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Matrice Digitale Newsletter · Jul 19, 2026

Google incassa, Cloudflare perde, Ranucci paga

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Livio Varriale, Matrice Digitale · Matrice Digitale Newsletter

Caro lettore,

bentrovato in una settimana nella quale quattro vicende apparentemente distanti finiscono per raccontare la stessa storia: il momento in cui la narrazione non riesce più a coprire l’analisi, gli interessi consolidati non riescono più a presentarsi come bene comune e la responsabilità torna a bussare alla porta di chi, per anni, ha esercitato potere senza volerlo chiamare con il suo nome. La differenza tra analisi e narrazione non consiste nel tono, nella durezza o nella capacità di alzare la voce. Consiste nel metodo. La narrazione protegge l’equilibrio del momento, l’analisi cerca il punto nel quale quell’equilibrio si spezza. La narrazione ripete che le piattaforme sono semplici imprese private quando censurano, demonetizzano o rendono invisibili contenuti sgraditi; poi le presenta come infrastrutture indispensabili quando devono ricevere collaborazioni istituzionali, accesso privilegiato ai decisori pubblici e un riconoscimento quasi automatico del proprio ruolo sociale.

L’analisi, invece, pone una domanda più semplice e molto più scomoda: se una società seleziona, classifica, distribuisce, premia, punisce e monetizza, perché dovrebbe essere considerata neutrale quando arriva il momento di rispondere delle conseguenze? Questa settimana il velo si è sollevato in quattro punti. Google può essere ritenuta responsabile dei contenuti monetizzati su YouTube quando conosce il canale, ne verifica la natura e divide i ricavi con il creator. Cloudflare ha perso davanti al Tar del Lazio sul caso Piracy Shield, confermando che la dimensione globale di un’infrastruttura non la colloca sopra la legge italiana. Sigfrido Ranucci, dopo essere stato vittima di un attentato, viene progressivamente trascinato dentro un processo mediatico nel quale fonti, servizi, televisioni e vecchi faccendieri provano a contendersi il diritto di stabilire la verità. Infine, la tutela dei minori torna al centro del dibattito dopo vent’anni nei quali social network, algoritmi e sistemi di profilazione sono stati lasciati liberi di plasmare intere generazioni, mentre l’Europa riapre contemporaneamente il dossier Chat Control e il rischio di una sorveglianza preventiva delle comunicazioni.

Il filo che unisce tutto è la responsabilità. Chi controlla la visibilità non è neutrale. Chi guadagna dalla viralità non è estraneo ai contenuti. Chi gestisce un’infrastruttura essenziale non può sottrarsi alle regole del Paese in cui opera. Chi invoca la sicurezza dei bambini non può usare quella causa per costruire strumenti destinati a sorvegliare tutti. E chi racconta un attentato non può trasformare la vittima in imputato soltanto perché, ai piani alti, qualche equilibrio si è rotto.

La decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea sul rapporto tra Google, YouTube e i creator monetizzati ha un valore che supera di molto il caso originario relativo alla promozione del gioco d’azzardo. Non stabilisce che la piattaforma sia automaticamente responsabile di ogni video pubblicato, ma incrina definitivamente la rappresentazione sulla quale l’economia digitale ha costruito una parte enorme della propria impunità: l’idea che un intermediario possa conoscere un contenuto abbastanza da guadagnarci, ma non abbastanza da risponderne.

Quando YouTube ammette un canale nel programma partner, non svolge una funzione puramente tecnica. Analizza il tema, osserva i contenuti più recenti e più visti, valuta i metadati, verifica l’idoneità commerciale, decide se gli inserzionisti possano essere associati a quel materiale e stabilisce la ripartizione dei ricavi. È un processo di selezione economica ed editoriale. Il creator produce il video, ma Google ne organizza la distribuzione, la valorizzazione pubblicitaria e la capacità di raggiungere il pubblico. La piattaforma non è un tubo nel quale passano dati: è il soggetto che decide quali dati diventano denaro.

Per anni questa ambiguità ha rappresentato il capolavoro giuridico delle Big Tech. Quando si trattava di incassare, YouTube diventava una media company sofisticata, capace di conoscere il pubblico, valutare i contenuti, profilare gli interessi, scegliere gli annunci e prevedere il rendimento di ogni visualizzazione. Quando arrivavano le contestazioni, tornava a essere un deposito passivo, lontano dalle scelte degli utenti e incapace di conoscere in anticipo la natura dei materiali ospitati. La Corte europea non cancella automaticamente questa doppia identità, ma offre ai giudici nazionali il criterio per smontarla: la conoscenza può derivare anche dai controlli commerciali che la piattaforma compie volontariamente per monetizzare un canale.

