo evito come evito la mia cattivissima vicina di casa Olinda, e nonostante dieci anni di melidé mi legittimerebbero a menarla sulla sostenibilità per almeno altri dieci anni.
E lo so, dovrei scrivervi altro per essere trendy, di come vivo l’amicizia, la maternità, di cosa penso del lavoro da remoto, di come io e le mie amiche riusciamo a spaziare dal vestito per un matrimonio a riflessioni sul terzo settore e sul perché dovremmo, seriamente, lavorare quattro giorni e non cinque a settimana, dei nostri “mi viene da piangere”, del commuoverci quando Cartabia parla della Costituzione, di come stiamo prendendo il fatto essere anagraficamente cinquantenni, di cosa significa lavorare con i social nel 2026, di come stanno i preadolescenti, del perché stiamo sempre tutti stipati in cucina e snobbiamo il tavolo del soggiorno. Voi non immaginate quanto mi prudano le mani, quanto vorrei avere il tempo per dedicarmi a scrivere anche di questo, tra l’altro con la certezza che vi appassionerei, ma ci sono davvero troppe newsletter piene di opinioni sulle cose, newsletter che io non leggo ma so che vanno alla grande, ce ne sono così tante che mi sembra di farvi un regalo a non scriverne una così anche io. Davvero, a voi non sembra ma io vi sto omaggiando della mia assenza nel panorama delle newsletter sapute.

Una newsletter “saputa” è quella scritta da chi ha sempre un’opinione su tutto, chi dispensa riflessioni cercando la frase caustica che diventi una quote instagrammabile, chi sa già come stanno le cose e come dovrebbero stare, chi si posiziona su ogni argomento con una sicurezza che rasenta la presunzione.

Indiperciò, andiamo avanti senza la pretesa di essere trendy, ed entriamo in un territorio scivoloso. Pensate di entrare in un negozio Shein, o Primark, o nel sempre più patinato Zara (fa molto ridere questa virata di Zara, e ne parleremo, ma devo finirla di fare ironia sulle cose gravi, lo so), di toccare un vestito qualsiasi, e toccandolo fare un viaggio mentale fino all’inizio della sua filiera, e passare una giornata con chi lo confeziona. Un flash, una visione, un trip, po’ come in Hamnet, quando Agnes tocca la mano di qualcuno e vede dentro di lui. Toccare un tessuto e avere contezza di cosa è stato prima di arrivare in un negozio non sarebbe una bella esperienza, nella maggior parte dei casi.

Da dieci anni melidé ha scelto di lavorare con materie prime sostenibili e filiere etiche, per questo posso farvi fare un breve viaggio nel nostro catalogo, partendo dai capi “pronti” e passando per la collezione sartoriale, senza il rischio di farvi vivere un cortocircuito: state tranquille, qui è tutto sotto controllo, mettete la mano nella mia, nessuno dei valori percepiti che ci fanno sentire a posto con la coscienza verrà messo in discussione.

Dal film Hamnet diretto da Chloé Zhao

Le nostre felpe ricamate arrivano a noi già “pronte” (così come le T-shirt) e proprio per questo il loro prezzo è più contenuto rispetto al resto del catalogo.
Al contrario, per quanto riguarda la parte sartoriale, i prezzi finali includono tanti processi, tutti gestiti da noi: l’ideazione, la ricerca e il costo del tessuto e degli accessori, la consulenza della modellista, il cartamodello e i piazzati per la produzione (spesso vi ho raccontato che usare diversi tessuti deadstock per lo stesso modello purtroppo è dispendioso), i capi pilota, gli sdifettamenti, i prototipi, il costo del fasonista, ovvero chi coordina i laboratori sartoriali, insieme a quello della manodopera effettiva, e poi tutto ciò che serve a mettere in vendita la collezione: fotografie, organizzazione del back office del sito, comunicazione del prodotto per spiegarvelo, raccontarvelo, e il costumer care, cioè tutto quello che facciamo per aiutarvi a scegliere cosa acquistare, rispondendo a tutte le vostre richieste e dubbi. Tutte queste attività, indispensabili, richiedono coordinazione e un grandissimo lavoro di squadra con i nostri fornitori, le nostre modelliste, il fasonista e chi lavora insieme a noi alla produzione dei contenuti.

