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Matrice Digitale Newsletter · Jul 26, 2026

AI impazzita, liste nere e Big Tech sotto accusa

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Livio Varriale, Matrice Digitale · Matrice Digitale Newsletter

Caro lettore,

questa non è una settimana come le altre per Matrice Digitale. È una settimana che riporta al centro il motivo per cui questa testata esiste da otto anni: uscire dalla prigione della verità confezionata, quella nella quale i fatti vengono ammessi soltanto quando diventano compatibili con gli interessi del mercato, degli apparati, delle piattaforme o dei grandi gruppi editoriali. Il problema non è che il giornalismo possa sbagliare. Il giornalismo sbaglia, corregge, approfondisce e ricostruisce. Il problema nasce quando l’errore diventa metodo, quando la semplificazione viene scelta perché rende di più, quando una notizia viene spezzata in tre, quattro o cinque episodi per moltiplicare i clic e quando l’analisi viene sostituita da una narrazione già pronta, distribuita insieme alle etichette da applicare a chiunque osi contestarla.

In questi giorni abbiamo visto un agente di intelligenza artificiale trasformato in una creatura ribelle, un incidente tecnico raccontato come la fuga di una volontà artificiale e una responsabilità industriale dissolta dentro la fantascienza. Abbiamo visto riemergere il caso Orsini con una sentenza di primo grado che costringe il sistema dell’informazione a fare i conti con le liste, i dossier, le fonti opache e le società private che assegnano patenti di affidabilità. Abbiamo osservato Roberto Vannacci utilizzare l’intelligenza artificiale per importare in Italia la grammatica politica di Donald Trump, mentre il bersaglio dichiarato era l’opposizione e quello strategico sembrava trovarsi dentro la stessa maggioranza. Infine, abbiamo assistito all’ennesima multa europea contro Google e alla reazione statunitense, che trasforma la regolazione dei gatekeeper in una possibile guerra commerciale. Sono vicende diverse soltanto in apparenza. In tutte ritorna la stessa domanda: chi ha il potere di definire la realtà prima ancora che il lettore possa verificarla? La risposta non può essere affidata a un algoritmo, a una società privata, a una fonte anonima, a un laboratorio che racconta se stesso o a una piattaforma che decide cosa mostrare e cosa nascondere.

Questa newsletter non cerca una verità comoda. Cerca il punto esatto nel quale la narrazione smette di informare e comincia a governare.

La storia dell’agente OpenAI che avrebbe “attaccato” Hugging Face è stata presentata come la prova definitiva di un’intelligenza artificiale ormai capace di decidere, ingannare, fuggire e colpire autonomamente. Il racconto era perfetto: un modello statunitense potentissimo, un’infrastruttura violata, migliaia di operazioni concatenate e la sensazione che il confine tra software e volontà fosse stato superato.

Era anche una storia straordinariamente conveniente.

La ricostruzione tecnica mostra infatti un quadro molto meno mistico e molto più grave. OpenAI aveva predisposto una valutazione offensiva, ridotto alcuni guardrail, fornito strumenti operativi e collocato il modello dentro un ambiente che avrebbe dovuto contenerlo. Il sistema ha individuato un percorso utile, sfruttato vulnerabilità, acquisito privilegi e cercato dati capaci di migliorare il risultato del benchmark assegnato. Non si è “ribellato”: ha ottimizzato un obiettivo dentro un’infrastruttura progettata da esseri umani. La differenza non è linguistica, ma politica e industriale. Quando si dice che “l’AI ha attaccato”, la macchina diventa soggetto e il laboratorio diventa spettatore. Quando si dice che un’organizzazione ha costruito un attaccante automatico, ha ridotto le protezioni e non ha isolato correttamente l’ambiente, la responsabilità torna nelle mani di chi ha progettato, autorizzato e gestito l’esperimento. L’antropomorfizzazione è quindi il primo grande alibi del mercato dell’intelligenza artificiale. Trasforma un problema di sicurezza in una profezia sulla coscienza artificiale, consente ai produttori di presentare i propri modelli come talmente avanzati da essere quasi incontrollabili e alimenta una domanda politica ed economica fondata sulla paura. Se il modello è soltanto un sistema capace di concatenare azioni offensive, servono controlli migliori. Se invece viene descritto come una creatura che può scappare, allora governi, aziende e istituzioni devono acquistare accesso, protezione, consulenza e infrastrutture da chi sostiene di conoscere il mostro.