Il passaggio è decisivo perché YouTube non controlla soltanto la pubblicità. Google possiede il motore di ricerca dominante, la piattaforma video, gli strumenti pubblicitari, i sistemi di misurazione, una parte essenziale della distribuzione mobile e i meccanismi attraverso i quali editori, aziende e creator cercano visibilità. La stessa società può decidere quali contenuti emergono su Search, quali video vengono raccomandati, quali campagne pubblicitarie vengono accettate e quale quota economica viene restituita a chi produce. È contemporaneamente porta d’ingresso, arbitro, concessionaria pubblicitaria, misuratore del pubblico e concorrente.

Per questo la sentenza non riguarda soltanto il gioco d’azzardo. Riguarda il pluralismo, il giornalismo, la tutela dei minori e la libertà economica di chi dipende da un algoritmo non trasparente. Matrice Digitale ha sperimentato direttamente cosa significhi pubblicare contenuti giornalistici su una piattaforma capace di registrare migliaia di iscritti e, nello stesso tempo, distribuire visualizzazioni organiche irrilevanti senza offrire una spiegazione verificabile. Se un contenuto viene demonetizzato, escluso dalle raccomandazioni o respinto nelle campagne pubblicitarie, il soggetto colpito non dispone quasi mai di un vero contraddittorio. La decisione è privata, l’effetto è pubblico e il danno può essere editoriale, economico e democratico.

È proprio qui che la vicenda giudiziaria si salda con il nuovo scontro tra Google e l’Unione europea sul Digital Markets Act. Bruxelles impone una maggiore apertura di Search e Android: i dati della ricerca dovranno essere resi disponibili, in forme regolate, anche ai concorrenti; gli assistenti di intelligenza artificiale esterni dovranno poter ottenere su Android capacità più vicine a quelle riservate a Gemini. Google risponde evocando rischi per privacy e sicurezza. L’obiezione non è priva di fondamento: concedere a un assistente AI accesso a notifiche, messaggi, chiamate, calendario, applicazioni e funzioni di sistema aumenta realmente la superficie di attacco. Ma la sicurezza non può diventare la parola magica con cui il gatekeeper conserva l’esclusiva sui dati e sui privilegi tecnici che hanno costruito il suo dominio.

La domanda corretta non è se aprire tutto indiscriminatamente. È chi debba stabilire le condizioni dell’apertura. Se fosse Google a decidere da sola quali concorrenti sono abbastanza sicuri, con quali tempi e con quali permessi, il controllo del mercato resterebbe nelle mani dello stesso soggetto che dovrebbe essere limitato. Servono criteri pubblici, verifiche indipendenti, autorizzazioni progressive, registri delle operazioni, responsabilità chiare e possibilità di revoca. La protezione degli utenti deve essere una regola verificabile, non una concessione del monopolista.

La contraddizione diventa ancora più evidente osservando AI Overview e AI Mode. Google sostiene di dover proteggere gli utenti europei dai rischi prodotti dall’apertura ai concorrenti, mentre un rapporto di Common Sense Media ha giudicato inaccettabili le funzioni AI integrate in Search per bambini e adolescenti. Nei test, i sistemi non hanno differenziato adeguatamente le risposte in base all’età, hanno mostrato gravi lacune nella gestione delle crisi psicologiche, hanno completato compiti scolastici al posto degli studenti e hanno fornito indicazioni problematiche su deepfake e clonazione vocale. La piattaforma che invoca la sicurezza per difendere la propria integrazione verticale non riesce a garantire sicurezza sufficiente nei prodotti che distribuisce direttamente ai minori.

Questo non dimostra che ogni contestazione di Google sia strumentale. Dimostra però che nessuna società può essere contemporaneamente giudice esclusivo della propria sicurezza, beneficiaria economica dei propri algoritmi e soggetto irresponsabile rispetto ai risultati. AI Overview non si limita a ordinare link: seleziona fonti, sintetizza contenuti e formula una risposta con tono autorevole. YouTube non si limita a ospitare video: li classifica, li raccomanda e li monetizza. Android non si limita a eseguire applicazioni: stabilisce quali assistenti possono entrare più profondamente nella vita digitale dell’utente. Ogni passaggio aggiunge potere editoriale, commerciale e infrastrutturale. Ogni passaggio deve aggiungere responsabilità.

