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Matrice Digitale Newsletter · Jul 12, 2026

Tre verità che il sistema non voleva vedere

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Livio Varriale, Matrice Digitale · Matrice Digitale Newsletter

Caro lettore,

questa settimana non pubblichiamo semplicemente una newsletter. Mettiamo agli atti un metodo giornalistico. Lo facciamo senza falsa modestia, perché esiste un momento in cui continuare a minimizzare il proprio lavoro non è eleganza: è un favore concesso a chi arriva dopo, raccoglie gli stessi elementi, li ripulisce dalle parti più scomode e li presenta come una rivelazione. Matrice Digitale ha scelto da tempo una strada differente. Non inseguire la polemica che incendia i social per tre giorni, ma osservare le strutture che resteranno in piedi quando il rumore sarà finito. Non trasformare una fotografia in una strategia geopolitica. Non scambiare una nomina per una semplice sostituzione amministrativa. Non confondere la sovranità con uno slogan pronunciato durante un vertice internazionale. Questa settimana incassiamo tre conferme. La prima riguarda il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump, la guerra interna per il controllo della cybersicurezza nazionale e la distanza tra la sovranità raccontata e quella realmente esercitata. La seconda riguarda l’attentato contro Sigfrido Ranucci, l’indagine su Valter Lavitola e la zona grigia in cui si incontrano giornalisti, fonti, criminalità, politica ed ex uomini degli apparati. La terza riguarda il presunto spionaggio russo in Italia, una vicenda che dimostra come la sicurezza nazionale possa essere compromessa non soltanto da malware e attacchi informatici, ma anche da relazioni personali, accessi informali e selezioni del personale incapaci di proteggere gli ambienti più sensibili.

Tre storie diverse, una sola domanda: chi controlla davvero lo Stato, le informazioni e le infrastrutture da cui dipende il Paese?

Questa è la domanda che continueremo a porre anche quando sarà scomoda, anche quando gli algoritmi preferiranno altro e anche quando le risposte arriveranno soltanto dopo.

Ci sono notizie che durano il tempo di una dichiarazione e notizie che acquistano significato soltanto quando vengono collegate. La politica italiana preferisce quasi sempre le prime. Una frase pronunciata male, una fotografia interpretata come un trattato diplomatico, un retroscena di Palazzo Chigi, una replica sui social e tre giorni di discussione televisiva. Poi la macchina dell’attenzione si sposta e tutto viene dimenticato. Matrice Digitale ha scelto di non farsi trascinare dentro questa catena di montaggio della polemica. Nel caso dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump, la questione non era stabilire chi avesse umiliato chi, chi fosse apparso più forte in una fotografia o quale leader avesse conquistato la battuta migliore. Il problema era comprendere che cosa quella tensione rivelasse sulla posizione reale dell’Italia. Per mesi una parte dell’informazione ha raccontato il rapporto personale tra Meloni e Trump come se fosse una risorsa strategica sufficiente. Le fotografie, gli sguardi e la prossimità fisica sono stati caricati di un significato politico sproporzionato. La premier italiana veniva presentata come il ponte privilegiato tra Washington e l’Europa, la leader in grado di dialogare con la Casa Bianca e di trasferire quella vicinanza personale sul piano della forza negoziale.

Ma la politica estera non si misura con la fotogenia. Si misura attraverso le basi militari, gli approvvigionamenti, le catene industriali, gli investimenti, i sistemi d’arma, i servizi di intelligence e il controllo delle infrastrutture strategiche. Quando Trump ha trasformato la fotografia con Meloni in un elemento di scherno, la costruzione narrativa è crollata perché dipendeva interamente dal significato attribuito dall’interlocutore americano. Una fotografia può suggerire centralità, ma non la garantisce. Può comunicare familiarità, ma non modifica i rapporti di forza. Può generare migliaia di commenti e condivisioni, ma non sostituisce una strategia nazionale. Matrice Digitale aveva individuato immediatamente questa fragilità.

Se l’autorevolezza internazionale di un governo viene costruita sulla vicinanza personale con un leader straniero, quello stesso leader può revocarla con una frase.