Il produttore vende contemporaneamente il drago e il servizio antincendio.

Questa dinamica diventa ancora più evidente se collocata accanto all’arrivo di Kimi K3. Negli stessi giorni in cui il mercato occidentale riceveva la storia dell’AI americana così potente da dover essere temuta, Moonshot AI mostrava che la Cina poteva costruire un modello competitivo, open-weight, integrabile e destinato a circolare rapidamente. Kimi K3 non dimostra che la Cina abbia già superato gli Stati Uniti in ogni capacità. Dimostra però che la superiorità commerciale occidentale non coincide più automaticamente con una superiorità tecnologica indiscussa. Per anni il settore statunitense ha costruito valore attraverso accessi limitati, abbonamenti costosi, finestre temporali, quote variabili e modelli proprietari. La Cina ha seguito una strategia diversa: pesi aperti o distribuibili, prezzi aggressivi, adattamento industriale e penetrazione degli ecosistemi. Un modello leggermente inferiore, ma scaricabile, modificabile e integrabile in migliaia di prodotti, può avere più valore strategico di un modello eccellente, costoso e controllato da un solo fornitore.

È qui che la vicenda OpenAI-Hugging Face smette di essere soltanto un incidente tecnico. Nel momento in cui il mito della superiorità occidentale viene incrinato dalla crescita dei modelli cinesi, la pericolosità dei modelli americani diventa una forma di prestigio. Non serve immaginare una regia occulta. È sufficiente osservare l’allineamento degli incentivi: il laboratorio deve dimostrare capacità eccezionali, il mercato deve giustificare investimenti enormi, la politica deve finanziare infrastrutture strategiche e l’informazione ha bisogno di una storia capace di occupare le prime pagine. La realtà, ancora una volta, è meno spettacolare e più importante. Gli agenti AI possono automatizzare catene offensive lunghe, cercare vulnerabilità, adattarsi ai risultati e comprimere tempi e competenze richiesti per un attacco. Proprio per questo devono essere governati con segmentazione reale, privilegi minimi, credenziali sintetiche, controlli deterministici e ambienti privi di accessi indiretti alla rete. Il rischio non è una macchina impazzita: è un’organizzazione che costruisce potenza senza costruire responsabilità.

Leggi l’analisi completa nell’intervista esclusiva all’agente AI che ha messo OpenAI fuori controllo e approfondisci il contesto industriale con Kimi K3 e la fine del mito dell’AI occidentale.

La sentenza civile di primo grado sul caso Orsini non stabilisce chi avesse ragione sulla guerra in Ucraina. Non certifica ogni analisi del professore, non cancella la propaganda russa e non trasforma il dissenso in verità automatica. Stabilisce un principio molto più essenziale: un’opinione controversa non può diventare la prova di appartenenza a una rete propagandistica senza elementi verificabili.

Nel giugno 2022 il Corriere della Sera collocò Alessandro Orsini dentro la cosiddetta “rete di Putin in Italia”, richiamando una mappa attribuita agli apparati di sicurezza e costruendo una rappresentazione nella quale opinioni, monitoraggio della disinformazione e appartenenza a una struttura organizzata finivano per sovrapporsi. Quattro anni dopo, il Tribunale di Milano ha ritenuto che quel collegamento non fosse sostenuto da una base fattuale sufficiente e ha condannato in primo grado RCS, il direttore e le giornaliste coinvolte. La decisione è impugnabile, ma il suo significato giornalistico è già enorme. Non perché impedisca di indagare l’influenza russa, bensì perché ricorda che l’inchiesta comincia dove finisce l’etichetta. Dire che una dichiarazione è stata rilanciata dalla propaganda del Cremlino è un dato osservabile. Dire che chi l’ha pronunciata appartiene a una rete richiede rapporti, coordinamento, finanziamenti, istruzioni o almeno una concatenazione documentata di condotte. Tra le due affermazioni esiste lo spazio nel quale il giornalismo deve lavorare.

