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melidé · May 25, 2026

I vestiti salvano

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Alessandra x melidé · melidé

Substack mi mette l’ansia.
Premessa, non sono una persona ansiosa, per quanto possa non essere ansiosa una madre. Credo che l’ansia sia inclusa nel pacchetto madre, come la candida è inclusa nelle mutande di Tezenis (cit.). Non sono una persona ansiosa, però, e le persone ansiose mi mettono ansia. Su Substack, pullulano.
L’ansia che mi mette più ansia è l’ansia di essere letti, la meta-ansia, il parlare dell’ansia dello scrivere, del pubblicare, di come essere visti, letti, likati, commentati e condivisi, le foto delle postazioni dove si scrive, le foto della vista di chi scrive, le foto degli schermi dei computer aperti su un’app che non è Word ma sarà per sempre Word, i post-it colorati e quelli a linguetta trasparenti tipo segnalibro, i ritagli di giornale, le pile di libri-inspo, le matite o gli evidenziatori per non scordare le sentence più giuste. Tutte cose che ho anche io (team matita, l’evidenziatore è troppo bullo), qui davanti a me. Ho anche il gatto che mi fa da poggiagomito, il caffè americano nella tazza di Friends, quella con il divano che davano in omaggio da Mc Donald’s e il rumore della lavatrice in sottofondo, lanciata in un programma-eco infinito.

Una volta salvi e salve dall’analfabetismo di ritorno di Facebook, dall’algoritmo cattivo di Instagram, dai balletti di Tik Tok, noi millennials siamo approdati qui, portando un mix di blogcore/2009, di vittimismo, di giovanilismo o vecchiaia precoce, di voglia di non essere sottovalutati, di mostrare i nostri angoli di design con la pilea, con la sterlizia, il punto luce di Flos, i coffee-table-books collezionati nell’ultimo decennio.
Il mondo è pieno di persone, circa 8,3 miliardi: ci sarà qualcuno che ci vuole leggere, da qualche parte, no? Il mondo è davvero super pieno di gente, e penso da sempre che nonostante ciò, nonostante siamo dei miliardi, ci piace ancora metterci con l’ex ragazzo della nostra amica, o amico, se vogliamo declinare tutto o una parte al maschile. Otto miliardi di persone, e ci fidanziamo con l’unico o l’unica da lasciare perdere per buona creanza, com’è che va così, nonostante ci sia in giro davvero un sacco di gente con cui fidanzarsi, per la precisione circa otto miliardi di possibilità? Questa è una cosa che mi saprei anche spiegare, se avessi la presunzione di saper spiegare queste cose: non ce l’ho, mi limito a lanciare il sasso e poi nascondere la mano.
Insomma, in questo marasma di persone, c’è sicuramente un bel gruppetto italofono pronto a leggere quello che abbiamo da dire, periodicamente e con puntualità, su Substack, ma c’è chi, mentre attende che questo gruppetto si palesi, si raggrumi in tassi di apertura e metta like, parla proprio di questo, di come trovare lettori. Che ansia!

Cosa mi salva dall’essere una di loro, una persona ansiosa convinta di avere talento, in cerca di qualcuno che abbia voglia di leggere quello che scrivo dal mio angolo didesign-ma un po’ gipsy con un ficus, una sterlizia, una pilea e il caffè americano? Cosa mi salva dall’essere potenzialmente una patetica, piagnona, vittimista, ansiosa scrittrice in erba di Substack? I vestiti.

Ero arrabbiata con i vestiti perché mi sentivo costretta a parlarne e per sfoggiare un po’ di intellettualismo e di snobismo letterario cercavo di elevarli a oggetti d’arte, traduzione della cultura del tempo, veicolo di qualità della vita, cose così, oppure di abbassare il livello di quello che scrivevo per avvicinarlo alla sfumatura frivola intrinseca di una gonna, di una giacca, di una camicia, usando l’ironia o infilandoci la mia storia personale, quell’intimismo che rende tutto più umano, vicino, come se otto miliardi e trecentomila persone possano identificarsi con la me stessa che indossava quel tubino nero, calzette con gli orsetti e mules per il colloquio in Feltrinelli nell’estate del 2001. Spoiler, mi hanno assunta a tempo indeterminato, nonostante le calze, ma i direttori illuminati come Gabriele Zavattini oggi sono out of stock, mi sa.
I vestiti mi hanno salvata dall’ansia di risultare, perché io vendo vestiti, questo è il mio lavoro. Non vendo storie scritte a tastiera, non faccio personal branding, mi limito a spiegare bene, anzi meglio che posso, le cose che faccio, e che vendo: vestiti.

Questa cosa mi salverà dall’essere a mia volta piagnona? Credo di sì. I vestiti salvano, ne sono sicura.

I vestiti che ci salvano oggi sono molto semplici, e proprio per questo sono così speciali. Hanno i bordi tagliati a vivo, sono due scamiciati in due colori stupendi, marrone e corallo. Il marrone è marrone scuro, un cotone liscio e a modo suo luminoso. Elegante come il blu, passepartout come il nero, cool come solo il marrone sa essere, sopratutto quest’anno in cui è tornato di nuovo protagonista. Mi aspetto che l’anno prossimo sia di nuovo l’anno del cappotto cammello, sono due anni che mancano i titoli “camel is the new black - again”. Ho già pronto il pezzo se serve. Ormai i ritorni della moda possono essere trattati come i coccodrilli nel giornalismo: scriviamo tutto prima e quando torna qualcosa basta cliccare sul tasto “pubblica”.
Il corallo è un voile di cotone: un tessuto di una leggerezza quasi aerea, semitrasparente, a trama aperta, ottenuto con fili ritorti (cioè attorcigliati su se stessi prima della tessitura). Questa torsione è la chiave: dà al tessuto la sua caratteristica consistenza leggermente croccante e una mano asciutta, rigida a freddo, ma che si ammorbidisce sul corpo. È il tessuto estivo per eccellenza: pesa quasi niente, lascia passare l'aria, non si appiccica.

È davvero difficile sceglierne uno dei due, per fortuna io non devo scegliere, sarebbe come scegliere tra due figli.

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