La dipendenza narrativa diventa così il riflesso di una dipendenza strategica più profonda. Le successive parole del ministro della Difesa Guido Crosetto hanno riportato la questione sul terreno reale: le persone passano, mentre i rapporti tra Stati rimangono. Non si trattava di una formula diplomatica priva di conseguenze. Era il riconoscimento pubblico di ciò che Matrice Digitale aveva già evidenziato: l’alleanza tra Roma e Washington non dipende dal carattere di Trump o dalla capacità comunicativa di Meloni. Dipende da una struttura atlantica consolidata, fatta di NATO, basi, programmi militari, industria della Difesa, interoperabilità e cooperazione tra apparati.

L’Italia può protestare contro un’offesa, ma non può cancellare con un comunicato la propria dipendenza strategica dagli Stati Uniti.

È proprio qui che entra il tema della sovranità. Meloni ha sostenuto la necessità di evitare, nel settore tecnologico e militare, gli errori commessi con la dipendenza energetica dalla Russia. Il principio appare condivisibile: diversificare i fornitori, rafforzare la produzione nazionale ed europea, proteggere le catene di approvvigionamento e impedire che un partner di oggi possa trasformarsi nella vulnerabilità di domani. Il problema nasce quando questa affermazione viene confrontata con la realtà.

La sovranità non esiste nelle conferenze stampa: esiste nei contratti, nei data center, nei cavi, nei satelliti, nei semiconduttori, nei cloud e nei sistemi d’arma.

Se le amministrazioni pubbliche e le infrastrutture militari utilizzano tecnologie controllate da colossi stranieri, l’autonomia diventa negoziata. Se il cloud, l’intelligenza artificiale e le piattaforme utilizzate dallo Stato dipendono da imprese extraeuropee, la sovranità resta condizionata. Se le reti strategiche vengono cedute o aperte a fondi e operatori esteri, il confine nazionale sopravvive sulle mappe, ma perde significato dentro l’infrastruttura digitale. La domanda inevitabile è allora: quando il governo parla di sovranità, si riferisce a quella italiana, a quella europea o a quella atlantica?

Le tre dimensioni non coincidono. L’Italia partecipa a un’Unione europea che determina regole industriali, ambientali, commerciali e tecnologiche. È inserita in una NATO che stabilisce standard militari, priorità operative e livelli di interoperabilità. Dipende da fornitori internazionali per servizi cloud, software, comunicazioni e difesa. Può rivendicare l’interesse nazionale, ma deve dimostrare in quali passaggi sia ancora in grado di esercitarlo senza chiedere autorizzazioni, compatibilità o supporto ad altri soggetti. Una nuova Sigonella, oggi, non si consumerebbe soltanto su una pista militare. Avverrebbe dentro un data center, una costellazione satellitare, una piattaforma di intelligenza artificiale o una rete di telecomunicazioni. Ed è proprio su questo terreno che l’Italia mostra le contraddizioni più profonde.

La stessa frattura attraversa la riorganizzazione della cybersicurezza nazionale. Matrice Digitale ha raccontato prima di altri che il passaggio da Bruno Frattasi ad Andrea Quacivi alla guida dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale non poteva essere ridotto a un cambio di vertice. Dietro la successione si muovevano equilibri molto più rilevanti: il rapporto tra Palazzo Chigi e Difesa, il ruolo del DIS, le competenze operative dell’ACN, l’attuazione della NIS2, la gestione del Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica e la distribuzione degli incarichi interni.

La vera battaglia non riguarda il nome del direttore, ma il controllo del dominio cyber italiano.