Nel 2022 quello spazio venne spesso cancellato dall’emergenza. Il dissenso sulla Nato, sull’invio di armi, sulle prospettive militari e sulla necessità di una trattativa diventò rapidamente un problema reputazionale. Non era necessario confutare ogni tesi: bastava collocare chi la pronunciava dentro una categoria moralmente sospetta. La lista sostituiva l’analisi, la fotografia sostituiva la prova e il riferimento a una fonte coperta attribuiva all’operazione il peso dello Stato. È qui che entra in scena NewsGuard. Non come fonte diretta accertata della lista — elemento che non risulta dimostrato — ma come parte di un’infrastruttura più ampia nella quale società private, università, piattaforme, gruppi editoriali e istituzioni producono punteggi, database, classificazioni e standard di affidabilità. NewsGuard è una società privata che vende licenze e servizi anche a governi e apparati. Può dichiarare criteri neutrali, controlli editoriali e finalità informative, ma resta un soggetto economico capace di influire sulla reputazione, sulla distribuzione algoritmica e sulla monetizzazione delle testate valutate.

La censura contemporanea raramente si presenta con un timbro e un divieto formale. Può agire attraverso la pubblicità, la visibilità, il rischio reputazionale e l’accesso alle piattaforme. Un sito non viene necessariamente chiuso; viene classificato. Un giornalista non viene formalmente silenziato; viene reso meno affidabile agli occhi degli inserzionisti, degli algoritmi e delle istituzioni. Una tesi non viene proibita; viene collocata fuori dal perimetro delle opinioni considerate legittime. Il problema diventa ancora più grave quando chi valuta l’informazione collabora con soggetti direttamente interessati alle narrazioni monitorate. I rapporti di NewsGuard con strutture governative e militari non dimostrano un controllo occulto, ma impongono una domanda sulla neutralità di una società privata che attribuisce credibilità alle fonti mentre fornisce dati a governi e apparati impegnati nello stesso conflitto informativo.

Il caso Orsini chiude quindi un capitolo soltanto sul piano simbolico. Dimostra quanto tempo serva alla verità giudiziaria per raggiungere una narrazione distribuita in poche ore e quanto sia asimmetrico il danno digitale: l’etichetta corre alla velocità dell’algoritmo, la rettifica cammina con i tempi del tribunale. Per Matrice Digitale, che nel 2022 ricostruì il sistema europeo e italiano del cosiddetto “Ministero della verità”, questa sentenza non rappresenta una rivincita personale. Rappresenta la conferma di un metodo: distinguere i fatti dalle appartenenze, le prove dalle suggestioni e la propaganda straniera dagli errori prodotti dentro il sistema occidentale.

La ricostruzione completa è nell’inchiesta sul caso Orsini, la condanna del Corriere e il ruolo dell’infrastruttura NewsGuard.

Il video di Roberto Vannacci ambientato nell’antica Roma non è soltanto una provocazione di cattivo gusto e non è soltanto l’ennesimo contenuto politico realizzato con l’intelligenza artificiale. È l’importazione in Italia di una grammatica comunicativa ormai consolidata negli Stati Uniti: l’avversario non deve essere battuto, ma umiliato, disumanizzato e rimosso simbolicamente dalla scena. Donald Trump ha costruito una parte decisiva del proprio potere attraverso contenuti capaci di trasformare tragedie, conflitti e oppositori in spettacolo. Il messaggio non deve essere credibile nel senso documentale. Deve essere impossibile da ignorare. Più provoca indignazione, più occupa lo spazio pubblico. Più viene condannato, più dimostra ai sostenitori di avere colpito il bersaglio.