Ecco perché il costo dei prodotti che arrivano a noi già pronti (felpe e Tshirt) è più basso rispetto a un capo di una collezione sartoriale, come, per esempio, il pile anni ‘90 che indossavo ieri nelle stories: è stata un’edizione limitata, è stato comprato, amato, indossato, è andato sold out velocemente e vi prometto che lo rifaremo con altri tessuti. Quel pile non poteva avere lo stesso prezzo delle felpe ricamate, nonostante in apparenza sembri un prodotto simile.

Impossibile trovare un frame in cui non gesticolo e contemporaneamente ho un’espressione accettabile, quindi ho scelto uno screen in cui si vede bene la felpa.

I negozi multibrand stanno scomparendo?

Le felpe e le Tshirt arrivano da un nostro partner di produzione: non sono realizzate sartorialmente con tessuti deadstock, ma hanno molte certificazioni di sostenibilità. Ci arrivano complete, pronte per essere ricamate. Le abbiamo però selezionate con cura, perché dal catalogo del fornitore non peschiamo a caso: scegliamo quello che ci piace e che rispecchia la nostra identità. Proprio come fanno le boutique multibrand di quartiere.

Questo mi porta a una riflessione importante che da tempo volevo condividere qui: stanno scomparendo i negozi multibrand, quei negozi con una personalità propria, dove i titolari scelgono personalmente i prodotti selezionandoli dai cataloghi dei brand. Ogni negozio multibrand è unico, anche quando vende gli stessi marchi di un altro, perché la selezione è soggettiva, dipende dal gusto del negoziante e dalla sua clientela.

Sia chi compra sia chi vende, con la propria personalità, caratterizza la proposta.
Entrare in un negozio multibrand è come entrare in un armadio di desiderata, in una wishlist, e scegliere un negozio anziché un altro è anche una scelta di gusto, di affinità. Sarebbe bello che questi negozi tornassero a essere valorizzati e compresi, e invece stanno scomparendo e i nostri centri storici assomigliano sempre di più a centri commerciali all’aperto, con vetrine tutte uguali, ovunque. Amarissimo, almeno per me.

Per promuovere le nuove felpe ricamate abbiamo rinunciato a gran parte del margine, che è, comprensibilmente, ciò che tiene in piedi un’azienda, insieme a un buon lavoro, scelte oculate, e un po’ di fortuna (usata bene), e “un villaggio”. Sul “villaggio” intorno a melidé ho incentrato una testimonianza portata all’Università Bocconi, qualche anno fa, grazie a una professoressa che puntualmente mi invita e mi lascia libera di raccontare la nostra azienda a modo mio. Ne parlerò anche qui, chissà se è trendy.

Ho scritto questo, sfidando le leggi del marketing e il dio delle newsletter che convertono, perché penso che abbiate il sacrosanto diritto di capire cosa comprate, e non solo di sapere se è cucito con il punto elastico, con la taglia e cuci o a mano, se ha l’orlo a vivo e perché, se è tagliato in barré, se è fatto sprecando energia a buffo o resuscitando tessuti abbandonati dai grandi brand del sistema moda, se ha le spalle raglan, se è taglia unica, come va lavato e con quali altri capi abbinarlo. No, io voglio dirvi tutto quello che vi serve per capire davvero (avverbio che usa spessissimo ChatGPT, alzate le antenne quando lo leggete, ma giuro io sto scrivendo a raffica, a braccio, e spero sempre che Viola riesca a sgamare tutti i refusi che inanello nel mio stream of consciousness) quello che state comprando.

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Read the original on melide.substack.com

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