Alfredo Mantovano rappresenta il coordinamento civile della sicurezza nazionale, il raccordo tra Presidenza del Consiglio e servizi di intelligence. Guido Crosetto incarna una visione in cui il dominio digitale diventa parte integrante della Difesa, delle operazioni multidominio e della deterrenza militare. Non sono semplicemente due uomini con caratteri differenti. Sono i rappresentanti di due architetture dello Stato potenzialmente concorrenti. Da un lato si trova un modello civile, regolatorio e amministrativo, nel quale l’ACN conserva il coordinamento della cybersicurezza nazionale. Dall’altro emerge un modello più operativo e militare, nel quale le funzioni decisive potrebbero spostarsi verso la Difesa e gli apparati, lasciando all’Agenzia attività di vigilanza, registrazione, compliance e sanzione. Il rischio è la nascita di due cybersicurezze italiane. Una visibile, civile e burocratica, fatta di notifiche, piattaforme, adempimenti e controlli. L’altra riservata, militare e operativa, inserita dentro catene di comando meno trasparenti. In mezzo restano imprese, amministrazioni pubbliche e infrastrutture critiche, che devono capire chi sia responsabile quando un incidente supera il confine della criminalità comune. Chi stabilisce che un ransomware sia soltanto un’operazione economica e non un’azione di preposizionamento ostile? Chi decide quando un’intrusione diventa spionaggio? Chi conserva le prove? Chi informa il Parlamento? Chi coordina la risposta?

Una struttura confusa non produce maggiore sicurezza. Produce aree di sovrapposizione nelle quali la responsabilità può essere scaricata da un’istituzione all’altra.

Matrice Digitale ha collegato questa tensione alla questione della sovranità molto prima che il tema diventasse materia di retroscena politico. Perché non può esistere sovranità digitale se lo Stato non ha chiarito chi controlla la sicurezza delle proprie reti, quali poteri conserva l’ACN e quali funzioni intende trasferire alla Difesa.

Il punto non è celebrare di avere avuto ragione. Il punto è dimostrare che un giornalismo capace di seguire le strutture produce una lettura più duratura del giornalismo che segue la polemica.

Gli altri hanno discusso per giorni di una fotografia. Matrice Digitale ha osservato la dipendenza atlantica. Gli altri hanno descritto l’avvicendamento all’ACN come un normale passaggio istituzionale. Matrice Digitale ha individuato una guerra per il controllo del dominio cyber. Gli altri hanno ripetuto la parola sovranità. Matrice Digitale ha chiesto chi possedesse realmente infrastrutture, cloud, software e capacità operative. Le conferme sono arrivate a bocce ferme, quando il rumore si era abbassato e gli stessi protagonisti hanno iniziato a riconoscere pubblicamente le contraddizioni.

Questo è il metodo che rivendichiamo: leggere il potere non quando costruisce il proprio racconto, ma quando lascia emergere le sue fratture.

Continua a leggere: Trump, Meloni e la guerra segreta per l’ACN: le verità scomode che la politica ha dovuto ammettere. Nell’analisi completa ricostruiamo il rapporto tra sovranità digitale, dipendenza atlantica, riforma della Difesa, futuro dell’ACN e conflitto tra Mantovano e Crosetto.

La notizia più inquietante della settimana non riguarda un attacco informatico, una legge o una dichiarazione politica. Riguarda una bomba collocata davanti all’abitazione di un giornalista e la possibilità, ancora sottoposta al vaglio della magistratura, che dietro quell’attentato non vi sia soltanto un circuito criminale tradizionale. Il 16 ottobre 2025 un ordigno è esploso davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, a Campo Ascolano, distruggendo la sua automobile e quella della figlia. Nessuno è rimasto ferito, ma il messaggio è stato inequivocabile: colpire il luogo privato, la famiglia e la quotidianità di uno dei giornalisti investigativi più riconoscibili del Paese. A fine giugno 2026 sono arrivati gli arresti dei presunti esecutori materiali. L’indagine ha condotto verso soggetti provenienti dall’area campana e ha aperto il tema della possibile utilizzazione di manodopera criminale all’interno di una partita maturata altrove. Poi il caso ha cambiato completamente dimensione. Valter Lavitola è stato iscritto nel registro degli indagati come presunto mandante, sottoposto a perquisizione e ascoltato dagli inquirenti. Lavitola respinge l’accusa e, attraverso il proprio legale, ha manifestato incredulità per il coinvolgimento in un attentato contro una persona con cui avrebbe intrattenuto rapporti di conoscenza e amicizia. Allo stato attuale non esiste una sentenza e ogni responsabilità deve essere accertata nel processo.

Ma sul piano politico e giornalistico la vicenda è già devastante.