La vera notizia della settimana, quindi, non è soltanto che Google abbia perso un altro pezzo della propria neutralità giuridica. È che l’Europa sta iniziando, con ritardo e contraddizioni, a riconoscere la natura reale delle piattaforme. Non sono semplici aziende tecnologiche e non sono enti pubblici. Sono poteri privati che svolgono funzioni di interesse pubblico, organizzano mercati, orientano l’informazione e incidono sulla formazione dei minori. Il problema non si risolve demonizzandole, ma impedendo che possano scegliere di volta in volta l’identità più conveniente: editore quando incassa, intermediario quando viene citato in giudizio, innovatore quando chiede sostegno pubblico e impresa privata quando limita il pluralismo.

Per approfondire il principio giuridico che può cambiare la responsabilità di YouTube, leggi l’analisi sulla sentenza della Corte UE e sulla fine dell’hosting “neutrale”.

Per comprendere il fronte regolatorio, approfondisci lo scontro tra Google e l’Unione europea sul DMA, Search e Android.

Infine, per vedere cosa accade quando l’intelligenza artificiale di Google incontra gli utenti più vulnerabili, leggi l’inchiesta sui rischi di AI Overview e AI Mode per i minori.

La conferma della maximulta Agcom a Cloudflare da parte del Tar del Lazio chiude, almeno per ora, una fase della battaglia su Piracy Shield e ne apre un’altra. I giudici hanno riconosciuto la competenza dell’Autorità italiana, la legittimità dell’ordine di disabilitazione e la proporzionalità della sanzione superiore a 14 milioni di euro. Il punto politico e giuridico è semplice: una multinazionale che offre servizi nel mercato italiano non può trasformare la propria architettura globale in un’esenzione dalle leggi nazionali.

Matrice Digitale aveva sostenuto fin dall’inizio la legittimità della sanzione e la linea di Massimiliano Capitanio, senza per questo nascondere gli errori operativi di Piracy Shield, i rischi di overblocking e la necessità di procedure trasparenti di ripristino. Questa è precisamente la differenza tra analisi e tifo: si può difendere il principio secondo cui Cloudflare deve rispettare un ordine dell’autorità e, nello stesso tempo, pretendere che l’autorità utilizzi strumenti precisi, proporzionati e verificabili. La sentenza rende più debole la narrazione secondo cui qualsiasi obbligo imposto a un grande provider coinciderebbe con un attacco alla libertà della rete. Cloudflare non è stata sanzionata perché “colpevole” dei contenuti, ma perché non ha eseguito un ordine rivolto a un’infrastruttura capace di incidere concretamente sull’accessibilità dei servizi illeciti.

La sede europea, il peso industriale e perfino il supporto offerto a eventi strategici non possono diventare leve per ottenere una zona franca regolatoria. Piracy Shield, tuttavia, non riceve un’assoluzione generale. Deve ancora dimostrare di saper evitare blocchi ingiustificati, garantire tracciabilità e correggere rapidamente gli errori. La vittoria di Agcom non cancella la responsabilità tecnica dell’Autorità. Stabilisce soltanto che il confronto deve avvenire dentro le regole, non attraverso minacce infrastrutturali o campagne di pressione. Per ricostruire la decisione del Tar, lo scontro interno ad Agcom e la posizione mantenuta da Matrice Digitale quando il dibattito era dominato dalle tifoserie, leggi l’approfondimento sulla maximulta a Cloudflare e sul futuro di Piracy Shield.

Il caso Sigfrido Ranucci ha superato da tempo il perimetro di un’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025. La bomba davanti all’abitazione del giornalista avrebbe dovuto concentrare l’attenzione su esecutori, mandanti, protezioni e falle nella sicurezza di un uomo già sotto scorta. Invece, con il passare dei giorni, la vittima è stata progressivamente trasformata nell’oggetto principale del processo mediatico.

Le domande non riguardano più soltanto chi abbia ordinato l’attentato, ma chi frequentasse Ranucci, quali fonti usasse Report, quali rapporti esistessero con Valter Lavitola e quale parte dell’intelligence abbia alimentato nel tempo determinate inchieste. Queste domande non sono illegittime. Un giornalista investigativo non può pretendere immunità professionale soltanto perché è stato colpito. La scorta non cancella il dovere di trasparenza, e il rapporto con una fonte opaca può essere analizzato senza trasformare ogni critica in censura. Ma il punto è il modo in cui le domande vengono utilizzate. Verificare se una fonte abbia condizionato un’inchiesta è giornalismo. Usare la fonte per delegittimare il giornalista prima di accertare i fatti è un’operazione di potere.