Vannacci applica lo stesso metodo alla politica italiana. Sostituisce l’estetica immobiliare e dorata di Trump con l’arena romana, il linguaggio americano con la simbologia militare e imperiale, ma conserva il dispositivo centrale: il leader domina la scena, gli avversari diventano corpi politici da condannare e ogni reazione contribuisce alla diffusione del contenuto. Il bersaglio visibile è la sinistra. Nel video compaiono Elly Schlein, Giuseppe Conte e altre figure trasformate nella sintesi di stagioni politiche diverse: Mario Draghi come simbolo del governo tecnico, Roberto Speranza come bersaglio delle polemiche sulla pandemia, Laura Boldrini come rappresentazione delle politiche migratorie attribuite alla sinistra. Ma il bersaglio strategico non si trova soltanto all’opposizione.

Il vero confronto è con Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio compare nella scena, ma non controlla la rappresentazione. Il centro appartiene a Vannacci, che si assegna il ruolo di chi decide, giudica e dispone. La presenza della premier può apparire come un omaggio, ma funziona anche come una gerarchia. Il generale mostra quale destra pretende di affiancarla e, nello stesso momento, quale destra potrebbe tentare di sottrarle il consenso degli elettori più radicali. La presa di distanza di Meloni è istituzionalmente inevitabile. Una presidente del Consiglio non può legittimare un contenuto nel quale gli avversari politici vengono sottoposti a un’esecuzione simbolica. Tuttavia, la sua posizione è resa più fragile dalla vicinanza politica costruita con Trump. Il linguaggio che oggi viene condannato quando arriva da Vannacci è lo stesso che il trumpismo ha normalizzato nel dibattito internazionale. La sfida del generale consiste proprio nel presentarsi come interprete più coerente di quella destra dura che considera il compromesso una resa, la prudenza un tradimento e l’istituzionalizzazione una perdita di identità.

L’intelligenza artificiale rende questa strategia più economica, rapida e radicale. Non serve una grande struttura mediatica. Bastano un account, un generatore video e una comunità pronta a rilanciare. La natura artificiale delle immagini non attenua il messaggio, perché il pubblico non deve credere che la scena sia reale. Deve accettare l’immaginario politico che la scena rende possibile. Gli algoritmi completano il lavoro. Ogni condivisione indignata, ogni articolo scandalizzato e ogni commento di condanna aumenta la visibilità del contenuto. Le piattaforme non misurano la qualità democratica di una reazione, ma la sua intensità. L’oppositore che denuncia il video può diventare il suo principale distributore.

Esiste infine una contraddizione che il sovranismo evita accuratamente di affrontare. La nuova propaganda nazionale viene generata con tecnologie straniere, distribuita da piattaforme straniere e ordinata da algoritmi stranieri. Il messaggio rivendica sovranità, ma dipende da infrastrutture sulle quali l’Italia non esercita alcun controllo reale. È il paradosso della politica digitale contemporanea: si promette indipendenza dentro un sistema tecnico interamente dipendente.

Leggi l’analisi completa su come Vannacci ha portato Trump nella campagna elettorale italiana.