Lavitola non è un personaggio estraneo al sottobosco del potere italiano. È stato giornalista, editore, direttore de L’Avanti!, uomo di relazioni politiche e protagonista di numerose vicende giudiziarie. Ha attraversato ambienti socialisti, berlusconiani e internazionali, muovendosi in quella fascia in cui l’informazione incontra l’intermediazione e l’intermediazione può trasformarsi in potere. Il fatto che Ranucci lo conoscesse non rappresenta in sé uno scandalo. Il giornalismo investigativo non si esercita frequentando soltanto persone immacolate. Le fonti più informate sono spesso soggetti compromessi, interessati, attraversati da rancori e secondi fini. Il compito del giornalista non consiste nel certificare la purezza morale della fonte, ma nel verificare le informazioni ricevute e impedire che il rapporto si trasformi in dipendenza.

Un giornalista d’inchiesta lavora con chi conosce i segreti, non con chi può esibire un certificato di innocenza preventiva.

È proprio questa realtà professionale a rendere il caso ancora più inquietante. Se una persona considerata amica, confidente o fonte viene indicata dagli investigatori come possibile mandante dell’attentato, il rapporto fiduciario diventa parte della scena del crimine e della battaglia narrativa che la circonda. La prima domanda riguarda la committenza. Se i presunti esecutori appartengono a un ambiente criminale campano, chi li avrebbe ingaggiati? Attraverso quali intermediari? Con quale obiettivo? Per intimidire Ranucci, punirlo, condizionarne il lavoro o produrre un effetto più complesso?

La pista della manodopera criminale utilizzata da soggetti esterni alla criminalità organizzata apre una zona grigia particolarmente pericolosa. Un clan riconoscibile dispone di interessi, territori e gerarchie che possono essere indagati. Una rete occasionale costruita attraverso intermediari, vecchi contatti e uomini spendibili è molto più difficile da decifrare. In queste operazioni chi esegue può ignorare il movente reale. Chi commissiona può non comparire mai. Chi trae vantaggio può trovarsi lontano sia dagli esecutori sia dal presunto intermediario. Il contesto professionale di Ranucci aumenta il peso della domanda. Report ha lavorato su traffici, appalti, criminalità organizzata, politica, servizi, aziende pubbliche, relazioni internazionali e dossier libici. La Libia, in particolare, rappresenta un crocevia nel quale si incontrano forniture militari, energia, migrazioni, milizie, intelligence e interessi privati. Un’inchiesta che entra in questo territorio non tocca soltanto un singolo affare. Può interferire con equilibri costruiti attraverso rapporti che nessuno dei soggetti coinvolti desidera vedere esposti integralmente. Questo non significa che uno specifico dossier costituisca il movente dell’attentato. Significa che il lavoro di Ranucci si muove da anni in ambienti nei quali il confine tra informazione, sicurezza e interessi economici è estremamente sottile.

Su questa cornice si innesta il capitolo Massimo Giletti. Le chat tra Ranucci e Maria Rosaria Boccia hanno alimentato la polemica sulla cosiddetta “lobby gay”, una formula rumorosa che rischia di coprire il punto politicamente più importante. Ranucci ha negato di avere accusato Giletti in quei termini e ha riportato l’attenzione sui presunti rapporti tra alcuni giornalisti e Marco Mancini, ex uomo di vertice del Sismi. Il nome di Mancini riporta immediatamente alla memoria l’incontro all’Autogrill con Matteo Renzi, divenuto un caso politico proprio grazie al lavoro di Report. La questione non è l’esistenza di una prova che colleghi gli apparati all’attentato: quella prova, allo stato attuale, non è pubblicamente disponibile. Il punto è che il semplice ritorno di certi nomi dimostra quanto la vicenda sia ormai penetrata nel campo di tensione tra giornalismo e intelligence. Gli apparati possono utilizzare i giornalisti per far circolare messaggi, dossier e ricostruzioni. I giornalisti possono utilizzare gli apparati come fonti per accedere a informazioni altrimenti irraggiungibili. La politica può servirsi di entrambi per combattere guerre interne. In questo sistema, la relazione non dimostra automaticamente una complicità, ma crea un ambiente nel quale informazione e operazioni di influenza possono diventare difficili da distinguere. Il caso Ranucci offre una rappresentazione brutale di questa continuità. Una bomba viene collocata sotto casa di un giornalista. Le indagini conducono verso presunti esecutori campani. Emerge il nome di Lavitola. Tornano a circolare riferimenti a ex uomini dei servizi, chat private, inchieste televisive, rivalità tra giornalisti e piste internazionali. Ogni elemento viene immediatamente trasferito nel circuito mediatico, dove anticipazioni, allusioni e smentite iniziano a produrre effetti prima ancora che la magistratura abbia terminato il proprio lavoro.