La figura di Lavitola concentra questa ambiguità. Ranucci lo ha definito una “scatola nera del Paese”, formula che descrive bene quei personaggi capaci di attraversare politica, editoria, affari, relazioni internazionali e apparati senza occupare sempre un ruolo formale proporzionato alla loro influenza. Per un giornalista d’inchiesta, ascoltare una fonte del genere non è di per sé uno scandalo. Le grandi inchieste raramente nascono da fonti immacolate: arrivano da ex soci, funzionari scontenti, intermediari, uomini bruciati dal sistema, soggetti con interessi personali e memorie selettive. Il metodo giornalistico non richiede la purezza della fonte, ma la verifica dell’informazione e l’autonomia della redazione.

La questione diventa esplosiva perché Lavitola non è soltanto una fonte. È indicato dalla Procura come possibile mandante dell’attentato, mentre attorno alla vicenda emergono relazioni con ambienti camorristici, vecchi collegamenti professionali, dossier industriali e rapporti con figure del potere italiano. La sovrapposizione tra amicizia, fonte, sospetto e possibile interesse trasforma ogni dettaglio in materiale narrativo. Una cena diventa indizio. Una vecchia assistenza legale diventa collegamento. Una valigia diventa fuga. Una smentita diventa prova di una guerra interna. Il rischio è che la percezione consumi i fatti prima che i fatti arrivino agli atti.

La smentita di Marco Mancini sull’identificazione con il nome “Corrado” è un esempio preciso. Mancini nega di essere la persona indicata negli atti e afferma di non essere mai stato chiamato in quel modo durante la propria carriera nell’intelligence. La smentita deve essere registrata senza forzature: non esiste la prova che Mancini sia “Corrado”. Ma il suo ritorno nella vicenda riapre il nodo dei rapporti tra Report, apparati, fonti riservate e vecchie fratture, a partire dal caso dell’Autogrill e dalle dichiarazioni sul segreto di Stato opposto alle domande relative ai contatti tra giornalisti e intelligence. È qui che l’analisi di Matrice Digitale si distingue dalle ricostruzioni costruite per portare acqua a un solo mulino. Il punto non è dimostrare a ogni costo che Mancini sia coinvolto nell’attentato. Il punto è osservare che, ogni volta che il caso Ranucci entra nella sua zona più opaca, riemergono gli stessi nomi, gli stessi apparati, gli stessi canali informativi e la stessa lotta per il controllo della narrazione.

“Corrado” può non essere Mancini, ma il caso continua a parlare di Mancini, Belloni, Autogrill, servizi e rapporti tra intelligence e informazione. Dentro questa frattura si inserisce Massimo Giletti. Il conduttore non si limita a commentare: rivendica anticipazioni, sostiene di conoscere da tempo la pista campana, parla di camorra, promette sviluppi e concentra l’attacco su Lavitola. Giletti tende a togliere Ranucci dal sospetto di una partecipazione consapevole all’attentato, ma lo mette davanti a una domanda morale e professionale: come può un giornalista sotto scorta aver avuto un rapporto di amicizia con un personaggio simile? La domanda contiene già una tesi, perché sposta l’attenzione dall’autonomia editoriale alla frequentazione personale. Giletti, però, non è un osservatore neutrale. È un attore del sistema televisivo, con una storia complessa tra Rai, La7, Mediaset, palinsesti, pressioni e relazioni con fonti considerate molto solide. Quando afferma di essere “dentro la storia”, il giornalismo smette di limitarsi al racconto e diventa parte della vicenda.

La televisione non descrive più il campo di battaglia: entra nel campo di battaglia.

Le anticipazioni diventano pressione investigativa, il palinsesto diventa strumento politico e la ripresa autunnale di una trasmissione può trasformarsi nel luogo in cui si decide pubblicamente chi sia credibile prima ancora che la magistratura concluda il proprio lavoro. La Rai si trova nella posizione più delicata. Deve proteggere un giornalista vittima di un attentato e, contemporaneamente, verificare che il marchio Report non sia stato condizionato da fonti interessate. La sospensione delle repliche estive può essere interpretata come censura politica oppure come tutela cautelativa. Entrambe le letture restano possibili finché l’azienda non spiega con trasparenza quali verifiche abbia avviato e quali criteri utilizzi. Difendere Report non significa renderlo intoccabile; verificarne il metodo non significa consegnarlo ai suoi nemici.

