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melidé · Feb 2, 2026

Cara B., ovvero come non contribuisco al caporalato

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Alessandra x melidé · melidé

Cara B., mi spiace perdere una cliente come te, sul serio. Perché credo siano le clienti come te a fare la differenza in un ecosistema come quello attuale dei brand di moda. Per questo ti scrivo. Scrivo a te, B., ma in realtà sto scrivendo a tutte le B. che seguono melidé.
Ieri, dopo anni di scambi su Instagram, hai capito che non sono così coerente come credevi e si è rotto il rapporto di fiducia che ci legava.

Per chi l’ha visto e per chi non c’era, riassumo quello che è successo.

Ieri pomeriggio, mentre descrivevo un look che avevo indossato nel weekend (di cui vi allungherò foto, quando smette l’inferno metereologico), ho mostrato con orgoglio il mio ultimo acquisto vintage: una borsa di Prada di fine anni 90 (o forse più inizio 2000, sto indagando) in pelle e tela vela, e ho detto una frase, “Le borse sono Prada”, perché negli anni ho acquistato varie borse di Prada vintage, con un metodo ormai collaudato che poi vi spiego, e le uso assiduamente.
Sì, io non ho mai applicato il “protocollo corredo” che cercava, invano, di insegnarmi la nonna, cioè la pratica di conservare le cose più belle senza usarle, per preservarle per chissà quale momento (nonna diceva che il pigiama buono va conservato “per l’ospedale” e ho fatto male a non darle retta, dato che ho partorito con una maglietta oversize, mentre l’ostetrica mi faceva notare che non era “nemmeno bianca” - santo cielo quanto è difficile partorire).
No, io uso tutto, anche e soprattutto le cose più belle.

Ho dunque mostrato questa borsa, e B. mi ha scritto, su Instagram in direct, la sua delusione: Prada è una delle aziende che compaiono nei fascicoli sugli opifici cinesi clandestini come committenti che affidano la produzione a chi non applica le leggi su lavoro e sicurezza (Ilsole24ore, 4 dicembre 2025).

Lo sapevamo già, che c’è una dispersione di responsabilità gravissima nella filiera della moda.

Che non è solo un problema di sostenibilità ambientale, è anche un problema, enorme, di rispetto dei diritti umani. Molte, moltissime persone hanno cercato brand come il nostro dopo aver visto il documentario The True Cost, che tuttavia concentrava il discorso sui brand di fast fashion, non proprio sui brand di lusso.

Nonostante nel 2015 (quando è nata melidé) l’ecosostenibilità fosse già quasi un trend che ha toccato il suo picco durante la pandemia di Covid, quando un po’ tutte ci siamo interrogate sulle cose che non andavano nel nostro pianeta, io ho scelto di non fare questo tipo di attivismo e divulgazione, di non menarla con la sostenibilità facendo paragoni, ma ho scelto di rispondere a questo ecosistema tutto sbagliato creando un brand che è sostenibile, in senso ecologico e umano.
Siccome tante, tantissime cose (forse quasi tutte) che possediamo e che compriamo (anche i prodotti alimentari di consumo quotidiano, anche i trucchi, anche i mobili, anche e sopratutto i computer, gli smartphone che usiamo per leggere le notizie sul caporalato) sono prodotti, confezionati e consegnati in un modo che non ha certo come priorità la qualità della vita di chi lavora (per dirla in modo blando), ho sempre pensato che fosse ipocrita e anche un po’ disonesto demonizzare le nostre (faccio sempre parte di un noi, quando scrivo, di cui facciamo parte insieme) abitudini di acquisto, fare la morale, menarla insomma, per usare un verbo che racchiude un po’ tutto, un po’ come certe parole in greco antico che si possono tradurre solo con delle lunghe perifrasi, se non addirittura con dei racconti, per quanto sono dense di significato.

Eccola, la borsa che ho comprato. Ho un salvadanaio virtuale fisso che si chiama “Borsa Prada” in cui ogni tanto metto qualche euro. Quando mi sto avvicinando al budget che mi sono prefissata, inizio a fare ricerca del modello che mi piace, su Vestiaire o più di rado su Vinted. Ci ho messo circa un anno a trovare questo esemplare al prezzo che potevo permettermi, ovviamente se avete budget vi basta scrivere il modello nella casella di ricerca di Vestiaire e comprarla (consiglio: con cartellini identificativi e scegliendo il servizio di autenticazione), non serve un anno di ricerca. Ero molto orgogliosa del mio acquisto e mai avrei pensato di poter essere di cattivo esempio.

Quindi B., davvero sono dispiaciuta di averti delusa, ma sono certa, anzi certissima di non contribuire al caporalato nell’azienda Prada con questo acquisto, sono certa, certissima invece di aver mandato un messaggio positivo: nel vintage, si trovano cose di valore (in questo caso per me il valore di una borsa è la sua durevolezza: la mia borsa preferita di Prada, che uso ancora quasi tutti i giorni, è arrivata nelle mie mani nel 2009, ed era già stata usata da anni).

Cara B., se devo autocriticarmi per le mie abitudini di consumo, non citerei le mie transazioni su Vestiaire Collective, ma la passata di pomodoro che compro al volo al Carrefour, quando finisco quella del mio fruttivendolo che raccoglie i pomodori personalmente. Oppure le insalate in busta che mi capita spesso di comprare. Il mio iPhone, i miei prodotti per il make up e per la skincare (non tutti, dato che uso anche Caprichair), e così via.

Cara B., io spero che resterai, perché sono certa, anzi certissima che hai capito cosa sto cercando di spiegare in questa lunga apologia di me stessa non richiesta: che io credo tantissimo in quello che faccio, che so che non basta la buonafede, serve coerenza vera, concreta, ma che, purtroppo, per quanto la responsabilità sia di tutti, non siamo noi consumatori a dover essere colpevolizzati e giudicati per i nostri consumi, ma sono le istituzioni che devono proteggere tutti e tutte dalle nuove schiavitù. Questo è il mio pensiero. Poi, che tu ritenga che Prada sia il simbolo di un modo sbagliato e ingiusto di fare le cose, lo capisco, ma rimane il fatto che comprare Vintage sia uno dei modi più sostenibili di fare acquisti.

Un altro è comprare da brand che fanno il possibile per rispettare l’ambiente e le persone. “Il possibile” perché, amiche, lo dico sempre, la sostenibilità non esiste, almeno finché non esisteranno - e verranno rispettate - regole comuni, globali, per fare le cose pensando al bene di tutti e di tutte.

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