È qui che la vicenda mostra una seconda frattura: la perdita del segreto.

Non si tratta di sostenere che gli apparati debbano essere sottratti al controllo pubblico. Il segreto di Stato e la riservatezza investigativa possono diventare strumenti di abuso quando vengono utilizzati per coprire responsabilità. Ma anche la dissoluzione totale di ogni barriera produce un rischio. Se frammenti di indagine, nomi in codice, rapporti personali e riferimenti a fonti riservate vengono trasformati quotidianamente in materiale televisivo e social, la trasparenza lascia spazio a una guerra di posizionamento. Ogni soggetto cerca di orientare la lettura. Chi viene coinvolto prova a difendersi. Chi possiede informazioni parziali le utilizza per acquisire spazio. Chi teme una determinata pista può spingerne un’altra. Chi vuole delegittimare un giornalista può trasformare le sue fonti in prove contro di lui. Chi intende difenderlo può presentare ogni critica come un attacco alla libertà di stampa.

La magistratura deve quindi lavorare dentro un campo narrativo già contaminato, nel quale ogni atto istruttorio rischia di diventare una munizione.

Anche l’ipotesi di una cosiddetta false flag deve essere trattata con particolare cautela. È stata evocata la possibilità che l’attentato potesse produrre effetti differenti dalla semplice intimidazione: rafforzare mediaticamente Ranucci, modificarne la posizione professionale, trasformarlo in un simbolo o aprire scenari politici. Si tratta di una lettura estrema che non può essere presentata come fatto accertato. Tuttavia, la sua stessa circolazione mostra quanto il caso sia diventato opaco. Una bomba dovrebbe comunicare un messaggio semplice: paura. Nel caso Ranucci, invece, il gesto può essere interpretato come intimidazione, vendetta, pressione, manipolazione, avvertimento o operazione di rilancio. Quando un attentato può sostenere contemporaneamente narrazioni così differenti, la crisi non riguarda soltanto l’indagine: riguarda la fiducia nello Stato e nel sistema informativo.

Resta inoltre il problema del momento in cui l’attentato è avvenuto. Ranucci era già al centro di tensioni politiche, polemiche in Rai e ipotesi sul proprio futuro professionale. Colpirlo sotto casa significava parlare non soltanto a lui, ma alla sua famiglia, ai colleghi, alle fonti, alla dirigenza Rai e all’intero giornalismo investigativo italiano. Il messaggio poteva essere: sappiamo dove vivi. Oppure: nessuno è realmente protetto. Oppure ancora: chi entra in determinati dossier deve sapere che la distanza tra il lavoro e la vita privata può essere cancellata. L’inchiesta dovrà stabilire chi abbia commissionato l’azione, quale ruolo abbiano avuto le persone indagate e se esista un livello ulteriore rispetto a quello finora emerso. Lavitola ha diritto alla presunzione di innocenza e le ipotesi investigative dovranno essere dimostrate nelle sedi competenti. Allo stesso modo, non esiste una prova pubblica che consenta di attribuire la bomba a settori dell’intelligence o ad aree dello Stato.

Ma il caso ha già rivelato qualcosa. Ha mostrato quanto siano porosi i confini tra giornalisti, fonti, intermediari, criminalità e apparati. Ha dimostrato che le informazioni possono essere contemporaneamente strumento di conoscenza e arma di pressione. Ha mostrato uno Stato attraversato da aree, rivalità e relazioni che emergono soltanto quando un evento traumatico costringe tutti a uscire dall’ombra. La bomba contro Ranucci non rappresenta quindi soltanto un attacco alla libertà di stampa. È una crepa dalla quale si intravede un sistema più vasto, dove la verità processuale deve ancora essere costruita, ma la devastazione politica è già iniziata.