La vera domanda, quindi, resta quella che Matrice Digitale ha posto fin dall’inizio: chi usa chi?

Lavitola ha usato Ranucci per legittimarsi, proteggersi o orientare inchieste? Ranucci ha usato Lavitola come fonte mantenendo il controllo del proprio lavoro? Giletti usa il caso per riaprire una partita televisiva e personale? La Rai usa l’indagine per congelare una trasmissione scomoda? Gli apparati usano i giornalisti per colpire correnti rivali? E i giornali che oggi processano Ranucci stanno cercando la verità oppure stanno partecipando al nuovo equilibrio che si sta formando?

Nessuna di queste domande può essere trasformata in una sentenza. Ma nessuna può essere rimossa. Il caso descrive una zona grigia nella quale faccendieri, agenti, giornalisti, politici, imprenditori e criminalità organizzata possono incontrarsi senza appartenere a un’unica cabina di regia. Il potere italiano non ha sempre bisogno di un complotto ordinato. Gli bastano interessi convergenti, informazioni scambiate, vecchi favori, carriere in bilico e soggetti capaci di offrire manodopera o dossier.

È per questo che la trasformazione di Ranucci da vittima a imputato mediatico non è un effetto collaterale. È il cuore politico della vicenda. Se il giornalista viene delegittimato, l’attentato cambia significato; se Lavitola viene isolato come unico mostro, le altre responsabilità possono restare nell’ombra; se tutto viene ridotto a una guerra personale con Giletti, il sistema degli apparati scompare dal racconto. Ogni narrazione seleziona il colpevole che le serve e rimuove il potere che non vuole nominare.

Per seguire l’evoluzione più recente, dalla smentita di Mancini alla trasformazione di Ranucci in imputato mediatico, leggi l’inchiesta sulla zona grigia tra Report, servizi, Lavitola e camorra. Per ricostruire l’origine dello scontro televisivo e il ruolo assunto da Giletti, approfondisci l’intrigo in Rai tra bombe, dossier e fonti opache.

Dopo vent’anni di social network senza freni, profilazione commerciale, notifiche continue e modelli costruiti per massimizzare il tempo trascorso davanti allo schermo, il mondo occidentale sembra essersi improvvisamente accorto che bambini e adolescenti sono esposti a rischi enormi. La nuova mobilitazione per la tutela dei minori è necessaria, ma arriva dopo due decenni nei quali istituzioni, esperti, consulenti e aziende hanno normalizzato un ambiente progettato per trasformare l’attenzione in profitto.

Le piattaforme non si sono limitate a offrire strumenti di comunicazione. Hanno modificato il modo in cui i giovani costruiscono identità, relazioni, desideri, reputazione e percezione del proprio valore. L’algoritmo non decide soltanto quale video mostrare: stabilisce quale comportamento premiare, quale immagine del corpo rendere dominante, quale forma di successo rendere desiderabile e quale contenuto trasformare in modello. Il risultato non è soltanto esposizione a materiale inadatto. È una formazione comportamentale permanente, affidata a imprese private che conoscono i minori soprattutto come utenti, segmenti pubblicitari e clienti futuri.

Per questo vietare i social sotto una certa età non basta. Il problema comprende la dipendenza dal dispositivo, i videogiochi con acquisti continui, le loot box, la pressione delle notifiche, la monetizzazione precoce e la capacità delle piattaforme di riconoscere account multipli senza utilizzare quella stessa tecnologia per applicare limiti efficaci. Le aziende sanno associare dispositivi, comportamenti, indirizzi di rete e identità quando devono prevenire frodi o proteggere i ricavi. Diventano improvvisamente impotenti quando il controllo rischia di ridurre utenti, engagement e pubblicità. La responsabilità non può essere scaricata interamente sui genitori. Chiedere a una famiglia di competere con sistemi progettati da psicologi, data scientist e designer della persuasione significa pretendere che il soggetto più debole compensi individualmente il potere del soggetto più forte. Servono configurazioni prudenti per impostazione predefinita, limiti temporali, controlli semplici, separazione tra servizi educativi e ambienti commerciali e una forma di verifica dell’età che non consegni alle piattaforme l’identità completa del minore.