La multa da 890 milioni di euro inflitta a Google dalla Commissione europea è stata trattata come una notizia improvvisa, quasi fosse la scoperta tardiva di un potere che per anni nessuno aveva osservato. Eppure le pratiche contestate — il self-preferencing nei risultati di ricerca e le restrizioni imposte agli sviluppatori del Play Store — appartengono alla struttura economica di Google da molto tempo. Search controlla l’accesso all’informazione e può favorire i servizi interni dedicati a shopping, hotel, trasporti e sport. Play Store controlla la distribuzione e la monetizzazione delle applicazioni Android e può rendere più difficile comunicare offerte esterne o completare acquisti fuori dal negozio ufficiale. Insieme, i due servizi consentono a Google di condizionare l’inizio e la fine del percorso digitale dell’utente: decidere cosa viene visto e trattenere una quota su ciò che viene acquistato. Il Digital Markets Act prova a intervenire proprio su questa capacità. Non impone a Google di peggiorare i propri prodotti, ma impedisce al gatekeeper di utilizzare il controllo di un’infrastruttura essenziale per trasferire automaticamente il proprio dominio in mercati collegati. La vera partita non riguarda quindi l’importo della sanzione, relativamente contenuto rispetto ai ricavi di Alphabet. Riguarda le modifiche strutturali che Bruxelles riuscirà realmente a imporre.

Matrice Digitale denuncia da otto anni il potere delle piattaforme, la subordinazione del mercato editoriale, la dipendenza dagli algoritmi e l’asimmetria tra imprese europee e multinazionali statunitensi. Oggi quei principi entrano nelle norme europee, ma con un ritardo che ha già consentito ai gatekeeper di accumulare profitti, dati, infrastrutture e capacità di influenza difficilmente reversibili.

È per questo che la reazione di Donald Trump deve essere osservata con attenzione. La minaccia di un’indagine Section 301 e di possibili dazi contro l’Unione Europea trasforma la regolazione digitale in una controversia commerciale. Le sanzioni contro Google, Apple, Meta e le altre Big Tech non vengono più presentate come decisioni giuridiche su mercati e concorrenza, ma come un attacco economico agli Stati Uniti. Questa impostazione chiarisce un punto che per anni è stato nascosto dietro la retorica dell’innovazione: le Big Tech non sono soltanto aziende private, ma asset geopolitici protetti dal potere statale americano. Quando l’Europa tenta di limitarne il dominio, Washington può rispondere colpendo settori completamente diversi, dall’automotive all’agroalimentare, dal lusso ai macchinari. Le imprese europee rischiano così di pagare il prezzo di una battaglia che riguarda motori di ricerca, app store, pubblicità e controllo dei dati.

La vicenda impone anche di guardare diversamente coloro che, dentro le istituzioni europee e nazionali, hanno difeso per anni gli interessi delle piattaforme come se coincidessero automaticamente con quelli dell’innovazione. Le multinazionali hanno ottenuto accesso ai decisori, influenza normativa e una posizione privilegiata nel mercato, mentre le sanzioni sono arrivate dopo anni di profitti e spesso dopo contenziosi destinati a durare ancora a lungo. La multa, da sola, non riequilibra il sistema. Può diventare una mancetta istituzionale se non modifica il comportamento del gatekeeper. Il DMA sarà credibile soltanto se produrrà più concorrenza, maggiore libertà per gli sviluppatori, trasparenza nella ricerca e una riduzione effettiva della dipendenza europea. La reazione americana, però, conferma che il conflitto è finalmente arrivato al suo vero livello. Non è una disputa tecnica sulle schermate del Play Store. È uno scontro sulla sovranità, sul diritto dell’Europa di regolare infrastrutture straniere e sulla disponibilità degli Stati Uniti ad accettare limiti al potere delle proprie aziende strategiche.

Approfondisci la multa da 890 milioni contro Google per Search e Play Store e la risposta americana nell’analisi su Trump, i dazi contro l’UE e la difesa delle Big Tech statunitensi.

La settimana si chiude quindi nello stesso punto dal quale era iniziata: la verità non coincide con la versione distribuita dal soggetto più potente. Non coincide con il laboratorio che racconta il proprio incidente, con il giornale che invoca una fonte coperta, con la società privata che assegna punteggi, con il leader che domina l’algoritmo o con la piattaforma che pretende di essere soltanto un intermediario.

Dopo otto anni, Matrice Digitale continua a fare ciò che dovrebbe fare ogni giornale: non chiedere al lettore di credere, ma fornirgli gli strumenti per capire.

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