Continua a leggere: Ranucci, Lavitola, camorra e servizi: il caso scuote lo Stato. L’inchiesta completa ricostruisce la pista dei presunti esecutori, la posizione di Lavitola, i rapporti tra giornalisti e apparati e la guerra mediatica che accompagna il lavoro della magistratura.

La terza storia riporta il discorso sulla sovranità nel punto in cui diventa più concreto: la capacità dello Stato di proteggere le proprie informazioni dagli uomini ai quali le ha affidate. Un’indagine sul presunto spionaggio russo in Italia coinvolge ex appartenenti agli apparati, militari e soggetti che avrebbero avuto accesso diretto o indiretto a informazioni sensibili. Secondo la ricostruzione investigativa, un ex appartenente all’Arma dei Carabinieri con esperienze nel comparto informativo avrebbe mantenuto rapporti con un interlocutore russo, raccogliendo materiali e informazioni attraverso una rete di contatti. Le accuse devono ancora essere accertate e tutte le persone coinvolte devono essere considerate innocenti fino a sentenza definitiva. Tuttavia, la vicenda espone una vulnerabilità che nessuna cautela giudiziaria può cancellare dal dibattito pubblico: l’insider threat. Quando si parla di cybersicurezza, l’immaginario corre immediatamente verso hacker, malware, ransomware, vulnerabilità zero-day e infrastrutture violate da remoto. È un’immagine incompleta. Molte delle informazioni più sensibili non vengono sottratte forzando una rete, ma sfruttando persone che conoscono già il sistema. Chi ha lavorato nella Difesa, nell’intelligence o nelle forze dell’ordine non conserva soltanto eventuali documenti. Conserva nomi, linguaggi, gerarchie, procedure, abitudini e mappe relazionali. Sa quali strutture contattare, quali domande formulare, quali dettagli possano apparire innocui a un interlocutore e risultare invece preziosi per un servizio straniero.

Un ex appartenente non possiede necessariamente una password ancora valida, ma può conoscere la persona giusta alla quale telefonare.

È questa la dimensione cyber del caso. I supporti digitali, i file e i documenti informatici sono strumenti di conservazione e trasferimento, ma la vulnerabilità nasce prima della tecnologia. Nasce dalla fiducia, dalle vecchie appartenenze, dai rapporti tra colleghi e dalla permanenza informale dentro ambienti che dovrebbero essere progressivamente compartimentati. Un accesso a un database può essere revocato. Un badge può essere disattivato. Una relazione personale, invece, può continuare per anni. Può presentarsi come una conversazione tra ex colleghi, una richiesta di chiarimento, una consulenza o uno scambio di informazioni ritenute marginali. L’intelligence, però, non cerca sempre il grande documento classificato. Può costruire un quadro strategico aggregando frammenti apparentemente irrilevanti: il nome di un funzionario, la funzione di un reparto, un trasferimento, una procedura interna, una valutazione, un contatto o un cambiamento nella catena di comando. Questa logica rende insufficiente una sicurezza fondata esclusivamente sulla classificazione formale. Un’informazione non coperta dal massimo livello di segretezza può acquisire enorme valore quando viene unita ad altri elementi. La protezione deve quindi riguardare non soltanto il singolo documento, ma il contesto che permette di interpretarlo. Il caso impone di interrogarsi anche sulla gestione del personale dopo la cessazione del servizio. Lo Stato può revocare una funzione, ma non può cancellare la memoria professionale di chi l’ha esercitata. Gli ex appartenenti possono diventare obiettivi particolarmente interessanti per i servizi stranieri: possiedono competenze, reti, autorevolezza e una conoscenza delle debolezze organizzative. In alcuni casi possono inoltre emergere frustrazioni, difficoltà economiche, ambizioni personali o risentimenti maturati durante la carriera. Sono fattori che non trasformano automaticamente una persona in una minaccia, ma che devono essere considerati all’interno di programmi seri di controspionaggio e gestione del post-servizio. La stessa attenzione dovrebbe essere applicata all’ingresso negli apparati. La conclusione più scomoda riguarda infatti la qualità delle assunzioni, dei concorsi e delle verifiche preventive.