Una identità digitale pubblica basata sulla minimizzazione dei dati potrebbe certificare la fascia d’età senza permettere alle aziende di accumulare ulteriori informazioni. Ma anche questa soluzione contiene rischi enormi: un archivio delle identità dei minori sarebbe un obiettivo commerciale, criminale e geopolitico. La tutela, quindi, non può essere affidata né esclusivamente alle piattaforme né a un’infrastruttura pubblica opaca. Richiede regole verificabili, accessi tracciati, separazione dei dati e responsabilità precise. Il passaggio più delicato riguarda il rapporto tra protezione e sorveglianza. Mentre l’Europa riscopre la difesa dei minori, Chat Control torna politicamente vivo. Non è ancora legge, la deroga ePrivacy non è stata definitivamente riattivata e il Parlamento ha inserito una protezione esplicita per le comunicazioni sottoposte a crittografia end-to-end. Ma l’architettura del controllo preventivo è tornata sul tavolo: piattaforme autorizzate a scansionare contenuti, sistemi automatizzati per individuare materiale illecito, segnalazioni a organizzazioni e autorità, possibilità di trasformare il dispositivo dell’utente nel punto nel quale il messaggio viene analizzato prima della cifratura. La lotta al materiale relativo agli abusi sessuali sui minori è una finalità indiscutibile. Proprio per questo deve essere misurata sui risultati reali: vittime identificate, bambini salvati, responsabili arrestati e condannati.

Il numero delle comunicazioni analizzate non coincide con l’efficacia investigativa.

Le operazioni mirate, l’analisi forense, l’OSINT, l’infiltrazione nei gruppi chiusi e la cooperazione internazionale hanno già dimostrato di poter produrre risultati senza trasformare l’intera popolazione in un insieme di soggetti preventivamente osservabili. Il pericolo non consiste soltanto nell’errore dell’algoritmo. Consiste nella funzione espansiva dell’infrastruttura. Uno strumento costruito oggi per il CSAM può essere esteso domani al terrorismo, alla criminalità organizzata, all’estremismo, alla disinformazione o ad altre categorie definite politicamente. Ogni ampliamento richiederebbe una nuova base normativa, ma la capacità tecnica sarebbe già disponibile. Le democrazie non devono valutare soltanto le intenzioni del legislatore attuale; devono limitare ciò che un futuro governo potrebbe fare con gli strumenti costruiti oggi.

Qui emerge l’ipocrisia dei nuovi difensori dei minori. Molti di coloro che oggi invocano limiti, controlli e responsabilità hanno sostenuto per anni che le piattaforme, essendo imprese private, potessero stabilire autonomamente le proprie regole. Hanno collaborato con le multinazionali, partecipato a campagne, ricevuto patrocini, promosso programmi educativi e raccontato l’innovazione come un processo inevitabile. Ora salgono sul carro della regolazione senza spiegare il passato, mentre gli stessi portatori di interesse che hanno contribuito a costruire il problema si candidano a fornire le soluzioni tecniche. Proteggere i minori significa invece ridurre il potere delle piattaforme: limitare il tempo di utilizzo, vietare modelli economici aggressivi, impedire la monetizzazione precoce, finanziare formazione informatica reale e restituire alle famiglie strumenti che funzionino senza trasformarle in reparti di cybersecurity domestica. Significa anche proteggere la crittografia, perché la riservatezza tutela i bambini che chiedono aiuto, i giornalisti e le fonti, gli avvocati e gli assistiti, i medici e i pazienti, le vittime di violenza e ogni cittadino che non è sospettato di alcun reato.

Per approfondire la critica al modello sociale e commerciale che ha trasformato i minori nei clienti del futuro, leggi l’editoriale sulla difesa tardiva dei bambini dopo vent’anni di social senza freni.

Per capire a che punto si trova realmente il procedimento europeo, quali garanzie sono state inserite e perché il rischio per la privacy non è ancora superato, leggi l’analisi completa sul ritorno di Chat Control in Europa.

Questa settimana, ancora una volta, la verità non arriva perché il sistema ha deciso di raccontarla. Arriva perché la contraddizione è diventata troppo grande per essere nascosta.

Google non può essere editore, concessionaria e arbitro senza responsabilità. Cloudflare non può essere indispensabile al punto da diventare intoccabile. Ranucci non può essere trasformato da vittima in imputato per proteggere equilibri che l’attentato ha messo in crisi. La difesa dei minori non può diventare il nuovo marchio pubblicitario di chi ha costruito il problema, né il cavallo di Troia per la sorveglianza preventiva.

Matrice Digitale continuerà a fare ciò che distingue l’analisi dalla narrazione: seguire gli interessi, verificare le responsabilità e osservare il punto in cui il potere cambia versione perché la precedente non è più sostenibile.

Saluti dal Dark Web dell’informazione: quello che Google non mostra e YouTube censura

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