La Pubblica Amministrazione non può trattare il reclutamento destinato ai comparti sensibili come una procedura ordinaria. Il merito tecnico resta fondamentale, ma non è sufficiente. Occorrono valutazioni di affidabilità, controlli sulle incompatibilità, verifiche delle esposizioni finanziarie e analisi dei possibili conflitti di interesse, nel rispetto dei diritti individuali e senza trasformare la selezione in una caccia alle streghe. Concorsi opachi, procedure contestate, nomine determinate dalle appartenenze e carriere governate dalle cordate non rappresentano soltanto un problema morale. Possono diventare una vulnerabilità di sicurezza nazionale.

Chi viene selezionato per fedeltà personale anziché per competenza e affidabilità potrebbe sviluppare un legame più forte con la propria rete di riferimento che con l’istituzione. Chi ottiene un incarico attraverso relazioni opache può restare ricattabile. Chi percepisce il proprio ruolo come una concessione privata può trattare l’informazione pubblica come una risorsa negoziabile. La sovranità digitale comincia quindi molto prima del firewall. Comincia dalla scelta delle persone, dalla chiarezza delle procedure e dalla capacità di impedire che gli ambienti sensibili diventino terreno di compensazione politica o amministrativa. Serve inoltre una vera compartimentazione. Nessun soggetto dovrebbe conoscere più informazioni di quelle necessarie alla propria funzione. Gli accessi devono essere tracciati, verificati e revocati tempestivamente. I comportamenti anomali devono essere analizzati senza affidarsi soltanto alla segnalazione volontaria. I passaggi di ruolo e l’uscita dal servizio devono essere accompagnati da procedure specifiche.

La fiducia resta indispensabile, ma non può sostituire il controllo.

Il contesto geopolitico aumenta ulteriormente la gravità del caso. La Russia conduce da anni operazioni di intelligence, influenza e guerra ibrida contro Paesi europei e membri della NATO. L’Italia rappresenta un obiettivo rilevante per la propria posizione nel Mediterraneo, per il ruolo nelle alleanze occidentali e per la presenza di infrastrutture militari e industriali strategiche. Mosca non ha bisogno soltanto di segreti clamorosi. Può cercare informazioni sulle capacità operative, sui rapporti tra apparati, sulle forniture militari, sulle missioni, sulle divisioni politiche e sulle vulnerabilità interne. In questo scenario, anche una rete informale di ex appartenenti e contatti occasionali può produrre intelligence utile. La vera domanda non è quindi soltanto chi abbia eventualmente tradito. È quali condizioni organizzative abbiano consentito la nascita di un possibile canale informativo. Se la risposta istituzionale si limiterà a individuare alcune responsabilità personali, il problema resterà intatto. Occorre invece rafforzare il perimetro umano della sicurezza, migliorare la selezione del personale, controllare il post-servizio, ridurre gli accessi non necessari e costruire una cultura nella quale la riservatezza non venga vissuta come un adempimento burocratico.

Il nemico più pericoloso non è sempre quello che forza una porta. A volte è quello che conosce già il corridoio, la stanza e la persona alla quale chiedere la chiave.

Questa è la lezione cyber del caso. La sicurezza nazionale non viene protetta soltanto installando strumenti più sofisticati, ma costruendo istituzioni nelle quali competenza, merito, tracciabilità e responsabilità prevalgano sulle appartenenze. Uno Stato che vuole proclamarsi sovrano deve prima dimostrare di sapere chi entra nei propri apparati, quali informazioni può consultare e cosa accade quando esce.

Continua a leggere: Spionaggio russo in Italia, il caso che scuote Difesa e intelligence. L’approfondimento analizza il rischio insider, il ruolo delle ex appartenenze, la dimensione cyber della vicenda e le misure necessarie per rafforzare il perimetro umano della sicurezza nazionale.

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